Casting – Appunti per giovani filmaker disperati

22 novembre 2016

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Stai per girare il tuo cortometraggio. Forse è il tuo primo o forse ne hai già girato qualcuno. La tua ex ha visto i tuoi primi lavori e questo è il motivo per cui è la tua ex. Eppure la voglia di girare un film ti tormenta giorno e notte e non vedi l’ora di esprimere finalmente te stesso in un cortometraggio che darà il La alla tua folgorante carriera.

Hai lavorato tanto per trovare la sceneggiatura giusta per te. Hai avuto un’idea luminosa in una sera d’estate. Dio ti ha baciato con un’intuizione e tu hai convinto qualche amico sceneggiatore a metterla giù.  Nel corso del lavoro Dio ha baciato anche il tuo amico e quindi la storia si è modificata più volte, di rivelazione in rivelazione. E adesso la tua storia d’amore con eroe introverso è diventata un thriller metafisico con finale aperto. Hai affrontato lunghe ed estenuanti discussioni notturne per dissuadere il tuo sceneggiatore ma adesso ne sei convinto anche tu: la storia dell’uovo che diventa sodo in tempo reale, quei 4 minuti di zenitale sul pentolino che ribolle, danno al tuo film quei momenti di noia cosmica che ti garantiscono la vittoria a mani basse in più Festival dei Corti nazionali.

Per essere sicuro del premio, dedicherai il tuo film ad Abdul. Lo so, non conosci nessun Abdul, come ha provato a farti notare il tuo sceneggiatore. Ma tu lo dedicherai a tutti gli Abdul del mondo. E’ un po’ una favola, un po’ simbolico, un po’ provocatorio. Tu dì così che funziona.

Ma oggi sei lì. Devi trovare l’attore. Devi fare il Casting.

Non hai soldi quindi si presentano un sacco di giovani entusiasti. Dopo qualche provino cominci a sospettare che l’entusiasmo sia una meravigliosa qualità ma che non sia del tutto pertinente alla recitazione. E ti ritrovi in mezzo al guado: l’attore che sognavi non si è presentato. Forse non esiste. Forse somiglia a qualche star italiana o straniera, in ogni caso nessuno di quelli che gravitano nel tuo orizzonte somiglia vagamente a Sean Penn. E qui cominciano i dolori. Perché qui comincia l’infelicità.

E il cinema, per me, si fa con la felicità. La felicità non esclude la rabbia, non esclude il dolore, non esclude la tristezza. Non si tratta necessariamente di storie felici ma della felicità di raccontare storie. Il punto è che la situazione produttiva non ti consente di fare quel che avevi in mente. Quindi adesso il discorso si sposta sull’importanza di quel che avevi in mente così come ce lo avevi in mente.

Non c’è mai nessuna negatività nelle situazioni come si presentano. La negatività è data dal confronto tra la situazione che abbiamo e quella che sognavamo. Questo confronto ci impedisce di entrare in relazione con le cose come stanno con libertà. Ci spinge a rimuginare, a rimpiangere, a recriminare, a protestare. Invece fare un film è danzare. Danzare con gli incontri che si fanno. A 360 gradi. La tristezza non nasce dal fatto che non hai le luci che volevi, ma dal fatto che non ti poni l’unica domanda sensata per un filmmaker che lavora senza produzione: in che modo la mia storia, in che modo il dramma che voglio raccontare, in che modo il tema profondo della mia scena possono vivere e brillare in questo spazio che è fatto così, in questo tempo che c’è oggi, con questa attrice che ha questo naso, questa voce, questo talento e questi difetti?

Fare un film è scoprire cosa accade mentre incontriamo la vita. Lavorare poveri, senza produttori, senza troupe, senza distributori, senza le mille infrastrutture che un film vero e proprio per forza di cose richiede, ti spalanca una dimensione paurosamente libera. Sei tu. Povero in canna. Di fronte alla vita che vuoi raccontare. Semplicemente fallo. Come una festa.  Quindi come puoi approcciare un attore al tuo Casting?

Incontralo. Veramente. Incontralo come essere umano. Quando entra alzati, stringigli la mano, sorridi. Viene quasi gratis e tu non sei nessuno. Come dici? Sei già un po’ famoso? Ecco allora se sei un po’ famoso e quando entra un attore non ti alzi, ti confermo che non sei nessuno. Può essere il peggior malintenzionato del pianeta, ma in questo momento gli devi riconoscenza. Lo so, una marea di registi famosi e meno famosi non si alzano, rimangono seduti là dietro la loro scrivania. Spesso prendono qualche appunto o scrivono al cellulare mentre qualcuno prende le generalità dell’attore. Troverai chi ti dirà che devi farti rispettare e che non devi dare confidenza agli attori. Ma come tu ti comporti, così il tuo set diventa. Stai là dietro e giudichi? Ok, sarà una scuola o un tribunale. Ti alzi, saluti e sorridi? Sarà una famiglia, o un gruppo di lavoro, o un’amicizia. Il posto parla come parli tu.

Ascoltalo. Veramente. Ascoltalo nelle cose che dice e in quelle che non dice. Dirà delle parole per presentarsi, ma dietro alle parole c’è la persona che le dice. Negli occhi, nelle piccole cose che fa con le mani mentre parla con te. E poi ascoltalo come attore. Mentre recita. Questo è fondamentale. Ho visto troppi filmaker che non ascoltano davvero l’acting di un attore. Non osservarlo per vedere se e quanto coincide o si discosta dalle tue indicazioni. Ascolta il suo modo di capire la storia e il suo personaggio. E’ come per le location: può la tua storia vivere attraverso il suo corpo, la sua voce e le sue emozioni? Forse sì, ma quasi sempre a determinate condizioni. Se confronti quel che hai con quel che volevi lo chiamerai compromesso. Se ti apri a quel che incontri lo chiamerai sorpresa.

Aiutalo. Veramente. Lo so, anche questa cosa sarebbe ritenuta una follia presso le nostre produzioni di punta. Mi cacceranno dalle scuole in cui insegno per quello che sto per dire, ma aiutare un attore non significa aiutarlo a fare quel che vorresti che facesse. Significa aiutarlo a entrare nella sua relazione libera e profonda, autentica, con il testo. Perché tu non metti in scena il tuo film. Tu sei solo un filmaker e il filmaker organizza relazioni secondo uno sguardo. La tua regia è tutta lì. E’ solo uno sguardo. Ma tutto è uno sguardo, quindi capisci? La tua regia è tutto. Perciò l’attore migliore non è quello che somiglia a un’idea precostituita che avevi – magari sublime – ma quello che la rompe, perché è vero, perché accade lì. Cerchi o no la scintilla? E allora sappilo: qualunque scintilla nasce da un attrito.

Ringrazialo. Veramente. Ho visto troppi filmaker giovanissimi non salutare, non ringraziare, non stringere la mano, non alzarsi nemmeno in piedi quando un attore va via. Facciamo due conti su che cosa fa un attore? Un attore dà la vita – la sua – a un personaggio di parole inchiostrate. Con più o meno talento, con più o meno esperienza, dà la vita ai tuoi sogni. Il senso di quel che avviene è tale che indipendentemente dal tuo gradimento per lui ti devi alzare in piedi e lo devi ringraziare col cuore. Non è facile stare sotto quei fari con la videocamera che ci punta. E poi ringrazialo perché anche se la sua versione non ti è piaciuta, ti ha offerto un’altra versione oltre la tua. Ti ha lasciato un contributo per guardare con occhi nuovi. Se non dai valore tu al punto di vista, chi lo deve dare?

Devo scusarmi con te, caro filmaker. Perché non ti ho detto nessuna delle cose davvero essenziali. Che cos’è un’indicazione. Come darla. Quando darla. Ma ne so poco anch’io. Nel frattempo sono certo che avrai trovato il tuo attore. La zenitale è pronta. Quattro minuti a picco sopra il pentolino. L’uovo è diventato sodo. Mangialo in pace. E inizia a risparmiare: devi ricomprare l’ottica che si è fusa sul fornello. In bocca al lupo sempre.

 

La storia degli errori

11 ottobre 2016

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La carcassa giace riversa sulla pancia. 35.000 metri quadrati di cemento armato senza porte, senza vetri, senza parapetti. Lo scheletro respira dai fianchi spalancati. Dentro e fuori dall’immenso cadavere formicolano circa 250 esseri umani. Rumeni, marocchini. Con taniche d’acqua, sacchetti di plastica troppo pieni, borse.

Su un pilastro è scritto con la vernice spray: Non è bello ciò che piace ma è bello bello bello.

Tutti i pilastri del portico deserto recano scritte. Rimango a guardarle una per una, parole spruzzate dove nessuno le leggerà mai. Film mai fatti. Intuizioni perdenti e bellissime.

L’edificio è un progetto abortito negli anni ’90.

Quel decennio si apre con me che sostengo un buon esame di letteratura greca e che provo vanamente a tradurre a prima vista Omero perché avevo letto male e non sapevo che fosse in programma.  Annuso la corrente gelata di questo momento sotto il portico. Ma che c’era di sbagliato nell’aria degli anni ’90 ?

Quasi 30 anni di rigor mortis insepolto nel cuore del parco sud. Questo edificio è una memoria. Quando verrà ristrutturato bonificato ed evacuato, avremo un quartiere migliore e un pezzo di storia in meno. La storia degli errori. Accarezzo con gli occhi i muri di questo scempio. La bruttezza non fa finta e la puoi toccare davvero.

La salma del mostro sta intanata oltre un prato, qualche decina di metri lontano dal bordo strada. Di notte la luce dei lampioni non lo tocca. Di notte chi passa di qui si orienta come in mare: con le stelle. Se la forza di questo buco nero non lo risucchia.

A Ottobre 2015 toccò a Fabio venire qui in cerca di droga. Volò nella tromba dell’ascensore non costruito.

Nel prato davanti all’edificio ci sono funghi enormi. Deformi. Affiorano dall’erba con un colore malato. Questo posto produce cadaveri.

Poco oltre il mostro c’è un parchetto.

Ho girato due scene sotto quegli alberi. Per farlo ho camminato su un tappeto di profilattici.

Ho camminato anche sopra i cadaveri sepolti dei pentiti al Parco delle Groane per girare una scena con un gruppo di tossici. Uno di loro me ne svelò la presenza, ignota anche alla polizia.

Dieci anni di lavoro nel fallimento e nel buio. Toni che prega di non lasciarlo uscire dall’ospedale e quando lo mandano via si sdraia su una panchina del parco e si fa l’overdose finale. Mauro che viene al mio matrimonio e due mesi dopo lo trovano impiccato con le vene tagliate. Angelo che perde un occhio per una bottigliata in discoteca. Maurizio che esce dal carcere, fa un figlio e torna in carcere. Tutti ragazzi mai arrivati a uomini, vite spruzzate su questi pilastri. Tutti in scena in “Conchiglie”, lo spettacolo che ho portato al Portaromana.

Il Portaromana. Venduto, distrutto, sostituito da box.

Questo edificio è stato battezzato un pugno nello stomaco della città.

Tutto intorno al mostro si ramifica il suo esoscheletro di tubi innocenti. Tre gru. Altissime. Immobili sotto la luce definitiva dell’alba.

Dall’altra parte della strada, un piccolo parco senza erba. Ruspe tra gli alberi. Residui di capanni, tettoie di eternit, pezzi di mobili. Frammenti di un’evacuazione recentissima.

Lo spazio si apre dopo le epurazioni e asciuga le muffe dei capanni divelti. Si apre anche dentro di me. Un nuovo spazio per ricostruire. Per riprovare.

Idee che escono dalla verità delle cose come semplicemente stanno.

La strada di casa

19 settembre 2016

Salgo sull’autobus sbagliato e capisco troppo tardi che devo fare tutta un’altra strada per portare il mio corpo a casa. Perché rispetto al corpo, la mente e il cuore sono per altri percorsi, nel testo che sto leggendo sul mio kindle. La vita è periferia quando entriamo in un sogno. Reparti di bassa manovalanza del mio cervello si occupano di farmi prendere il 24 per recuperare la situazione. Quando mi siedo finalmente la mia storia d’amore con le parole che leggo continua.

Adesso però c’è un respiro quasi rantolante. Ah sì, è il vecchio seduto con badante due sedili più in là sull’altro lato del tram. Dev’essere pesante sentirlo tutto il giorno e ancor più pesante sapere di imporlo agli altri. Poveri entrambi, insomma: vecchio e badante. Ma questo amore per le parole che leggo che si fa distrarre da un respiro di anziano? Ne vogliamo parlare? Fragile amore alla prova dei fatti.

Fermata. Entra una signora più vecchia del tipo del respiro. Cammina praticamente piegata ad angolo retto.

-Posso sedermi?

Incongruente ai miei occhi, dato che i posti liberi sono moltissimi. Ma lei vuole sedersi lì, di fronte al suo sconosciuto coetaneo. Forse invece è congruente: se mi metto piegato così faccio fatica anche io ad andare alla sedia successiva. Il punto forse non è l’eros ma la stanchezza, il dolore fisico. Non vuole quel sedile perché è di fronte a quel signore ma semplicemente perché è il primo sedile libero. Quanti anni sono che lavoro sui personaggi? Ecco, troppo pochi. Sviluppo ancora pensieri da spettatore. Banali reazionari e superficiali. E insegno. Hai capito i danni.

– Certo che può! – la badante soccorre con la voce la camminata traballante della signora, che per sedersi ci mette una vita. Una vita. Mentre il tram riparte, si scuote, frena, sterza. E lei sta ancora completando l’operazione culo su sedile. Un’impresa epica che ormai ha completamente sequestrato i miei occhi e il mio cuore.

– Ecco. – fa lei quando è seduta – Ormai sono lenta.

L’anziano che non credevo potesse parlare invece prende la parola biascicandola al di là del suo respiro materico:

– Ogni cosa a suo tempo.

La signora non sorride ma lo punta con gli occhi.

-Eh sì. Ma ogni cosa a suo tempo sono passate tutte.

La verità è nuda e mette a nudo chi la guarda. Il vecchio ormai è preso.

-Io quando guidavo ero sempre il primo. Sempre il primo. E da quando ho smesso di guidare sono andato indietro, indietro. E adesso mi metto in fondo, sono sempre l’ultimo.

La signora sblocca la situazione con un colpo geniale. Se fosse una scena i ragazzi che lavorano con me saprebbero che è un delta. Gli prende le mani. Accidenti sì, gli prende le mani! E gli fa:

-Bravo. Bravo, sai?

Ma porca miseria. Ma porca miseria veramente. Questi sono oltre. Totalmente oltre. Oltre le paure, oltre l’educazione, oltre le maniere, oltre il buon senso. Mi ritrovo sommerso in un’ondata di presente che faccio fatica a sostenere. E mani nelle mani di lei, lui accetta il passaggio al tu e dice:
– Guarda. Dai 20 ai 50 è tutto di corsa. E’ tutta velocità. Poi dai 60 cominciamo ad invecchiare e cadiamo giù, giù, giù… sempre più rapidamente.

Lei tace un secondo poi dice:

– Che belle mani calde che hai.

E poi devo scendere. Sulle mani calde devo scendere.

Non ho sbagliato autobus. Ho seguito un percorso anche se non lo sapevo. Ero a casa ascoltando quei due, molto più profondamente e veramente di quando lo sono stato col corpo. La casa mi ha raggiunto sul mio percorso deragliato dalla distrazione. La casa è il presente quando sei connesso.

C’è una soglia di vicinanza con la morte, una distanza minima che viene infranta dall’età per cui sappiamo a un certo punto di essere per forza vicini ai saluti, che ci toglie ogni altra paura, forse.

Quest’estate una mattina molto presto sono andato all’Esselunga. Non c’era quasi nessuno. Una ragazza davanti a me all’unica cassa aperta. Sì, sembrava pensierosa ma non avrei detto così triste. Mentre il cassiere le passava i prodotti al lettore lei cominciò a piangere. Prima poco, poi sempre di più. Un pianto lunghissimo, silenzioso e disperato. Una bella ragazza, un mattino d’estate. Faceva a pugni. Io la guardavo e non tolglievo lo sguardo nemmeno quando lei guardava me. Sapevo di dover dire o fare qualcosa. Ma non sapevo cosa. Non lo sapevo. Miliardi di considerazioni silenziose. Hai quasi 50 anni e lei può averne 25. Non fare quello che ci prova per l’amor del cielo. Se le offri un caffè sei un falco, se le metti una mano sulla spalla è un femminicidio. Ma non c’è una donna qua in giro? Una serie di pensieri perdenti che servivano solo a paralizzare la vita che voleva solo avvenire.

Il cassiere era un bravo ragazzo, molto dolce, e le disse: “A me non piace vedere i clienti che piangono. Vuoi un caffè? Se posso fare qualcosa… Io la mattina voglio vedere i clienti contenti, preferisco la gente che sorride”.

Ci ha provato, naturalmente è andata male. La ragazza sembrava infastidita tipo ti prego non ti ci mettere pure tu. Lo ascoltavo e pensavo: bravo che almeno dici qualcosa, ma ti senti mentre parli? E’ un disastro, stai parlando di te e di quello che ti piace vedere la mattina!

In che incapacità siderale mi trovo con me stesso….

Invece questi due anziani sono lì. Una donna prende le mani di un uomo sconosciuto fra le sue e lo accarezza con la voce mentre lui parla del suo declino: che belle mani calde che hai.

Lui non ha parlato di che cosa avviene tra i 50 e i 60, mi dico. Dai 20 ai 50 è tutta velocità. Dai 60 tutto declino. Allora, ne ho quasi 49. Sono nell’ultima scheggia di velocità. Poi un decennio di boh. Poi il declino.

Tutto mi è presente mentre il tram attraversa Milano. Tutto è in questo momento.

Grazie.

Tra me e me

7 settembre 2016

Puntini.

22 luglio 2016

 

Un’auto che viene in senso contrario mi avvisa di rallentare con gli abbaglianti. Sono le 18 e il sole è ancora alto e forte.

Il Naviglio scivola alla mia sinistra e dopo qualche decina di metri effettivamente ci fermiamo in coda. Sono a Badile, paese limitrofo di Milano Sud. Ci sono un po’ di cose che mi hanno dato fastidio in questi ultimi giorni. Su piani molto diversi. Non so perché alcune cose non le digerisco. Intendo anche di me.

Cose sparse su piani diversi. Però per esempio – ma è solo un esempio. Tutti quelli che hanno messo Je suis Charlie hanno letto dei bombardamenti francesi? Ai tempi ci avevo quasi litigato. Ma in realtà quello che non sopporto è il mio non sopportarli. Questa guerra che scorre comunque dentro di me, una guerra con la quale sono in guerra.

Faccio qualche metro, si va a senso alternato. Sarà un incidente. La strada è brutta, una corsia per senso di marcia e un sacco di gente con la voglia di superare. Non sopporto nemmeno questo di me: quella parte che ogni volta che vede partire i sorpassi spericolati maledice e augura il peggio. Ma il peggio si augura agli errori, non a chi li commette.

E difatti, eccomi qua. In prima fila.

La mia corsia viene fermata e tocca l’altra. L’incidente è davanti a me. Un’ambulanza in mezzo alla strada. Il muso schiacciato. Sul muso il sangue schizzato. Quattro macchine ferme evidentemente implicate nella cosa. A sinistra, sul guard rail che separa dal Naviglio, i resti di una moto imbiancata dal getto degli estintori. Di fianco un telo verde sul prato. Copre il cadavere. Sul guard rail altro sangue schizzato.

Rifaccio mentalmente la traiettoria. Sempre che sia andata come penso.

Quando uno va in moto è vestito. Ha il casco. Tutto quel sangue schizzato in un lampo sul muso dell’ambulanza e sul guard rail dalla parte opposta della carreggiata mi sono difficili da immaginare. Dev’essere passato solo qualche minuto dall’incidente. Spengo subito la radio, non so perché. Qualcuno forse non lo sa ancora ma la sua vita è appena cambiata per sempre.

Siamo pensieri onnipotenti in scatole craniche fragili, pure ipotesi incastrate in un corpo, in un’auto, su una strada. Da questo punto dello sguardo vedo me stesso laggiù, piccolissimo. Protesto contro quelli che dicono di chiamarsi Charlie perché secondo me non vedono a un palmo dal naso. Sono puntini anche loro, come me. Provvisori, evanescenti. Come me.

Possa il tuo viaggio continuare senza incidenti. Possa la strada esserti amica per sempre.

No Fly Zone – Qualche appunto sull’amore

29 giugno 2016

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Anche oggi una bomba ha fatto saltare un aeroporto. E’ un luogo appassionante per i terroristi. E in effetti hanno ragione: è il luogo delle partenze, delle speranze, dei progetti. Degli abbandoni, degli incontri casuali e fulminanti, dei ricongiungimenti. In pochi altri posti la vita avviene in tutta la sua pienezza come in un aeroporto.

E poi l’aeroporto è anche il tempio che celebra l’uomo che supera il proprio limite e riesce a volare. Come ripeto ai miei allievi, in latino peto significa chiedere per ottenere, ma la sua radice è greca – ptéron – e vuol dire ala. In questo modo dentro di noi è scritto il legame di sangue tra il desiderio e il volo. Se mi tagli le ali mi togli la capacità di desiderare, se mi spegni il desiderio mi togli la capacità di volare.

Chi può voler sottrarre tutto questo all’uomo? Qualcuno di molto cattivo, forse. Ma a me le storie con i cattivi non convincono mai, più che altro perché poi ci dovrebbero essere i buoni ed è soprattutto a quelli che non credo. Non mi inoltro in analisi di cui non sono all’altezza. Niente di politico storico religioso, quello preferisco studiarmelo attraverso gli articoli di persone che sono davvero sul pezzo.

Ma rimane che tra tutti i posti in cui si può far saltare una bomba, l’aeroporto è particolarmente gettonato. Non può non esserci un linguaggio in questo. L’inizio del viaggio è in aeroporto. La fine del viaggio è in aeroporto. Il fine del viaggio spesso è negli abbracci che avvengono numerosissimi in aeroporto. Ogni viaggio è metafora di tutta la vita e inizio e fine ne sono i cardini.

Far saltare in aria decine, centinaia di persone che partono, che arrivano, che incontrano, che compiono il percorso… è proprio di chi sta reagendo allo stesso torto. Se mi impedisci di vivere il mio viaggio farò lo stesso a te. E’ reattivo. A torto o a ragione è reattivo.

Mi si passi la battuta – che non è una battuta: il problema è che gli aerei volano troppo bassi. Non facciamo in tempo a cogliere, nel volo della nostra vita, l’entità della cosa. Non vediamo il pianeta inserito in un sistema solare, non vediamo il sistema solare inserito in una galassia, né la galassia inserita nell’equilibrio di tutte le altre. Eppure è di gran lunga questa la cosa più vera e che ci riguarda tutti. Uno scorcio un po’ più distante ci mostrerebbe nel nostro buffissimo camminare tutti a testa in giù. A quarant’anni sentiamo che gli anni volano, figuriamoci se potessimo assistere a 300 anni di storia guardando da Marte. Cosa vedremmo?

Vedremmo una moltitudine di esseri microscopici che stanno al mondo circa 20 minuti e che in quei 20 minuti credono di essere eterni. E proprio per questo non affrontano il volo. Non volano. Non desiderano cose veramente grandi perché sono troppo appesantiti dall’orizzonte murato che hanno di fronte. Basterebbe che alzassero gli occhi e sarebbero a contatto immediato con la loro vera situazione. Che è meravigliosa e intensissima. Ma non lo fanno.

Possiamo anche entrare nelle case e vedere quel che succede sempre più spesso in modo terrificante in questi giorni. Uomini che uccidono donne perché non reggono un no, un abbandono, una fine. Uomini e donne che erano con-volati a nozze o a convivenza. Forse non sappiamo accettare di non essere tutto e di non essere per sempre. Eppure è solo sapendo di non essere te che ti posso amare, solo sapendo di non essere laggiù che posso farci un viaggio, solo sapendo di non essere tutto che posso incontrare.

La cosa peggiore di tutta questa paura di morire è che ci impedisce di attraversare il viaggio, di volare la vita.

RAI FICTION e la Tenerezza

27 maggio 2016

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Al di là delle sacrosante ragioni del social-biasimo che si è abbattuto su RAI FICTION e sui suoi discutibili metodi per fare casting, l’occasione è molto propizia per alcune considerazioni di altro genere, cioè molto più limitatamente tecniche.

Una questione secondo me grave che si solleva con questo episodio è il principio di selezione degli attori. Sulla base di che cosa si fanno i casting in Italia?

Non è un problema se in una sceneggiatura c’è un personaggio disabile che ispira tenerezza. Le storie sono infinite e perché mai non dovrebbe esistere un personaggio così? Il problema non sta lì, sta nel come si sceglie un attore.

E’ giusto che il pubblico trovi tenero un micetto, o un bambino. Ma noi che raccontiamo storie dobbiamo sapere che in realtà non è il musetto in sé che ispira tenerezza o altro. E questo sembra un orizzonte semplicemente inesplorato dal cinema italiano e non ne parliamo dalla televisione.

A provocare le emozioni sono sempre le azioni. Anche quando sembra che non sia così.

Un micetto addormentato sul divano provoca tenerezza. Dove sta l’azione? Dentro di te che lo guardi. Guardi il suo musetto e ti vedi accarezzare, coccolare, baciare, strofinare. Non è quella voglia irresistibile di fargli queste cose che si muove nella tua pancia? Le azioni che ti immagini di compiere verso di lui. Come si chiama quando scriviamo le azioni che ci immaginiamo? Sceneggiatura. Senti il morbido sulla tua guancia quando strusci la sua testolina sul tuo viso. Senti il suo calore quando immergi le tue labbra fra le sue orecchie e lo baci. Insomma non è così difficile. Perché gli uomini si voltano quando passa una bella donna? Cosa immaginano? Non mi sembra così complicato. Azioni. Azioni. Azioni.

Ma dall’altra parte ci stanno altre azioni. Cioè: il musetto del micino mi fa tenerezza perché nella mia mente sorgono le azioni che gli vedo fare. Lo vedo ammazzare qualcuno? No. Lo vedo scivolare, inseguire, saltellare, ribaltarsi, azzuffarsi. Azioni. Quelle di me verso di lui e quelle di lui verso di me e verso il mondo.

Ora torniamo al nostro disabile che fa tenerezza.

Il personaggio disabile ci ispirerà quello che il suo corpo ci farà immaginare di fare a lui, con lui e per lui. E quello che il suo corpo ci farà immaginare che possa fare lui. Allora qui finalmente arrivo al punto: devo conoscere il personaggio per quello che è nella sua linea drammatica. Cosa vuole, di cosa ha bisogno, cosa fa per ottenerlo eccetera.

Se no cosa gli dirà il regista sul set?

Senti potresti fare l’occhio un pocolino più acciaccato? Un po’ di più? Ancora di più? Acciaccatino?

Che ci piaccia o no questo è il nostro cinema. Che ci piaccia o no questa è la nostra fiction. Dirigiamo gli attori come se fossimo il pubblico. Chiedendo agli attori l’effetto che desideriamo, non percorrendo con loro la strada profonda delle azioni che sorgono dai desideri e si modellano sugli ostacoli, che aderiscono alla vita e che quindi infine sì, toccano il pubblico nel cuore.

Che tristezza la prospettiva che un disabile, ma anche una bellissima donna, ma anche un formidabile performer di qualunque tipo, vengano diretti sul set chiedendo loro di sembrare in un certo modo, di farci sentire qualcosa o qualcos’altro. Che tristezza questo orizzonte di rinuncia a ogni livello di acting, di comprensione, di profondità e infine di bellezza.

Scorciatoie. Aggettivi. Trucchi. Peccato perché alla fine si vede. Peccato essere proprio noi il fanalino di coda, perché avremmo tutto per essere dei leader. Posso consigliare a chi non l’avesse visto, di guardare Io sono Mateusz, il film di Maciej Pieprzyca. Guardate la direzione dell’acting e l’acting stesso. Sono di livello stratosferico. La performance di Dawid Ogrodnik è da urlo. Sta nell’azione e nella presenza in ogni secondo senza mollare mai. Non è una questione solo di talento – che certo è necessario – ma anche e soprattutto di approccio.

Voglio essere corretto e dico che non ho la fortuna di conoscere Francesca Archibugi. Non so se davvero lei non sapesse di questa gaffe ma non è una cosa che mi riguardi. Magari lei con gli attori è bravissima e magari percorre strade del tutto diverse da quelle che ho imparato a percorrere io. Ma guarda caso certe cose succedono da noi. E’ tutta la logica che bisognerebbe cambiare. E se il circuito non cambia – e per ora non cambia – si può salutare il circuito. Scegliere una storia proporzionata ai propri mezzi. Scegliere compagni di viaggio veri per il tempo limitato di un viaggio. E girare come si può non derogando sulla recitazione e sulla verità delle storie. I festival italiani underground e quelli internazionali sono affamati di storie italiane che funzionino davvero. Quello che non si riesce a fare dall’alto, in Italia spesso si riesce a fare dal basso.

Possiamo lasciare RAI FICTION a tutte le sue forme di tenerezza e di audience. E molto poveramente, cominciare a fare cinema.

 

 

Ricki and the Flash – Jonathan Demme

27 dicembre 2015

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Con l’occhio del giudizio l’ultimo film di Jonathan Demme è troppo lungo. Con l’occhio dell’amore è troppo breve. Nei fatti, Ricki and the Flash dura quello che dura e somiglia molto alla vita: ci sono secondi interminabili e anni che volano.

Non è Il Silenzio degli Innocenti. Questo è un tempo narrativo molto lontano da allora. Là c’era la voglia di far emergere il profondo attraverso le azioni, i fatti, gli eventi che muovevano il plot. Qui c’è voglia di so-stare. Di stare con i personaggi. Di rimanere ancora un po’, poi altri cinque minuti, poi altri cinque…. con la sottile angoscia del bambino che non vuole che sia spenta la luce, o con la consapevolezza di un adulto che sa che il tempo è alla fine.

Quindi la camera sosta. In formato panoramico e quasi sempre in interno. E questo rende le umanità dei personaggi davvero enormi. Hanno uno spirito dentro e attorno a sé. Naturalmente questo non basta. Perché questa apparente semplicità di shooting abbia senso ci vuole altro. Demme lascia spazio intorno ai personaggi perché sa di avere a disposizione degli squali. Perciò prima di buttarci a fare come lui ricordiamoci che noi facciamo cinema italiano. Abbiamo sceneggiature italiane, registi italiani e attori e attrici… scelti all’italiana. Cerchiamo almeno di farli brevi.

Di cosa parla Ricki and the Flash? Parla della lotta per non lasciarci. Della disperata volontà di restare qui, di restare insieme, di sopravvivere al tempo che ci strappa a volte di colpo e senza ragione gli uni dagli altri, a volte in un interminabile latrato silenzioso fatto di giorno per giorno per anni. Parla delle unghie che piantiamo nella carne dell’altro per trattenerlo, del cuscino dei giorni che si spiuma nelle nostre mani.

Cantare serve a incantare. Incantare il tempo e noi stessi, svegliarci e renderci presenti. Essere qui. Se non possiamo fermare il tempo possiamo tenere il ritmo. Ma quello di cui avremmo davvero bisogno è uscire dal tempo, da ogni confine, da ogni ruolo, da ogni partito preso, da ogni ricchezza. I personaggi di questo film respirano morbida aria condizionata ma anelano a una boccata d’amore incondizionato.

Demme scuce e ricuce continuamente le loro traiettorie. Da una parte c’è la storia che ci divide. La storia di ognuno di noi che è vista sempre da noi. Il passato, le responsabilità, i malintesi, le scelte. A volte le ragioni non dette delle scelte. A volte le ragioni fraintese. Ma sulla musica, cioè sul nostro bisogno di amore, siamo tutti d’accordo e chi tocca questo tema con sarcasmo ne ha più bisogno degli altri. Quindi dopo un round c’è una canzone e questo è il moto perpetuo del film. Le canzoni non hanno tempo perché la musica è musica, mentre Ricki sì, è vecchia e lo dice.

Da brava commedia che si rispetti, sembra andare a finire bene. In realtà come sempre Jonathan Demme è più sottile di così. Va semplicemente a finire che tutti si uniscono all’ultima canzone. Ma le differenze restano differenze. Le solitudini solitudini. Il dolore dolore. La vita che è andata rimane la vita che è andata.

Ricki and the Flash è un film contemporaneo e antichissimo. E’ la mamma che ci racconta, la nostra voglia di carezze, la paura del buio che viene, la vita presa per il rotto della cuffia, il segno profondo del giudizio che sentiamo su di noi eppure il bisogno che abbiamo della presenza di chi l’ha espresso. E viceversa, ovviamente.

Questo film è un fiume di gratitudine e di intelligenza che rischia di apparire niente di che proprio per la sua capacità di essere semplicissimo. Meryl Streep è gigantesca come al solito e mentre canta agisce il tema profondo del film: lotta per rimanere ancora un po’. Come una specie di Sherazade, l’età non c’entra: mentre fai musica, hai tutta la vita davanti.

That is the question.

20 novembre 2015

Quasi tutto quello che trovi è conseguente al modo in cui cerchi. E quasi sempre cerchi quando sai di non aver trovato, quando sai che ti manca qualcosa. Poi ci sono volte in cui non cerchi perché pensi che vada bene così. Insomma quando tutto è chiaro non ci sono molte domande da farsi.

Quando leggiamo una scena, ogni scena di qualunque sceneggiatura, è così. Le parole sono lì e sono stampate così chiare, così ferme, che non ci sono molti dubbi su quello che succede. Se lei chiede un bicchier d’acqua chiede un bicchier d’acqua, no? Non è che ci sia questa teologia da fare in merito.

Sembra del tutto inutile chiedersi cose tipo quando aveva bevuto l’ultima volta. Che per esempio se fossero 7 ore fa potrebbe davvero aver sete. Ma se fossero 10 minuti fa  sarebbe strano. Magari è malata. O magari l’acqua non è quello che vuole. Magari le interessa la persona a cui lo chiede e non sa come fare ad attaccare bottone. Magari vuole scappare da un discorso. Quante storie ci stanno dietro lei che chiede un bicchier d’acqua?

Da che cosa nasce il nostro tirar dritto davanti alle scene? Perché si tende a pensare di aver capito le cose come stanno già dalla prima lettura? Di fatto autorizziamo la nostra mente a organizzare la storia ma non autorizziamo la storia a interrogare la nostra mente – e il nostro cuore e la nostra pancia.

Va da sé che interrogarsi e cercare significa aver accettato di non avere una risposta. Quando ti manca poco ad incontrare gli attori fa paura. Quando devi presentare un progetto, o parlare a qualcuno della tua idea, o cercare un finanziamento… è un disastro avere dei dubbi. Perché nonostante tutto è ancora vincente l’idea che una regia sia opera di qualcuno che ha qualcosa da dire e non opera di qualcuno che sta cercando e quindi è ovvio che non sappia ancora.

Una scena è la condivisione di un messaggio che il regista e gli attori danno al pubblico o è la condivisione di una ricerca aperta, che respira, che trema, che cresce e che rischia la vita a ogni battuta? Perché la vita è il prezzo della verità, che si tratti della vita che anima una scena o dell’esistenza delle persone.

Il meccanismo che blocca le domande è la paura.

Di non andar bene, di non avere idee geniali, di non poter accedere al circuito, di non sembrare sicuri di sé, di non dare la sensazione di padronanza della storia e della materia. La paura è paura degli occhi degli altri, che sono davvero gli unici dei che veneriamo con tutte le nostre forze. Essere pronti a piacere, essere giusti. Quindi forse aveva ragione Francesca, quando ancora a 8 anni mi diceva: “Meglio pecora nera che pecora trasparente”.

La paura è un programma etico ed estetico. Ci spinge a leggere le sceneggiature in modo reazionario. Perché ciò che è reazionario trova base sicura nella moltitudine. Ciò che è reazionario è anche banale e la banalità è una delle chiavi del successo numerico.

Perché noi temiamo ciò che è estremo e ciò che è estremista.

Oggi temiamo e tremiamo. Su ogni metropolitana, su ogni aereo, in ogni bar del centro. In ogni città. E quello che sentiamo sono letture nette, senza domande. Come quando noi leggiamo male una scena e la riduciamo alla forma più canonica che riusciamo a immaginare. Senza domande. Con i buoni e i cattivi.  Senza chiederci nulla del perché lei voglia un bicchier d’acqua.

Ho sposato un medico e sono invecchiato nella convinzione di fare un lavoro assolutamente inutile. Mi dispiace dirlo ma è quello che sento ancora oggi nel profondo. Eppure oggi mi dico che se noi, nel piccolo delle nostre scuole, nella semplicità delle lezioni a ordine del giorno nelle quali siamo a tu per tu con un ragazzo o una ragazza che vogliono diventare registi, riusciamo a diventare delle trivelle senza pietà….  Se riusciamo a diventare dei trapani, se non ci accontentiamo di nessuna battuta, se ci facciamo domande che aprono mondi anziché darci risposte che confezionano prodotti, se esploriamo i problemi prima di risolverli…. forse il nostro lavoro può servire.

La pace oggi passa più dall’esplorazione che dal problem solving. Senza accettare di non sapere non si può entrare in nessun testo e in nessuna testa.

A differenza del rapporto con le nostre certezze, quello con la verità è mutante e prismatico. Girare, mettere in scena, è dare testimonianza di questa ricerca di contatto e una ricerca prosegue finché non c’è risposta. Va da sé – quindi – che finché c’è spettacolo non ci sia risposta. Credo sia così anche per la nostra storia di questi giorni, così uguale a quella di molti altri giorni per popoli davvero poco lontani da noi.

Per gli uni e per gli altri

15 novembre 2015

 

Per noi che siamo noi e per gli altri che sono gli altri.

Per noi che siamo gli altri e per gli altri che sono noi.

Per la nostra certezza di avere ragione. Per la loro certezza di avere ragione.

Per la perdita di ogni certezza e di ogni ragione.

Per i valori della nostra civiltà. Per i valori della loro civiltà.

Per la perdita di ogni valore e di ogni civiltà.

Per chi è stato ucciso in Francia e per chi è stato ucciso in Siria.

Per chi ha ucciso in Francia e per chi ha ucciso in Siria.

Per chi crede che sia una guerra di religione e per chi crede che il petrolio invece.

Per i buoni che sono buoni e per i cattivi che sono cattivi.

Per chi non vede né buoni né cattivi.

Per chi è fanatico e per chi crede. Per chi non fa la differenza.

Per quelli che la rabbia e l’orgoglio. Per quelli che il dolore e il silenzio.

Per quelli che sono Charlie e per quelli che hanno mantenuto il proprio nome.

Per quelli che chiudono il male fuori dalle frontiere e per il male che gli resta chiuso dentro.

Per tutte le volte che ci hanno colpiti perché abbiamo cominciato noi.

Per tutte le volte che li abbiamo colpiti perché hanno cominciato loro.

Per quelli che è una lotta tra civiltà. Per quelli che siamo uguali.

Per quelli che sono vivi adesso, in Francia in Siria e ovunque nel mondo.

Per il potere che abbiamo di scrivere questa pagina.

Quella che ci tocca ora.

Possa essere scritta da tutti.

Per gli uni e per gli altri.