Archivio di novembre 2006

Lo spunto di oggi – Il posto dal quale si scrive. John Wells

mercoledì 29 novembre 2006

 

    “Gli scrittori hanno una responsabilità, ed è quel particolare tipo di responsabilità che tutti gli artisti hanno in comune. Si deve trovare il modo per ritornare in quel posto dal quale il proprio lavoro deve nascere, e non lasciare che questo posto fluttui via verso questo nostro mondo pop in cui scriviamo, altrimenti parliamo solo delle cose che vediamo o conosciamo dalla televisione e dai film. Come scrittori questo si combatte, e nel momento in cui si perde la battaglia ci si trova in un grosso guaio. E il proprio lavoro ne soffre molto, quindi si deve trovare un modo, se in futuro si ha intenzione di scrivere ancora, di ricominciare a combattere.

    Guardo alla scrittura come a un mestiere e a un dono. Come mestiere, ci si deve lavorare su tutto il tempo, e come dono bisogna proteggerla. E una delle cose che si fanno per proteggerla è far sì che il proprio mondo non diventi troppo ristretto. E, in particolare, che i propri punti di riferimento non diventino troppo ristretti perché poi ci si ritrova a scrivere sempre le stesse cose, perché non si ha niente di nuovo da dire su un argomento.

    E’ a questo punto che il pubblico perde interesse in una serie, hanno la sensazione di aver già sentito quello che volevi dire, e non sono interessati a sentirlo un’altra volta. C’è il bisogno costante di guardarsi intorno. Non per vedere il proprio nome in un’altra serie o cose del genere, ma proprio dal punto di vista creativo, per proteggere il posto dal quale si scrive.”

John Wells, Direttore di E.R., The West Wing e Third Watch

Lo spunto di oggi – Tempo contro ritmo

lunedì 27 novembre 2006

 

 

    Ancora sul problema della compressione del tempo diegetico in un tempo narrativo. Qualche giorno fa si parlava con degli amici della percezione del tempo nei grandi maestri come Kurosawa, Dreyer, Tarkovsky e via dicendo. Un tempo quasi non scandito dai fatti. Dilatato e infinitamente presente. E per la prima volta, dopo anni che pensavo che quello fosse il modo proprio degli angeli di raccontare il tempo, ho capito che senza essermene accorto ho cambiato idea.

    Amo immensamente tutti i maestri che ho nominato, e anche il loro modo di non comprimere, di lasciare dei vuoti siderali. Sono esperienze meravigliose, come l’attraversamento sospeso fuori dall’astronave di “2001 Odissea nello Spazio”, per intenderci. E detesto accorgermi di quanto la televisione abbia modificato il cinema, con il suo ritmo fine a se stesso, privo di densità. Però.

    La vita di oggi bisogna raccontarla alle persone di oggi. Che fruiscono di modi e di tempi che sono quelli di oggi. Ci sono cose che non cambiano, come il senso più alto, più profondo di ogni gesto. Il nostro desiderio di coglierlo al di là del contesto, il nostro bisogno di dare senso alle cose. Tutto ciò che si dà, insomma, nella lentezza. Ma comunicare oggi questo tempo interiore che si può dilatare, è cosa da fare attraverso le sgrinfie della velocità. Gli eventi sono rapidi, il senso si traccia attraverso lunghissime e sospese arcate.

    Il compito è più difficile adesso. Bisogna stare su due binari, credo. Uno ritmico, che tiene lì anche un adolescente che rigurgita pessimo rock nel suo i-pod, uno immobile, che segna il Tempo al di là del ritmo con cui è scandito. E il Tempo è senso, meditata consapevolezza. E’ nesso profondo tra un fatto e l’altro del film che si scrive. Nesso che si offre ma non si impone, né nella sostanza né nei modi.

    Del resto la vita credo sia così. Noi non viviamo sul K2. Siamo qui, tra i semafori. E cerchiamo un senso a questo. Prede degli appuntamenti, cerchiamo un Tempo per noi, scolpito, pieno di significato. Allora credo… se scrivendo lavorassimo molto sulla velocità ma obbligandoci a ponti meditati e profondi tra gli eventi….  

Radiografie – The Woodsman, di Nicole Kassell

giovedì 23 novembre 2006

 

 

    Legno segato, legno impilato, legno spostato, legno stipato. Legno scolpito e levigato con sapienza, che diventa oggetto, bellezza, altro da sé e di nuovo sé nella misura in cui torna vita.  The Woodsman è un film breve, forse troppo, che possiede una formidabile unità linguistica. Il legno è un materiale vivo, deriva la propria forza dalla terra, dall’acqua e dai sali, e conduce con l’energia della linfa su su in alto, verso le foglie e i frutti. Il legno è ognuno di noi quando è vivo, e quando è se stesso.

    Storia di un falegname abilissimo, affetto da carenza d’affetto, declinata in pedofilia, The Woodsman – tradotto in italiano ‘Il Segreto’: ma che doveva fare Nicole Kassell più di così per farci capire che invece proprio il bosco, il legno e gli alberi erano la chiave di lettura ? Perché questo gusto da rivista da sala d’attesa nel tradurre i titoli ? -  racconta di Walter, che dopo dodici anni di galera, viene ri-assunto dal proprio datore di lavoro.

    Walter segue una terapia per ridiventare “normale”, come dice lui. Lo psicologo gli propone di tenere un diario. Questo diario viene custodito nel cassetto di un tavolino in ciliegio, intagliato dallo stesso Walter in occasione delle nozze della sorella, e che gli viene restituito a causa dell’onta provocata in famiglia dal suo delitto. Il materiale dell’anima di Walter, i suoi appunti, e cioè la sua linfa, finisce con lo scorrere dentro il tavolino di legno, opera delle sue mani. L’albero si ricompone e difatti, nelle scene successive, una donna vi poserà sopra un vaso con una piantina di fiori. Un tavolino, la linfa dentro di sé, una chioma verde che spunta.

    E’ interessante notare il fatto che il tavolino era un dono di Walter alla sorella, gli appunti nel cassetto sono un dono di Walter allo psicologo – lui non vorrebbe scrivere per non lasciare delle prove – e infine la piantina è un dono di questa donna a Walter. Nel pieno del dolore, della perversione, del dramma, Nicole Kassell ricostruisce un albero con pezzi d’amore. Ogni pezzo è un dono di qualcuno a qualcun altro. Come viene costruito un uomo.

    Poi, Walter sente il morso, la compulsione della sua patologia. E si inoltra sulle tracce di una ragazzina, in un parco. La ragazzina osserva gli uccelli con il binocolo.  E lui osserva lei. Tra i due inizia un dialogo nel quale una parte di Walter vuole proseguire e un’altra fuggire. La ragazzina è a sua volta abusata dal padre – con una stretta della sceneggiatura che fa sentire troppo il taglio del cacciavite sul movimento naturale del racconto – e di fronte a questo Walter si smonta, e anche la sua libido viene vinta dal nuovo asse relazionale: adesso sulla panchina ci sono due bambini, la biondina e il bambino che lui è stato.

    The Woodsman, fin troppo marcatamente, fa della pedofilia un problema di natura malata, che va corretta ma che sarebbe inutile punire. L’uomo è come un albero e lavorando sulla sua linfa (i suoi appunti, la sua anima) se ne possono correggere i frutti. Condivisibile o meno che sia il punto di vista di Nicole Kassell, il linguaggio di questo film è di grande consapevolezza. Ma, nonostante questo, rimane un piccolo film. Un’ora e venti è una durata troppo ridotta per un personaggio che meritava molto respiro. L’occasione era davanti alla finestra, dove Walter scorge un uomo giovane che adesca i bambini. Lo osserva per molto tempo, senza mai intervenire. Poi una sera, lo pesta a sangue. Peccato. Prima di arrivare al pestaggio si poteva lavorare sulla relazione tra simili. Con gli scontri, i giudizi incrociati, le provenienze diverse delle due persone. Ecco dove si è spalancato il vuoto del secondo atto.

    Mi rimane comunque una sensazione, rispetto ad alcuni film visti ultimamente. Che le donne, quando sono brave, gìrino con un rigore e una consapevolezza tutta particolare. Sembra che si domandino il valore di ogni inquadratura molto più naturalmente di alcuni registi uomini più affermati. Una mia teoria ce l’ho. Ma ci porterebbe lontani da questo film imperfetto e prezioso.

Lo spunto di oggi – Robert Altman

mercoledì 22 novembre 2006

 

 

 

Grazie per il tuo sguardo generoso e spietato.

Per non aver raccontato semplicemente delle storie,

ma donato a tutti uno sguardo senza pietà su ogni cosa,

che ogni cosa aveva già perdonato.

Embrioni – La Terra Che Non Gira – 3 -

martedì 21 novembre 2006

 

 

    Matteo svolta un angolo e finalmente… ecco il palazzo elegante in cui lavora la mamma. Il bambino si avvicina ma… dal marciapiede vede i tavolini all’aperto della trattoria vicina… la mamma è lì, con il suo capo. Mangiano e parlano piano. Sono eloquenti gli sguardi. La mano del dentista tiene quella della mamma. Matteo non era preparato al nuovo colpo. Rimane a guardare. Poi via, di corsa, come ha fatto il papà. Scappa Matteo, scappa!

    In ospedale la situazione è grave. L’intervento è riuscito ma Alessandro non si risveglia dal coma. La polizia però ha trovato i documenti dell’uomo. L’ospedale prova a chiamare la sua famiglia. Suona libero…. Il telefono squilla ma in casa non c’è nessuno…. Parte la segreteria… la cui voce giunge anche fuori dalla porta, dove Matteo è accucciato con la testa poggiata sullo zainetto. Sente la voce di un uomo: “Ospedale Fatebenefratelli, il signor…” Matteo è stanchissimo. Si asciuga gli occhi non vuole piangere. Riparte. E’ pomeriggio inoltrato, Milano si accende di lampioni e di fari.

Anna ha terminato il suo lavoro. Lo studio ora è vuoto. Il dentista si toglie il camice. Lei appende il proprio nell’armadietto e, richiudendolo, si ritrova di fronte l’uomo che, senza esitare, la bacia. Tra i due l’attrazione è troppo forte.

    L’elettrocardiogramma di Alessandro continua regolare, il respiratore soffia aritmicamente nel silenzio della stanza.

    Matteo corre con le sue ultime forze, entra in accettazione, chiede qualcosa. Gli viene indicata la rianimazione ma non si può entrare. Le infermiere lo trattengono e chiamano un medico. Matteo adesso parla con il dottore. “Dov’è la mamma ?” “E’ via per lavoro, non c’è”.

    Anna rientra a casa. Sulla soglia lo zainetto del figlio la insospettisce e la inquieta. Le luci sono stranamente spente… La donna chiama, ripete a voce alta il nome del marito e del figlio: nessuno risponde. Uno sguardo in giro: la segreteria telefonica pulsa.

Matteo entra con la mascherina nella stanza del papà. Si siede e rimane accanto a lui. Il medico chiude la porta e in corridoio si raccomanda all’infermiera: “Il bambino è scioccato, bisogna trovare la madre”.

Anna entra come una furia in ospedale. L’infermiera le dice di stare tranquilla. Sono lì suo marito e anche suo figlio. C’è stato un incidente.

    Anna adesso è bardata per entrare. Apre la porta della camera, Alessandro è nel letto con gli occhi chiusi. Ma il bambino non c’è più. In soggettiva, da sotto il letto di Alessandro, vediamo un grande agitarsi di piedi. ‘Era qui un momento fa’. ‘Dove può essere andato, nessuno l’ha visto ?’ ‘Era sotto shock, può essere tornato a casa in cerca di lei signora.’ ‘A casa ? Vengo da lì.’ ‘Magari è andato via ora…’ ‘Vado a cercarlo.’ Due piedi di uomo si avvicinano a quelli di Anna. “Stia qui signora, noi facciamo molto prima. Abbiamo l’indirizzo, mandiamo una volante”.

    Tutti escono, rimangono i piedi di Anna. Sotto il letto, lo sguardo di Matteo continua a seguire i passi della mamma. Il suo viso è senza espressione.

Anna ha gli occhi gonfi. Guarda il segnale dell’elettrocardiogramma. Poi si volta verso la finestra.

Fuori la città ribolle, anche di notte…

Titoli di coda. 

 

giovanni covini – sabrina gioda

Trattamento per un mediometraggio – settembre 2006

 

Embrioni – La Terra Che Non Gira – 2 -

venerdì 17 novembre 2006

 

 

    Un camion! Scappa Alessandro, scappa! Ora l’uomo può solo agire. L’istinto lo salverà. Una corsa folle senza guardare, paura, panico, ansia. Casa. La sicurezza è a casa: unico punto di riferimento.

    Matteo è in mezzo alla gente che ha attraversato insieme a lui. Ma dall’altra parte, quando riesce a vederci di nuovo, non c’è più nessuno. Il bambino si guarda intorno. “Papà….”

Lontano, il rumore di una frenata brusca con scontro finale. Ma Matteo sembra non sentirla nemmeno. C’è troppo stupore e confusione nella sua giovane mente.

    Anna arriva allo studio del dentista per cui lavora. Ferma l’auto e rimane a guardare il bel palazzo centrale in cui dovrà entrare. Un piccolo controllo nello specchietto: tutto a posto. Scende dalla vettura, chiude e attraversa con molta calma una strada ordinata con le macchine ferme sulla linea d’arresto al semaforo.

    Lo studio in cui lavora la donna è asettico, candido. Come il camice che ora indossa sopra il suo completo elegante. O il sorriso che deve mantenere per rassicurare il paziente, seduto di fronte al dentista. O gli strumenti che porge al dottore quando richiesto. Il dentista è delicato, sicuro. Ha una voce gentile, un’espressione rassicurante. E la donna, a volte, scivola su quelle note come i pazienti, anche lei in cerca di conforto.

    L’ambulanza corre. Alessandro ha il respiratore. E’ privo di coscienza. I paramedici gli cercano i documenti, ma non ne trovano. Possono essere finiti per terra nel volo che ha fatto, pare corresse in mezzo alla strada. Gli controllano il battito cardiaco.

    Matteo cammina… lentamente, con lo sguardo sbalordito dalla paura, ma senza recedere, senza piangere. Cammina verso casa. Arriva al portone, sale, suona. “Papà…”. Ma il papà non è in casa.

    Prima di ricevere un nuovo paziente si apre un dialogo intimo tra Anna e il suo capo. Sono parole cariche di fiducia e di paura. Lui è comprensivo, lei ha bisogno della sua comprensione. Anna racconta ciò che il dentista già conosce per altri momenti come quello, ancorati a frasi irrisolte tra le pareti dello studio. Lui ascolta sempre quella voce morbida che gli è entrata nel cuore. Lei parla delle notti passate accanto a un uomo di cui non conosce più il respiro o la voce. Di un uomo smarrito in sé, di una malattia senza causa, di un’anima a brandelli. Un uomo incapace di esistere, vittima di una stanchezza che toglie il fiato, che spezza le gambe, privo dello spirito necessario per stare tra la gente. Una malattia dall’esordio banale: la perdita di un padre, il distacco da un amico, un insuccesso sul lavoro: tutto potrebbe innescarla. Tutto e niente.

    Il dentista solleva un braccio, accarezza il volto della sua assistente, le asciuga le guance. Depressione. Se ne parla spesso ma viverla è un’altra storia. Il dottore invita a pranzo Anna. Lei non può dire di no.

    Alessandro prosegue la sua strada, ora è in una corsia d’ospedale, una barella che corre… Le porte si aprono, la lampada lo investe in tutta la sua violenza, ma i suoi occhi sono comunque chiusi.

    Matteo ha ripreso a camminare. Una strada interminabile. Che fa lentamente, mani in tasca, zaino lasciato davanti alla porta. Milano cambia nel passare dei minuti, l’ora di punta scema e le strade respirano un po’ di più. Ci avviamo al mezzogiorno.

    Anna siede ad un tavolino all’aperto. Di fronte a lei ora c’è un uomo elegante, di bell’aspetto che, senza il camice, quasi non pare nemmeno più il dottore di poco prima. Il bar è affollato, il servizio ai tavoli veloce. Adesso i due parlano del bambino, la donna spiega quanto sia stato facile l’inserimento alla scuola materna, quanto sia intelligente. Con un velo di preoccupazione la donna confessa quanta paura abbia che la depressione del padre incida sullo sviluppo psichico del bambino. Forse non avrebbe dovuto insistere affinché fosse lui a portarlo a scuola, non avrebbe dovuto prendere alla lettera lo psicologo… L’uomo frena le paure della donna posandole una mano sul braccio e accarezzandola piano. Le confessa di ammirare la sua forza. La invita a non pentirsi delle proprie scelte, anzi, dovrebbe sentirsi libera di fare, per una volta almeno, ciò che desidera veramente. Magari lasciandosi un po’ andare. Ci sono pesi che umanamente non si possono sostenere. La donna si incanta su queste ultime parole. L’invito è chiaro.

(Continua) 

Embrioni – La Terra Che Non Gira – 1 -

mercoledì 15 novembre 2006

 

 

    Nella sua stanza Anna, 35 anni, indossa un completo elegante: giacca e gonna in tinta. Lontano, oltre la finestra, lo sferragliare di un treno, una sopraelevata, grattaceli, i palazzi del centro, le vie cariche di colori, clacson, una ressa di persone asservite alla fretta.

Un bambino di circa 8 anni, Matteo, sistema  velocemente i propri libri in cartella. E’ emozionato.

    Un uomo, Alessandro, 40 anni, si fissa il nodo alla cravatta e si guarda, un po’ nervoso, allo specchio del bagno. Ogni tanto  sposta lo sguardo dallo specchio alla finestra… e Milano ribolle all’esterno con il suo cemento e il suo caos.

    Anna si applica il rossetto e stira le labbra in un sorriso obbligato di fronte allo specchio. Appena ha terminato il trucco, il suo viso torna serio. Pensa a qualcosa di preoccupante, anche se la sua voce è squillante e serena nel dirsi pronta ad uscire.

 

    Il sipario delle porte dell’ascensore si apre. Ecco la nostra famiglia allestita per il mondo, là fuori.

In strada, i tre si salutano. La mamma prende le chiavi dell’auto dalla borsa, il figlio le dà un bacio e cerca con la mano quella del papà. Alessandro accenna un sorriso alla moglie come a dire stai tranquilla. Una piccola indecisione, poi no, non si danno nessun bacio e se ne vanno con un sorriso non del tutto sereno.

Dall’alto, vediamo Anna andare a sinistra e gli altri due a destra. Il marciapiede rimane vuoto.

 

  Una bella passeggiata verso la scuola. Cartella in spalla, Matteo tempesta di domande e di scherzi il papà che sorride anche se appare come in tensione per qualcosa che potrebbe avvenire. L’uomo è sudato, cammina veloce, a tratti incerto, incollato al figlio per timore che ci si perda. Fa di tutto per controllarsi, per apparire naturale e sciolto agli occhi del bambino, ma la sua agitazione traspare ad ogni passo.

Nel traffico, all’improvviso qualcuno suona insistentemente un clacson a pochi metri dai due. Alessandro si gira di scatto, ferito, per accertarsi che non ce l’abbiano con lui. Non vede nessuno in particolare e il nervosismo e l’agitazione aumentano.

La strada continua il suo friggere normalmente.

  Matteo adesso ha una domanda. Come mai quando l’acqua bolle fa le bolle? Da dove arrivano? Sono forse nascoste nel fondo della pentola? Il papà non può non sapere questa cosa, il papà è un esperto di terra e di acqua, è un geologo. Nessuno in classe sa cosa significhi geologo, e Matteo l’ha dovuto spiegare a tutti.

Alessandro, lieto di doversi concentrare su qualcosa di diverso rispetto alla folla, alla strada, al traffico, che gli provoca tanta angoscia, inizia una spiegazione. Le sue parole escono calme, misurate. Il bambino sorride,
è felice dell’attenzione che il padre gli rivolge.

Poi, il marciapiede finisce.

    Le parole si spengono nella gola del padre: ora bisogna attraversare. C’è una moto che si infila tra due auto e fa un paio di metri di troppo. Un fischio del vigile, un semaforo che scatta. Frenata, clacson… Alessandro cede al panico. Tutto gira e sembra volergli finire addosso. Le auto, le persone, il risucchio dell’ignoto, il vortice dell’infinito, buio, vuoto, morte. Le coordinate si spengono, il rapporto con la realtà sfuma e lui ritorna ad essere singolo individuo in 
mezzo al nulla. Solo. Non sa più dov’è. In quel fondo di paura e desolazione la voce di Matteo risuona sottile, troppo sottile, e il suo visino appare al di là della strada: “Papà… attraversa papà… dai….”

(continua) 

Lo spunto di oggi – Se volete che vi dica qualcosa di più carino. David Milch.

lunedì 13 novembre 2006
    Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare, a Milano, del mio lavoro di formazione nelle aziende. Alla fine sono stato bonariamente rimproverato dall’amica che aveva organizzato l’incontro: “Sei troppo puro. Bisogna fare un po’ di compromessi, scendere a patti con il fatto che le cose debbano essere anche un po’ invitanti”. Chiedo scusa alla mia amica, per non aver avuto la chiarezza di David Milch nel risponderle. Lo faccio ora, e so che gradirà.

 

  
    “E’ difficile. La prima cosa da capire è che è difficile. Il momento della creazione è antitetico rispetto alle cose di cui abbiamo bisogno per vivere e respirare e per mettere un piede davanti all’altro. Dovete trovare un modo per sospendere le vostre esigenze di essere umano per fare in modo di dedicarvi esclusivamente alle esigenze del vostro lavoro. Questo è difficile. Nel basket, quando un giocatore sta per schiacciare la palla e il difensore la scaccia via, a volte si dice ‘Non ci provare di nuovo se sei così debole’. Se volete intraprendere questa strada fareste meglio a farlo con tutte le vostre forze. Direi questo a tutti gli studenti che intendono diventare scrittori.

    Non è un gioco e non è per femminucce. Se volete fare un buon lavoro, fare un buon lavoro deve essere la vostra passione principale. Se riuscite a vivere bene e a fare un buon lavoro allo stesso tempo è magnifico. Potreste vivere bene o potreste anche non riuscire a farlo, ma certamente non riuscirete a fare un buon lavoro se non è la vostra passione. E’ come avere un bambino o qualunque altra cosa per cui valga la pena vivere; è concepito e realizzato con sangue e sofferenza. Se volete che vi dica qualcosa di più carino lo farò, ma non sarà la verità.

    Questo è il business della vita che è anche il business dell’arte da rendere migliore. Combattete. E’ difficile e il più delle volte, quotidianamente, ogni ora, noi falliamo. Io fallisco e rifallisco e vivo fallendo e cercando di trovare una qualche grazia nel fallimento, e questa è la natura del mio lavoro. C’è una sorta di stordimento in questo ed è consolatorio sapere che stai facendo, nel bene e nel male, quello per cui sei nato, ma è solo questo. Il resto è solo conversazione – i premi, i soldi… se avessi potuto scegliere un modo diverso l’avrei fatto. E’ il modo in cui sono costruito. Bisogna darsi a questo. Creare arte e farlo con umiltà.”

 

David Milch, creatore e produttore esecutivo di Deadwood 

Il dolore di oggi – Sabrina Gioda

giovedì 9 novembre 2006

    Cara Sabrina,

    per oggi questo blog si ferma. Senza parole di fronte al tuo dolore troppo grande. Che ci toglie ogni parola. Negli anni abbiamo parlato interminabilmente di storie, strutture e personaggi, ed è inutile che mi metta a rifare qui il tuo curriculum. Chi ti conosce sa, chi non ti conosce può farlo attraverso internet e quello che c’è scritto di te.
    Voglio ringraziarti per tutto l’aiuto, l’intelligente e talentuosissima mano con la quale hai contribuito a far crescere i miei personaggi. Per la serenità che abbiamo sempre avuto nel mettere i nostri reciproci lavori sul tavolo e guardarli per quelli che erano, senza nessuna remora per la sensibilità dell’autore.
    Metto a disposizione di tutti una tua pagina. Non un racconto, ma uno studio di avvicinamento a un personaggio, che copio dal tuo blog, chiuso dopo la tragedia.

    Tutti quelli che ti conoscono, che ti hanno letta, tutti i frequentatori orfani del tuo blog, ti aspettano. Tu sai che ti aspettano anche i tuoi personaggi. Sarà lunga l’attesa, ma nessuno se ne andrà finché non ti sarai rialzata. Un abbraccio forte.

 

I MOSTRI

di Sabrina Gioda 

    Le avevano insegnato che i mostri non esistono. Isabella però sa che non è così. Da bambina le ripetevano spesso di non aver paura, di non temere. Di non credere alle fantasie terrificanti racchiuse nelle favole. E quando la sera, con il cuore pronto a schizzare fuori, si affacciava lentamente sotto il proprio lettino per controllare che nessuno vi fosse celato, si sentiva solo sciocca. Lo faceva di nascosto, il controllo anti mostro. Guardava nell’armadio, sotto il letto, dietro le tende. Con la porta aperta, per essere pronta a scappare nel caso il mostro fosse spuntato all’improvviso. Poi, dopo ripetuti e rassicuranti controlli quotidiani, dopo le dolci parole di mamma e papà circa la sicurezza di una bambina tanto protetta da pace e amore come lei, aveva infine smesso di crederci, ai mostri.

    Ed era stato allora che lo aveva incontrato. Lui. Il mostro. Aveva imparato che la peggiore cattiveria dei mostri era camuffarsi da buoni. Perché il suo mostro era una persona buona. All’apparenza. Amichevole, gentile. Diciamo un amico di famiglia. Uno di quegli amici che frequentano la tua casa da una vita, che viene a trascorrere il natale con la moglie e i figli piccoli e ti insegna ad allacciarti le scarpe. Isabella, però, a quell’incontro con il mostro era preparata. A metterla in guardia era stato uno dei suoi sogni. I sogni dell’alba. Aveva sognato la lotta, il dolore, il sangue. Per questo, quel mattino, svegliandosi sudata e agitata, con le pulsazioni altissime, aveva preferito uscire di casa con un coltellino. Uno di quei coltellini svizzeri che, ironia della sorte, proprio il mostro le aveva a suo tempo regalato. Il sogno dell’alba le aveva salvato la vita.

    A dodici anni Isabella aveva iniziato a credere ai sogni. Il mostro era
andato a prenderla all’uscita da scuola. Una menzogna, banale e semplice. E Isabella, rassicurata dal suo sorriso e dai soliti modi affabili, gli aveva creduto. Dal momento in cui, dopo essere salita in macchina, era arrivata in quel boschetto vicino a scuola, a quando si era ritrovata a piedi nudi, con tanto dolore ovunque e le mani insanguinate davanti al vialetto di casa, Isabella non ricordava molto. Solo la lotta. E quel tremendo senso di colpa. Per avere colpito, come una furia, con la sua piccola arma, quel mostro che le stava facendo tanto, tanto male. Così, adesso, Isabella crede ai sogni. Ai sogni dell’alba. Quelli che le giungono di tanto in tanto. E la mettono in guardia. Ma oltre a crederci, vorrebbe usarli. Contro tutti i mostri.

 

     

Radiografie – La gang del bosco, di Tim Johnson, Karey Kirkpatrick

lunedì 6 novembre 2006

 

    Ho visto questo film una settimana fa. Poi un momento caotico di lavoro mi ha impedito di scriverne per qualche giorno. Ma vale la pena di riflettere su questa pellicola d’animazione che sta avendo tanto successo. La storia è presto detta: un bosco si risveglia dal letargo e si riscopre giardinetto costretto fra mille case. Un animale estraneo, per interesse personale, convince gli abitanti – turbati dalla nuova situazione – a procacciarsi il cibo sottraendolo agli umani. E gli animaletti diventano una vera e propria gang. Gli spunti, fra citazioni e messaggi politici, etici, morali, sono fin troppi. E non mi ci soffermo perché vi è un aspetto che mi ha colpito di più.

 

 

    Vorrei radiografare il personaggio della tartaruga. Vecchia, lenta, saggia, incarna la storia e la memoria, le radici e la provenienza interiore di tutta la famiglia del bosco. Ammonisce, rammenta, e difficilmente si allontana dal territorio concreto e ideale di cui fa parte.  Fuori, oltre la siepe, sta il mondo degli uomini. Definita la differenza tra i due mondi con una battuta semplice e a prova di bambino: “Noi mangiamo per vivere, gli umani vivono per mangiare” (i bambini ridono, ma all’intervallo chiedono i pop corn…) le pedine sono posate sulla scacchiera. Dentro la siepe c’è il bene, oltre la siepe il male. Dentro si muore di fame, fuori si può sopravvivere. Per leggero che possa sembrare, La Gang del Bosco pone i bambini di fronte a un dilemma molto serio, per niente risolto nella coscienza dei genitori che li accompagnano.

    Ed ecco che spunta la tartaruga. Mentore, valore di riferimento di tutta la comunità, è corazzata con un guscio nel quale spesso si rintana. Il guscio è una difesa rigida, antica, immutabile, non viva, che non può essere scalfita. E’ la legge. Sono le norme dietro le quali spesso può capitare di nascondersi a fronte di domande inquietanti poste da menti molto giovani (è giusto uscire dal territorio del bene per entrare in quello del male se questo è l’unico modo per sopravvivere ? Che cosa diventeremo poi ? Saremo ancora noi ?). Nel disorientamento etico di oggi, questa tartaruga è quasi commovente: i colpi della vita, e cioè i ruzzoloni che le varie imprese le fanno fare, la sgusciano numerose volte, e mostrano il suo corpicino fragile, molle, indifeso. Dolcissimo. E’ quel cuore che comunque pulsa dentro ad ogni mentore, che spesso dal guscio delle regole è protetto ma più spesso incastrato. Che trova se stesso nella misura in cui si perde, si ricostruisce, si sfila e si reinfila.

    Per trovare risposte a determinate domande è inevitabile uscire da se stessi, rischiare la vita, mettersi in gioco totalmente. E se è vero che il finale tranquillizza i piccoli spettatori, non cancella comunque il percorso che è stato fatto per arrivarci. Verranno anni per finali diversi, altri film per quando saranno più grandi. Ma questa tartaruga è centrale anche perché si tratta di un mentore che i bambini trovano simpatico. Cosa anomala per un ruolo così scomodo. Sappiamo bene com’è finita al Grillo Parlante di Pinocchio. E chi ha figli sa che cosa significa tentare di correggere, di aiutare a capire…

    Tecnicamente non si può non chiedersi da dove arrivi questa simpatia che la tartaruga ispira immediatamente. La risposta credo sia semplicemente nella restrizione del campo d’azione. E’ evidente da subito che l’animaletto non possa nuocere ad alcuno. Non potrà mai tirare una sberla, è troppo lento. Non urlerà, è troppo fragile e debole. Non insulterà, è troppo innocente e pulito. Non imporrà le proprie decisioni, è troppo piccolo e solo. Insomma, la tartaruga è un genitore disinnescato. Semplice ma geniale. Tutto il bene del mentore senza le sanzioni, senza la violenza, senza lo stress che un genitore normalmente provoca in un figlio piccolo. E, dettaglio non da poco, un genitore messo in crisi, che crede, abita e si muove con il mondo di valori che si porta appresso, ma che di fronte alle vicende più varie è capace di uscirne per rientrarci diverso, con un contatto pieno, rischioso e nuovo con la realtà della vita.