Claudio Abbado.

29 gennaio 2014

Grazie di tutto, Maestro. Un piccolo saluto, qui.

American Beauty – Continuando a parlare d’amore…

5 gennaio 2014

 

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Qualche parola ancora, su questo fraseggio di Mendes. Grazie a chi cammina con me.

“Jane e Angela sono arrivate a casa e questo costringe Lester e Ricky a ricomporsi in fretta. Anche questa è una scena di facile equivoco per Frank. Ma è preziosa, perché ci racconta un altro aspetto del nostro modo di amare. Quando abbiamo dei dubbi raccogliamo indizi. E ogni cosa che vediamo è una conferma della nostra teoria. Tutto è un indizio e man mano che procediamo in questo percorso di identificazione della colpa e del colpevole diventiamo sempre più bravi. Non ci sfugge più nulla ed è lì che il nostro vero nemico ha ottenuto quello che voleva: rompere la relazione fra noi e gli altri, ma soprattutto quella fra noi e noi stessi.

Scendiamo in cucina. Lester è pronto all’incontro con Jane e Angela, che sono appena entrate in casa. Si posiziona appoggiato al bancone. È tutto teatro. Lester sa che entrerà l’oggetto delle sue più intense fantasie sessuali e parte alla conquista. Ha fatto ginnastica durissima per avere i muscoli che Angela ha dichiarato di apprezzare così tanto. Adesso è il momento di mostrarli.

È bellissimo l’ingresso in cucina delle due ragazze. È potente perché è l’ingresso di tutte le donne del mondo. Jane è mora, Angela è bionda. Le bionde e le more. Le figlie e le amiche. La famiglia e l’avventura. L’amore e il sesso. La realtà e le fantasie. Tutto entra con loro. Tutto per Lester.

Ecco un’altra ala spezzata dell’amore: cambiare se stessi – la palestra forzata è una forma esplicita, fisica del cambiamento – pur di essere amati. A cosa ci porta il nostro disamore verso noi stessi? Quanto lontani da noi ci conduce il nostro sguardo sul nostro limite? Diventiamo a costo di duro lavoro quello che gli altri vogliono che siamo. Cambiamo massa muscolare, cambiamo convinzioni, cambiamo persino età. Quando non siamo connessi al nostro cuore l’approvazione degli altri è infinitamente più importante dell’amore verso noi stessi. Piacere è la demo di essere amati: sembra funzionare ma va presto in crash.

Lo spettacolo è ben preparato: i muscoli vengono notati da Angela con partecipazione sensuale. “Ha fatto palestra. Si vede benissimo” dice Angela. Si vede benissimo cosa? Non che ha fatto palestra, ma che l’ha fatta per lei. È un messaggio criptato – neanche tanto – per far capire a Lester che lei ha capito e che condivide il desiderio sessuale verso di lui.

È una triangolazione intrigante e complessa quella che Mendes ci sta raccontando. Non sta scritto da nessuna parte che un’amica non possa innamorarsi di tuo padre. Ma è un fatto che un amore clandestino viola e distrugge una famiglia – almeno potenzialmente. Quest’amore è Jane. In questo senso la triangolazione è complessa. L’amicizia fra le due ragazze è fitta ma non solida. E dal punto di vista di Lester, Jane è una figlia, mentre Angela è l’altra parte dell’amore, la parte bionda della questione.

La simmetria di Mendes prosegue implacabile. Se poco fa abbiamo assistito alla declinazione della sfiducia tra padre e figlio, nella casa di fronte assistiamo a quella tra padre e figlia. Jane e Angela entrano in cucina e Lester si fa trovare fischiettante e disinvolto. “Ah, ciao” – si lascia sfuggire ad arte. “Dov’è mamma?” risponde Jane. Dov’è mamma significa tu sei il papà. Ma bisogna essere presenti all’appello. Non è il caso di Lester.  “Non lo so”. Non sono io la persona cui puoi chiedere di tua madre. Perché in questo momento non sono il padre. Sono un ragazzino che corteggia la tua amica Angela. Non basta essere un padre, bisogna anche essere centrati nello stato del padre.  Ora Angela ammira i suoi muscoli e Jane esce dalla cucina, disgustata.

 L’uscita di Jane comincia con il totalino sulle due ragazze e prosegue in totale. Un fulminante totale. Perché Mendes impalla Jane con Angela: l’amica cancella la figlia. Il sesso cancella l’amore. La pulsione cancella la responsabilità. E adesso Angela può avanzare verso Lester per concludere la sua conquista. Al margine sinistro c’è una fruttiera, tutto a destra un mazzo di rose rosse. Due punti rossi agli estremi, quindi, tendono lo spazio bianco in penombra. È tutto il film che ci gioca, Mendes, con questi petali rossi. Il rosso è passione, se vogliamo è persino banale. Nella strada della passione Angela procede. Copre lo spazio fino ad arrivare a lui: “Guardi che braccia” dice lei ammirata. E finalmente c’è il contatto. Il braccio di Lester è sudato e l’azione è ancor più sensuale. Esiste un amore che prende per sé anche ciò che non è suo. E forse non è amore. “Ti piacciono i muscoli”? chiede Lester in piena tensione erotica. E Angela si defila, “Dovrei andare a vedere Jane che sta combinando”.

Fermiamoci un momento in questo terzo atto adrenalinico di American Beauty. Perché la moltitudine delle relazioni rischia di sfuggirci. Nella casa di fronte l’ex colonnello Fitts è la legge e si vede bene come vanno le cose. La legge è rappresentata dal padre, dal capo famiglia, dal principio di realtà. Ma proprio Frank Fitts è vittima del fatto che la realtà si può inventare. D’altro canto in casa Burnham il padre Lester è tutt’altro che presente al suo ruolo. La legge è abolita, non c’è. E si vede che non va molto meglio. Né la legge né la sua assenza garantiscono di per sé l’amore. L’una si preoccupa di arginare il male, l’altra forse di non aizzarlo con i divieti, ma di fatto nessuna delle due ci parla di relazioni emotive. Nessuna delle due ci parla del nostro desiderio semplice e profondo di essere riconosciuti e amati. Ancora una volta Mendes è speculare e simmetrico.

Tanto che stacchiamo e torniamo in casa Fitts. Ricky entra in camera sua, al buio. E al buio Frank lo sta aspettando, seduto. La camera è il luogo dell’intimità e questa è un’invasione bella e buona nel mezzo di un film che ruota attorno alla vergogna. Frank adesso vuole sapere: come li ha avuti Ricky i soldi per comprarsi tutte le cassette video che usa maniacalmente? Con il lavoro, risponde lui. Ma Frank non ha intenzione di fermarsi: “Ti ho visto con lui”, dice a Ricky riferendosi alla scena intravista dalla finestra. E mente, anche se non coscientemente. Perché lui crede di aver visto. Ma quel che crediamo di aver visto diventa quel che abbiamo visto e quel che abbiamo visto diventa quel che sappiamo senza ombra di dubbio.

È uno scontro violento e definitivo. Frank dice che non se ne starà inerme a guardare il suo unico figlio diventare un ciuccia cazzi. E sferra un destro alla mascella di Ricky che cade a terra sanguinante. Per Ricky è quasi una buona notizia: le paure di Frank l’hanno condotto fuori strada e non ha scoperto niente della droga. Come sempre la paura ci rende al tempo stesso diffidenti e miopi. Ma la minaccia di Frank è chiara: un figlio gay va fuori di casa.

Ecco un ennesimo piano dell’amore. Quello che regola il rapporto fra noi e la nostra casa. Costruiamo la casa a somiglianza del cuore. Se il cuore accoglie la casa accoglie. Se il cuore rifiuta, la casa rifiuta. Nella casa di Frank si può abitare a determinate condizioni. La cosa seria è che queste condizioni non riguardano ciò che uno fa – perché è naturale che una casa necessiti di un ordine e di una salvaguardia per cui non tutte le azioni possono essere consentite – ma riguardano ciò che uno è. Un figlio amorevole, sincero, maturo ma gay non andrebbe bene. L’appartenenza sessuale viene prima della persona.

Padre e figlio adesso sono a terra, Frank sta sopra a Ricky e sembra quasi specchiarcisi. “Ti preferisco morto piuttosto che un frocio schifoso”. L’odio rivolto a categorie astratte di persone non è mai un odio specifico e autenticamente personale. (L’odio a mio avviso non è mai autentico in ogni caso). È un odio imparato a scuola, in famiglia, in società. Un odio indotto e quindi non libero – ma anche qui: l’odio secondo me non è mai libero. In ogni caso esce chiarissima la definizione delle regole: ti amerò se sarai quello che voglio che tu sia.

Un’ultima cosa sulla costruzione difficile delle nostre case. Quando apparteniamo senza filtri, senza consapevolezza, senza argine alcuno a una qualsivoglia tendenza di pensiero o di ideologia, i nostri muri non sono i nostri muri. Le nostre parole non sono le nostre parole. I nostri pensieri non sono i nostri. E così i nostri rapporti familiari non ci appartengono ma si inseriscono con la stessa logica coercitiva nel contesto sociale: ti amerò solo se sarai quello che voglio che tu sia perché ci ameranno solo se saremo quello che vogliono che siamo. La costrizione del padre verso il figlio è solo una ripetizione di quello che anche il padre subisce dall’esterno. Questo territorio così duramente protetto, non ha barriere.” (…)

American Beauty – Trovandosi per caso a parlare d’amore.

23 dicembre 2013

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Voglio mandare a tutti un augurio. Proprio in questi giorni rimugino su American Beauty. E mi sono ritrovato di fronte alla sua ultima irresistibile mezz’ora. Queste righe sono uno stralcio piccolissimo degli appunti che non so perché sto prendendo. Forse perché parlano d’amore e ho voglia di capire qualcosa di più sull’amore. Difficile seguirli – credo – se non si ha in mente questo film e il suo fraseggio finale. In ogni caso, abbraccio tutti. Auguri di cuore.

“È l’ora di cena. Il Colonnello dei Marines Frank Fitts – ora in pensione – è seduto a tavola. Di fronte a lui il figlio Ricky. Sul fondo, in piedi che guarda fuori dalla finestra, la madre Barbara, depressa patologica. Quello che vediamo sono tre persone infilate sulla stessa linea verticale. Sono molto vicine ma non stanno insieme, divergono e non comunicano. L’amore è vicinanza ma non sempre la vicinanza è amore e come di consueto Sam Mendes ce lo racconta tracciando le relazioni nello spazio.

L’unico personaggio girato a nostro favore è il padre. Sta in mezzo a madre e figlio come separandoli. Frank è un colonnello, è la legge. Ed è il baricentro energetico di quest’inquadratura.  Madre e figlio separati dalla legge. Il cellulare di Ricky segnala l’arrivo di un sms. Ricky spiega: Devo andare dai nostri vicini. Jane ha lasciato il libro di geometria nel mio zaino, le serve per i compiti. Jane è la fidanzata di Ricky ed è appunto una vicina di casa. Frank inchioda Ricky con lo sguardo, la madre Barbara lo scruta con preoccupazione. Hanno ragione entrambi: quella di Ricky è una menzogna e questa menzogna provocherà un disastro.

La cena è un momento di comunità. La cena in famiglia lo è per definizione. Mendes riesce nell’impresa di stritolare i tre e di renderli irrimediabilmente lontani. Il messaggio sul cellulare è il martello sul vaso cinese. Di qui in poi tutto va in pezzi ma forse era già andato in pezzi prima, dato che c’è sempre un motivo per cui una menzogna viene detta. Paura, sicuramente. Paura della verità. Meglio essere amati per ciò che non si è piuttosto che non essere amati per ciò che si è. La paura ragiona così e quindi Ricky, il giovane Ricky, va di conseguenza. Il taglio di Mendes è netto. Camera lievemente dall’alto e mezza figura del ragazzo, già isolato e diviso dalla sua famiglia. Si pulisce la bocca con il tovagliolo e si alza. Ma prima si pulisce. A tavola esistono delle regole. Finché si è a tavola valgono quelle. Domina il padre legislatore, domina l’esercito.

La legge è una cosa importante anche in amore ma bisogna capire che cosa rappresenta. Quasi sempre è improntata ai divieti. Mette argini alla condotta del singolo per preservare la comunità. Ma si tratta sostanzialmente di un tessuto di no. C’è dentro tutto quel che non si deve fare e niente di quel che è bello essere. Con questa azione del tovagliolo, Mendes ci introduce alla logica del territorio, che dominerà la sequenza successiva.

A mandare quel messaggio, però, non è stata Jane. Jane sta tornando a casa sotto il diluvio insieme all’amica Angela. Angela è una biondina seducente che ha attirato le attenzioni violente – e fin qui represse – del padre di Jane – Lester – che è poi il protagonista e la voce narrante del film. Vuole sapere tutto, Angela. Tutto del rapporto che c’è tra Jane e il fidanzato Ricky. Tutto di tutto? No: tutto del sesso. Vuole sapere se Jane e Ricky fanno sesso regolarmente.

Dopo l’amore in famiglia, Mendes ci porta a conoscere l’amore fra amici. Interessarsi di qualcuno. Averlo a cuore. Partecipare della sua vita, seguire il suo percorso. Letteralmente “interessarsi” significa essere fra le cose di qualcuno. “Partecipare” viene da pars capere e significa prendere parte. Ma non è esattamente quello che fa Angela. Angela non prende parte, piuttosto controlla, sonda, vuol sapere. C’è differenza fra intimo e segreto. Intimo è ciò che sta dentro in profondità, segreto è ciò che è separato dall’altro, ciò che è appartato agli occhi del mondo. Millantandola per intimità tra amiche, Angela pone una domanda che verte sul segreto. Ingloba in un territorio di comunione quel che invece chiede di rimanere separato.

Quanto si può sapere di un amico? Quanto ci sentiamo traditi se scopriamo che non ci ha detto qualcosa che ritenevamo fondamentale nella sua vita? E viceversa quanto ci sentiamo invasi quando un amico ci chiede cose che non vorremmo dire? Dov’è il confine?  Mendes non risponde, pone solo in essere il dramma. Però ci viene da chiederci come mai queste domande insistenti sul sesso da parte di Angela. Perché siamo così morbosamente curiosi di sapere le cose degli altri? Cosa ci sta sotto?

Non lo so. Ma a intuito mi viene da dire che l’ultima nostra preoccupazione è l’altro. Quando chiediamo così insistentemente, così ambiguamente, così morbosamente qualcosa, non è degli altri che vogliamo sapere: è di noi. Non a caso Angela chiede sul sesso. Perché il problema per lei è il sesso. Angela racconta di mille uomini con cui fa tutto. Racconta all’amica Jane le sue imprese con infiniti dettagli che rendono vivide le sue scene. E poi vuol sapere. E dentro di lei si apre il teatro del confronto. Chi è più brava delle due? Chi è più giusta delle due? Chi stabilisce tutto questo? Confronto. Giudizio. Maschi. Sesso. In tutto questo Angela perde disperatamente. Ma Jane ancora non lo sa.

Nel frattempo Frank è salito in camera del figlio Ricky. È nell’ombra. Chi si introduce nel territorio di un altro sfruttando il buio di solito è un ladro. Un ladro di segreti, appunto. Quel che non viene detto in una relazione intima diventa segreto, ma questo potrebbe non essere un male: la fiducia consente di non sapere tutto, perché la fiducia si fida, non ne ha bisogno. La paura invece deve controllare e allora sì: quel che non è nella relazione diventa separazione. Quel che non viene dichiarato viene spiato e quindi eccoci qua: protetto dal ruolo di genitore che deve sovrintendere e controllare, Frank fa al figlio Ricky la stessa cosa che Angela sta facendo a Jane: infilarsi dove non si è invitati, alzare il velo, scoprire cose non dette.

Così, Frank guarda dalla finestra di Ricky dentro la finestra dei vicini di casa. E vede suo figlio in compagnia del padre di Jane. Ecco chi era il mittente del messaggio: non Jane ma suo padre, Lester. È interessante questa posizione davanti alla finestra. Perché la finestra è una soglia. Si può guardare da dentro verso fuori o viceversa. Guardiamo il mondo e siamo visti dentro dal mondo. È una frontiera. Con gli occhi armati di sospetto, Frank spia l’intimità di due persone che si parlano in un’altra stanza e in un’altra casa. E cosa vede? Vede quel che i suoi occhi sono in grado di vedere a partire dalla sua paura: una fellatio omosessuale.

Mendes nel frattempo ci porta dentro la casa di Lester. Quel che Frank può soltanto arguire da casa sua, noi lo sentiamo. Assistiamo a dialoghi ed eventi reali tra Lester e Ricky, per cui siamo in vantaggio su Frank. Quando ci si trova in vantaggio su un personaggio succedono una serie di cose. Una di quelle interessanti in questo caso è che possiamo apprezzare meglio il margine di errore di Frank. Capiamo il suo fraintendere la realtà, il suo ricostruirla a immagine e somiglianza delle sue paure.

Lester si siede, si accomoda sulla poltrona, si distende. Sta aspettando che Ricky gli prepari una dose. È di uso di sostanze che stiamo parlando, non di sesso. Ma dal punto di vista del padre che lo sta spiando, Ricky finisce dietro un muretto di separazione fra due finestre. Per cui la scena vista da Frank è incompleta. Ricky si china verso la zona pubica di Lester, ma quel che fa è invisibile a Frank. Quindi cosa succede?

Succede che quando non possiamo vedere ricostruiamo. Sovrumane paure di là da quel muro. Molti dei nostri conflitti dipendono da come ricostruiamo quel che non vediamo. Perché vengono chiamati in causa i presupposti del nostro sguardo. E non siamo disposti a metterli in gioco tanto facilmente.

È una meraviglia questo muretto che fa da schermo protettivo della verità. Dietro questo muretto stanno una marea di guerre, è composto della sostanza dei nostri conflitti, si fa forte delle nostre paure. Sullo schermo che ci impedisce di vedere la verità proiettiamo il nostro film interiore. La finestra è una luce, il muro una barriera. È un punto molto poetico del film, in cui entra in gioco un terzo livello dell’amore. Dopo quello familiare e quello dell’amicizia è il turno del rapporto padre – figlio. Il figlio è spesso lo specchio di proiezioni del sé irrisolto dei genitori. Qui il sé di Frank si proietta sul muro che nasconde. Quel che Frank vede sono le sue paure. Le paure bloccano l’intelligenza quindi non lasciano la capacità di dubitare che l’Altro sia veramente il nemico. E il vero nemico – che naturalmente non è l’Altro – ha campo libero per agire. E ci induce al seguente bizzarro comportamento, praticamente endemico nel genere umano: di quel che vediamo a volte dubitiamo, ma di quel che ci siamo immaginati non siamo disposti a discutere. Niente è più sicuro delle nostre ipotesi e l’ipotesi che facciamo è spesso la peggiore secondo il nostro punto di vista. Ecco quindi l’ipotesi di Frank: Ricky è omosessuale. E questo è il male più malefico che gli potesse capitare. (…..)”

Syd

18 novembre 2013

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Oggi aprendo facebook ho scoperto che un ex allievo dello IED mi aveva postato la notizia della morte di Syd Field. Mi fa piacere che sia stato lui a farmelo sapere. Un allievo brillante e con talento. E come si vede rimasto connesso per qualche strana ragione a un percorso che non è il suo.

Syd Field è per gli sceneggiatori di questo tempo ciò che per gli studenti del liceo classico è la grammatica latina. Da un certo punto di vista è un sistema di regole. E questo ha provocato la reazione compatta di tutta una serie di filmaker che al grido di “Io dei tre atti me ne frego” ha liquidato Syd Field e tutto quello che lui e quelli come lui – pochi – significano. Dall’altra parte i sostenitori accaniti. Secondo me non esiste tradimento maggiore di quello dei sostenitori accaniti, che di una ricerca aperta fanno una posizione fissa, di un percorso una meta, di una crescita una posizione inchiodata.

Oggi che Syd Field non c’è più la mia mente torna a quella grammatica. A ciò che questo paradigma ha significato per me in questi vent’anni. Per me ha significato in primo luogo ordine. Una base sicura da cui partire, un porto che mi attendeva nel naufragio narrativo, una bussola nel percorso. Nessuno mi aveva avvisato – però – che l’estrema semplicità con cui era in grado di spiegare le cose al mio cervello, non era pari alla velocità di assorbimento reale. Ci sono materie che si capiscono e ci sono materie che si meditano. Si assorbono con lentezza. La chiarezza di Syd Field troppo spesso mi è sembrata facilità, da giovane.

E poi la grammatica in sé… è connessa per me a un’idea di noia senza uscita. Ma nel suo caso la grammatica era il raccolto di esperienze antichissime. Era il domandarsi – forse sì, bisogna riconoscerlo, con un po’ di spocchia da ho capito tutto io – come funzionano le storie che funzionano.

Quelli che cercano hanno diritto all’entusiasmo sregolato di quando trovano indizi. Non è presunzione, è la vera festa della vita che brilla nella ricerca delle idee, delle forme autentiche. Syd Field ha rappresentato la parte di noi che cerca quel che c’è nelle cose, la regola del loro funzionamento, il quid essenziale che c’è nelle azioni di ogni personaggio, di ogni giorno. Alla fine la ricerca di questa struttura della vita è ricerca per tutti, anche per chi non fa cinema.

Poi dei tre atti “bisogna liberarsi”, sento dire. Con sottile astio antiamericano del tutto improprio. Ignorando Aristotele, Zeami e chissà quant’altro. Come se la forma che Syd Field indagava con così tanto amore fosse in antitesi con altre forme e altri modi di raccontare. Per me quello che Syd Field lascia è soprattutto questo amore per la ricerca incessante. Dopo circa 25 anni dal suo “La sceneggiatura”, scrisse “Come risolvere i problemi di sceneggiatura”. Un libro molto diverso, nel quale in parte rettifica nei toni quel che aveva affermato con più sicurezza nel primo. Per questo ritengo che la sua eredità più preziosa sia la fame incessante di conoscenza, di profondità, di consapevolezza.

Torno qui per salutare questo maestro per me così importante che oggi ci ha salutati. Il maestro della spina dorsale delle storie. Bravi come lui ce ne sono una decina al mondo e a quasi tutti questi ha aperto la strada lui. Grazie a Syd, grazie alla parte di noi che non si stanca di cercare e cercare e cercare, di definire e ridefinire, di ripetere approfondire e scolpire per poi nuovamente dubitare e aprire. Good work, Syd. Una bellissima storia.

To Obama and Assad.

6 settembre 2013

To Obama and Assad.

L’ultimo spunto – Ciao, grazie a tutti.

5 agosto 2013

Questo blog finisce qui. Rimarrà aperto per comunicazioni o cose particolari.

Voglio ringraziare di cuore tutti quelli che in questi anni l’hanno seguito, commentato, animato. E’ stata un’esperienza necessaria che adesso è finita. Ci sono troppe parole, dappertutto. Mi auguro in futuro di riuscire ad usarne sempre di meno e di comunicare sempre di meno.

Con molta gratitudine per tutti. gio.

Lo spunto di oggi – Quest’estate che non viene

28 giugno 2013

Mando un saluto a tutti. Probabilmente tornerò sul blog dopo l’estate.

Ho bisogno di non sentire la mia voce per un po’.

Grazie per la compagnia, l’intelligenza, l’affetto e l’ironia che anche quest’anno molti mi hanno offerto passando di qui.

Guardo quest’estate che non viene e mi chiedo se sia una delusione o invece la possibilità di guardare a quel che succede con occhi diversi.

Annuso il cielo, sento l’aria e sondo la temperatura.

Poi vedremo.

Abbraccio tutti.

Lo spunto di oggi – Sabrina Gioda, Sabbrì.

10 giugno 2013

Grazie Sabrina. Riconoscente e troppo felice per te. Spero che leggano in tanti quello che hai detto della scrittura. Qui.

Hai solo omesso tutto quello che hai insegnato a me e a tanti come me. Un abbraccio.

Lo spunto di oggi – Il ferro va col ferro

12 maggio 2013

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La ricicleria di via Lombardi è molto lontana da casa mia, perciò non l’avrei mai conosciuta se non fosse stata chiusa per lavori quella di zona. Ma con l’auto carica di una serie di detriti da cantina non ho scelta. La tangenziale risplende del primo vero sole primaverile di quest’anno. Rari momenti a Milano, in cui l’aria è di vetro e i colori tornano a vedersi. All’arrivo la receptionist mi aiuta a orientarmi. Si sale uno scivolo di cemento con l’auto e si parcheggia sopra le vasche: legno, ferro, materiale elettrico, ingombranti. La cosa è molto più sensata che nella discarica della mia zona, dove bisogna salire strette scale di ferro per gettare ogni detrito.

Dunque comincio. Ombrellone da spiaggia. Irriconoscibile eppure nitido nella memoria. Non so quante spiagge ha attraversato con noi. Lontanissime da qui e lontanissime tra loro. Lui va negli ingombranti. Intanto che vado e vengo dall’auto alquanto compiaciuto dalla razionalità dell’impianto che sta aiutando la mia schiena, divido i detriti e seguo i cartelli.

Vorrei essere come il progettista di questa ricicleria. E’ una ricicleria, certo. Quindi ogni cosa che ci viene portata è perché non serve più. Ma se leggo i cartelli sui vasconi verdi non compare mai la parola “rifiuto”. C’è solo la materia. Ferro. Legno. Materiale elettrico. E poi sì, ingombranti. Dietro alle parole con le quali pensavo questo viaggio si nasconde molto di più di questo viaggio.

Definire una discarica “ricicleria” significa impostare il tema della distruzione, dell’eliminazione e della fine nel più generativo dei modi possibili. Se penso ai fallimenti, ad esempio. Potrei provare a definirli per materia, senza chiamarli fallimenti. Forse entrerebbero molti più fatti, forse si connetterebbero con logiche diverse. Intendo dire: il ferro che sto buttando ora non finisce insieme agli altri oggetti di ferro perché ha esaurito la sua funzione, ma per quel che insieme al resto del ferro può tornare ad essere o diventare. Connettere le cose finite per ciò che possono generare insieme. Per il loro nesso vitale e non perché sono finite.

Potrei smettere di definire gli errori “rifiuti”, per esempio. La maggior parte delle poche cose che credo di aver maturato dentro di me – non intendo quelle che mi hanno spiegato, intendo quelle che dentro di me hanno preso forma con l’esperienza e il percorso dei giorni – le ho maturate rielaborando gli errori. Molte delle cose che ho trovato e che trovo le avevo cercate perché ne ero disperatamente affamato. Da quegli errori e da quella fame è partita la chiamata all’avventura della ricerca.

Poi penso che la ricicleria sia una meravigliosa lezione sulla distruzione. Su quella energia che mi fa sollevare i detriti e me li fa lanciare dall’alto per vederli infrangersi fra le macerie. E’ liberante, come è liberante lasciar cadere nel vascone della coscienza – perché si distruggano – tutte le parti di me che non mi servono più per essere me. La loro disintegrazione, il loro andare in pezzi sprigiona la stessa vita di quando “vanno in pezzi” le acque. Quando ne vieni fuori. E’ una distruzione senza rabbia, anzi riconoscente come quando ci si congeda da un genitore, da una scuola, da un maestro, da un tempo attraversato per mano con una persona importante. Ho vissuto diversi tempi nella mia vita come se non dovessero finire mai. Poi sono finiti. Sono tutti qui, nei vasconi verdi del cuore. Ma ho gestito male i cocci, non ho avuto abbastanza amore da distruggerli con la felicità che avrebbero meritato. Come per ringraziarli, come per dirgli ho ricevuto da voi quel che dovevo e ora vi distruggo proprio perché ho capito profondamente il vostro regalo per me, che ora prevede il nostro congedo.

Questo tempo buonista ci impedisce di cogliere il profondo amore che c’è nel distruggere, perché siamo un tempo immaturo che si attacca alle sottane dei giorni e delle abitudini. Il ferro va col ferro, dice la donna che aiuta e sorveglia lo smaltimento. Semplicità. Logica. Natura. Il ferro va col ferro. Devo imparare da lei a riconoscere la materia costitutiva dei miei cocci interni. Ridividerli, riassociarli secondo un principio generativo di nuovi tempi e di nuove funzioni. Riciclo in luogo di rifiuto. Alla fine legno, ferro e materiale elettrico: materie. Ingombranti: verbo. Cose di cui non ho più bisogno. Azioni di cui non ho più bisogno.

Ma non si può fare tutto questo dalla parte di ciò che si butta. Il punto è che cosa può diventare il ferro che va col ferro. Come tornerà nel ciclo della vita, come si evolverà. Me ne vado con l’idea che la distruzione di tutto ciò che in me mi impedisce di essere me comporti non solo una grande liberazione, ma una sottile sensazione di suspence: e adesso, senza quello che ho distrutto, che succederà?

Mauro Scardovelli – Introduzione al Metamodello, II parte

1 maggio 2013

Seconda parte dell’introduzione al Metamodello. Qui.