Ricki and the Flash – Jonathan Demme

27 dicembre 2015

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Con l’occhio del giudizio l’ultimo film di Jonathan Demme è troppo lungo. Con l’occhio dell’amore è troppo breve. Nei fatti, Ricki and the Flash dura quello che dura e somiglia molto alla vita: ci sono secondi interminabili e anni che volano.

Non è Il Silenzio degli Innocenti. Questo è un tempo narrativo molto lontano da allora. Là c’era la voglia di far emergere il profondo attraverso le azioni, i fatti, gli eventi che muovevano il plot. Qui c’è voglia di so-stare. Di stare con i personaggi. Di rimanere ancora un po’, poi altri cinque minuti, poi altri cinque…. con la sottile angoscia del bambino che non vuole che sia spenta la luce, o con la consapevolezza di un adulto che sa che il tempo è alla fine.

Quindi la camera sosta. In formato panoramico e quasi sempre in interno. E questo rende le umanità dei personaggi davvero enormi. Hanno uno spirito dentro e attorno a sé. Naturalmente questo non basta. Perché questa apparente semplicità di shooting abbia senso ci vuole altro. Demme lascia spazio intorno ai personaggi perché sa di avere a disposizione degli squali. Perciò prima di buttarci a fare come lui ricordiamoci che noi facciamo cinema italiano. Abbiamo sceneggiature italiane, registi italiani e attori e attrici… scelti all’italiana. Cerchiamo almeno di farli brevi.

Di cosa parla Ricki and the Flash? Parla della lotta per non lasciarci. Della disperata volontà di restare qui, di restare insieme, di sopravvivere al tempo che ci strappa a volte di colpo e senza ragione gli uni dagli altri, a volte in un interminabile latrato silenzioso fatto di giorno per giorno per anni. Parla delle unghie che piantiamo nella carne dell’altro per trattenerlo, del cuscino dei giorni che si spiuma nelle nostre mani.

Cantare serve a incantare. Incantare il tempo e noi stessi, svegliarci e renderci presenti. Essere qui. Se non possiamo fermare il tempo possiamo tenere il ritmo. Ma quello di cui avremmo davvero bisogno è uscire dal tempo, da ogni confine, da ogni ruolo, da ogni partito preso, da ogni ricchezza. I personaggi di questo film respirano morbida aria condizionata ma anelano a una boccata d’amore incondizionato.

Demme scuce e ricuce continuamente le loro traiettorie. Da una parte c’è la storia che ci divide. La storia di ognuno di noi che è vista sempre da noi. Il passato, le responsabilità, i malintesi, le scelte. A volte le ragioni non dette delle scelte. A volte le ragioni fraintese. Ma sulla musica, cioè sul nostro bisogno di amore, siamo tutti d’accordo e chi tocca questo tema con sarcasmo ne ha più bisogno degli altri. Quindi dopo un round c’è una canzone e questo è il moto perpetuo del film. Le canzoni non hanno tempo perché la musica è musica, mentre Ricki sì, è vecchia e lo dice.

Da brava commedia che si rispetti, sembra andare a finire bene. In realtà come sempre Jonathan Demme è più sottile di così. Va semplicemente a finire che tutti si uniscono all’ultima canzone. Ma le differenze restano differenze. Le solitudini solitudini. Il dolore dolore. La vita che è andata rimane la vita che è andata.

Ricki and the Flash è un film contemporaneo e antichissimo. E’ la mamma che ci racconta, la nostra voglia di carezze, la paura del buio che viene, la vita presa per il rotto della cuffia, il segno profondo del giudizio che sentiamo su di noi eppure il bisogno che abbiamo della presenza di chi l’ha espresso. E viceversa, ovviamente.

Questo film è un fiume di gratitudine e di intelligenza che rischia di apparire niente di che proprio per la sua capacità di essere semplicissimo. Meryl Streep è gigantesca come al solito e mentre canta agisce il tema profondo del film: lotta per rimanere ancora un po’. Come una specie di Sherazade, l’età non c’entra: mentre fai musica, hai tutta la vita davanti.

That is the question.

20 novembre 2015

Quasi tutto quello che trovi è conseguente al modo in cui cerchi. E quasi sempre cerchi quando sai di non aver trovato, quando sai che ti manca qualcosa. Poi ci sono volte in cui non cerchi perché pensi che vada bene così. Insomma quando tutto è chiaro non ci sono molte domande da farsi.

Quando leggiamo una scena, ogni scena di qualunque sceneggiatura, è così. Le parole sono lì e sono stampate così chiare, così ferme, che non ci sono molti dubbi su quello che succede. Se lei chiede un bicchier d’acqua chiede un bicchier d’acqua, no? Non è che ci sia questa teologia da fare in merito.

Sembra del tutto inutile chiedersi cose tipo quando aveva bevuto l’ultima volta. Che per esempio se fossero 7 ore fa potrebbe davvero aver sete. Ma se fossero 10 minuti fa  sarebbe strano. Magari è malata. O magari l’acqua non è quello che vuole. Magari le interessa la persona a cui lo chiede e non sa come fare ad attaccare bottone. Magari vuole scappare da un discorso. Quante storie ci stanno dietro lei che chiede un bicchier d’acqua?

Da che cosa nasce il nostro tirar dritto davanti alle scene? Perché si tende a pensare di aver capito le cose come stanno già dalla prima lettura? Di fatto autorizziamo la nostra mente a organizzare la storia ma non autorizziamo la storia a interrogare la nostra mente – e il nostro cuore e la nostra pancia.

Va da sé che interrogarsi e cercare significa aver accettato di non avere una risposta. Quando ti manca poco ad incontrare gli attori fa paura. Quando devi presentare un progetto, o parlare a qualcuno della tua idea, o cercare un finanziamento… è un disastro avere dei dubbi. Perché nonostante tutto è ancora vincente l’idea che una regia sia opera di qualcuno che ha qualcosa da dire e non opera di qualcuno che sta cercando e quindi è ovvio che non sappia ancora.

Una scena è la condivisione di un messaggio che il regista e gli attori danno al pubblico o è la condivisione di una ricerca aperta, che respira, che trema, che cresce e che rischia la vita a ogni battuta? Perché la vita è il prezzo della verità, che si tratti della vita che anima una scena o dell’esistenza delle persone.

Il meccanismo che blocca le domande è la paura.

Di non andar bene, di non avere idee geniali, di non poter accedere al circuito, di non sembrare sicuri di sé, di non dare la sensazione di padronanza della storia e della materia. La paura è paura degli occhi degli altri, che sono davvero gli unici dei che veneriamo con tutte le nostre forze. Essere pronti a piacere, essere giusti. Quindi forse aveva ragione Francesca, quando ancora a 8 anni mi diceva: “Meglio pecora nera che pecora trasparente”.

La paura è un programma etico ed estetico. Ci spinge a leggere le sceneggiature in modo reazionario. Perché ciò che è reazionario trova base sicura nella moltitudine. Ciò che è reazionario è anche banale e la banalità è una delle chiavi del successo numerico.

Perché noi temiamo ciò che è estremo e ciò che è estremista.

Oggi temiamo e tremiamo. Su ogni metropolitana, su ogni aereo, in ogni bar del centro. In ogni città. E quello che sentiamo sono letture nette, senza domande. Come quando noi leggiamo male una scena e la riduciamo alla forma più canonica che riusciamo a immaginare. Senza domande. Con i buoni e i cattivi.  Senza chiederci nulla del perché lei voglia un bicchier d’acqua.

Ho sposato un medico e sono invecchiato nella convinzione di fare un lavoro assolutamente inutile. Mi dispiace dirlo ma è quello che sento ancora oggi nel profondo. Eppure oggi mi dico che se noi, nel piccolo delle nostre scuole, nella semplicità delle lezioni a ordine del giorno nelle quali siamo a tu per tu con un ragazzo o una ragazza che vogliono diventare registi, riusciamo a diventare delle trivelle senza pietà….  Se riusciamo a diventare dei trapani, se non ci accontentiamo di nessuna battuta, se ci facciamo domande che aprono mondi anziché darci risposte che confezionano prodotti, se esploriamo i problemi prima di risolverli…. forse il nostro lavoro può servire.

La pace oggi passa più dall’esplorazione che dal problem solving. Senza accettare di non sapere non si può entrare in nessun testo e in nessuna testa.

A differenza del rapporto con le nostre certezze, quello con la verità è mutante e prismatico. Girare, mettere in scena, è dare testimonianza di questa ricerca di contatto e una ricerca prosegue finché non c’è risposta. Va da sé – quindi – che finché c’è spettacolo non ci sia risposta. Credo sia così anche per la nostra storia di questi giorni, così uguale a quella di molti altri giorni per popoli davvero poco lontani da noi.

Per gli uni e per gli altri

15 novembre 2015

 

Per noi che siamo noi e per gli altri che sono gli altri.

Per noi che siamo gli altri e per gli altri che sono noi.

Per la nostra certezza di avere ragione. Per la loro certezza di avere ragione.

Per la perdita di ogni certezza e di ogni ragione.

Per i valori della nostra civiltà. Per i valori della loro civiltà.

Per la perdita di ogni valore e di ogni civiltà.

Per chi è stato ucciso in Francia e per chi è stato ucciso in Siria.

Per chi ha ucciso in Francia e per chi ha ucciso in Siria.

Per chi crede che sia una guerra di religione e per chi crede che il petrolio invece.

Per i buoni che sono buoni e per i cattivi che sono cattivi.

Per chi non vede né buoni né cattivi.

Per chi è fanatico e per chi crede. Per chi non fa la differenza.

Per quelli che la rabbia e l’orgoglio. Per quelli che il dolore e il silenzio.

Per quelli che sono Charlie e per quelli che hanno mantenuto il proprio nome.

Per quelli che chiudono il male fuori dalle frontiere e per il male che gli resta chiuso dentro.

Per tutte le volte che ci hanno colpiti perché abbiamo cominciato noi.

Per tutte le volte che li abbiamo colpiti perché hanno cominciato loro.

Per quelli che è una lotta tra civiltà. Per quelli che siamo uguali.

Per quelli che sono vivi adesso, in Francia in Siria e ovunque nel mondo.

Per il potere che abbiamo di scrivere questa pagina.

Quella che ci tocca ora.

Possa essere scritta da tutti.

Per gli uni e per gli altri.

Il batuffolo sulla spiaggia. (Senza foto)

5 settembre 2015

Rotola sulla battuta dell’onda su e giù, tra l’acqua e la sabbia, proprio dove nei film d’amore arrivano le bottiglie con i messaggi. E forse è proprio quello che è: una bottiglia con un messaggio. Il problema adesso è aprirla e leggerlo e capire la lingua in cui è scritto, dato che un messaggio di solito viene mandato per essere inteso.

Francamente, cosa capisco di questo bambino non lo so. Mi sembra piuttosto che sia lui a farmi capire qualcosa di me. Non lo sapevo che stavano morendo dei bambini? Tutta l’Europa è attonita davanti a questa foto e dato che tutta l’Europa sa benissimo come stanno le cose a me viene da chiedermi che cos’abbia di speciale questa foto.

Questa, come quella della bambina che chiude gli occhi alla bambola – falsa – come quella del cormorano nella Guerra del Golfo – falsa. Stavolta no, pare proprio essere vera ma non è questo il motivo per cui funziona così tanto.

Quel corpo riverso con la faccia nascosta e il sederino all’insù è… un batuffolo. Muoiono migliaia di bambini in quest’odissea, ma solo lui è così batuffolo. Giusto per prendere atto: impazzisco per i batuffoli. Impazzisco per tutto ciò che è innocente nel senso etimologico del termine: in – nocente. Che non può nuocere. Amo incondizionatamente tutti quelli – animali e umani – che non sono in grado di farmi del male.

Non voglio offendere nessuno ed è solo una sensazione personale, ma a me sembra che l’ondata reattiva a questa foto sia nient’altro che quella efferata degli animalisti contro chi maltratta gli animali. Dietro a questa emotività risiede – occulto e potente –  un ego senza fine. Che non ha niente a che vedere con la verità di quel che accade e nemmeno con il sacrosanto amore per gli animali (che davvero hanno da insegnarci) ma solo con la mia esigenza di separare buoni e cattivi e di iscrivere il mio nome tra i buoni. Operando così proprio quel taglio e alzando proprio quel muro di cui vado lamentandomi.

Nelle parole che si leggono in rete riguardo al batuffolo sulla spiaggia, così come in quelle per tutti i batuffoli di pelo che popolano il regno di Facebook, si legge un rancore efferato, si legge di tutto ma è quasi sempre un tutto pieno di rabbia. Si legge spesso di Dio, che se esiste è tutt’altro che buono e misericordioso, dato che permette quest’orrore.

Ora se Dio esista o meno io non lo so. Ma se le cose hanno una logica, Dio è quel bambino. Le parole hanno un senso: se c’è un Cristo è nei poveri cristi. Non nei potenti. Non nei vincitori. Che sono i vincitori di questo mondo. Se esiste, quel bambino non mi dice che cosa fa Dio all’uomo, ma eventualmente che cosa fa l’uomo a Dio. E in ogni caso – questo con certezza – che cosa fa l’uomo a se stesso.

Non so se Dio permetta quest’orrore, so che lo permette certamente l’uomo. C’è del genio in quest’umanità che nega Dio e gli dà le colpe delle proprie efferatezze.

E sempre che un dio dell’amore esista, l’amore obbligatorio e costretto non sarebbe amore perché non sarebbe libero. Non accadrebbe quest’orrore ma sarebbe orribile ogni cosa che accade.

Mi pare che l’opinione pubblica sia di fronte a un paradosso: non tollera gli immigrati, li vuole respingere in mare, li teme e li battezza terroristi. E adesso – potenza del batuffolo – piange un loro figlio. Probabilmente ne accusa i genitori per averlo condotto in un viaggio così pericoloso. Non conoscendo evidentemente la condizione di partenza di quella famiglia e di tutte le famiglie che attraversano il mare, data la quale il viaggio era quasi certamente la miglior ipotesi possibile di salvezza anche per quel bambino.

Mi piace una cosa, di questa foto. Che – almeno da quella che ho visto io – non si vede la faccia. Mi sembra perfetto. Non c’è razza. Non c’è identità. Batuffolo è tutti i bambini come lui. Non c’è un volto perché ha il volto di tutti.

Ti sia lieve il viaggio. E lo sia anche ai tuoi genitori.

Il sottile razzismo dell’antirazzismo

20 luglio 2015

Di solito i commenti a favore dell’accoglienza degli immigrati sono quelli con i congiuntivi più a posto. Le argomentazioni più lucide, i distinguo più millimetrici e le battute più affilate. C’è anche più consapevolezza storica in effetti. Ci sono brani che sembrano parlare degli immigrati e invece si scopre in fondo che parlano di noi, degli italiani che arrivavano in America.

Dall’altra parte dello schieramento prevalgono discorsi di soldi, di lavoro, di spazi, di tradizione, di famiglie. E poi di pericolo, di sospetto, di malattie, di difesa della propria terra.

Il conflitto in alcuni luoghi della rete è sanguinoso. Per quanto solo verbale è carico di una violenza che sta montando in modo proporzionale al numero degli sbarchi. Tra le due parti, abito in quella dei congiuntivi.

Ma mi occupo di storie e il mio passatempo preferito è trovare le ragioni delle parti che mi sembrano senza ragione. Qui mi sorprendo a trovarle con facilità. L’uomo che con spiccato accento regionale fa l’elenco degli anni in cui ha versato i contributi, gli è stata più volte spostata l’età della pensione, ha visto gente che per tre minuti di legislatura ha vitalizi da nababbo e ora si vede distrarre milioni di euro dagli ultimi arrivati di cui non sa niente non ha soltanto torti.

Bisogna avere il coraggio di riconoscere una dignità al suo rancore.  E’ il lavoro di tutta una vita e adesso – sul finire – una realtà che gli sfugge, che non aveva previsto, che nessuno riesce a spiegargli senza demagogia e senza tendenziosità, gli sembra che arrivi all’improvviso a portargli via quel che gli spetta.

La storia non è un granché, vista da lui. Nessuno di noi è felice quando sente che gli viene sottratto il dovuto.

Dall’altra parte – la mia – quest’uomo viene spesso sarcasticamente apostrofato. Si commentano la sua cultura, la sua appartenenza politica, lo si irride con facilità perché non ha i mezzi per un confronto con i congiuntivi.

Provo a uscire dagli schieramenti, non nel senso del sorvolarli perché non ne ho la cultura sufficiente, ma nel senso di non appoggiarmici. E quel che vedo è che a nessuno dei due sono state dette le cose come probabilmente sono.

Questa immigrazione di massa è vero, è un’invasione. Come quelle barbariche e come tante altre. Le invasioni non chiedono permesso, quindi fanno vittime. E’ vero, non ha torto quel signore arrabbiato. Distruggono, sovrappongono altre culture senza un percorso guidato di integrazione, non c’è nessun percorso quando scappi dalla fame e dalle bombe. Portano via spazi che – è vero – erano stati costruiti con cura e col tempo, con la vita di persone che sono i nostri avi e non certo i loro.

Tutto questo sta davvero accadendo ed è semplicemente stupido negarlo.

E nemmeno sappiamo se queste persone siano tutte brave persone, come si chiedeva un altro pittoresco soggetto dello schieramento “razzista”. Anzi, direi che per la legge dei grandi numeri potremmo escluderlo con buona probabilità.

Semplicemente queste invasioni sono inevitabili, sono epocali e cambieranno la storia del nostro paese e del nostro continente. Stanno cambiando la storia del mondo. Come uno tsunami. Come un meteorite gigante che impatta sulla terra.

Di fronte a un terremoto dell’ottavo grado che dibattito vogliamo fare? Ci sono cose di cui possiamo solo prendere atto. Le nostre opinioni sono del tutto ridicole, quali che siano. In che senso uno tsunami “è giusto” o “ingiusto”?

Tanto lontani dal punto i “razzisti” quanto gli “antirazzisti”.

La fatica di quest’accoglienza dolente è reale, inutile irridere o insultare quelli che vorrebbero “fare piazza pulita”. In alcuni punti dell’Italia la situazione si sta facendo massacrante.

Ora il punto mi sembra che sia questo: stiamo perdendo energie in un conflitto interno di pareri che è del tutto vano e mal riposto. Non si discute se cacciare i siriani o meno. Questo tema non è davvero in discussione e Salvini, per esempio, non può non saperlo. Non si rimanda indietro nessuno se quelli che arrivano sono migliaia e migliaia.

Ma questo sottile razzismo degli antirazzisti è letale. Basta con l’atteggiamento sprezzante verso chi vorrebbe rimpatriare i siriani: non porta da nessuna parte. Il punto non è dare lezioni di storia, di civiltà, di educazione: il punto è spiegare che giusto o sbagliato che sia gli immigrati di qui non se ne andranno e che per alcuni anni continueranno ad aumentare. Si tratta di capire come organizzare la situazione, non di scegliere una situazione diversa. Questa è una libertà che non abbiamo.

Ma gli uni e gli altri mi sembrano più presi a cercare di aver ragione che intenti ad aiutare la storia. Quelli sono gli operatori, i volontari, le mani tese davvero ad accogliere l’enormità umana che arriva. E in effetti quelli parlano poco. Fanno la storia.

Silvano Fausti SI – Il padre muore

25 giugno 2015

Ogni parola è inutile.

Grazie Silvano per il capolavoro di tutta una vita. Per il regalo dissennato e indiscriminato di tutta una vita. Per la luce che hai lasciato passare attraverso di te e che in questo momento è addirittura abbagliante.

Questo frammento che ho avuto la fortuna di girare con te è per chi non ti ha conosciuto, o anche solo per chi ha desiderio di rivedere il tuo sorriso.

E’ a disposizione qui, per chi volesse, con breve spiegazione sottostante.

Due parole su Mia Madre, di Nanni Moretti

2 giugno 2015

http://it.opinionspost.com/mia-madre-labbandono-secondo-nanni-moretti/

Centottanta secondi – Il Diavolo veste Prada, II parte

21 maggio 2015

http://it.opinionspost.com/centottanta-secondi-il-diavolo-veste-prada-ii-parte/

Centottanta secondi – Il Diavolo veste Prada

21 maggio 2015

http://it.opinionspost.com/centottanta-secondi-il-diavolo-veste-prada/

Roberto Barbierato – Appunti sul Paradiso

17 maggio 2015

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Credo che dentro ciascuno di noi abiti almeno un milite ignoto. Ignoto agli altri ma quasi sempre anche a noi. Combatte le battaglie più dure ma lo fa sempre nell’ombra, senza ricevere aiuti strategici né umanitari, né dagli altri né da noi stessi. Solo come un cane si danna l’anima per difendere le posizioni di un Governo Centrale che è la nostra vita come vogliamo che sia, che a lui deve sembrare una sorta di miraggio lontano.

Chissà perché non viene fuori, questo milite ignoto. Chissà perché non possiamo parlare delle nostre battaglie più intime e severe, di quello che ci lascia svegli la notte e che ci fa paura. Della nostra paura della paura, che in termini tecnici si chiama panico. Qualcosa che ruota attorno al giudizio e a tutta la matrice nefasta da cui proviene, che è poi quasi tutto quel che ci circonda. Nell’esercizio del giudizio più spietato la Chiesa Cattolica e la Pubblicità gareggiano per primeggiare. La Pubblicità si occupa di dirci che non andiamo bene per questo mondo, la Chiesa Cattolica per quello dopo. Il programma brilla per completezza.

Con te ho fatto solo un cortometraggio, Roberto. Moltissimi anni fa, era la mia prima esperienza di lavoro con i tossicodipendenti, che sarebbero poi diventati “la mia casa” per circa dieci anni. Era la storia riscritta di Caino e Abele e  in camera c’eri tu. La domanda che reggeva il film era cos’hanno di sbagliato quelli che nascono sbagliati?

Ricordo che una cosa che dicevi spesso in quel periodo era che una vita senza amici è come una vita in bianco e nero.

Allora non lo capivo ma in questa tua frase c’era il ribaltamento preciso di tutto l’Esistenzialismo che avevo tanto amato. Con il sorriso di chi non ha alcuna pretesa e parla solo per sé stavi dicendo che non era vero che “L’Inferno sono gli altri”.

Il Paradiso sono gli altri. La famiglia, gli amici, il set. Stavi dicendo questo con le parole e soprattutto con i modi.

Chi ha girato anche solo un cortometraggio sa perfettamente che quel che succede sul set è qualcosa di unico, sia che le cose vadano bene sia che vadano male. E’ unico anche rispetto al teatro. L’adrenalina si distribuisce in modo diverso, l’esperienza di controllo di una “filata” non c’è mai. E’ il regno della fiducia e della speranza oppure della paura totale. Giri ma non sai come sta venendo. Condividi le sensazioni, fai delle ipotesi, poi magari vedi le scene ma ancora il film non c’è e sai che la verità ti aspetta silenziosa in uno studio di montaggio.

Per questo anche se si è girato insieme una volta sola ci si ricorda per sempre. E’ una sorta di immensa famiglia allargata in cui gli amici sono i colori, come dicevi tu. Per questa intimità che nessun tempo può cancellare, sento di mandare un abbraccio al milite ignoto dentro di te che l’altra sera ha preso il comando e ha scelto di morire. Sono sincero, Roberto: ho un conto in sospeso con lui. Ma so che i personaggi compiono sempre la miglior azione possibile rispetto a quello che vedono, che sentono e che possono. E i personaggi sono come noi, altrimenti non funzionerebbero.

Questo milite ignoto voleva per te qualcosa di bellissimo, che fosse la pace, il silenzio, la luce, il riposo, il conforto o altro ancora che non so. La via che ha scelto non è piaciuta a nessuno e forse nemmeno a te. Lo prendo come un insegnamento: bisogna guardare anche oltre l’inquadratura, anche oltre quello che l’operatore ci fa vedere. Forse quando mi parlavi degli amici stavi facendo una muta richiesta che non ho riconosciuto. Ma adesso, molti anni dopo, credo di aver capito anche grazie a te.

Il Paradiso sono gli altri.

Ciao, Roberto.