Making of…

26 gennaio 2012

Un piccolo aggiornamento per tutti quelli che ci stanno aiutando con il film. E’ soprattutto una lista di ringraziamenti. Abbiamo fruito dell’aiuto di una serie di amici e approfittato della loro bravura. Qui nella foto, Marco Troiano ci presta mezzi e talento per realizzare la voce fuori campo di Francesco Migliaccio, protagonista del film. Alcune delle location sono state trovate. Grazie all’amico Mauro Montermini abbiamo individuato una cascina poco fuori Milano, location che ci dava parecchi problemi. Abbiamo ottenuto il permesso – e abbiamo anche già girato – di riprendere gli squali al vivaio di via Ripamonti a Milano. La prima scena del film è stata girata grazie alla location che ci ha gentilmente concesso Franco Chieraschi.

Ringraziamo gli amici di Villapizzone e Silvano Fausti in particolare per la collaborazione con la quale hanno aiutato, arricchito di cose e parole la scena che precede il finale del film. Abbiamo potuto usare la doppia camera e i microfoni che la On-Production di Roberto Tronconi ci ha messo a disposizione. Un appoggio importante – che speriamo possa diventare importantissimo – ci è arrivato da Giulio Tosini dell’Area Pergolesi di Milano, uno spazio meraviglioso per chiunque abbia bisogno di girare e di trovare un luogo amico. Presto dovremmo girare una scena importante nello studio che l’Avvocato Katja Besseghini ci mette a disposizione, mentre ringraziamo la palestra di via Cadolini e il maestro Laura Elia per i permessi concessi di girare le scene di kung fu.

Poi ci sono tutti gli altri, che ci hanno offerto una disponibilità di cui non abbiamo ancora approfittato. Lo faremo presto e se scompariamo per un periodo è solo perché stiamo cercando cose che dobbiamo fare prima. Grazie anche a chi sta aiutando nell’ombra e a chi sostiene il nostro morale da lontano: Vernicefresca è un serbatoio che dà benzina anche da Avellino.

Siamo al 2% del film e ci rendiamo conto che una marea di persone ci è venuta incontro. Sarà lunghissima ma sembra evidente che anche se in giro non ci sono soldi la disponibilità è rimasta viva ed è molto più facile da trovare. Da ultimo un aggiornamento sul fabbisogno: ancora non siamo riusciti a trovare una corsia d’ospedale e sembra molto dura per la scuola guida. Se per caso…

 

Lo spunto di oggi – Ringraziamento, di Wislawa Szymborska

23 gennaio 2012

 

Tra i commenti all’edit precedente ce n’è uno di un mio ex allievo, Jacopo Bedussi. E’ una poesia di Wislawa Szymborska, talmente bella che oggi mi sono perso nella ricerca delle sue altre che non conoscevo. Spesso gli allievi sono delle occasioni d’oro. Quando ho una classe di 25 persone come allo IED o di 130 come alla scuola del cinema, mi sento davanti a un numero spropositato di possibilità meravigliose. Questa è una. Cercando fra le poesie della Szymborska mi sono imbattuto in: Ringraziamento. Mi ha colpito forse anche di più dell’altra. Perché è sottile, forte, sovversiva e tranquilla, disillusa e non amareggiata. Perché contiene l’esperienza di tutta una vita e non puoi non sentirci la tua. Allora, sono certo che molti la conosceranno già. Ma per quelli che come me la scoprissero adesso, condivido la mia preda.

Ringraziamento

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” -
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

Lo spunto di oggi – La parte di noi

16 gennaio 2012

La parte di noi che sogna traguardi e viaggi e quella che si sveglia.

La parte di noi che si sente affondare. La parte di noi che si salva.

La parte di noi sommersa e quella che si vede.

La parte di noi che è diventata scoglio e produce squarci senza saperlo. La parte di noi che mente e scappa abbandonando i passeggeri della sua vita. La parte di noi che giudica questa parte.

Siamo tutto, in questo naufragio. Sulle mappe lo scoglio non era segnato, pare. Ma si sa che la mappa non è il territorio.

La parte di noi che si fida delle mappe e si fa forte della loro chiarezza e quella che sonda il mare con cautela e attenzione. Più guardo questa nave andare giù più penso che siamo tutto, in questo naufragio.

Radiografie – J. Edgar, di Clint Eastwood

12 gennaio 2012

Ci sono alcune mine che non bisogna pestare quando ci si incammina sul sentiero della biografia o del film che racconta una storia vera. Una delle tante è che non tutte le storie vere sono verosimili e che quindi proprio ciò che ti attira nel raccontarle è ciò che le danneggia a film finito. Un’altra è quella della fedeltà ai fatti. Perché i fatti non sono niente e sono sempre polarizzati da chi li guarda, per cui sei su un pericoloso bilico: o sei parziale o sei asettico. Terza mina è quella della ricostruzione degli anni che furono. Fedeltà al tempo della storia vera, insomma. Perché i tempi che c’erano a quel tempo – intendo tempi di dialogo, tempi di ascolto – non possono coincidere con i tempi narrativi di oggi. Quindi o sei noioso o sei infedele. Ennesima mina è quella ideologica. Il passato è spesso un passato rivisitato per fini politici. Ogni storia porta con sé un aspetto simile, ma quando la storia è parte della Storia diventiamo di colpo più sensibili.

Clint Eastwood non ha pestato nessuna di queste mine. E’ riuscito in quest’impresa grazie a una tecnica ormai diventata finissima e grazie ad un immenso amore. Ha trattato la storia di J. Edgar Hoover con un’umanità silenziosa e toccante. Senza la falsa preoccupazione di essere esaustivo – altra mina letale per chi fa un film biografico – ha piuttosto lavorato su una ferita profonda e dolorosa: quella della vergogna. Ha raccontato con un gruppo di attori formidabili la lotta massacrante di un uomo con i propri fantasmi. Una madre giudice e tetragona di fronte alla quale Edgar non avrà mai il coraggio di dichiarare la propria omosessualità. Un dolore e una vergogna, un’incapacità di accettare se stessi che lo perseguiteranno per tutta la vita. Che influenzeranno molte delle sue azioni pubbliche.

Il film di Eastwood è controllatissimo, come il protagonista. Severo, quasi trattenuto, con toni lividi e sommessi. Ed è proprio in questa estrema sorveglianza formale che la dolcezza di quest’amore omosessuale si fa strada inarrestabile. Il film si muove come il cuore di Edgar e alla fine come il nostro, mentre la presenza di Clyde – il secondo di Hoover, interpretato da Armie Hammer – pensa a squarciarlo portando l’amore con un viso aperto, sorridente e solare, che devasta con la sua naturalezza e la sua trasparenza la fitta rete di schermi, di argini, di contenitori ideologici che nel film diventano formali.

E’ la struggente parabola di un uomo dilaniato tra il senso di giustizia e il senso di colpa. L’esercizio della giustizia è di per sé un esercizio di contenimento del male: se il male non ci fosse non avrebbe senso parlare di giustizia. Il punto è che quando arriva un amore vero, forte, intenso e capace di durare nel tempo vieni chiamato in causa tu stesso. E i confini del bene e del male diventano sempre meno facili da distinguere. Senza trascurare l’altro polo drammatico, la segretaria di Hoover, Helen, interpretata da Naomi Watts con una debordante passione asciugata da un estremo rigore.

Liberato il campo narrativo da ogni sensualità già vista o – peggio – da ogni romanticismo, Eastwood ci mostra parti dei nostri amori, quelle che vorremmo, quelle che non vorremmo e quelle che abbiamo. Grazie alla sobrietà e alla sottrazione di tutte le cose facili da raccontare e da immaginare, i nostri occhi si aprono in una sistematica e crescente scoperta: di quante altre cose è fatto l’amore? Per esempio di amicizia. Questo è un film che può interrogarci in modo abbastanza preciso su noi stessi e sull’amore che stiamo vivendo: quanta amicizia c’è nella nostra relazione? Dove per amicizia non si intende come al solito complicità – e ai danni di chi poi? – ma per esempio discrezione e rispetto. Capacità di distanza, di riconoscere all’altro il suo proprio spazio di riservatezza, di diversità di opinione, di gusto. Amarsi può anche non essere difficile, per volersi bene ci vuole un grande coraggio. Per amicizia si intende – in questa storia omosessuale – la capacità di restare accanto dissentendo, di discutere non cercando di cambiare l’altro, di permettere alle sue parole di farsi strada dentro di noi anche se ci fanno male.

La forbice tra l’umanità di Hoover e la sua aberrazione personale, il suo ego che brucia nel tentativo di compensazione della sua ferita di vergogna così clamoroso e iperbolico, non muovono in noi altro che compassione, perché sentiamo il suo dolore. E’ che la legge garantisce dal male ma non garantisce la libertà interiore. Con questa comprensione generosa e matura, Eastwood ci racconta con amore un uomo per molti versi discutibile. Leonardo di Caprio, Naomi Watts e Armie Hammer sono fenomenali nella recitazione di due età molto lontane della vita che nel film continuano a giocare a ping pong. E diventano così due parti di noi, quella che lotta per affermarsi e quella che sta già perdonando e lasciando. La Storia è fatta di storie, di persone, di noi. Se riusciste a vederlo non doppiato potrebbe essere un’esperienza meravigliosa.

Lo spunto di oggi – …questo invece è il discorso.

8 gennaio 2012

 

Sono stato molti anni in un guado professionale che non auguro a nessuno. Quello che si è spalancato quando ho capito che non aveva più senso fare un corto e non c’erano le forze per un lungo. Sei in una terra di nessuno, senza movimento e senza prospettive. Tutte le cose che vedi fare agli altri ti sembrano carine, qualcuna anche bella. Ma non sono quello che hai in mente tu. Poi ho fatto due conti. Te li fa fare la stanchezza. C’è una storia che amo. Voglio raccontarla. Ma non fa ridere e non fa nemmeno piangere. Raccontare questa storia sta significando per me capire perché la racconto. E’ sempre stato così. Ecco, presentare un progetto con queste parole a un produttore significa ucciderlo, perché le troppe risate a volte tirano brutti scherzi cardiorespiratori. Ho passato gli anni dei produttori, dei fondi, dei viaggi, degli incontri, delle telefonate. E sono finiti.

Di colpo mi è diventato chiaro che tutti questi tentativi erano figli della paura. Se un produttore non ti produce una storia, la giri senza produttore. Se costa troppo la trasformi. Devi farlo, l’alternativa è la morte di quello che sei veramente, cioè uno che racconta storie. Certe volte il no dei produttori è un alibi per non vedere che la tua storia non funziona veramente. Allora, come Lorenzo Bechi con Il talento del bianco, giri da solo. Ti togli dalla testa le aspettative, ti liberi dall’ossessione della sala a tutti i costi. Magari saranno festival magari neanche quelli ma non si può raccontare con l’angoscia di quello che succederà al film, bisogna amarlo e basta. Andare contro questo amore, disattendere questo amore è comunque avere fallito.

Attorno a questa convinzione si sono catalizzate alcune – poche – persone che insieme a me stanno percorrendo questa avventura. Sono il mio aiuto Marilena Mondati, l’operatore Antonio Morra e il giovanissimo producer Ivan Casagrande Conti. Poi ci sono amici attori e amici non attori che ci stanno accompagnando ognuno per un frammento di storia. Ci concedono il loro tempo, il loro talento, i loro spazi, il loro sapere e i loro volti. E questo film, di cui potete vedere un frame qui sopra, è cominciato. Naturalmente abbiamo bisogno di tantissimo, ma come per magia man mano che cerchiamo troviamo. Ci mancano ancora dei pezzi e altri ne scopriremo più avanti. Ma voglio mettere qui una lista di cose che magari a qualcuno che legge possono venire facili e che per noi sono difficili. Se qualcuno avesse voglia di percorrere con noi un piccolo tratto di strada… può mandare una mail, telefonare, scrivere qui sotto. So che bisognerebbe raccontare almeno qualcosa di questo film, ma in questo momento ci è necessario il silenzio. Non un silenzio di segretezza ma un’attenzione a proteggere ancora per un po’. Grazie di cuore a tutti e a tutti buon anno.

Location che cerchiamo:

- Cascina o casa vicino a Milano (ma se è lontana e idonea ci andiamo lo stesso) semi-abbandonata o temporaneamente disabitata.

- Appartamento a Milano, con una cucina aperta sul soggiorno.

- Appartamento piccolo di media borghesia, papabile per una giovane donna che lavora e vive sola.

- Una scuola guida.

- Un bar in cui poter girare all’interno.

- Una palestra non scolastica e con ampia sala – tipo sala danza.

- Appartamenti su piani alti o altissimi preferibilmente in centro a Milano – ma vanno bene anche decentrati – dai cui balconi o finestre poter girare riprese della città.

- Un ospedale disponibile per un’inquadratura di una corsia.

 

Lo spunto di oggi – Questa è solo la premessa…

3 gennaio 2012

Leggete qui se volete. Buon anno a tutti.

Buon Natale…

22 dicembre 2011

Buon Natale a tutti. Un piccolo regalo per la nostra mente, il nostro cuore, le nostre speranze di un paese diverso. Qui.

Lo spunto di oggi – Italia – Turchia 0 – 1

19 dicembre 2011

Fa molto freddo, abbiamo poco tempo e dobbiamo parlare. La logica con cui si sceglie un posto in cui andare a mangiare cambia anche solo per la temperatura. Poi sì, naturalmente c’è lui: il problema. Costa tutto troppo. Siamo in quattro e stiamo lavorando alle riprese della docu-fiction nella quale ci siamo buttati. Allora, dove si mangia. A casa di uno di noi, take away. Così togliamo il coperto. Posto vicino, se no arriva tutto gelato. Non c’è molto da scegliere in zona: kebab. Non per prendere il kebab ma per prendere una pizza e portarla subito via.

Il posto è fetido. Non vogliamo riflettere sulle materie prime. Sono tre ragazzi giovanissimi, tre turchi da quel che capiamo. Mentre siamo lì arriva un ragazzo italiano che deve consegnare una pizza. Tre ragazzi turchi che danno lavoro a un ragazzo italiano. Sono gentilissimi e ci chiedono cosa vogliamo. Stratega luminoso e acuto, scelgo un calzone perché sicuramente regge meglio il freddo dell’esterno. Più precisamente il calzone faraone. Mozzarella di bufala prosciutto e pomodoro. Stiamo a vedere.

Passa qualche minuto. All’interno l’odore fortissimo di kebab, di aglio e di spezie pesanti è ormai penetrato anche nell’intonaco, immagino che stia raggiungendo le tubazioni dell’acqua e del gas. Ma… è molto ben compensato dal caldo. E stiamo a parlare lì, in cerchio, commentando a bassa voce il luogo e le nostre scelte. Pare che io abbia fatto un errore: la mozzarella di bufala non va mai presa dove le materie prime sono verosimilmente scadenti, perché in caso non sia buona ti fa stare malissimo. Più che quattro filmaker sembriamo un consesso di gastroenterologi scappati di casa.

Il ragazzo ci chiede nuovamente cosa abbiamo scelto. Si scusa, hanno sbagliato e ci chiedono di attendere ancora. A questo punto uno dei tre giovanissimi dice: “Sentite ragazzi, che ne dite se apriamo una birra e ce la beviamo insieme?” Parte un grazie generale, aprono la birra prendono i bicchieri di carta, ci servono e si servono. Ci stanno chiedendo scusa per il disguido. Noi sorridiamo, ringraziamo, ma commettiamo un errore del quale mi rendo conto solo ripensando la scena dall’alto, come mi capita spesso di fare – sapessi il perché.

Non apriamo il nostro cerchio. Rimaniamo tra noi a bere la birra. E loro vicini al banco. La nostra testa è pronta per la globalità molto più della nostra pancia. Certe cose non ci vengono spontanee. Siamo ancora un cerchio chiuso. Siamo disposti a convivere con questi ragazzi turchi ma non abbiamo ancora capito molto del vivere insieme. Il cinema era lì in fianco a noi e non l’abbiamo visto.

Poi arrivano le pizze e il calzone faraone. 25,50 euro con una birra doppia in omaggio e una comprata. Accettano i buoni pasto. Usciamo, attraversiamo i pochi metri prima di infilarci nel portone. Eccoci seduti a casa: buon appetito. Il calzone faraone è tecnicamente immangiabile. Okay, non sono bravissimi e spero che la storia della bufala sia una bufala. Se dovesse capitare a qualcuno di fare la stessa scelta, consiglio di munirsi di cannuccia o di carta assorbente per smaltire i liquidi.

No, con la pizza non ci siamo proprio. Ma questo menù costa di più di quel che paga un parlamentare per mangiare a mezzogiorno. Il branzino al sale mi risultava a 3,50, vuoi mettere.  E’ giusto che questa robaccia costi di più perché vale di più. Là c’è un abuso vero e proprio, qui la costruzione di un futuro che parte da un negozietto fetido con l’odore che ti trapassa e le materie prime scadenti. Ma non è lì che bisogna guardare. E’ nel loro sorriso, nella birra che ti hanno offerto, nella determinazione di farcela e di restare in piedi, nel prezzo comunque più abbordabile della pizzeria vicino, nella quantità di prospettiva e di futuro che esce dai loro sguardi. Non puoi non riconoscere che è esattamente da qui che ripartiremo.

In tutto questo crollo si salvano la semplicità, la tenacia e la cortesia. Noi stiamo scivolando, loro stanno già ricostruendo. Danno lavoro a un ragazzo italiano e questo è uno sconvolgimento della bussola che non ci deve sorprendere: non si tratta di comunitari o di extracomunitari. Loro sanno cos’è vivere rasoterra, lo accettano, partono da zero. Mente libera, fatica da morire e gioia di vivere. Quando sai navigare in così poca acqua la crisi non ti fa granché. Per te resta tutto come prima, anzi – siccome costi poco – forse aumentano i clienti.

Notte, mi infilo nel letto. E penso a noi che non apriamo il nostro cerchio, al calzone faraone che fa schifo, al sorriso dei turchi e al futuro. E me lo chiedo davvero: riuscirò a digerire tutto questo?

Vittorio De Seta – Ciao, maestro.

30 novembre 2011

Un maestro. Uno vero. Amo follemente il suo cinema e soprattutto Lu tempu de li pisci spata. Avverto della crudeltà di alcune immagini, ma anche della poesia umanissima che le pervade. De Seta aveva la verità del documentarista e l’intensità linguistica del cineasta. Per il film, questo è il link. Ciao maestro, grazie per il tuo cinema.

Lo spunto di oggi – Pausa tecnica

20 novembre 2011

Breve periodo di stop. A presto.