Archivio di settembre 2006

Segnalazione – Il corso di sceneggiatura

mercoledì 27 settembre 2006

 

    Comunico a quanti fossero interessati che Lunedì 16 Ottobre comincerà nel mio studio il corso di sceneggiatura. Qualche informazione di seguito.

target

    Questo corso è indirizzato a chi ama il cinema e vuole provare a scriverlo, a chi ha una storia in mente e non riesce a “metterla giù”, a chi la storia l’ha già scritta ma non riesce a capire perché non funziona. A chi usa la scrittura per mestiere, ma non ha mai approfondito la sceneggiatura e gli strumenti che può offrire. Ma è anche destinato a chi ama il cinema e vuole semplicemente fruirne in modo più consapevole.

Il calendario degli incontri

 

Lunedì 16 Ottobre, ore 20.30 – 23.00.
La STRUTTURA CLASSICA della sceneggiatura.

Lunedì 23 Ottobre, ore 20.30 – 23.00.
La creazione del PERSONAGGIO – Parte teorica

Lunedì 30 Ottobre, ore 20.30 – 23.00.
La creazione del PERSONAGGIO – Esercitazione pratica

Lunedì 6 Novembre ore 20.30 – 23.00.
Analisi e lavoro pratico sull’ INIZIO

Lunedì 13 Novembre, ore 20.30 – 23.00.
Analisi e lavoro pratico sullo SVILUPPO

Lunedì 20 Novembre, ore 20.30 – 23.00.
Analisi e lavoro pratico sul FINALE

Lunedì 27 Novembre, ore 20.30 – 23.00.
Analisi e lavoro pratico sui DIALOGHI

Lunedì 4 Dicembre, ore 20.30 – 23.00.
Analisi di LUOGHI LINGUISTICI del cinema

La Sede

Il corso si terrà presso lo Studio Covini, in via Bonghi 4, Milano.

iscrizioni

Via mail a: posta@giovannicovini.it
Via telefono: 02-84.800.750 

 

Posti disponibili: 10.

Costo: 250 euro. 

 

 

Lo spunto di oggi – La lettera di Giuseppe Piccioni

lunedì 25 settembre 2006

 

 

E’ passato del tempo, ma credo che valga la pena di leggere. E se si era già letto in primavera, di rileggere.

 

Lettera aperta

 

Questa lettera è stata scritta il 19 Marzo.
E’ rimasta nel cassetto, o meglio nel mio computer, fino ad oggi. Temevo che potesse essere vista come l’ennesimo tentativo di cavalcare il momento politico particolare legato alla scadenza elettorale. In realtà essa vuole suggerire alla politica alcune riflessioni e considerazioni diffuse tra molti di coloro che confidano in una nuova primavera politica e morale. Non vuole dar vita ad alcun movimento ma semplicemente contribuire a quel clima di ripensamento generale della politica auspicato da più parti. Alcuni amici mi hanno suggerito
di proporla all’attenzione dei leader dell’Unione. La lettera è rivolta inoltre a tutti gli artisti e gli intellettuali, agli operatori e alle varie professionalità nel campo della politica, della cultura, dello spettacolo, dell’arte in generale, e a tutti coloro che, a prescindere dal tipo di lavoro
che svolgono, dal campo di interessi in cui sono impegnati, condividono o hanno qualche ragione per condividerne lo spirito. Nella sua stesura originale la lettera conteneva alcuni riferimenti alle recentissime elezioni politiche. Riferimenti che non sono più presenti nel testo attuale.

Roma, 21 Aprile 2006. Giuseppe Piccioni

 

 

LETTERA APERTA AI LEADER DELL’UNIONE 

Durante il duello televisivo tra Prodi e Berlusconi del 14 Marzo c’è stato un passaggio, nel discorso del leader dell’Unione, in cui egli ha sottolineato la necessità di progettare un paese nuovo, un paese in cui, finalmente, vengano riconosciuti i meriti e non i privilegi, un paese in cui un giovane, per costruire il proprio futuro, non debba essere costretto all’umiliante ricerca di una raccomandazione. Questo riferimento all’Italia dei meriti, nella sua apparente ovvietà, mi è sembrato al contrario una vera novità. Quel sussulto di indignazione di cui questo paese fatica ad essere capace, non solo per fatti macroscopicamente evidenti, come quelli che riguardano il nostro (ex) Presidente del Consiglio, ma per quel complesso di comportamenti diffusi in cui, un certo grado di conflitto di interessi e di corruzione, costituisce ormai la caratteristica abituale presente nella pratica degli affari, nella politica, nella formazione delle carriere, nella produzione culturale, nello spettacolo. Al sospetto antico e qualunquista si sostuisce in tutti noi un sentimento di certezza: che la maggior parte di coloro che, in determinati posti di responsabilità, sono chiamati a compiere delle scelte, in realtà obbediscano, nella quasi totalità dei casi, a una logica di scambio di favori. Questo clima favorisce, è ovvio, coloro che sono più capaci di intessere relazioni, o che hanno acquisito, per vari motivi, quel patrimonio di conoscenze, amicizie, frequentazioni, che sembrano essere più importanti e decisive della competenza e della capacità professionale. Viviamo in un sistema di relazioni economiche, politiche, familiari, che opera una costante discriminazione nei confronti di chi, pur essendo dotato di buona volontà, talento, passione, non fa parte, o semplicemente non vuole far parte di questa logica. Tutto questo non può che arrecare un grave danno al paese: la dispersione di un enorme potenziale di risorse, di idee, di energie e una totale mortificazione delle intelligenze. Questa discriminazione sembra essere un dato caratteristico, genetico, ineliminabile del costume italiano e la denuncia di questo stato di cose un pio desiderio degli ingenui o, al peggio, una mera operazione di propaganda.

Vedo già l’alzata di spalle di molti intellettuali che, a sentir parlare di questione morale, oppongono con fastidio una visione razionalistica, pragmatica, tutta a favore della politica delle cose, senza incanti e retorica. Nel migliore dei casi ho l’impressione che molti degli addetti ai lavori della politica, a
sentire questi discorsi, possano dire: “ Si, grazie per i nobili argomenti ma adesso dobbiamo parlare di cose più serie, più concrete. Lasciaci lavorare.”

Mi chiedo come si possa coinvolgere il paese in una straordinaria opera di ricostruzione senza essere in grado di interpretare le sue aspirazioni più profonde, senza dare in cambio una speranza, un progetto radicalmente diverso a cui tutti possano guardare con fiducia. Un progetto che dia a tutti una ragione per dare il meglio di sé senza avere il timore che ci sia qualcuno che non rispetta la fila, qualcun altro che ha degli sconti, delle corsie preferenziali. E’ questa la nuova frontiera per la politica italiana, per il paese: giustizia, equità, valorizzazione di chi è capace, a prescindere dall’ ambiente di origine, dalle appartenenze politiche, dalle famiglie. Questo non deve essere semplicemente un
cavallo di battaglia dell’Unione nella campagna elettorale, ma un richiamo costante, nell’azione di governo, a tutti coloro che dovranno prendere delle decisioni. Che siano scelti per le loro competenze, per l’onestà, se questa non è considerata una dote fuori moda, per la capacità di incoraggiare, di sconfiggere la rassegnazione, di contribuire a creare quell’aria nuova nella
politica, nella cultura. Pensiamo davvero a come potrebbe essere una televisione diversa, senza censure, ma anche meno intossicata dalla stupidità, dalla faziosità, dalla volgarità.

“Questo è un paese dove i figli degli avvocati fanno gli avvocati e i figli dei disoccupati fanno i disoccupati.” E’ una battuta dell’ultimo, bellissimo spettacolo di Paola Cortellesi. Forse molto di più di una battuta. Sappiamo che il nostro è un paese bloccato. Che al di là di qualche eccezione, i destini individuali, le carriere, persino il successo vengono decisi troppo spesso dall’appartenenza a
una lobby, a una famiglia, a un ambiente. Che ci sono posizioni di privilegio ereditarie che formano una casta impenetrabile, inamovibile, posizioni occupate da persone che hanno un grande potere, spesso inadeguate ai posti di responsabilità che occupano, il cui consenso è decisivo per l’approvazione di un progetto e che a loro volta devono ridistribuire favori , suggerire nomi, raccomandare. Conflitti di interesse, la frequentazione di uno stesso ambiente o l’appartenenza ad un gruppo di amici comuni, non di rado condizionano il giudizio, solo apparentemente super partes, di critici, opinionisti, intellettuali nei confronti di un libro o di un film. In alcuni casi, sciaguratamente, essi sono nel libro paga di produttori e editori. A coloro che sono nell’ombra, che non appartengono a nessuna lobby, che non hanno ancora crediti da far valere, è riservata una totale mancanza di attenzione, al limite della crudeltà.

Questi comportamenti non sono patrimonio esclusivo della destra. Essi sono la pratica costante di quel partito trasversale in cui la politica è lo strumento con cui si concludono affari e si costruiscono le carriere, all’interno di un intreccio di rapporti in cui, se si vuole lavorare, è difficilissimo non entrare a far parte, esserne complici, condividerne i privilegi e i compromessi. E il prezzo di tale appartenenza è una diminuzione della libertà individuale, dell’indipendenza di giudizio. Chi cerca di tirarsi fuori da questo intreccio di favori e obblighi, a meno che non abbia consolidato una posizione di potere personale, o non lavora o, comunque, non entra a far parte dei processi
decisivi. E’ invisibile.

Questo partito degli affari, inciuci o maneggi, che ormai condiziona pesantemente la cultura, che entra nelle decisioni sui progetti da approvare, nelle nomine, nei criteri di assegnazione dei premi, nelle selezioni dei film nei festival, impedisce o meglio inibisce comportamenti indipendenti, condiziona il mercato rendendolo non libero. Non è mia intenzione mettermi su un pulpito, non si tratta di facile moralismo anche perché tutti coloro che hanno ottenuto un certo grado di successo, di notorietà (compreso il sottoscritto), non possono non avere il sospetto di essere o di essere stati parte di questo meccanismo. E’ una mancanza
di libertà che riguarda noi tutti e in cui si richiede che tutti, in misura maggiore o minore, siano collusi. Ci sono, a volte, ahimè, giudizi che non sempre si possono esprimere ad alta voce, uno scontento che si alimenta nelle retrovie, una disillusione che porta molti giovani a guardare al proprio futuro accettando fin dall’inizio l’idea che per riuscire non è sufficiente studiare, impegnarsi, credere nel proprio lavoro, ma che, prima di tutto, bisogna avere delle conoscenze, degli appoggi.

In questi ultimi decenni l’affermazione di un certo modello di televisione ha prodotto una pedagogia contagiosa, del tutto negativa. Si è affermata un ideologia del successo che non si accompagna alla stima per sé stessi o a quella che viene conferita dagli altri. E’ una idea di successo dove è sufficiente essere famosi, conosciuti e riconosciuti, che non elimina, anzi amplifica le angosce, un successo che rende fragili, esposti alla depressione, alla perdita di autostima, spesso a una deriva esistenziale. In questa logica di inclusione/esclusione dalla lista di coloro che ce l’hanno fatta non esiste altra alternativa che il fallimento, la frustrazione. E’ su questo tipo di valori, o di non valori, che si è fatta strada la pedagogia, o la non pedagogia berlusconiana: una sistematica opera di diseducazione della gente, la frantumazione di qualsiasi idea di comunità, la scomparsa di qualsiasi conflitto interiore tra bene e male, l’esaltazione del destino individuale al di là delle regole, il fastidio verso qualsiasi scrupolo o conflitto morale. Quello che conta è farcela, non importa come e a quale prezzo.

Personalmente, da qualche tempo, faccio fatica a firmare appelli, anche i più giusti, quelli a cui non ci si può sottrarre. Spesso attori, registi, personalità di rilievo del mondo dello spettacolo, sono chiamati a testimoniare con la loro presenza, a favore di una parte politica. E’ l’Italia dei vip. I giornalisti ne riportano nomi e cognomi solleticando la vanità di quelli che vengono citati e causando
frustrazione in quelli che vengono dimenticati. Qualcuno sospetta che alcuni si facciano vedere in campagna elettorale per ottenere una posizione di vantaggio una volta che si sia insediato il nuovo governo. Coloro che hanno pudore, rimangono isolati, esclusi, senza causa e senza bandiera. Rattrista l’idea di affidare la capacità di attrazione di un progetto politico alla presenza di vip nelle varie manifestazioni dove, troppo spesso, artisti, attori, attrici sono
ridotti a specchietto per le allodole, semplice ornamento della politica. E’ l’Italia della televisione, dell’Auditel. Dove il solo fatto di essere famosi o conosciuti è considerata una qualità. Che ne è della politica? Della moltitudine di “invisibili” che, ogni giorno, nei posti di lavoro, nelle scuole difende quello che resta della dignità di questo paese. Non meritano
l’attenzione che è riservata al vip che porta voti? E allora ecco che “lo spettacolo” della politica si svuota di significato e quello che avviene nella società civile, poiché non visibile, non quantificabile, non trova rappresentanza nei tavoli dove si prendono le decisioni, o nei salotti televisivi.

Quello che mi chiedo è come si può contrastare questa tendenza. Con quali valori e comportamenti alternativi? Rischierò di essere demodé dicendo che questo paese ha bisogno di principi e di speranza. Che forse si può pensare a un’ Italia che non sia quella dei furbi, dei cosiddetti vincenti, dove il disagio non ha diritto di cittadinanza, l’Italia degli affari sporchi, dell’intimidazione, dei
modelli televisivi sempre piu’ avvilenti di uomini e di donne (oh, sì purtroppo. Qui l’indignazione non sarebbe mai troppa. Dov’è finito il movimento di opinione martellante, tambureggiante delle donne?), l’Italia del gossip, delle isole dei famosi, un’Italia sempre più depressa e incanaglita. Non parlo di censure. Mi chiedo solo se è da ingenui pensare che questa tendenza si possa contrastare, invertire. E se fosse possibile pensare a un’Italia migliore di questa, a una televisione migliore di questa, a una politica migliore di questa? Non basta una semplice successione al governo. Il declino di questo paese è così profondo, i guasti così gravi, che occorrono scelte e comportamenti eccezionali. Bisogna essere capaci di parlare alla parte migliore della nazione, di affidarsi a uomini le cui qualità morali non siano secondarie. Bisognerà davvero fare in modo che la politica non sia più un’attività separata dalle legittime aspirazioni di tutti. Una politica che è soprattutto strategia mediatica, fondata esclusivamente sul carisma televisivo, e che punta ad un consenso di tipo plebiscitario. E’ l’Italia dei comunicatori
dove il cosiddetto successo mediatico fa terra bruciata di tutto ciò che gli sta intorno, rendendolo secondario, inutile, relegando nella clandestinità qualsiasi dissenso, qualsiasi altro argomento. Non si parla ad un’Italia di cittadini ma di fans, di tifosi, di sudditi. Il successo non deriva dal rispetto, dalla stima, dal “merito paziente”. Il culto mediatico della personalità esige
l’ammirazione infantile, il fanatismo e una delega acritica e senza condizioni. Questo paese depresso, diviso, sospettoso, incapace di desideri, di passioni può innamorarsi di nuovo. Il nuovo governo dovrà restituire qualcosa che non è contenuto nei programmi: speranza, orgoglio e il diritto a ritrovare una politica che ci rappresenti davvero e un senso più pieno nel nostro rapporto con la collettività.

 

 

Roma, 12 Aprile 2006 Giuseppe Piccioni

Lo spunto di oggi – La pazienza

mercoledì 20 settembre 2006

 

 

    Più di un amico si è riconosciuto nelle parole di Nancy Kress sulla paura. E allora spezzo una lancia anche per il nostro attendere di essere davvero pronti a scrivere.

    “Ma ahimè, con i versi si fa poco quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe saper attendere, raccogliere, per una vita intera possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente) sono esperienze.

    Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si aprono al mattino. Bisogna saper ripensare a itinerari in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando portavano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e grevi trasformazioni, a giorni in stanze silenziose e raccolte e a mattine sul mare, al mare soprattutto, a mari, a notti di viaggio che passavano con un alto fruscio e volavano insieme alle stelle – e ancora non è sufficiente poter pensare a tutto questo.

    Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si rimarginano.  Ma bisogna anche essere stati accanto ad agonizzanti, bisogna esser rimasti seduti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori intermittenti. E non basta ancora avere dei ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza di attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono.

     Solo quando diventano sangue in noi, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, soltanto allora può accadere che in un momento eccezionale si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso.”

 

Rainer Maria Rilke, “I quaderni di Malte L. Brigge” 

Lo spunto di oggi – Il compleanno

lunedì 18 settembre 2006

 

 

    Caro papà, oggi compi 74 anni. Questo sito smette per un giorno di parlare di cinema per farti gli auguri… Che il giorno più brutto del tuo futuro sia uguale al più bello del tuo passato!  Lo so, è di Truffaut. Non sono io che parlo di cinema, è il cinema che parla sempre di noi…
    Ma c’è una pagina che tuo nipote Samuele ha portato a casa da scuola, che mi sembra bella e che secondo me ti somiglia molto.

 

O Sole

Mio piccolo signore

Fa che tutto sia bello,

sul mio cammino.

Tutto bello dietro di me,

sul mio cammino.

Tutto bello dinanzi a me,

sul mio cammino.

Tutto bello intorno a me,

sul mio cammino.

Fa che tutto sia bello

durante il mio cammino.

In bellezza ! In bellezza ! In bellezza !

Grazie, o mio piccolo signore.

 

Preghiera degli indiani Navajos 

 

 

Lo spunto di oggi – La paura di riuscire

venerdì 15 settembre 2006

Dedicato a qualche amico che ha finito il suo lavoro ma non riesce a capirlo e… sì, dedicato un po’ anche a me e alla mia sceneggiatura…

 

 

    “Talvolta il problema non è la paura di non essere all’altezza, bensì al contrario quella di finire la storia: se arriverò in fondo, dovrò cominciarne un’altra. Questa è l’angoscia. E non ho altre idee. E forse la storia successiva non sarà altrettanto buona. Perciò, siete restii a terminare il romanzo o il racconto; invece, passate tutto il tempo a perfezionare quello che avete già scritto, a progettare diversi finali, oppure a riscrivere l’esordio, anche se tutti coloro che lo hanno letto sostengono che è perfetto.

    Talvolta la paura di riuscire assume un’altra forma: terminate la storia, però non la spedite. Anche se è compiuta, avete la sensazione che potreste fare di meglio, quindi la fate circolare in un’infinità di corsi o seminari di scrittura creativa (ecco a chi l’avete fatta leggere) per evitare di metterla sul mercato.

    Se timori di questo genere vi tengono bloccati, avete bisogno di imporvi delle scadenze, per esempio del tipo: spedirò questa storia entro il 3 dicembre. Inoltre fatelo sapere a tutti i colleghi del corso o seminario che frequentate, a vostro marito o a vostra  moglie, a vostra madre, ai vostri figli. Pregateli di chiedervi periodicamente se avete spedito la storia. Fatene una questione tanto importante da essere costretti a smettere di perfezionare il testo, altrimenti finirete per sentirvi come il più grande imbecille del mondo. Poi spedite il lavoro.

    E in attesa di una risposta procuratevi una copia di Spiacenti non ci interessa, a cura di André Bernard. Questa raccolta di rifiuti collezionati da altri scrittori vi rassicurerà, dimostrandovi che si può sopravvivere a un rifiuto, e che per giunta con la perseveranza si può trionfare. (…) Per esempio, quando Pearl S. Buck inviò in esame “La buona terra”, il libro che le permise in seguito di vincere il premio Nobel per la letteratura, si sentì rispondere: ‘Il pubblico americano non ha il minimo interesse per qualsiasi cosa che riguardi la Cina’.”

Nancy Kress, “Inizio Sviluppo e Finale” 

     

Lo spunto di oggi – Un contributo di Nadia Lenarduzzi

martedì 12 settembre 2006

    Con molto piacere accolgo questo “quasi fuori tema”, un contributo che ritengo molto interessante della dottoressa Nadia Lenarduzzi, la psicologa che insieme a me tiene i corsi di Team Building nelle aziende. Si tratta della recensione di un libro che ha a che fare con il nostro lavoro in queste realtà.

Buona lettura.

Alberto Marino, Annalisa Rolandi 

Autosviluppo

Coltivare competenze e motivazioni per la propria crescita professionale 

       

       Scoprire di poter diventare protagonisti della propria professionalità e del proprio sviluppo affiancando questa modalità a quella consueta del corso di formazione ( improvment) può essere per molti una piacevole sorpresa. Il requisito principale è la capacità di mettersi in discussione cioè la consapevolezza di dover migliorare alcuni aspetti del proprio modo di lavorare.

    A questo vanno aggiunti la perseveranza, la fiducia in se
stessi e la flessibilità.
Grande rilievo viene dato all’importanza del feed-back cioè al saper valorizzare i microfeedback che si esprimono nella consueta attività lavorativa fino all’avvalersi di feedback esterni strutturati nel proprio entourange professionale per valutare l’efficacia dei nuovi comportamenti appresi durante il percorso di autosviluppo.

Il libro non sottovaluta l’importanza del coaching ma aiuta ad individuare in quali situazioni è
possibile attivare un “sana relazione di coaching verso se stessi”.

     Non sfugge agli autori il fatto che non sempre le richieste dell’attività lavorativa e gli ambiti in cui si rende necessario un percorso di autosviluppo coincidono con le proprie preferenze. A volte capita di compiere attività in modo quasi automatico senza che l’individuo abbia la sicurezza di sapere ciò che davvero lo motiva. Per questo una mappa aiuta a mettersi alla ricerca o riscoperta di quelle che sono le preferenze consistenti nel tempo che influenzano in modo duraturo il nostro comportamento: si tratta di motivazioni profonde che non sempre sono rilevabili con l’autovalutazione.

    Talvolta ci attribuiamo motivazioni apprese che qualcuno o qualcosa all’esterno di noi ci ha attribuito o ha indotto e che ha effetti a breve termine. A volte pensiamo ci interessi e motivi qualcosa che è più legato a fattori contingenti come ad esempio quelli retributive o quelle attese dall’azienda stessa. Se invece si prova a rispondere alle domande chiave che gli autori individuano per scoprire la nostra spinta motivazionale si aggiunge un tassello importante a quella che Rheinberg (2002) indica come competenza motivazionale intesa come (…) la capacità di conciliare le situazioni attuali e future con le proprie preferenze nelle attività in modo tale da rendere possibile un agire efficiente senza continui sforzi di volontà.

     Il libro procede con una guida alla compilazione di un “piano” molto dettagliato nonché ai problemi che più spesso si verificano nella sua fase applicativa. Si tratta di individuare ora quali competenze inserire e qui “criteri bussola” orientano nel difficile compito della scelta. Gli autori sottolineano come sia utile mettere in lavorazione competenze che, oltre a presentare un livello di priorità elevato, ci sembrano relativamente “facili” da sviluppare in modo da ottimizzare il ritorno dell’investimento in corrispondenza dell’impiego di minori risorse.

 

Questo oltre ad essere un manuale pratico di autosviluppo rivolto ai professionisti di risorse umane e a tutti coloro i quali desiderano apprendere una metodologia efficace per accrescere il proprio bagaglio di competenze evidenzia la presenza di molte risorse che a volte diamo per scontate o non sospettiamo di avere e suggerisce come attivarle.

 

 

 

Alberto Marino, Annalisa Rolandi, “Autosviluppo” , Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA,2006 

Radiografie – Come l’ombra, di Marina Spada

mercoledì 6 settembre 2006
 

Marina Spada

    Ho visto il film di Marina Spada qualche tempo fa. Prima della color correction, con le musiche provvisorie e senza gli ultimi ritocchi. Oggi il film è approdato al Lido ed è stato accolto entusiasticamente da critica e pubblico.
    E’ la storia di una giovane donna, Claudia, che “sopravvive” a Milano – città – morta, e che nel deserto di senso e di affetto della propria vita incontra un uomo più vecchio di lei, suo insegnante di russo, con il quale intrattiene una flebile relazione. Un rapporto che pare servire più a sentire se si è ancora vivi che a progettare una vita. Il professore le chiede un giorno di ospitare una persona per una settimana. Una ragazza, forse una parente, ucraina: Olga.  La cosa si fa, anche se malvolentieri. Ma dopo qualche giorno di convivenza Olga scompare.  E’ allora che Claudia parte per una ricerca che si deve un po’ inventare, andando a buon senso e a istinto. Il professore è scomparso e la ragazza ucraina verrà ritrovata soltanto all’obitorio. Claudia parte in treno verso la casa di Olga, in Ucraina, portando con sé la sua memoria da restituire.

     Radiografiamo soltanto un momento della sceneggiatura: lo sgancio tra primo e secondo atto. Olga scompare. Questo evento ruota l’asse del film, e conduce la protagonista dallo stato soporifero e inconsapevole della sua vita fino a quel momento, a una lunga sequenza di azioni e di assunzione di responsabilità e di rischi.

    Da manuale la storia di Marina ha un primo atto potenzialmente suicida: quando una storia gravita intorno a un personaggio, quel personaggio non può essere passivo. Mi spiego meglio: le storie sono fatte di eventi, gli eventi sono quasi sempre azioni, le azioni sono mosse dai desideri, i desideri sono radicati nei personaggi. Ne consegue che se un personaggio non agisce non c’è storia. Tutto ciò che capita nella vicenda non capita a partire dal personaggio, ma semplicemente al personaggio. Ci dice poco di lui.  Non so se qualcuno ricorda ‘Nell’. Un film su una donna rimasta selvaggia e sola, che viene pian piano ricondotta alla socialità attraverso un durissimo cammino. C’era tutto perché fosse un film strepitoso, eppure non funzionò. Ci si chiedeva perché. Il perché era esattamente questo, secondo me: quel personaggio poteva solo subire, era impotente a qualsiasi azione. Tutto ciò che mandava avanti la storia capitava al personaggio più con casualità che per necessità.

    Così Claudia vive questo amoretto con il professore, poi riceve questa ragazza, e lei resta sospesa senza dire sì né no. Le cose le succedono. Ma poi Olga si perde. Qui nasce finalmente un desiderio. Non era una persona importante nella vita di Claudia, ma era lì fino a un momento fa… Questo è lo strepitoso inizio di secondo atto della storia. Il desiderio parte da una mancanza. Finché le persone o le cose le abbiamo, non le desideriamo: le abbiamo già. Il film si apre e corre su due binari: l’indagine dentro Milano è un’indagine dentro di sé. Claudia cercando Olga trova molto più di Olga: trova se stessa, trova il nome di ciò che le manca nella vita, trova la radice di ciò che muove le sue azioni, e quindi il suo desiderio profondo.

    Nella vita di Olga, Claudia vede specchiata la propria. Nello sradicamento da una terra, nel perdersi, Claudia sente delle rispondenze che non immaginava. Iniziare a cercare qualcuno o qualcosa è cominciare a capire perché lo si cerca. Iniziare un’indagine è cominciare a capire di che delitto si tratti, di che assassinio si stia parlando, di chi sia la vittima.

    Milano, fotografata da Basilico in modo più che visivo, quasi veggente, è il corpo sbudellato e svuotato di Claudia e di Olga, e questa capacità di riflettere nel mondo esterno e materico quello interno e spirituale, mi rimanda immediatamente a due film: “Deserto rosso” e “Il grido” di Antonioni (guarda caso storia di un uomo che peregrina per tutta la padania in cerca di un lavoro che non riesce a trovare, che si perde in mille rapporti sentimentali fugaci, e che alla fine si arrende all’evidenza di non aver trovato se stesso).

    Lo sgancio tra primo e secondo atto di questo film è una medicina per i nostri giorni. E’ la presa di coscienza che qualcosa ci manca, ci viene sottratto sempre. Olga scompare ogni giorno e il regalo più grande che ci fa è quello di farci muovere in ricerca. Perché la ricerca dell’altro diventa inevitabilmente ricerca di noi stessi. Perché intraprendere un viaggio per restituire la memoria di una persona alle sue origini, restituisce identità, memoria e dignità a ognuno di noi.

    In conclusione cosa dire…. Samantha Casella, Marina Spada… il cinema italiano pro-muove due donne, due film di grande interiorità, di grandi silenzi. Forse sì, qualcosa è cambiato.