Archivio di giugno 2006

Radiografie – La schivata, di Abdellatif Bechiche

venerdì 30 giugno 2006
    Alla fine del mio girovagare tra piccoli reperti occasionali riguardanti la verità e la difficoltà di dirla – ascoltarla – accettarla, non ho trovato film migliore de “La schivata” per concludere il percorso. Dico subito che per me è un film molto doloroso. Primo perché dimostra che un film può essere fatto anche senza soldi, e questo mozza le gambe a decine di alibi per chi non riesce a fare il suo primo film, e secondo perché Marivaux fa parte di quei pochi autori che nel corso della mia formazione teatrale alla Paolo Grassi mi si sono scritti dentro per non uscirne mai più.

    Un gruppo di ragazzi della banlieue parigina lavora per mettere in scena “Il gioco dell’amore e del caso” di Marivaux. Uno di loro, però, che non prende parte alla commedia, si innamora davvero dell’attrice protagonista. E così l’intreccio sentimentale di Marivaux scorre parallelo a quello reale. I vincoli che imponeva la borghesia settecentesca giocano a ping pong con quelli dei quartieri carcere di periferia, della multietnicità, dei figli degli immigrati.  

    E il problema rimane lo stesso, perché è l’uomo che rimane lo stesso, maschio femmina contemporaneo o del settecento, povero o ricco. Il problema di accettare la verità su di sé e sui propri sentimenti, di riuscire a dirla, di riuscire ad accogliere quella dell’altro. E invece tribù, tabù, costumi, razze, fazioni. La lucidità di Marivaux lo fa sembrare un autore contemporaneo: come giustamente la maestra spiega ai ragazzi, “Il gioco dell’amore e del caso” dimostra nient’altro che non esistono né l’amore né il caso. Che non è vero che l’amore è affinità di spirito, ma che l’unico spirito che riconosciamo è quello del benessere, dello status. Che non esiste il caso, ma una gelida macchina che comunque esclude lo spazio vitale dell’eccezione, dell’anomalia, dell’originalità. Questa macchina si chiama calcolo, ed è inscritta in ognuno di noi. Travestiti, mascherati, truccati, ci riconosciamo comunque dall’odore: cittadini, immigrati, clandestini, servi e padroni. E ci prendiamo a vicenda replicando disperatamente la nostra classe con i suoi vizi e i suoi fili spinati.

     Ma…. questo è tutto meno che un film cinico. Perché entrandoci dentro, a questi vincoli e a queste costrizioni, si vede la voglia di amicizia, di fedeltà, di ideali, di bellezza. Il padre del ragazzo innamorato gli manda dal carcere un disegno alla settimana: i disegni raffigurano tutti magnifici velieri che solcano i mari. E questi velieri tappezzano le pareti della stanza del ragazzo. Quest’idea di andare lontano, di viaggiare, di conoscere, di amare, tiene legati insieme i padri e i figli, i carcerati, gli incensurati e i pregiudicati. Perché l’uomo rimane quello che è indipendentemente dalla sua condizione.

    E poi… il dire la verità, finalmente. Nella commedia di Marivaux i servi si travestono da padroni e i padroni da servi. Nonostante questo, servi e padroni si innamorano tra loro, ognuno pensando di aver sedotto uno di ceto diverso dal proprio, fino a sorpresa finale. Su questo si regge l’intreccio. E il punto è che con una maschera davanti, tutti noi siamo più disposti a dire la verità. Se nessuno sa chi siamo, possiamo dire cosa abbiamo dentro. Appena svelata la nostra identità, scatta l’inevitabile corazza. Così pare essere anche per il quartiere della banlieue: proprio l’affermazione delle rispettive identità sembra impedire l’emergere dei sentimenti autentici.   

    D’altro canto, ci siamo mai chiesti perché le chat siano un luogo così importante per il nostro tempo ? Perché consentono di aprirsi completamente, di non essere riconosciuti / giudicati, di essere ascoltati. Perché di colpo una malattia, un dolore, un tradimento, un vizio, un guaio diventano cose che si possono dire a qualcuno. Marivaux immaginava questo meccanismo attraverso l’uso della maschera. Mi viene in mente una magnifica battuta di una sua commedia: “Malgrado la commedia, cara Contessa, tutto questo è vero, perché loro (gli attori) fanno finta di far finta”.

    Se vi è capitato, tornando a casa o andando al lavoro, di sentire l’angoscia della solitudine, il bisogno di dire a qualcuno qualcosa che vi turba, la considerazione che intorno a voi nessuno potrebbe ricevere questa verità senza accusarvi – compatirvi – scandalizzarsi – odiarvi – recarvi danno;  se avete pensato anche una sola volta di abbassare il finestrino e parlare con quello della macchina ferma in fianco alla vostra, se insomma anche per voi con la verità è una questione sempre aperta, allora “La schivata” è il vostro film.

Lo spunto di oggi – La verità – 4 -

giovedì 29 giugno 2006

 

 

  “La regina di Saba, quando ricevette la visita del grande Salomone, con cui gareggiava in saggezza, gli propose una sorta di indovinello. Lo condusse in un locale del suo palazzo dove straordinari artigiani avevano riempito lo spazio con fiori artificiali. Sembrava una pianura miracolosa, dove fiori diversi e profumati ondeggiavano piano sotto una brezza sconosciuta.

    “Ecco il mio indovinello” disse la regina. “Uno di questi fiori, uno soltanto, è un fiore vero. Sai indicarmelo ?”

    Salomone si guardò attorno attentamente. Fece appello a tutta la sua sensibilità, alla potenza della sua concentrazione. Non fu in grado di indicare il fiore vero. Allora, poiché sudava abbondantemente, disse alla regina di Saba: “Qui fa un caldo tremendo. Puoi chiedere a uno dei tuoi servi di aprire una finestra ?”

    La regina ordinò che si aprisse una finestra.

    “Ecco il fiore vero”, disse il re, un attimo dopo. Non poteva sbagliarsi. Un’ape, entrata dalla finestra, si era posata sull’unico fiore vero.”

    Se è sempre difficile essere Salomone, dicono i commentatori di questa storia, è ancora più difficile essere ape. Ma la cosa più difficile, in ogni epoca, è essere fiore. 

 

Lo spunto di oggi – La verità – 3 -

martedì 27 giugno 2006

Breve dialogo fra due sufi:

“Venderò Il libro della verità per un centinaio di monete d’oro, e alcuni diranno: ‘Non è caro’. “

“E io” disse l’altro, “offrirò la chiave per comprenderlo, e alcuni la rifiuteranno. Anche se la offro gratis”.

Il fatto – La morte di Mario Gallo

sabato 24 giugno 2006

    Ieri ho ricevuto la notizia della morte di Mario Gallo. Sono rimasto molto colpito anche perché pochi giorni fa avevo finito di leggere il suo libro “Cinema e Dintorni” di cui ho lasciato un post su questo sito. Dire che se ne va una parte del nostro cinema e della nostra storia è una cosa che staranno già facendo tutti, soprattutto quelli che l’hanno conosciuto direttamente e che gli erano amici. Personalmente non l’ho mai conosciuto e non ero suo amico.

     Però voglio raccontare come ho passato la serata del 20 aprile di quest’anno. Sono le otto di sera e sto camminando per le vie di Roma. Tengo in mano una cartina che mi deve aiutare a raggiungere la sede della Emmefilm. Domani sera riceverò il David di Donatello per ‘Un inguaribile amore’, di cui Marco Gallo è distributore in esclusiva.

    Marco mi invita a cena. Anche, presumo, per parlare delle poche parole che dovrò dire sul palco. Nessuno pensava che sarebbero state così poche, e quindi volevo accordarmi con lui. Il ristorante è un posto bellissimo, silenzioso, dove cucinano il pesce in un modo fantastico.  Marco non attacca mai a parlare di lavoro. Prima vuole sapere come stai, che idee ti passano per la testa. In questi giorni Roma è tappezzata di Alemanno contro Rutelli. Rutelli promette l’abbassamento dell’iva di una percentuale che nemmeno i fisici nucleari potrebbero apprezzare con i loro strumenti. Marco sorride amaramente: “Vedi in che paese siamo ? Berlusconi dice una cosa e Rutelli la fa. Male.”

    Arriva la spigola, e il nostro dialogo rallenta. Poi rispunta l’ansia di domani: cosa dire, come comportarsi ? Non sono mai stato un tipo da feste e da cerimonie. Trovo per lo meno bizzarro che possano forse applaudire il premio a un corto che nessuno ha visto.  “Preparati due parole di minima, perché avrai tre secondi. Chiarisci il senso del film se puoi”. Inguaribile ottimista, Marco. Ma quello che mi sta a cuore è ringraziare. Ci tengo a fare i soliti nomi e cognomi, è un fatto di gratitudine, di giustizia. Per cui propongo a Marco: “Posso dire: Cesare e Stefania, Shortvillage di Marco Gallo, Sottosopra e il mio direttore della fotografia Roberto Tronconi. Va bene ?”

    E qui voglio parlare di Mario Gallo. Perché i figli sono ciò che continua di noi, la nostra eredità anche di senso, di cultura, di amore. Sono un regalo che lasciamo al mondo e che dice anche di noi. Ogni frutto racconta la propria radice. Mario Gallo è stato il produttore di “Morte a Venezia” e di una marea di altri grandi film. Ma per me resterà sempre il padre dell’uomo che a quel punto mi ha fermato, si è fatto serio e mi ha detto: “Non fare il nome di Marco Gallo. E’ un modo per mettere in ombra tutti gli altri che stanno lavorando con me. E che ti giuro Giovanni si fanno un culo tanto per i vostri film”. Così ho fatto. Non ho nominato Marco Gallo. 

    Oggi, penso semplicemente che Mario Gallo ha fatto diventare grande un uomo così. Oggi penso che questo sia uno dei suoi veri successi.

Lo spunto di oggi – La verità – 2 -

venerdì 23 giugno 2006

    “Un coccodrillo smisurato, mostruoso, divorava tutti i viandanti che tentavano di attraversare un fiume. La sorte gli aveva assegnato, fin dalla nascita, proprio quel posto vicino al guado e lui scrupolosamente adempiva il suo compito di vero coccodrillo.

Eppure, gli procurava amarezza sentir parlare della cattiva reputazione di cui godeva in quei paraggi. Uccelli, pesci, gli riferivano tutte le malignità che si dicevano sul suo conto. In particolare, del coccodrillo si diceva che non conoscesse la verità.

    Quelle chiacchiere lo amareggiavano e gli creavano dei problemi. Ci rifletteva a lungo, immerso quasi totalmente nella melma, mentre i viandanti si facevano sempre più rari.

    Un giorno, in pieno mezzogiorno, vide una donna di una bellezza radiosa venire avanti lungo la riva per guardare il fiume. Con un balzo subito il mostro le si parò davanti, sgocciolante di fango e con le fauci spalancate. Paralizzata dal terrore, la donna si mise a gridare.

“Conosci la verità ?” le chiese il coccodrillo.
“Sì.” Rispose lei.
 ”Bene, se mi dici la verità non ti divorerò”.
La donna rispose quasi immediatamente: “La verità è che tu mi divorerai”.

    Allora il coccodrillo sbarrò gli occhi e spalancò un attimo quel suo lungo muso piatto. E’ vero, infatti, che la verità quando arriva inaspettatamente, lascia un po’ sconcertati, a bocca aperta, con gli occhi spalancati.

    Quando il coccodrillo, scuotendo il muso, si fu ripreso, la donna era già sull’altra sponda.”

Racconto popolare indiano

 

    Per la prima volta il coccodrillo viene meno a se stesso e cambia. E lo fa per lo spiazzamento della verità che qualcuno gli ha detto su di lui. Tra l’altro, nel momento in cui cambia, il coccodrillo rende falsa quella verità, la supera mutando. Ne fa una nuova.  

    Ora la domanda è: i film non cambiano il mondo, questo credo sia assodato. Ma i film possono provocare enormi cambiamenti in noi quando ci dicono la verità su di noi.  E come si fa a dire la verità in un film ? Al momento riesco a concepire solo un aborto di risposta: con l’estrema lentezza, aspettando che emerga in noi il film che abbiamo dentro, quello che ci è dato. Senza cercare storie, senza inventare situazioni divertenti o estreme o bizzarre. Ascoltare quello che risuona e che gira come un sintomo che poi esplode e si conclama in una storia. La prima cosa che posso dire, quindi, è che per dire la verità, ci vuole t-e-m-p-o.

 

Lo spunto di oggi – La verità – 1 –

giovedì 22 giugno 2006

    Mi piace l’idea di aprire una serie di piccoli contributi su un tema che mi sta particolarmente a cuore nel raccontare le storie in generale, e più precisamente nel raccontarle con il cinema: la verità. Perché più contemplo questo problema, più mi rendo conto che ho ancora tutto da capire.

 

 In un breve racconto arabo, un uomo adirato dice alla moglie: “Ti ripudio se non mi dici la verità. Hai rubato qualcosa dalla mia tasca ?”
La moglie, fissandolo negli occhi risponde: “Ho rubato. Non ho rubato.”
L’uomo ci pensa un attimo. Capisce che, in ogni caso, sua moglie ha detto la verità. Come lui chiedeva. E si tranquillizza. 

Lo spunto di oggi – “A proposito della disperazione e del coraggio” – 2 – di Rainer Werner Fassbinder

martedì 20 giugno 2006
“Se la certezza corporea di dover morire fosse tangibile in ciascuno di noi il più presto possibile, nessuno patirebbe più sofferenze esistenziali – l’odio, l’invidia, la gelosia. Niente più paure. I nostri rapporti interumani sono giochi crudeli per il semplice fatto che noi, nella nostra fine, non intravvediamo alcunché di positivo. Ma c’è il positivo, perché è reale. La fine rappresenta la vita concreta. Il corpo deve capire la morte. A Brema, dopo un mio spettacolo, passai una notte terribile. Un sogno di morte. Che mi colse assolutamente impreparato.

    Dopo di che mi venne la cardionevrosi e corsi dal medico. Ovviamente non ero malato. Questa esperienza della finitezza mi ha raggiunto in sogno a ventisei anni, anche troppo tardi. Non potevo più sfruttarla nella mia relazione. Ed è diventata l’argomento della mia nuova pièce: Endle Endlos (“Fine sena fine”).

    Però la distruzione non è il contrario dell’esistenza. La distruzione, come idea, si ha quando questo stesso concetto non esiste più, quando non ha più senso, quando si trasforma in una realtà che lo fa dissolvere. Quello che si potrà inventare dopo, sarebbe entusiasmante.”

 

Rainer Werner Fassbinder, giugno 1977 

     

Lo spunto di oggi – “A proposito della disperazione e del coraggio”, di Rainer Werner Fassbinder

lunedì 19 giugno 2006

“Non si può parlare del senso della vita senza ricorrere a parole fallaci. Inadeguate. Ma non ce ne sono altre. Se qualcosa esiste, allora è il movimento. Un bel giorno si è voluto dar credito a una cosmologia irrigidita, un sistema solare che, muovendosi in maniera preordinata, in realtà non si muove più. Per farlo rimettere in moto bisogna scompaginarlo. Questo è il compito dell’uomo, fin dalla sua creazione, ma non c’è alcun progetto che lo fondi. Non ci è più consentito affermare che la nostra esistenza ha uno scopo preciso. Il progetto, ma è quello dei potenti, si realizza nel nostro pensiero causale, che è sempre instradato a erigere esclusivamente sistemi di valori, a produrre senso.

    La storia intera, tutte le mitologie sono il risultato di quella serie pianificata di concatenazioni causali.  Ma se noi disarticoliamo le rispettive rotazioni di questo sistema, allora l’equilibrio dei baricentri non tiene più, e tutto il sistema va a rotoli. All’improvviso si crea il movimento, qualcosa esiste. L’effetto sarà paralizzante, per noi che partoriamo sempre valori. Siamo qui per questo. Non riusciamo ad accettare ciò che, rispetto all’esistente, vi si contrappone. Ragion per cui siamo ben lontani dalla libertà. 

    Noi non saremo mai liberi finché non saremo disposti ad accettare la distruzione. Così come accogliamo quel ben regolato sistema solare che testimonia del nostro irrigidimento. E la nostra situazione è dovuta al fatto che l’individuo non percepisce il suo essere estinguibile. Non mi riferisco a un sapere intellettuale, bensì a quella certezza del corpo in ogni sua azione. All’uomo, l’opportunità di capire la finitezza viene a lungo negata, ci penserà la sua natura corporea a supplire a quella carenza, e però molto tardi.”

(Continua) 

    
 

Lo spunto di oggi – L’Inferno, il Paradiso. Di Hélène Cixous

venerdì 16 giugno 2006

 

    “Agli inizi c’è l’inferno. Mi sembra che la storia di una scrittura cominci sempre dall’inferno. Come la storia di una vita. Dapprima nell’inferno dell’io, nel caos primordiale primitivo che è il nostro, queste tenebre nelle quali ci dibattiamo quando siamo giovani e nelle quali anche noi ci costruiamo. Quando si esce da questo inferno, che sia semplicemente l’inferno dell’inconscio, o che sia l’inferno reale, è il paradiso. Ma, che cos’è il Paradiso ?  

    L’inferno è molto più facile da descrivere, da dipingere, come si sa da Dante in poi. L’inferno è l’incomprensione, è il mistero temibile, è anche il sentimento demoniaco di non essere niente, di non controllare niente, di essere nell’informe, di essere infimi dinanzi all’immenso. E anche di essere cattivi e talvolta perfino malvagi. La nostra cattiveria è uno dei temi vertiginosi che aprono lo spazio della scrittura.

    Si scrive per uscire da questo inferno in direzione del giorno nascosto. Si scrive verso ciò che si avvererà essere infine il presente. Il paradiso è questo, è riuscire a vivere il presente. E’ accettare il presente che avviene, nel suo mistero, nella sua fragilità. E’ accettare di non controllare, di sapere che il presente passa, ma è bene che passi, perché passa presente; è sapere passare dall’angoscia allo sbalordimento e fare dell’incomprensibile la fonte di meraviglia, è amare la notte, non temerla, trattarla come un giorno stellato.

 

    Ma questo rappresenta un lavoro, un duro lavoro, che quando siamo ancora molto giovani, non sappiamo nemmeno pensare. E’ un grande lavoro vivere l’istante, questo domanda una rapidità d’animo e nello stesso tempo una grande lentezza. Ecco perché mi è capitato di dire: “Il paradiso è infernale”. Non è il riposo, ma l’accanimento, lo sforzo incessante per essere là, il confronto con la ricchezza travolgente del “c’è” dell’Es gibt.

    A un certo punto si può sperare di giungere all’epoca in cui si scrive non per mettere una croce sul passato, ma per diventare profeti del presente. A quel punto si deve fare il paradiso, lo si fa. Non ci è dato. Si rischia di perderlo, lo si vince di nuovo in continuazione.

 

Hélène Cixous, “Il teatro del cuore” 

Lo spunto di oggi – America Ieri – 3 -

mercoledì 14 giugno 2006

Parte conclusiva della lettera della 20th Century Fox a tutti i lavoratori dello spettacolo sull’informazione di guerra. 5 marzo 1943.


 

III. Quelli che stanno con noi. Gli Alleati.

a) I nostri alleati sono persone, non stereotipi. Essi vivono e amano e ridono e piangono proprio come facciamo noi. Mostrateli come sono. Evitate i terribili e logori ‘tipi’ , l’inglese “Bah Jove” con il monocolo, o il londinese “H’I say”, o il buffo cinese della lavanderia o il russo mujik con la barba.

b) I nostri alleati hanno forza e coraggio, intelligenza e dignità. Sfidate i critici della Gran Bretagna, mostrandone il coraggioostinato che l’ha sostenuta attraverso i giorni neri di Dunkerque e il blitz, la brillante sconfitta di Rommel, il coraggio e l’ardire della RAF. Mostrate la pazienza e la forza della Cina nel suo lungo, solitario confronto con il Giappone. Rispondete alla bugia, ispirata dall’Asse, che l’ideologia politica russa minaccia il mondo. Svelate la tradizione russa di osservanza scrupolosa degli impegni presi in trattati, e i molti avvertimenti della minaccia fascista che essa diede. Raccontate la storia del progresso russo nei passati 20 anni.

c)  Mostrate che l’Affitti e Prestiti è una strada che procede in due direzioni. Raccontate dei nostri ragazzi in Inghilterra, Irlanda, Australia, ecc., nutriti, ospitati e vestiti dai nostri alleati. Rimarcate il fatto che un carico di cibo in affitto – prestito e rifornimenti alla Russia o all’Inghilterra potrebbero prendere il posto di un carico di nostri ragazzi mandati incontro a una possibile morte o a una ferita sul campo.

d)  I Filippini non dovrebbero essere presentati solo come cuochi leggermente stupidi ma buoni, o camerieri o maggiordomi. A Bataan e Corregidor i Filippini hanno provato di essere un popolo coraggioso e grande. Gli dobbiamo molto.

e) Evitate caratteristiche denigratorie degli alleati o di popoli neutrali. Comunque, individui di qualsiasi nazione possono interpretare il ruolo dei ‘cattivi’ qualora si sia provveduto a chiarire che essi non sono tipici del loro popolo.

 

    Negli anni della guerra il Pentagono non entrò, se non marginalmente, nella produzione cinematografica di documentari, ma per lo più usò Hollywood, che riuscì a produrre cortometraggi di grande impatto emozionale. L’apporto di Hollywood all’informazione di guerra fu realmente essenziale ed è riassunto in una relazione di Joseph H. Hazen del 17 settembre 1943, in cui è illustrata l’imponente cooperazione, volontaria e senza profitto, dell’industria cinematografica con il Governo nello sforzo bellico.”

 

Fonte: ‘L’america e il nemico’, di Adele Rosazza