Archivio di maggio 2006

Radiografie – Il mio nuovo strano fidanzato , di Teresa De Pelegrì, Dominic Harari

mercoledì 31 maggio 2006

 

    Ci sono luoghi e momenti, nella nostra storia personale, pieni di drammaticità e di dolore. Ognuno di noi ha più o meno conosciuto la malattia, la morte di un caro, o un conflitto violento che ce ne ha  diviso. Su momenti come questi si fa fatica a sorridere. Perché ci fanno male. Ci sono anche luoghi e momenti della storia comune contemporanea che ci fanno soffrire. E sono ancor meno facili da  gestire perché ognuno di noi li vede da un punto di vista diverso.

    Nel caso di questo film, la pagina terribile è quella del conflitto israelo – palestinese. L’intento, non facile, è quello di riderci su per dire cose estremamente serie. L’operazione di fondo è molto lineare: ricondurre le varie posizioni interne al popolo israeliano nell’alveo di una famiglia. All’interno della quale viene introdotto “il nemico”, il palestinese.  Sebbene sia stato scritto che si tratta di un film molto teatrale per il semplice fatto che vive di fitti dialoghi e di location limitate e ridotte, questo film è in realtà quanto di più cinematografico si possa immaginare.

    I diversi poli del conflitto (gli ortodossi, i progressisti, i militanti, gli agnostici) vivono nelle identità dei diversi componenti della famiglia. Esempio di sintesi drammatica e di polarizzazione radicale della narrazione, questo film è minuto dopo minuto straordinariamente centrato nel suo nesso dramma / tema. Non una gag che riguarda i personaggi è avulsa dal tema di fondo: l’incompatibilità delle due culture, il risentimento profondo e reciproco eppure la necessità di andare avanti insieme, di continuare a vivere. Di superare.

 

    La struttura profonda di questa storia è comune a illustri esempi passati. Si chiama “Amore per un nemico”, ed è fin troppo facile pensare a Romeo e Giulietta. Quando l’essere umano compie il supremo sforzo di imparare a fidarsi dell’altro, addirittura di amare l’altro sebbene di diverso schieramento e di opposta opinione, ecco che scatta la rivolta furiosa di tutti i suoi, di tutti quelli che sono stati la sua storia: i familiari, gli amici, la sua gente. E’ il difficile momento di crescita nel quale si impara a non giudicare le cose per la provenienza che hanno ma per ciò che sono realmente. In altre parole, il momento in cui si impara ad ascoltare. Leni, mentre il suo nuovo strano fidanzato è in bagno, dice a sua madre: “Ti chiedo soltanto di giudicarlo come persona”.  

    Ma questa famiglia non è soltanto metafora di un paese ricco di conflitti interni, ma anche di ognuno di noi quando entrando in dialogo con se stesso si ritrova diviso tra slanci verso l’altro e clamorose retromarce difensive.

    Forse può apparire bizzarro parlare di poesia di fronte a una comedy. Invece no. E vorrei chiarire bene perché. Quando un film “polarizza” la narrazione, significa che assume di volta in volta fino in fondo il punto di vista di ognuno dei suoi personaggi. Che le posizioni dei singoli non sono appiattite dalla sceneggiatura, non facilitano il corso della vicenda a beneficio dell’autore o della tesi che vuole dimostrare (orrore…). Significa invece che sono stati ascoltati a fondo, conosciuti a fondo dalla penna che li fa parlare e agire. Che chi racconta di loro sa pienamente di cosa sta parlando. Anche se la butta sul ridere. Quando un film è molto polarizzato, solitamente è scritto con un grande amore.  Sono i casi felici in cui la sceneggiatura non è l’opera del narratore, ma il luogo d’incontro, letto d’amplesso o campo di battaglia che sia – o come in questo caso letto di battaglia – di tutti i personaggi che la attraversano.

    Tutto questo significa un film scritto ascoltando e non decidendo per conto dei personaggi. Quand’è così, appare evidente una cosa: che tutti, dal loro punto di vista, hanno ragione. Perché ognuno di loro ha sofferto qualcosa di cui lamentarsi o su cui rivendicare. Se questo discorso fosse chiaro anche fuori dal cinema, forse avremmo meno guerre. E’ una via alla pace, questo film, affilata come una lama: non cercare di soprassedere alle motivazioni  dei contendenti, anzi andarci in fondo e comprenderle. Farle detonare, esplodere. E quando sono tutte dichiarate e “vomitate” con la giusta rabbia, osservare cosa rimane di tutto questo: un uomo e una donna che si abbracciano in mezzo a una strada, quindi nel pieno di un percorso anche pericoloso e instabile, e che si danno un bacio.

    Restano le persone che non si identificano con gli schieramenti di cui fanno parte né con le relative azioni di guerra. Due persone che si guardano in faccia e che si riconoscono per quello che sono.

Parte il corso “Cinema e ragazzi”

martedì 30 maggio 2006
Torniamo a comunicare le date di svolgimento del corso “Cinema e ragazzi”, tenuto dalla psicologa Antonietta Provinzano e da Giovanni Covini, il cui programma potete consultare sotto “I Corsi”, Cinema e Ragazzi.
  1. MERCOLEDI’ 7 GIUGNO, ore 20.30 – 23.00
  2. MARTEDI’ 13 GIUGNO, ore 20,30 – 23.00
  3. GIOVEDI’ 15 GIUGNO, ore 20,30 – 23.00
  4. MERCOLEDI’ 21 GIUGNO, ore 20,30 – 23.00

A beneficio dei molti appassionati di calcio che popolano il nostro paese, si è accuratamente evitato di sovrapporsi alle date delle partite dell’Italia.

I posti sono limitati, e chi avesse intenzione di partecipare può comunicarlo al n. 02-84.800.750

 

La sede del corso è

STUDIO COVINI
VIA BONGHI, 4
20141 MILANO 

 

Radiografie – Flightplan, di Robert Schwentke

venerdì 26 maggio 2006

    La storia ormai la conosciamo tutti. Una donna prende un aereo con sua figlia per riportare la salma del marito al suo paese. Durante il viaggio, la bambina scompare. Era evidente che ci fosse, ma nessno l’ha notata. E non risulta tra le carte d’imbarco. Non è più così evidente che ci sia e che ci sia mai stata.

    Ho letto cose negative su questo film. Più che altro giudizi di sufficienza e forse anche dati con sufficienza. Non mi soffermo nemmeno sulla credibilità del film, sulla costruzione del thriller. Non che non siano aspetti importanti, ma credo che ve ne siano di più importanti ancora.  

    E’ cognizione comune tra chi si occupa di cinema, che la costruzione di un film americano classico -  e quindi anche di un film all’americana – si svolga in tre atti. Il primo introduce, il secondo sviluppa, il terzo chiude. I manuali americani spiegano che il primo atto dura circa mezz’ora, il secondo circa un’ora, il terzo circa mezz’ora come il primo. Lo spiegano ma non è vero quasi mai. In realtà il terzo atto dura circa la metà del primo, e nei casi in cui non è così – per esempio in Ghost – se ne sente il peso quasi inevitabilmente.

    Se tutto questo è abbastanza digerito ormai, lo sono molto meno le implicazioni profonde di una struttura in tre atti. Cioè che cosa comporti che ci siano un inizio, uno sviluppo e un finale. Per esempio comporta che spesso il primo atto ci mostra una situazione di equilibrio, il secondo un momento di frattura, e il terzo la costituzione di un nuovo equilibrio su una base diversa e più alta e profonda. In altre parole, significa che la struttura classica del cinema americano è restaurativa. Tende in qualche modo a restaurare un’idea di equilibrio e di nuova stabilità, per quanto diversa e lontana da quella di partenza.

    Solo che la vita, spesso… non restaura un bel niente. E se il cinema deve parlare della vita non può trincerarsi dietro a canoni drammaturgici rassicuranti.  Che si fa allora ? Struttura in due atti ?  Beh, “La stanza del figlio” di Nanni Moretti era così. L’apparente squilibrio  strutturale di quel film (diviso in prima e dopo)  ne costituiva in realtà la forza. Si andava via con la convinzione che niente restaura la normalità dopo la morte di un figlio. C’era qualcosa di molto vero.

    Flightplan fa un’operazione più lieve sulla struttura. Gli atti sono tre. 1. Aeroporto fino a decollo. 2. La bimba è sparita. Ricerche. 3. L’aereo è vuoto e a terra. Dentro, la nostra eroina e il suo rivale. E’ il momento della verità.

    Solo che la durata di questi tre atti è energicamente alterata rispetto al solito. Il secondo atto si mangia ampi spazi del primo e del terzo. Per raccontarci quello che veramente gli sta a cuore. Il travaglio di una persona che conosce la verità sulla propria vita. O meglio, che credeva di conoscerla. O anzi, che forse non la conosce per niente… A dodicimila piedi  non c’è nessun appoggio sicuro (il marito è morto cadendo da un tetto…). Un aereo è un viaggio ma è anche la metafora di una comunità che viaggia. Fra mille paure (certo è presente l’11 settembre) e mille sospetti (l’idiosincrasia per i mediorientali), l’aereo procede nel suo viaggio verso la meta, mentre il personaggio procede nel suo viaggio verso la verità di se stesso.

    Una verità che può essere messa in discussione così fortemente, un’identità che può essere così brutalmente messa ai voti, da indurre persino una madre a cercare sull’oblò il disegnino fatto con il dito dalla bambina, per trovare conferma di sé. Così avviene che il viaggio di ognuno di noi può andare in senso contrario a quello di tutti gli altri. Nello stesso aereo che punta a un luogo, nessuno punta dalla stessa parte. Come dentro di noi, che andiamo dritti per una strada, mille voci ci spingono nelle direzioni più diverse.

    La struttura così sbilanciata ottiene l’effetto di appoggiarci pochissimo per terra. Ci fa sentire che il viaggio della nostra esistenza è un saltare da una stabilità apparente ad un’altra attraverso lunghi, estenuanti tragitti di ricerca di noi stessi, della nostra identità, dei nostri affetti più profondi. Ci dice che spesso questo viaggio è reso ancor più duro e penoso proprio da chi sta viaggiando con noi, dai nostri compagni e vicini.

    All’inizio siamo a terra in una situazione di instabilità (la bambina in mezzo all’aeroporto ha fame e si allontana dalla madre che per un momento non la trova più), mentre alla fine siamo a terra ma in un luogo diverso da quello nel quale avremmo dovuto trovarci. (L’aereo è stato fatto atterrare in emergenza, siamo fuori strada). E se è vero che la verità alla fine viene fuori, non è recuperata la verità delle relazioni. La madre, tra gli sguardi bassi di chi aveva dubitato di lei, sfila tra la gente con la sua bambina in braccio, come in mezzo a un campo minato. Si recuperano a volte i danni materiali, mai quelli morali. Mai le ferite che subiamo dentro. Questo interminabile, claustrofobico, virtuosistico secondo atto ci spinge a concludere che la struttura è nient’altro che l’organismo che raccoglie le azioni dei personaggi, e le azioni sono un’emanazione necessaria e diretta dei desideri profondi. Quindi è fisiologico, in casi come questo, che i film siano apparentemente sghembi. Raddrizzati sarebbero falsi. Spesso i film come questo non raccolgono il plauso della critica. Un altro caso fu “Una estranea fra di noi” di Sidney Lumet. Un film di straordinaria bellezza, bollato come un thrillerino mal funzionante.

    Un’ultima breve considerazione per Jodie Foster. Finalmente, dopo “Il silenzio degli innocenti” e “Sotto accusa”, torna su un copione forte, intenso, non decorativo. Si muove nell’aereo come un gatto selvatico in gabbia, come siamo noi contenuti dalle regole sociali. La sua fragilità e il suo amore per la figlia (veramente sua figlia nella vita) si realizzano in ogni brevissimo gesto, in ogni respiro, in ogni silenzio, in ogni battuta. Come al solito di lei mi colpisce la consapevolezza. Jodie Foster in ogni film ha una continuità di recitazione impressionante. Sembra sempre che giri tutto di fila e tutto dall’inizio alla fine. Ovviamente non è mai così.

 

    Considero questo film un regalo per tutti. Credo sia esperienza comune il non essere creduti o capiti o accettati. Il ritrovarsi in viaggi obbligati sentendo la lontananza da tutto e da tutti. L’impotenza di dire la propria verità. I film servono anche a questo. Quando la vita è un volo difficile, ricordatevi di Flightplan, e del suo interminabile secondo atto.

     

 

Il fatto di oggi – Il compleanno di Samuele

giovedì 25 maggio 2006

Samuele compie sette anni.

In casa nostra i figli crescono…

La mamma non imbianca – ha ancora tutti i capelli neri ! -

Il papà nemmeno. Solo che usa un altro sistema.

Auguri Samu !!
 

Il David di Donatello – un ringraziamento col cuore

mercoledì 24 maggio 2006

    Con molto piacere, e con colpevole ritardo, voglio ringraziare su questo sito tutti quelli che hanno amato, seguito, tifato per il nostro film. Per gratitudine e perché comunque un film nasce da una serie di relazioni e di regali che ci si fanno a vicenda. Regali di tempo, di disponibilità, di comprensione.

    Mi limito perciò a riportare tutti gli sms che mi sono stati inviati il giorno della cerimonia dagli amici più stretti. E che raccontano meglio di qualunque altro discorso il clima che c’è stato.

 

  • Prima

 

21 aprile, h 10.35

Sono a L., in partenza per S.. Sono molto contento per te. Festeggia bene stasera, mi raccomando. Ci sono sempre meno motivi per festeggiare..  Giuseppe Piccioni 

 
21 aprile, h 18.26

Senti un po’ …..a papà…. capisco che è la prima volta, ma sappi che dovrai farci l’abitudine… quindi stringi tutto quello che puoi stringere e vai, sempre a papà! Fammi sapere! Un abbraccio!  Max F.

 
 21 aprile, h 19.18

 Passa… passa… passa tutto, anche le brutte, figurati le cose belle… Ciao amico mio ! Max D.

 

21 aprile, h 20.04

Un grosso bacio al mio regista preferito, in una sera speciale… Stefano

 

21 aprile, h 20.48

E’ come se fossimo lì… Forza !  Stefania (moglie di Cesare)

 

Dopo 

 

21 aprile, h 21.30

Ciao gio’, com’è andata ? Stefy mi ha detto che hai parlato 3 secondi… guardando le tette della Pivetti! Il solito eh !!! Siamo tutti molto felici. In bocca al lupo…  Francesca

 

21 aprile, h 21.40

 Complimenti gio! Ti ho visto in diretta sei stato grande! In televisione sei molto più bello… pensaci! Adesso stai applaudendo Andreotti… Che culo !  Gianluca

 

21 aprile, h 21.54

 Ansa. ore 21:30. Straordinario successo per la boutade organizzata ai danni di un sedicente regista di Milano. Pare sia stato fatto credere al signor Covini di aver vinto un David di Donatello. Diretta su “Scherzi a parte”, ore 21 su Canale 5.   Paolo.

 

22 aprile, h 10,16

Un’altra pizza! Quindi ora o ne fai una collezione o… le usi!   Gigi

 

22 aprile, h 10.29

Caro Giovanni, complimenti! Ti ho visto ritirare il premio e mi sono emozionata. Con affetto. Lella.

 

22 aprile, h 13.26

Eri bellissimo, quasi meglio della Pivetti.  Max D.

 

22 aprile, h 19.25

Meravigliosa conquista! Mi inchino. Sentendomi più che mai una piccola scrittrice del sistema… Baci emozionati.   Anna 

 

23 aprile, h 19.08

Ti ho visto premiato, adesso devi costruire un caminetto apposta… che stress! Ti voglio bene e sono tanto felice per te. Baci e ancora baci.   Antonia

 

Grazie. A tutti questi amici e anche a chi non usa mandare sms ma ha seguito tutti gli eventi, a partire da molti anni fa, con passione e con amore. 

 

 

 

Lo spunto di oggi – The Milgram Experiment

martedì 23 maggio 2006

“L’esperimento di Milgram è stato messo a punto per capire come mai persone per bene come me e voi riescono a fare cose abominevoli quando qualcuno glie lo ordina. Come è successo con tanti ufficiali nazisti che si sono difesi dicendo di aver “solo obbedito agli ordini”.

    Il ricercatore aveva messo in una stanza alcune persone scelte in modo casuale alle quali era stato detto che avrebbero partecipato ad un esperimento. Uno schermo le divideva dal rimanente spazio in modo tale che potessero sentire ma non vedere quello che succedeva dall’altra parte. 

    Dall’altra parte c’era una serie di volontari apparentemente collegati a una macchina che gli trasmetteva scosse elettriche di intensità crescente fino a provocarne la morte, come sulla sedia elettrica. Quella macchina gli dava segnali su come dovevano reagire alla scossa – grugnendo, ruggendo, urlando,implorando pietà perché l’esperiemnto venisse interrotto.

    La persone che stavano in una metà della stanza erano convinte che quelle che stavano nell’altra metà fossero davvero collegate alla macchina. A ognuno era stato detto che il suo ruolo era di somministrare scosse elettriche di intensità crescente, secondo le istruzioni, ignorando le grida e le suppliche dall’altra parte dello schermo. Il 62% delle persone che hanno partecipato all’esperimento, ha continuato a somministrare le scosse fino a 450 volt. A 285 volt la cavia aveva lanciato un grido e poi era rimasta in silenzio.

    Coloro che somministravano quelle che nel migliore dei casi ritenevano scosse molto dolorose erano chiaramente sotto stress, ma continuavano. Dopo, la maggior parte di loro non riusciva a credere di esserne stata capace. Qualcuno commentò: ‘Beh, mi limitavo ad eseguire gli ordini’. “

Doris Lessing, Le prigioni che abbiamo dentro.

 

    Quando ho letto questa pagina di Doris Lessing non sapevo nulla dell’esperimento di Milgram. Naturalmente le prime impressioni, i primi pensieri che vengono in mente sono di tipo inerente l’esperimento e la storia passata. Purtroppo anche il presente.

    Però non posso fare a meno di essere colpito dalla voglia di conoscenza di Milgram. Penso che chi scrive storie – e quindi mi ci metto anche io – dovrebbe avere sempre questa determinazione assoluta e per certi versi un po’ incosciente. Questo esperimento spiega molto meglio di mille parole come chi ha voglia di conoscere l’uomo non si ponga il problema di dare messaggi o di insegnare niente a nessuno. Cerca, sapendo che ciò che troverà potrebbe essere tremendo.

    Tutto questo coraggio di scavarci dentro e di raccontarci trovo che sia una grande via di sopravvivenza e di amore.

 

Lo spunto di oggi – Anne Burda

domenica 21 maggio 2006

 

“Dormivo, e sognavo che la vita era un piacere.

Mi sono svegliata, e ho scoperto che la vita era un dovere.

Mi sono data da fare, e ho capito che il dovere era un piacere”.

Anne Burda

Parte il corso di cinema e ragazzi

venerdì 19 maggio 2006

 

 

    Parte l’edizione primaverile del corso di CINEMA E RAGAZZI.

    Sarà tenuto presso lo STUDIO COVINI, in VIA BONGHI 4, dalla psicologa Antonietta Provinzano e da Giovanni Covini.

    Il corso si articola in 4 incontri, ed è rivolto ai GENITORI e agli EDUCATORI che in qualche modo vogliono capire di più del cinema e della televisione di cui i più giovani fruiscono.

Il programma analitico è leggibile nello spazio corsi su questo sito.

 

 Questo, invece, il calendario con gli orari degli incontri.

  • MERCOLEDI’ 7 GIUGNO, ore 20.30 – 23.00
  • MARTEDI’ 13 GIUGNO, ore 20.30 – 23.00
  • GIOVEDI’ 15 GIUGNO, ore 20.30 – 23.00
  • MERCOLEDI’ 21 GIUGNO, ore 20.30 – 23.00

 

Per iscrizioni o ulteriori informazioni: 02-84.800.750 

The Company – Un’altra piccola storia

venerdì 19 maggio 2006

    Pensando ancora a The Company, mi è venuta in mente una storia araba, molto antica, che avevo sentito raccontare. Credo che spieghi ancora meglio il senso di questa bellezza che produciamo attraverso la nostra fatica, e che non cogliamo dall’interno ma che viene offerta in dono, ad altri che magari non conosciamo nemmeno.

 

    La storia racconta di una sensualissima ballerina, che sta offrendo una danza incantevole  ai prìncipi: la testa riversa, la bocca socchiusa, le braccia tese, il corpo (s)vestito ad arte. Alla fine della danza, madida di sudore e con il respiro affannoso, lascia la sala e va nel giardino. Si siede al bordo di una vasca dove galleggiano rose, e posa la fronte accaldata contro il marmo.

    Un giovane l’ha seguita. Innamorato di lei, folgorato dalla sua bravura e dalla sua sensualità, le si avvicina e a bassa voce le chiede se le piaccia la voluttà.

    Lei lo guarda, senza capire, e risponde: “Non conosco il significato di questa parola”. 

 

Radiografie – The Company, di Robert Altman

giovedì 18 maggio 2006

 

    Esiste un alfabeto dentro di noi, a quanto pare, scritto molto prima che noi imparassimo a leggere e a scrivere. Alfabeto di impulsi visivi e auditivi che riceviamo, immagazziniamo, organizziamo. L’alfabeto che ogni animale ha dentro di sé.

 The Company ci riconduce a questo livello primitivo. E ci fa sentire forte come alcune dimensioni che oggi tendiamo a dimenticare, dettino in realtà gran parte della nostra vita.

    Non mi sembra così determinante la scelta di girare in digitale, anche se forse meriterebbe un discorso a parte, quanto la scelta visiva globale del film.  The Company è secondo me un film sullo spazio e sulla nostra esperienza dello spazio. La danza come conoscenza dello spazio dentro e fuori di noi. Ho letto di tutto su questo film: che la storia è inesistente, che il film stesso è inutile, che non c’è profilo nei personaggi. E in un certo senso qualcosa di vero c’è.

    Altman frequentemente sembra non andare da nessuna parte. Finché non ci si rende conto che le mete verso le quali tende non sono quelle abituali in un film, specie se americano, ma non per questo sono assenti: sono più fini, più sottili. E come si fa certe volte per paura, o per insicurezza, tendiamo a dire che le cose che non vediamo non ci sono. E’ un po’ il destino di Altman. D’altro canto è evidente:  Altman è ironico sempre e comunque. L’ironia è appunto l’arte di dire due cose contrarie nello stesso momento. E di farlo con chiarezza. Questo chiede essenzialmente la presenza di un pubblico. Che completi il film cogliendo la parte contraria, ciò che viene detto intanto che viene detta un’altra cosa

    Più precisamente. Il film è una lunga teoria di litigi, tradimenti, arrivismi, grandi drammi, vere e finte amicizie. E i personaggi sembrano non riuscire a districarsi in mezzo ai loro problemi, sembrano sempre sul punto di trattare le cose più importanti del mondo. Un ballerino viene sostituito in una scena ed ecco che spunta il suo agente con minacce, ecco scatenarsi il dramma di questo ragazzo. Questo è un lato della questione.

    L’altro è l’ottica con cui è girato: il grandangolo. Tutto a fuoco, quasi sempre. Grandi spazi. Movimenti morbidissimi di macchina. I personaggi sono in un punto a metà tra noi e la fine dello spazio, che sia un muro o un sipario o una finestra. Questo rende i loro drammi comunque distanti, comunque immersi e compresi in qualcosa di più ampio di loro di cui a volte nemmeno loro sembrano consapevoli.

    Torno sul grandangolo: girare tutto a fuoco comporta che il personaggio non si stagli mai sul fondo della realtà che lo circonda. In qualche modo quando vedo un personaggio a fuoco su un fondo sfuocato, entro in lui, mi sento in intimità con lui, l’intimità è appunto un momento privato rispetto a tutto il resto. Il nitore continuo di questo film (teoricamente assurdo, se si pensa che si parla di artisti, con un mondo interiore di solito ipertrofico) non dice che questi personaggi sono superficiali , per tornare ai commenti che citavo, né che sono inutili. Dice che il loro mondo interiore è vomitato all’esterno, che sono incapaci di protezione delle proprie emozioni. Eccoli infatti corrersi dietro visceralmente dall’inizio alla fine del film. Ognuno di loro è l’intimità dell’altro.

    E poi… la bellezza. Il difficile tema della bellezza che non deve mai essere decorativa. Il fatto è, sembra, che l’esito di tutto questo affannarsi, sudare, spingersi, faticare, è compreso in un senso più ampio, che è sempre di grande respiro, un respiro che non vediamo perché ne siamo parte. E’ il balletto finito, spettacolare, travolgente, ma mai per noi che lo balliamo. E’ un regalo. Siamo destinati a dimenarci nella dura danza della nostra vita sempre a beneficio di qualcun altro che ne coglie la bellezza da un punto di vista lontano.

    In conclusione, il meta – linguaggio di Altman mette i suoi personaggi contro il suo sguardo su di loro. Una lezione di cinema e credo anche di umanità.  Un esercizio insolito: camminare per strada e sentire lo spazio davanti, sopra, sotto e dietro di noi. E il tempo, che ci ha partoriti e ci supererà, che in questo momento ci accoglie.