Archivio di ottobre 2006
Lo spunto di oggi – Tiziano Terzani e l’arte del profumo
giovedì 26 ottobre 2006
Ma come potevo non aver mai letto niente di lui ? La mia amica era vagamente sorpresa da questo fatto. Devo dire che mi accade quasi sempre con le persone e le opere di successo planetario. Snobberia ? Non so, sta di fatto che entrare in un viaggio che tutti hanno già decretato meraviglioso mi dà un certo fastidio. C’è solo da perderci, no?
L’ultima volta che mi era successo fu addirittura ai tempi di “Va dove ti porta il cuore”, non era possibile che non avessi letto il successo di Susanna Tamaro. Un giorno, era estate, mi ci provai. Arrivai fino a pagina 30, quando mi accorsi che il personaggio di un’anziana piena di dolori per l’artrosi, nel tempo libero potava le rose. Fatti due conti e avendo potato qualche rosa, decisi che non ci potevo credere, e tuttora non so cosa accada a pagina trentuno.
Con Terzani è stato un po’ diverso. L’immagine pubblica non mi è mai sembrata sincera. E’ un’impressione del tutto personale, ma quest’uomo che raccoglie in sé tutta la saggezza del mondo, tutta l’antichità dell’oriente, tutta la modernità dell’occidente, tutta la cultura, tutto lo spirito…. mamma mia quanti tutto… sarà anche tutto vero ? Boh. In ogni caso, l’amica è una persona di intelligenza acutissima, e mi fido.
Per qualche sera mi ritrovo nel letto con in mano la storia dell’indovino. E mi sembra di essere seduto a un bar, con un amico dai tanti viaggi, dai tantissimi soldi, dalla molta informazione che profuma di cultura, dall’enorme talento nel raccontare quadri geopolitici di rara complessità senza mai dare l’impressione di semplificarli. Ecco cos’è. Terzani ce l’hai in tasca, lo leggi in tram, in mezzo al casino, sotto l’ombrellone mentre i bambini sparacchiano sabbia e schizzi, in coda alla posta tra conti correnti e litigi. E riesci a seguirlo perfettamente.
O bella, ma com’è che sono diventato così intelligente e capace di concentrazione ? E questa sensazione edificante che mi lascia dentro, di aver capito tutto anche se non mi ricordo niente di preciso… da dove viene ? Il volume viaggia spedito verso le quattrocento pagine. E ogni tanto mi chiedo: ma cosa sta dicendo ? La risposta è sempre più o meno la stessa nel corso dell’opera: il mondo occidentale è invaso da una paurosa ondata di materialismo che lo sta prosciugando spiritualmente, e in questa fragorosa e violenta caduta, l’Occidente porta con sé anche l’Oriente.
Bene. Qualcuno aveva dei dubbi in proposito? Valeva la pena di scrivere quattrocento pagine per dire questo? Valgono la pena tutte queste parole, per dire che gli indovini dicono tutto e il contrario di tutto ? Sinceramente, credo che il talento vero di Terzani sia stato quello di mettere in moto delle riflessioni usando parole di grande semplicità (e questo è davvero bello e raro) ma soprattutto che sono già state dette tutte. Abbiamo la sensazione di camminare verso un sapere, ma le sue parole sono un tapis roulant che ci lascia dove siamo. A me onestamente sembra che le pagine di Terzani stiano alla conoscenza come Harry Potter sta alla letteratura. Profumo.
Alla fine mi arrendo. Ma prima di abbandonarlo, leggo dentro la copertina: la dedica della mia amica. E trovo anch’io, prima di chiuderlo, qualcosa che ricorderò del libro.
Lo spunto di oggi – Nessun punto di vista è il punto di vista peggiore
martedì 24 ottobre 2006
“Chi dice di non avere una filosofia della storia in generale ha la peggiore. Per cui secondo me il problema non è quello di negare che gli eventi abbiano un senso, è di mettere le carte sul tavolo: dimmi quali sono le categorie, quali sono i criteri attraverso i quali tu dai senso alla storia e vediamo se queste categorie e questi criteri si possono discutere e si può capire qual è la forma di senso che si dà alla storia; perché noi, volenti o nolenti, non possiamo vivere in un mondo completamente insensato, noi attribuiamo continuamente il senso alla storia, allora visto che lo facciamo cerchiamo di farlo nel modo migliore, cerchiamo di evitare di dire che la storia ha un senso arbitrario o che la storia deve essere interpretata col semplice buon senso, perché il buon senso, come dire, non è una grande categoria, fa passare tra le sue maglie larghe qualsiasi interpretazione. Di modo che la mia ipotesi, o meglio la mia tesi, è che si debba riformulare, di fronte al crollo delle filosofie della storia o della concezione del senso della storia legato al passato, la nostra idea di storia”.
Dall’intervista a Remo Bodei Il senso della storia , 30 giugno 1994 Napoli
Il fatto di oggi – Il Festival di Cori
venerdì 20 ottobre 2006Ricevo e immediatamente pubblico. Non solo con gratitudine per il riconoscimento, ma via via che prendo coscienza della storia del Capitano Maurizio Poggiali ( www.mauriziopoggiali.it ) sempre più commosso di poterne rappresentare quest’anno, per una sera, la memoria.

COMUNE DI CORI – CONCORSO NAZIONALE DI CORTOMETRAGGI
PREMIO “MAURIZIO POGGIALI” – V EDIZIONE
I TEMI PREMIATI: AMORE, PACE E SOLIDARIETA’
Il premio intende valorizzare la cultura cinematografica e promuove un concorso nazionale di cortometraggi che è diventato, negli anni, un importante appuntamento per registi e filmmakers del nostro Paese e della Regione Lazio. La partecipazione è aperta ad opere (massimo 45 minuti) in qualsiasi stile (fiction, documentario, animazione) che affrontino preferibilmente temi civili, morali ed etici ed è questo che contraddistingue il concorso.
Questa edizione, tra i numerosi partecipanti, premia i cortometraggi:
“Un inguaribile amore” di Giovanni Covini (Premio David di Donatello 2006) sul tema della malattia di Cesare Scoccimarro, ammalato di SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica), e dell’amore della sua compagna (Stefania Bastianello). Un uomo e una donna, il cui amore convive da dieci con la malattia che costringe Cesare immobile a letto, e privo della facoltà di parlare, ma non della necessità di comunicare a tutti la voglia di vivere. Nella sua drammaticità, il corto rappresenta uno straordinario inno alla vita ed un messaggio d’amore. (Premio Maurizio Poggiali, Premio della Giuria)
“Le grotte della memoria” di Lorenzo di Majo, che raccoglie le testimonianze dei bombardamenti del 1944 che colpirono la popolazione civile di Cisterna di Latina rifugiatasi nelle “grotte” della zona, è una drammatica rivisitazione del passato che induce a non dimenticare la crudeltà della guerra, per trasmettere un messaggio di pace tramite la voce di chi ha vissuto quegli orrori. (Premio sezione ocumentari)
“Un altro sentiero” di Maurizio Orsola (Orsolizio), documentario sulla casa famiglia “Altro sentiero” di Segni (Roma) che ci accompagna attraverso una nuova realtà, in accordo con le normative vigenti, per l’accoglienza dei minori a rischio o in stato di precarietà sociale. Il corto rappresenta un simbolo di solidarietà umana di inestimabile valore. (Premio città di Latina)
Premio speciale al “Liceo Scientifico Statale Ettore Majorana” di Latina, per il corto “Sterzata di classe”, con la regia di Christian Antonilli, realizzato dagli studenti e dai docenti del liceo, sul tema della prevenzione degli incidenti stradali, per l’attenzione e la sensibilità alle tematiche relative alle necessarie precauzioni da adottare (cinture di sicurezza, uso limitato del cellulare) durante la guida di automobili, al fine di evitare incidenti. (Premio sezione scuole)
La cerimonia di premiazione, con la proiezione dei cortometraggi vincitori, avverrà a Cori (Latina), presso Sala Convegni – Ponte della Catena sabato 11 novembre 2006, dalle ore 18, alla presenza dei registi premiati, del Sindaco di Cori Tommaso Bianchi, dell’Assessore alla cultura del Comune di Cori Luciano Lazzari , e del direttore artistico della manifestazione, l’attore e regista Fabio Poggiali.
Radiografie – Romanzo Criminale, di Michele Placido
martedì 17 ottobre 2006
L’aspetto che vorrei radiografare, è la tattica della sceneggiatura di questo film. Ognuno di noi ha dentro di sé come una bussola, un sistema di gerarchie che gli indica cosa è giusto e cosa è sbagliato, cos’è importante e cosa non lo è. Quando però ascoltiamo un amico che ci racconta la sua vicenda personale, sospendiamo il nostro giudizio morale sulla persona – perché le vogliamo bene – e facciamo semplicemente il tifo. Per questo diventano leciti malefatte, amanti, furti e persino omicidi. O comunque, se anche non diventano leciti, non inficiano l’immagine che abbiamo del nostro amico. Mi ha sempre colpito lo sguardo sincero dei genitori dei figli balordi che commettono qualche disastro, che in televisione dicono: è sempre stato un bravo ragazzo.
Quando si racconta una storia, quindi, la prima cosa che deve avvenire se lo spettatore è coinvolto è una sorta di sospensione etica. Il personaggio che amiamo sbaglia ma resta nel nostro cuore. Si tratta di capire, narrativamente, come fare a far innamorare il pubblico di un personaggio che commette omicidi reiterati e truculenti. Qui entra la tattica del gangster movie. C’è una vera e propria strategia, anche di vecchia data e quindi ben consolidata, per far amare o odiare un personaggio. Qualche esempio: un personaggio che soffre ci attira, un personaggio che gode ci disturba a meno che il suo piacere non giunga al termine di un lungo percorso non facile. Un personaggio con un qualsiasi tipo di svantaggio muove la nostra simpatia, un avvantaggiato no. Eccetra.
Il gangster movie, gioca a trasferire alcuni di questi elementi nel personaggio peggiore. Il gagster rappresentava infatti un po’ il cattivo metropolitano per definizione, l’esperienza più diretta e quotidiana che si poteva fare del male. A questo scopo vi si cercava del buono, dell’umanità. Perché l’unica cosa interessante in un cattivo sono i motivi per cui lo è. E’ così che fin dai tempi di James Cagney la crudeltà nasce dalla fragilità, l’efferatezza dalla debolezza, la voglia di potere dal complesso d’inferiorità. Nel film di Michele Placido si tratta di un vero e proprio trasloco. La banda annovera nelle sue fila gente che ha sacrificato una gamba per salvare gli amici, che si inietta sangue infetto e letale pur di rivedere la propria donna, donne che accettano di vivere con un uomo che non amano pur di salvare quello che amano, killer che si fermano sul più bello per la presenza di una bambina (magari…) e molto altro ancora.
E… i buoni ? Il povero commissario di polizia ? Quanto di più meschino, naturalmente. Mediocre, sessualmente incontinente di fronte alla donna dei suoi sogni, con la quale ha il coraggio di andare a letto ma non quello di aiutarla a cambiare esistenza né quello di offrirle una vita con lui.
Nel frattempo, la vita italiana scorre. Moro, la strage di Bologna. Quasi ad agganciare tutto questo ad una maggior credibilità e verità. E in effetti, come dicevo, il film a mio avviso funziona. Rimane un rammarico: che un film del genere, nel quale Michele Placido e gli attori hanno lavorato così bene, abbia una strategia di sceneggiatura così senza misura. Questo trasloco integrale e senza alcuna crepa di buone qualità e atti di eroismo nello schieramento dei “cattivi”, rende un film che poteva essere un’analisi di quegli anni, semplicemente un film di genere. Niente di male, naturalmente: i film di genere funzionano, altrimenti non sarebbero diventati di genere. Però con un po’ più di coraggio…. mi spiego: quando mostro un personaggio “cattivo” così arricchito di qualità e di virtù, sostanzialmente sto nascondendo la presenza del male. Un tema molto ampio, che va oltre questo film e che mi piacerebbe riprendere prossimamente.
Lo spunto di oggi – L’acqua e la vita
giovedì 12 ottobre 2006
Giro per casa e sbircio gli appunti di Giada, medico che cura i malati terminali di cancro. Leggo tre righe che riassumo malamente. Quando un malato smette di bere capita che qualche familiare dica: “ma se smette di bere muore di sete”. Sotto c’è una sua nota: non muore di sete perché smette di bere, smette di bere perché sta morendo di cancro.
Non ho ancora capito molto della forza del punto di vista quando si affronta la vita e quando si racconta una storia.
Lo spunto di oggi – La curvatura di un atto
venerdì 6 ottobre 2006Un amico mi ha chiesto che cosa intendessi qualche tempo fa, quando asserivo di aver trovato finalmente, con l’aiuto prezioso di Sabrina Gioda, la curvatura del terzo atto del mio film. Provo con altre parole, spero più chiare.
Intendo per curvatura di un atto la relazione esistente tra la quantità degli eventi contenuti in quell’atto, e il tempo narrativo (non diegetico) che si impiega a dipanarli. Questa curvatura, all’interno di un film drammatico, ad esempio, o comunque realistico, credo debba sempre conservare una proporzione aurea. Se la durata dell’atto è eccessivamente ridotta gli eventi pesano troppo e la struttura collassa. Se la durata dell’atto è eccessiva, invece, gli eventi si sganciano gli uni dagli altri e la struttura crolla per mancanza di argini.
Sì, credo di aver raggiunto il nobile scopo di essermi spiegato ancora peggio !
Lo spunto di oggi – Guido e Davide Sapienza
mercoledì 4 ottobre 2006L’altro giorno mi trovavo a Como per un film aziendale. E durante le riprese ho conosciuto Guido Sapienza, un autore milanese con il quale mi sono sentito subito in sintonia. Mi ha parlato di suo fratello Davide, che era un famoso critico musicale ed è oggi, invece, un grande viaggiatore, che scrive pagine di diario e le pubblica, portando nelle nostre case il silenzio e l’altezza di parti del pianeta che per la maggior parte di noi è destino non vedere mai.
Guido mi ha aiutato a procurarmi un suo libro, credo sia l’ultimo in ordine di tempo. Ne sono rimasto fulminato. E voglio dare un assaggio di queste pagine, perché sono una vera scuola di come sia importante e difficle, lungo e graduale il formarsi del nostro punto di vista sulle cose e sulla vita. Nodo centrale di ogni essere umano, ma nello specifico, per noi, di ogni uomo che voglia raccontare una storia.
2 novembre 1997 – Cima di Parè. 1647 slm
“Se la morte è un limite, credo che ognuno di noi si sia trovato, anche più d’una volta, oltre il confine, quindi anche oltre la morte. Se la morte è perciò un passaggio obbligato, penso di aver ricevuto un invito a percorrerlo, sin da quando sono emerso dal grembo di mia madre. Da bambino, intruppato nella religione di massa studiata per allineare le anime, limarle sino a renderle tutte dipendenti dagli stessi bisogni e zelanti adoratrici delle stesse illusioni, spesso pensavo alla morte.
Mi affascinava ascoltare i preti e i predicatori, ma mi affascinavano di più le avventure degli uomini, palesemente mortali, perché tendevano all’immortalità. Quando Buck, alla fine de Il richiamo della foresta di Jack London torna a essere se stesso, ricordo di averlo chiuso contro voglia, un libro così bello, e di aver visto con chiarezza che esistevano spazi entro i quali ogni creatura vivente si muove: ma vidi anche che ogni creatura vivente poteva, almeno in parte, spostare i confini di questi spazi. Ero un bambino, ma lo ricordo come se fosse adesso. Voglio rileggerlo, quel capolavoro, perché se invece la morte è la fine, ogni uomo dovrebbe provare a fermarsi e sentire la strozzatura del respiro: quella è la morte finale, non la morte che segna un passaggio a una dimensione diversa.
Quando senti il peso della fatica, la paura del fallimento, ti trovi oltre i confini che delimitano ciò che in quel giorno, in quelle ore lunghe e dense, sei e puoi essere. Il respiro si strozza, è vero, ma poi impari che c’è sempre un’altra ora, un altro giorno, un altro te stesso che ti fa sentire di aver superato ciò che eri: fatica, paura e debolezza sono le qualità che ti guidano oltre ciò che credi di essere. Per questo, sicuramente qualcosa del tuo corpo e delle tue cognizioni “muore”, ma non finisce. Ogni giorno possiamo superare una fine, un passaggio, un limite. E’ una lunga preparazione, da condurre su diversi livelli: non sappiamo quando, ma arriverà l’ora in cui combaceremo perfettamente con la morte e ne verremo assorbiti, come i viaggiatori dei miei libri di bambino moriremo, certo, ma saremo comunque immortali.
Ora guardo sotto di me, a mille metri di distanza: quante volte ho guardato giù e pensato a ciò che superavo tornando su. Non si vede nulla, non si sente nulla. Si ascolta il sangue che scorre, la vitalità del mattino nei sentieri e la sonnolenza dei pomeriggi nei pascoli. Si sente la giustizia dell’Essere. E si ha fede.”
Davide Sapienza, I diari di Rubha Hunish