Archivio di febbraio 2007

Lo spunto di oggi – Fabriano, il nuovo film

lunedì 26 febbraio 2007

 

    Un brevissimo cenno da Fabriano. Dove ci troviamo nel mezzo dello shooting del nuovo film. Un mediometraggio prodotto dalla Provincia di Ancona e dalla Commissione per le Pari Opportunità delle donne. Un percorso di sei mesi con nove ragazze tra i sedici e i diciotto anni. Colgo un momento di pausa per mandare questo saluto agli amici… e torno felicemente ad immergermi in questa nuova storia. Se avete due dita libere, incrociatele per noi ! A presto.

Lo spunto di oggi – Il nuovo equilibrio

giovedì 22 febbraio 2007

 

 

    Dopo lo scontro decisivo, qualcosa di irrevocabile è accaduto. Un nuovo equilibrio governa il mondo del nostro personaggio. Vincente o perdente che sia stato, lo scontro decisivo decide il nuovo presente. In Europa proviamo un certo fastidio per gli happy end americani, e anche un certo sospetto di secondi fini, appartenenti più al botteghino che alla storia narrata. In effetti spesso le storie vengono distorte al fine di essere più vendibili, ma per non far sentire troppo soli gli americani basta pensare a “Brucio nel vento” di Silvio Soldini, tratto dal breve e fulminante romanzo della Kristoff “Ieri”. E’ solo un esempio.

    Personalmente credo che il fastidio profondo, il latente senso di disagio che si prova uscendo dal cinema certe volte, in questi ultimi quindici anni si sia lievemente modificato. Mi spiego. Il problema non è più tanto l’happy end, quanto proprio il senso di end. Il nuovo equilibrio che segue lo scontro decisivo afferma un modello di storia in tre atti (equilibrio – conflitto – nuovo equilibrio) di impianto restaurativo. Un impianto cui oggi siamo sempre meno disposti a credere.
Perché oggi facciamo fatica a pensare che ci sia un sistema stabile a qualunque livello: di valori, di affetti, di identità. Non sembrano più storie del nostro mondo.

    Non è una crisi nuova. E’ antica e non è cominciata con il cinema. Ad un certo punto qualcosa si incrina nella nostra fiducia nelle storie compiute. Gli eventi di per sé non bastano, non interessano più. E così Ibsen se li butta alle spalle e il suo teatro si sintetizza perfettamente nella battuta di Hedda Gabler: “sediamoci e parliamo” (di quello che è successo molti anni fa). Ibsen aveva una fitta corrispondenza con Freud, e le sue storie non sono mai restaurative, il suo scontro decisivo schiude solo le porte alla fine dell’esistenza dei protagonisti. Non tanto i fatti, quanto il peso che hanno avuto per noi e di cui non ci siamo mai liberati sono oggetto del suo narrare.

    I personaggi deragliano dalle strade troppo ben preparate, troppo arginate e ripulite dagli errori narrativi della vita vera. Si perdono, angosciati perché consapevoli di non essere inseriti in una storia dotata di senso e di pensiero: manca un autore, per questo non c’è senso nelle nostre vite. Pirandello racconta questo, insieme a tutto il resto. E un passo oltre li vediamo stagliarsi privati anche di quella vicenda senza senso, ridotti a pura attesa di qualcosa che gli restituisca identità e futuro, che può provenire solo dall’esterno perché l’interno è stato già devastato da tutto il Novecento: aspettano Godot nelle mani di Beckett.

    Chiedo scusa per la sommarietà del filo che ho seguito. Questo punto è uno dei più affascinanti per me. Perché allora cosa si dovrebbe concludere: che i finali irrefutabili non funzionano più ? Che le storie dovrebbero avere due atti ? Finale aperto o finale chiuso e tutta la retorica che se fa nei vari corsi di sceneggiatura ?
Non lo so. Penso a Shakespeare. A Romeo e Giulietta. Il finale è mastodontico, netto, irrefutabile. Andiamo via contenti per la sensazione di aver assistito ad una storia assolutamente compiuta e chiusa. Eppure se ci pensiamo, quel finale continua a muoversi dentro di noi. I giovani sono morti, i vecchi rinascono a nuova vita, l’amore è sconfitto dalla guerra, la guerra è sconfitta dall’amore. Tutto è finito e tutto è ancora in gioco. La storia è finita, e la storia ricomincia con noi quando usciamo dal teatro.

    Così, seguo il manuale di sceneggiatura e leggo: dopo lo scontro decisivo bisogna rendere chiaro qual è il nuovo equilibrio del mondo. Altrimenti quel conflitto sarà stato inutile. Facile, no ? Sui manuali di sceneggiatura è sempre tutto così facile…

Lo spunto di oggi – Raymond Carver

lunedì 19 febbraio 2007

    Quando si parla di densità della scrittura, di immagine capace di mostrare ed evocare molto altro… a volte la cosa migliore è guardare un esempio concreto. Perché si impara meglio dai migliori.

 

 

 

Si esce e si chiude la porta

senza pensarci. E quando ci si volta

a vedere quel che si è combinato

è troppo tardi. Se vi sembra

la storia di una vita, d’accordo.

 

Pioveva. I vicini che avevano la copia

della chiave erano via. Ho provato e riprovato

le finestre del pianterreno. Fissavo

il divano, le piante, il tavolo e le sedie.

lo stereo all’interno.

La mia tazza di caffè e il posacenere mi aspettavano

sul tavolo col piano di cristallo e il mio cuore

era con loro. Li ho salutati: Salve, amici !,

qualcosa del genere. Dopotutto 

non era un grosso guaio.

Me ne sono capitati di peggio. Stavolta

era perfino un po’ buffo. Ho trovato la scala.

L’ho presa e l’ho appoggiata alla casa.

Poi mi sono arrampicato sotto la pioggia fino al balcone,

ho scavalcato la ringhiera

e ho provato ad aprire la porta. Chiusa a chiave,

naturalmente. Ma mi sono messo a guardare dentro

lo stesso, la scrivania, le carte e la mia sedia.

Questa era la finestra davanti

alla scrivania da cui alzo gli occhi

e guardo fuori quando sto seduto là dietro.

E’ molto diverso dal pianterreno, ho pensato.

E’ tutta un’altra cosa. 

 

Ed era proprio forte guardare dentro così, senza esser visto,

dal balcone. Essere lì, dentro, eppure non esserci.

Non credo neanche di poterne parlare.

Ho accostato la faccia al vetro

e mi sono immaginato là dentro,

seduto alla scrivania. Che alzo lo sguardo

dal mio lavoro ogni tanto.

E penso a qualche altro posto

e a qualche altro tempo.

Alla gente che amavo allora.

 

Sono rimasto un minuto lì, sotto la pioggia.

Mi consideravo il più fortunato degli uomini.

Anche se mi ha attraversato un’ondata di dolore.

Anche se mi vergognavo violentemente

del male che avevo fatto all’epoca.

Ho spaccato quella bellissima finestra. 

E sono rientrato.

 

Raymond Carver – Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare 

Lo spunto di oggi – Lo scontro decisivo

giovedì 15 febbraio 2007

 

 

    Avviene per tutti, prima o poi. E quindi anche per i nostri personaggi. Lo scontro decisivo, quello senza ritorno, che pone fine alla guerra. Solitamente è la fine del secondo atto, e schiude le porte del terzo, che configura il nuovo equilibrio. Anche su questo punto di solito si riflette troppo poco. Nel senso che la dominante nascosta è “come va a finire”. E’ quello che più o meno si vuol sapere di un film che si è visto fino a metà.

    Ma per chi scrive, lo scontro decisivo è un momento unico di conoscenza della propria storia, del motore profondo che ha mosso il suo personaggio. Non dobbiamo pensare genericamente alla battaglia finale come a un momento violento che decreta la vittoria o la sconfitta del nostro eroe. Perché l’uomo non è definito tanto dall’esito delle proprie azioni quanto dal modo in cui le ha compiute. Nel novanta per cento dei casi assistiamo a battaglie decisive con esiti positivi, il cinema ospita anche storie diverse ma il suo mercato si regge sugli happy end. Eppure, anche se il finale è prevedibile, il loro percorso può esserlo molto meno.

    Penso alla battaglia decisiva di “Mare Dentro”. Il protagonista porta al limite estremo ciò che lo ha profondamente connotato per tutto il film: una grande lucidità intellettuale e la ricerca di una vera libertà morale. Ecco la sua battaglia decisiva: davanti alla videocamera, con il bicchiere di veleno davanti. Dice più o meno: sono qui e questo è un bicchiere di cianuro. Per trovarmi in questa posizione adesso, ho chiesto a persone diverse di fare ciascuna una cosa per me. Nessuna di loro poteva conoscere il fine della mia richiesta. Per cui nessuno di loro è responsabile di quanto sto per fare. Lo sono soltanto io.

    Non può che morire così, affermando la propria libertà interiore e la propria volontà, a dispetto dei suoi limiti fisici che lo paralizzano nel letto. Non piange, non si rattrista, non perde di rigore. Al passo estremo si fa estrema e chiarissima la sua identità. Sappiamo molto bene come finirà ma siamo lì a guardare rapiti, perché è lui, proprio lui che sta morendo. E quello è il suo congedo, che porta la sua firma.

    Insomma, il momento di definizione di una guerra, oltre che il vincitore definisce anche le identità dei contendenti. Ma è frutto di quest’epoca in cui identifichiamo noi con le nostre vittorie e gli altri con le loro sconfitte passare sopra a ciò che – nascosto nella molteplicità delle nostre azioni – dice profondamente qualcosa di noi.

Lo spunto di oggi – La guerra

lunedì 12 febbraio 2007

 

 

    Dopo aver analizzato il desiderio inconscio del personaggio, il suo obbiettivo e il suo nemico, la fase successiva è la guerra. La guerra inevitabile che esplode tra il personaggio e il suo nemico per il raggiungimento dell’ obbiettivo.
Che cos’è una guerra ? E’ una catena di azioni che non riescono a risolvere un conflitto né in un senso né nell’altro. Né il personaggio raggiunge il suo scopo, né il nemico annienta il personaggio. La guerra è un colpo su colpo, che generalmente matura nel secondo atto, e che serve a farci conoscere profondamente il nostro eroe.

    E’ la fase centrale della vita di una storia che, come la fase centrale della vita di ognuno di noi, rappresenta il momento in cui non si è più protetti dal nido materno e non lo si è ancora dai giovani che verranno. E’ la tua partita, il tuo momento di definizione. L’eroe è in campo e fa seguire azione ad azione dopo ogni ostacolo.
L’importante è che questa guerra sveli alcune cose del nostro personaggio, altrimenti la vita non sarebbe il percorso di conoscenza che è.

    Direi che ne deve svelare almeno due, ma sono certamente di più: una sistemica e una dinamica.
Quella sistemica è la strategia del personaggio, ovvero quel filo logico e drammatico silenzioso e potente che lega un’azione alla successiva. Come si muove il nostro eroe se la donna che ama gli dice picche ? Come ci riproverà ? Dunque, prima notizia dalla guerra: qual è la strategia del nostro eroe.
Ma nessuno di noi rimane uguale a se stesso durante una guerra. Specie se questa guerra è una guerra lunga. Ecco perché c’è anche una scoperta dinamica: il cambiamento. Sì, forse il nostro personaggio dopo trent’anni vuole ancora la stessa cosa o la stessa persona. Ma… non le vuole più nello stesso modo.

    Di quanta amarezza si carica un obbiettivo tardivamente raggiunto ? Oppure raggiunto a un costo troppo alto ? Oppure come cambia il desiderio di qualcosa quando si capisce che non la si avrà mai ?
Troppo spesso vediamo film nei quali i personaggi perseguono il proprio obbiettivo sempre nello stesso modo e sempre con la stessa determinazione. Modificare il mood di una linea drammatica che rimane se stessa è estremamente difficile ed è opera di cesello psicologico. Ma, come dire, è tanta fatica scrivere una storia, che val la pena di farlo fino in fondo, no ?

Radiografie – Alias contro Lost

venerdì 9 febbraio 2007

    Ci sono due serie televisive americane che, proprio in questi mesi, hanno vissuto e stanno vivendo un periodo di particolare intensità. Entrambe generate dalla mente geniale di J.J.Abrams, sembrano essere andate incontro a diversi destini.

       Mentre Alias ha concluso la sua quinta e ultima stagione in piena gloria, con un folto pubblico di appassionati, Lost vive con grandi difficoltà la sua terza stagione, e mi è giunta voce – non so se sia vero – che sia stato chiamato Stephen King per contribuire a trovare un finale decente e chiudere la vicenda. Vorrei radiografare l’assetto drammatico delle due serie, per tentare di capire gli esiti che ne sono maturati.

 

     In Alias ci troviamo di fronte a un perno centrale, Sydney Bristow, agente segreto della CIA, che vive tra inganni, travestimenti, doppi giochi, non potendo mai fidarsi di nessuno e non essendo mai certa di conoscere la verità. Umanamente, invece, Sydney è  una ragazza di cuore, profondamente legata ai sentimenti, alla sincerità delle relazioni. Per lei vale questa regola:  nessuno può sapere della sua vera professione, pena la morte. Così, proprio alle persone che ama di più, deve mentire quasi su tutto.  Nella sua vita, la verità uccide, ma senza verità lei non sa vivere. Il conflitto è forte, chiaro, interno ed esterno al personaggio, illumina le svolte della storia, che hanno sempre a che vedere con il problema della verità che non si può dire, accettare, condividere.

    In Lost, il perno centrale è un luogo: l’isola sulla quale l’aereo è precipitato lasciandovi una quarantina di persone. Qui i piani drammatici sono due: il più importante vede il gruppo tentare di uscire dalla situazione, di farsi trovare, vedere, soccorrere. Ma non esiste per questo alcun mezzo sensato a disposizione, e la partita si chiude ben presto. Così, alla serie non resta che vivere del secondo fronte drammatico: quello che si apre con le divergenze all’interno del gruppo, linea sulla quale è innestata l’intuizione drammaturgica dei flashback che ci fanno conoscere di volta in volta sempre meglio i personaggi.

    Lost vive su questo terreno friabile, che a quanto pare gli è franato sotto i piedi: porta avanti la vicenda attraverso le sotto-storie, e lascia inattivato il conflitto centrale. Finché non ci sarà un modo per uscire da quell’isola – senza che vengano ritrovati per caso perché questa soluzione costituirebbe un vero fallimento narrativo – Lost vivrà di conflitti interni che non sono nemmeno tangenti il problema di fondo. Se ci fosse una via d’uscita, magari rischiosa, e il gruppo si dividesse in favorevoli e contrari, dando vita a un conflitto profondo e senza ritorno, Lost recupererebbe il piano narrativo e tornerebbe in partita.

    Tutto questo mi fa riflettere sull’importanza di mantenere una proporzione sempre funzionale tra i desideri dei personaggi e la loro possibilità di raggiungerli. Quando la proporzione non c’è, come per i protagonisti di Lost, la storia salta. Non riesco a non pensare che questa dimensione iperbolica dei desideri che si scontra con un’impotenza rovinosa a realizzarli, sia un po’ un segno distintivo del nostro tempo. L’esito di tutta la frustrazione che ne deriva lo vediamo davanti a noi: la rinuncia ad ogni desiderio, la disillusione su tutto.

    Così, la disfunzione drammatica di Lost sembra essere un po’ quella dei nostri giorni. A dimostrazione del fatto che quando i grandi autori lo sono veramente, la loro luce si intravede anche nei progetti meno felici. 

    
 

Lo spunto di oggi – Quella fatica all’inizio del giorno

martedì 6 febbraio 2007

 

 

 

 

    C’è una famosa sceneggiatrice americana che racconta come struttura il suo lavoro durante l’arco della giornata. Una scena al mattino, poi una pausa, il pranzo, un giro da qualche parte, e una scena il pomeriggio. Stop. Bello eh ? Chi di noi non farebbe cambio ? Per di più dice: “Perché ogni scena merita le mie energie migliori”. C’è da crederle, visto come scrive.

    La provocazione però può sembrare sfacciata. Di fronte al mio studio c’è una Posta. Quando ci entro assisto come tutti allo stillicidio di piccoli rancori da coda reiterata, ai bollettini mal compilati e da rifare, ai numeri che non ho visto quando mi ha chiamato adesso non posso rifare tutta la coda lavoro anch’io sa…. eccetra. Non stiamo parlando del lavoro più faticoso del mondo. Ma insomma cosa dovrebbe dire un impiegato postale dei suoi clienti: che ognuno di loro merita le sue energie migliori e quindi fra l’uno e l’altro va a farsi un giro ? E in un Pronto Soccorso ? E un’insegnante ? E un camionista ?

    Eppure… questo lavoro di scrivere parrebbe essere estremamente faticoso. E lo è. Per quanto borghese o priva di senso possa sembrare l’affermazione. Per capirlo si può provare a pensare a cosa ci capita quando ascoltiamo una bella canzone, una di quelle che ci toccano veramente dentro. O quando vediamo un bel film, bello sul serio. O quando finiamo un romanzo che ci ha travolti. Allora sentiamo che un luogo molto profondo di noi è stato risvegliato. Che era lì ma dormiente. Che qualcuno si è preoccupato di conoscerlo a fondo e di andare a raggiungerlo nonostante le code alla posta e tutte le altre beghe della vita di tutti, quando non sono addirittura drammi. Sentiamo che ci è stato fatto un regalo. Una strada che qualcuno ha ricavato nel materiale più insidioso che esista, il cuore, e per la quale ci conduce con un amore disperato. Si tratta sempre, l’abbiamo ripetuto fin troppo spesso, di dire la verità.

    Ma chi scrive è una persona del tutto normale che si sottomette esattamente come gli altri alle beghe della vita. Di lavoro, fa questo sforzo: va a risvegliare cose sopite dentro di sé. Le visita, le esplora. Le tira fuori dal sonno. Se dovessi dire che tipo di fatica è scrivere, direi che in effetti è come ogi mattina, quando il sonno è così dolce da far sembrare la vita una cosa perfetta, e invece è lì che ci aspetta, già sulla strada, già in corsa. Continuare a svegliarsi, a sollecitare dentro di sé. Non accontentarsi mai. Tutte le volte che qualcuno mi fa notare un errore o una superficialità in quello che scrivo, riconosco che su quel passaggio ho dormito, non sono andato in profondità.

    Forse era stato uno di quei giorni da quattro scene, quando vai a casa bello felice perché il film è andato avanti. Mentre la sceneggiatrice americana quel giorno ne aveva solo scritte due, e aveva pranzato con calma… 

Embrioni – Senza Fretta

giovedì 1 febbraio 2007

 

 

    Roberta mica guarda. Quando sente l’acqua traboccare fa un giro svelto col dito lungo le pareti del bicchiere e lo gira capovolto sul bancone. Forse oggi si va a prendere un vestito, una cosina per la primavera che arriva. Certo con il cielo così piatto e bianco non vale la pena di nessun vestito. Il porto è ancora addormentato, e Roberta pensa che quando le nuvole si tengono così strette anche i rumori si fanno più cauti.

    Sono madre e figlia, e basta. Il bar a metà mattina è di nessuno, già lontano dalle colazioni e ancora al largo dai panini veloci del pranzo. Un bar di porto va come il mare, come i pescatori: a metà fra le cose che si toccano e si vedono, senza terra. Solo madre e figlia. Ottanta e sessant’anni circa. Al tavolino sotto il finestrone. La madre si muove a piccoli scatti e fra l’uno e l’altro resta come in fotografia. La figlia parla al cellulare, uno di quelli così piccoli che sembra stia raccogliendo le parole in mano, parole veloci e sommesse. Senza fretta, Roberta lo vede benissimo che al dito porta due vere, quella più larga tenuta all’interno, quella più stretta a bloccarla, sullo stesso dito. Chi glie l’aveva detto che ai morti gli anelli si tolgono subito ? E’ l’ultima cosa urgente da fare.

    Giuseppe viene a prenderla dopo il pranzo, fanno un giro lì intorno. Dice che le deve parlare. Forse Roberta se l’immagina già cos’ha da dirle. Ma non ci sta su, per paura di finire a sperarlo. Uno alla volta i bicchieri fra le sue mani si girano tutti e poi l’asciugamano veloce, che madre e figlia stanno aspettando. Sempre qualcuno le aveva detto che è molto più facile piacersi che capirsi, ma adesso Giuseppe arriva con la sua cosa da dirle e lei si sente a metà: lontana dalla calma di prima, ancora al largo dal porto delle parole di lui.

    Due gelati al limone. Li avete ? La madre ha una breve speranza negli occhi, chissà che si aspetta dal gelato. Chissà che mi aspetto io da Giuseppe, pensa Roberta. Sì, due al limone allora ? L’altra annuisce dall’alcova della sua mano che tiene il cellulare come una coccola al viso. Com’è essere vedova e figlia, stare a metà fra due porti girati al contrario, al largo e lontana dall’inizio e dalla fine dei viaggi ? Si deve stare scomodi, con i bagagli in giro per i giorni, senza poter smettere quelli di prima e senza poter mettere quelli di poi, quelli definitivi, quelli della madre in attesa di gelato al limone. Come si deve stare in attesa di stagione nuova ?

    Qualcuno le aveva detto: ti auguro una vita piena di giorni, giorni pieni di parole, parole piene d’amore. Ti auguro tante parole d’amore. Sua nonna, questo sì che se lo ricorda. Glie l’aveva augurato sua nonna, che come tante aveva lasciato un uomo al mare, tirato via da un giorno sbagliato.
Roberta comincia ad affettare i francesi, le piace la farina sulle dita. Le piacciono le briciole che saltano via, che rimbalzano. Oggi poi stacca prima, che viene Giuseppe che le deve dire una cosa, e non pulirà nemmeno. Oggi è festa, speranza, attesa.

    La madre sta con il cono quasi finito, adagiato nel letto della mano. Lo sbertuccia pezzo per pezzo e lo porta alla bocca. Dentro c’è un resto di gelato tremante, effimero. La figlia la guarda che non si sporchi. La figlia ha finito. La telefonata e il gelato, che nei cambi di stagione c’è sempre fretta. Roberta osserva il gesto che si ripete dal cono alla bocca, pezzo per pezzo sollevato, verso quel tesoro gelido e dolce che si scioglie. Con gesto ripetuto, preciso, antico. A memoria. Dove l’aveva imparato ?

    Pezzo per pezzo di mattone della casa bombardata, le stesse mani bambine sotto la guerra; chi cercava là sotto, chi ci ha lasciato ? Bottone per bottone, con la stessa serietà le sue mani di ragazza davanti all’uomo che la desiderava. Pezzo per pezzo il pane alla figlia che imparava a masticare. Ecco cosa si aspettava dal gelato.
Forse va prendersi qualcosa per la stagione che cambia, Roberta. Pensa a qualcosa di rosso, con i bottoni, e magari delle scarpe che si accompagnino. Dopo, non ora. Oltre il porto sicuro delle parole di lui.
A stagione arrivata.