Archivio di marzo 2007

A tutto quello che si muove

mercoledì 28 marzo 2007
    E’ vero. E’ molto più splendente il giorno in cui ti innamori che non uno di quelli presi a caso nell’arco del tuo matrimonio. Molto più inciso nella memoria il momento in cui hai piantato un albero che non tutti quelli in cui l’hai accudito. Questo forse loro lo possono solo immaginare, perché sono nel momento della vita in cui si semina, ci si innamora, si progetta. Perché sono un gruppo di sedici – diciottenni. Perché il tema intorno al quale si doveva lavorare era: “cosa farò – sarò da grande”. Questo forse la loro mente lo sospetta, ma la loro pancia non lo sa ancora dal di dentro. Che poi continuare, coltivare, ritoccare, correggere, rivedere… che tutto questo sarà meno fulgido, meno stagliato e nitido di quanto non siano per loro questi anni.

    Ma è anche vero che questo è spesso un alibi per chi la loro età non ce l’ha più. La paura di non raggiungere i nostri desideri più puri e profondi ci fa scivolare lentamente, ci fa abbassare giorno per giorno il nitore dei nostri desideri. In definitiva ci allontana da noi stessi.

    Lavorare con le ragazze di Fabriano è stato riavvicinarsi a questo. Siamo scesi per fargli fare un film con le loro parole, le loro storie, le loro emozioni, e siamo risaliti come rinnovati e riavvicinati a noi stessi. Perché il fatto di sapere che non tutto ciò che si semina, non tutto ciò di cui ci si innamora poi funzionerà come sogniamo, non può farci perdere la disponibilità a seminare e a innamorarci. Non sarà di un altro uomo o di un’altra donna ma potrebbe essere di un figlio. Potrebbe essere sempre e comunque.

    Alla fine posso dire di essere stato a contatto per sei mesi, e poi nei quattro intensissimi giorni di shooting, con qualche pezzo di notte incluso qua e là, con la saggezza della loro età. Forse avrebbe dovuto essere il contrario. Ma è andata così e ne sono felice. La loro capacità di esserci totalmente in un progetto, in una scommessa, la loro voglia di provarci perché anche in caso di fallimento sarebbe comunque meglio che non averci provato. Questa non riesco a definirla in altro modo che saggezza.

    Un’ultima idea che mi passa per la testa da quando ho cominciato a lavorare un po’ più duramente con questo gruppo. C’è un pensiero per cui gli adulti dovrebbero essere dei modelli, degli esempi. Non so, per me non è così. A parte l’alta considerazione di sé che bisogna avere per credere di essere degli esempi, ho constatato come la sorgente di queste ragazze si trovi dentro ognuna di loro. Da noi potevano soltanto ricevere qualche indizio su come attingervi. Non credo abbiano bisogno di modelli da imitare, ma di togliersi dalla testa anche quelli che hanno ed essere pienamente, felicemente se stesse. 

    Tecnicamente, questo film non è strutturato come un film. L’idea era fare il loro film, con il loro linguaggio, con le loro storie, quindi anche la struttura della sceneggiatura è forgiata sull’impronta delle serie chiuse americane cui loro sono assai più legate rispetto al racconto cinematografico puro. Un teaser, quattro brevi atti. Una specie di numero zero, di pilota. Più che un film è esattamente un pilota di una possibile serie televisiva. Dal canto nostro è perfettamente funzionale la sensazione che se ne ricava alla fine: di una storia aperta, che vorremmo conoscere un po’ di più la prossima settimana alla stessa ora. Ma non poteva esserci scelta a mio avviso più coerente: loro sono nel numero zero della vita, stanno finendo di scrivere il pilota prima di iniziare la serie dei giorni e delle avventure.

    Fotograficamente, con Massimo Schiavon, che ringrazio per il lavoro fine e faticosissimo che ha svolto, abbiamo scelto di lavorare su due registri: uno che raccontasse la loro voglia di spazio intorno, di continuo cambiamento, di evoluzione e di libertà, un altro che invece esprimesse tutto il loro bisogno di vicinanza e di rapporti intimi e sinceri. Il primo registro è raccontato in steadycam, con un’ottica molto aperta: movimento, dolcezza e spazio. Il secondo registro con camere fisse, campo e controcampo, e primissimi piani: occhi, bocche, mani. Racconto questo perché mi sembra giusto sottolineare come la nostra lingua si sia messa al servizio dei loro contenuti e del loro mondo. In realtà, sono loro che hanno guidato noi…

    Bene…. è il momento delle presentazioni. “A tutto quello che si muove” è….

 

la storia di Andrea, che beve la coca dopo il caffè…

la storia di Gaia, che deve andare a trovare Matteo… 

 

la storia di Ludovica, che cammina sul bagnato…

 

la storia di Nina, che non si è fatta nemmeno un graffio… 

 

la storia di Perla, che non può vendicarsi…

 

la storia di Veronica, che ha scattato mezz’ora in anticipo… 

 

la storia di Kristin, che sa che cos’è una donna…

 la storia di Maura, che deve parlare con suo padre…

 

la storia di Simona, che sa imparare in fretta…

  

la storia di una Direttrice che non può essere così cattiva… 

 

la storia di Ugo, che starebbe a parlare per ore…

 

Grazie. A tutti voi.

    
 

Lo spunto di oggi – Raccontare una storia che si conosce a chi la conosce già

mercoledì 21 marzo 2007

 

 

 

    Ma capita anche di raccontare una storia che si conosce a qualcuno che la conosce già. Non è una cosa così anomala. Tutto il teatro tragico greco narrava storie di dominio pubblico, e l’oggetto vero dell’interesse non era come andasse a finire la vicenda, ma come veniva raccontata. E’ una situazione che si verifica ogni volta che vediamo un film di cui conosciamo la trama, o che ne rivediamo uno che abbiamo particolarmente amato. Ogni volta in cui il film narra una vicenda storica che conosciamo indipendentemente.
L’unico contesto narrativo che non è passibile di ripetizione è la barzelletta. Perché nella sorpresa ha il suo fine e con lo svelamento la sua fine.

    In tutti questi casi, è come se l’importanza del dato comunicato venisse in qualche modo disattivata. C’è un desiderio altro, che è quello di relazione ma non solo. Quando conosciamo già la storia, in luogo della voglia di venire a sapere c’è quella di rivivere un’esperienza. Qui diventa più chiara la vera funzione di un narratore: rendere i fatti presenti lì, in quel momento, attraverso parole immagini e suoni, e rendere il pubblico testimone di quei fatti.

    Ogni elemento del linguaggio trova finalmente la propria ragione di esistere: trasportare. Non farsi contemplare per la propria bellezza, ma servire il viaggio che congiunge i fatti e il clima con il pubblico che ascolta.
Esorcizzata la questione della trama, per certi versi la comunicazione sembra migliorare, aprirsi a più possibilità, ma anche caricarsi di maggiori responsabilità per il narratore. Ha senso rivedere un film o rileggere una storia solo se le immagini e le parole sono davvero evocative di qualcosa di profondo, di magnetico, di emozionante. Se non si limitano a sciorinare una serie di fatti ma ne portano il calore, il colore, l’atmosfera.

    Più profondamente, rivediamo o rileggiamo qualcosa solo se ci mette in contatto con un luogo interno di noi che abbiamo interesse a rivedere, a tornare a capire. Quello che fa una buona storia non è dirci che cosa avviene nella trama e basta, ma mostrarci cosa avviene dentro di noi che la guardiamo. Quando ci parlano di noi, quando toccano il nostro cuore, abbiamo sempre tempo per stare a sentire. Non c’è essere umano che ci interessi di più di noi stessi. Bisogna prenderla con ironia, credo. Siamo fatti così e spesso quando andiamo al cinema a rivedere è solo per rivedere noi stessi. Per rimetterci in contatto con il nostro cuore.

    Entrambe queste situazioni, raccontare una storia a chi non la conosce e raccontarla a chi la conosce, prevedono una condizione di partenza: che la storia la conosca il narratore. Sarà sempre così ?

Lo spunto di oggi – Raccontare una storia che si conosce a chi non la conosce

venerdì 16 marzo 2007

 

 

 

    Raccontare una storia che conosciamo a persone che non la conoscono. Questa è una situazione frequente nella nostra vita quotidiana. Anzi, quasi sempre nel nostro stile di vita ci troviamo a ridurre la nostra comunicazione al mero passaggio di dati necessari. In questa situazione dialettica, la storia è il principio di necessità unico della relazione, e cioè: cos’è che devi dirmi ?, domanda parente stretta dell’altra: com’è che va a finire ?

    D’altro canto, quando siamo noi ad aver ascoltato una storia che non conoscevamo, ci capita a volte di dimenticare chi ce l’ha raccontata. Questo significa che il fatto è rimasto dentro di noi più della relazione di quel momento.
Quando una società non lascia altro tempo che la relazione necessaria per il passaggio dei dati, significa che ha creato un contesto nel quale la relazione degli uomini con le informazioni viene prima della relazione tra gli uomini.

    Qui credo che ci sia come una cartina di tornasole del nostro tempo: sono le persone che servono a comunicare i dati e le notizie, o sono i dati e le notizie che devono creare relazioni tra le persone ?
Al tempo stesso, quando raccontiamo una storia nostra, da autori, a gente che non la conosce, abbiamo un gusto tutto speciale nel portare per mano, nell’introdurre al mondo della nostra storia, nel mostrarne i reconditi segreti e gli sviluppi più profondi…

    Ne deduco che il male non deriva dal fatto che il narratore sappia e il pubblico no, ma dal fatto che entrambi, narratore e pubblico, oggi si stanno dimenticando di essere più importanti dei dati, delle storie, degli elementi che riferiscono e ascoltano. Io comunico con te perché tu sei importante per me. Prima e indipendentemente da ciò che ti comunico.
E’ quello che mi sembra sempre più chiaro man mano che invecchio: se racconti una storia fallo per migliorare quello che ti sta attorno. Forse l’ideale sarebbe raccontare la propria storia come se fosse l’unica cosa che vale la pena di ascoltare, la più profonda e sconvolgente del mondo, e sapere sempre che è niente di fronte alla persona che è lì, davanti a te, e che ti sta ascoltando.

Il fatto di oggi – Il corso che non è finito

mercoledì 14 marzo 2007

 

 

    Lunedì sera avrebbe dovuto terminare il corso di sceneggiatura… invece, come mi capita di constatare spesso, i viaggi non sono mai tutti uguali e non finiscono nemmeno tutti allo stesso modo. Stavolta il gruppo ha sentito il bisogno di aggiungere uno o due incontri di laboratorio puro. La cosa mi piace molto, perché penso che la teoria presa troppo da sola sia in qualche misura falsa. Perché non si accede da una parte fissa alla scrittura di una storia, ma può capitare qualunque situazione creativa ed è per lo meno imprudente avere un “metodo”.

    Questo bisogno di mettere le mani nella pasta concretamente, tra l’altro, per me è un desiderio che ne sottintende un altro, quasi contrario: il desiderio di essere presi da una storia. Presente la voglia di innamorarsi ? Prove di volo, diciamo. Che mi succede se a contatto con un personaggio… ? Che mi succede se provo a farlo parlare ? Che significa ascoltare una scena anziché scriverla ?

    Nonostante questa richiesta particolare, nata in modo compatto da questo gruppo, continuerò a non prevedere questa fase nei miei percorsi pur rimanendo disponibile a darle spazio se se ne sentirà la necessità. Il motivo è che aver voglia di scrivere è una cosa che ti viene dentro in pancia, e che se qualcuno te la chiede nel momento sbagliato, quando non scrivi ancora per mestiere, quando stai imparando, può essere perfino controproducente, e convincerti che dentro di te non c’è niente e che non hai nessuna propensione per questo.

    Sarebbe bellissimo se le avventure creative non finissero, come ha fatto questa. Perciò… grazie ad Adriana, Anna, Gianni, Iacopo, Paolo e Simona per questo tempo supplementare.

Lo spunto di oggi – Il finale metaforico

lunedì 12 marzo 2007

 

 

 

    Alla fine di tutto il percorso pare che debba comparire, nei film ben scritti, il “senso metaforico” della vicenda. Il senso che vale per tutti, che è qualcosa – questo sì – di pericolosamente vicino al ‘messaggio’. Si trova di solito negli ultimi stacchi, quando in piena risoluzione, dopo il picco del terzo atto, il mondo viene mostrato cambiato nella sua totalità.

    In teoria, se questo momento è ben scritto, dovrebbe scorrere come su due binari: uno è quello drammatico (ecco come il nostro eroe ha modificato la propria vita e quella degli altri) e uno è quello tematico (ecco come vanno certe cose).
Di risoluzioni ce ne sono infinite, di infiniti livelli. Il volo suicida nella fornace ardente di Alien 3, la telefonata di Hannibal Lecter a Clarice Starling, il girotondo di Fellini, la lenta camminata dei protagonisti tra gli uccelli momentaneamente fermi di Hitchcock. Finali che significano qualcosa indipendentemente dalla vicenda che li ha preceduti, e che si imprimono nella nostra memoria per la profondità assoluta del gesto, dell’immagine, della parola. Poi ci sono finali che si perdono, che non riescono a rimanere negli occhi e nel cuore. Questi ce li siamo dimenticati.

    Ma ci sono due punti particolari su questo finale metaforico. Il primo è che per quanto metaforico, un finale dovrebbe sempre scaturire dall’interno della necessità drammatica. Niente colpi scorretti, niente risoluzioni pacchiane, niente cambi di cifra linguistici per dimostrare quello che volevamo dimostrare. Il finale metaforico secondo me può essere solo il frutto di un’abilissima operazione nella quale lingua e significato si intrecciano: mantenere la lingua, portare alle estreme conseguenze il significato, non alterare la logica con la quale i fatti si sono mossi per tutta la storia.
Altrimenti, e questo è il secondo punto, il finale si scuce. E diventa la prima fase del “dibbattito”. Una zona già separata dal film e che fa da cuscinetto con i titoli di coda. Che non mostra ma dimostra, che non racconta ma commenta. Qui crollano moltissimi dei film che hanno uno spessore ideale, filosofico o spirituale importante. O che vorrebbero averlo.

    Il finale è un momento rischioso perché è il momento della fiducia. Fiducia nella propria storia: che sia di per sé chiara, coinvolgente, convincente. Fiducia nel proprio modo di averla raccontata: che non ci sia bisogno di spiegarsi, né di chiosarla per renderla più nitida. Fiducia nelle proprietà intellettive ed emotive del pubblico: che sia in grado di capire senza che gli si spieghi proprio tutto. E quindi che sappia cogliere un finale forte ma che non si separi dalla storia. Che sappia leggere un finale che rimanga un punto interno della vicenda senza cercare di fare da ponte esplicativo tra la vicenda e lo spettatore.

    Come si vede, l’arco si compie in un percorso di progressiva emersione del senso: dal desiderio inconscio del personaggio, alla chiarezza del senso metaforico di tutta la vicenda. Credo che ogni momento storico abbia le proprie particolari attenzioni verso l’una o verso l’altra dimensione. Oggi sono convinto che il momento più toccante della storia sia il passaggio tra l’inconsapevolezza del desiderio e la presa di coscienza di sé. Una specie di risveglio, l’inizio della primavera.

Lo spunto di oggi – Il significato

mercoledì 7 marzo 2007

 

 

 

 

    … e dopo il desiderio inconscio, che si manifesta gradualmente nella storia attraverso il susseguirsi degli obbiettivi concreti, dopo il nemico, la guerra, lo scontro decisivo e la nascita di un nuovo equilibrio, ecco spuntare l’alba di una nuova coscienza, di una consapevolezza raggiunta grazie alla storia che si è vissuta. Il significato.

    Sembrerà strano a chi ha avuto la sventura di affrontare insieme a me il tema del “messaggio” di una storia, che proprio io rivendichi come tappa fondamentale quella del significato.
Il significato per me è imprescindibile. Intendo per significato il momento in cui un personaggio trae le proprie conclusioni da ciò che ha vissuto. Il momento in cui la sua coscienza si apre a un nuovo livello, a un nuovo valore. La sua coscienza, non la nostra. Il suo valore, non il nostro. La sua idea, non la nostra propaganda di autori dove si voglia schierati.

    Un momento drammatico per chi scrive, che quando capita è sempre così carico di emozione, è vedere il proprio personaggio andarsene verso una strada che non coincide con la nostra, verso un’idea che noi non condividiamo. Perché è libero, e dalla storia che ha vissuto non sa, non può o non vuole trarre le conclusioni che trarremmo noi. Il significato non è in alcun modo il messaggio della storia, ma il raggiungimento di una consapevolezza nuova da parte del personaggio.
E’, quindi, assimilabile a tutti gli effetti ad un’azione drammatica come un’altra. Semplicemente è fondamentale perché ci illumina sul cambiamento ultimo della storia che raccontiamo. La fine che coincide con il fine del percorso, sia esso edificante o degradante.

    Ma l’approdo all’astrazione di un significato dalla sequenza degli eventi e delle emozioni che si sono vissute, è propria di un personaggio perché è propria dell’uomo. Le costellazioni non esistono, esistono solo le stelle. Noi tessiamo linee, alla ricerca disperata di un progetto che leghi insieme i punti sparsi che sono i fatti della nostra vita. Così fa il personaggio, nei suoi più disparati modi e mondi. Così, credo, facciamo noi.
Me ne sono chiesto spesso la ragione. Perché abbiamo così tanto bisogno di senso ?

    Oggi ho solo una piccola, sbiadita risposta parziale, peraltro molto influenzata da ciò che mi dicono i personaggi de “La durezza dell’acqua”, il lungo che sto scrivendo: perché definire un senso, nella misura in cui è possibile, ci aiuta a lenire il dolore di ciò che abbiamo vissuto. Perché il senso di per sé, come si dice, ci avvicina al fine e ci allontana dalla paura della fine.
Ma domani la mia piccola risposta potrebbe essere diversa, anzi lo sarà sicuramente. Perché l’operazione di tentare di capire la compiamo ogni minuto e sempre con esiti diversi. Mi viene in mente Eliot: siamo “nel punto fermo del mondo che ruota”.

Comunicazione – Il nuovo corso di sceneggiatura

domenica 4 marzo 2007

 

    Comunico le date del nuovo corso di sceneggiatura. Si svolgerà sempre nel mio studio di via Bonghi, 4 a Milano. Facendo tesoro delle esigenze manifestatemi quest’anno da parte di molti, cioè di una certa compattezza dell’esperienza, il percorso è stato strutturato in modo lievemente diverso. Gli incontri saranno di 4 ore e si ridurranno a 5.

    Il dettaglio dei temi si può vedere nella pagina sul corso di sceneggiatura ma, come dico sempre, ogni gruppo porta le cose dove serve che vadano. Alla fine è un viaggio e nessuno può dire come sarà con esattezza. Ribadisco però ciò che per me resta fondamentale: non si può parlare di come si scrive una sceneggiatura senza occuparsi di chi la deve scrivere. Questo perché chi scrive è parte della materia prima del film.

    Spero che sarà un bel viaggio anche stavolta. Di seguito, le date e gli orari.

 

LUNEDI 26 MARZO

LUNEDI’ 2, 16, 23, 30 APRILE

ORE: 19.00 – 23.00

PER ISCRIZIONI: Mail o telefono indicati nei contatti. 

Il nuovo film – A tutto quello che si muove

venerdì 2 marzo 2007
 
    Bene. Lo shooting è finito. Non so niente del risultato, sono molto felice del percorso. Il montaggio ci farà capire cosa abbiamo fatto davvero. Tornerò su questa bellissima esperienza, e sui suoi aspetti così diversi. Ora per me è troppo presto.

    Ringrazio la Provincia di Ancona, la Commissione per le Pari Opportunità, Fabriano, lo Janus Hotel, la trattoria da Ivo, Doris Battistoni e le ragazze del film, una per una. A Fabriano sono stato bene dal primo giorno del mio lavoro, e tutta la troupe e gli attori professionisti che si sono uniti a noi durante le riprese sono ripartiti felici ed emozionati per tutte le cose che sono avvenute.

     “A tutto quello che si muove” ha mosso molte cose dentro di noi, e abbiamo tutti la sensazione di aver ricevuto un regalo. Voglio mettere di seguito quello che ha scritto Francesca, per la prima volta mia segretaria di edizione, alla fine di questi giorni. Nel frattempo inizia il montaggio. E continuo a tenere le dita incrociate….

   “Durante le riprese tutto si fermava, l’aria immobile, rotonda, una
bolla avvolgeva la scena e il nostro tempo si fermava: diventava il tempo della storia
scandito dal time code della camera. E tutt’attorno solo sguardi: Giò, Max, Daniele, Francesco, Francesca.
    Tutti rispettosi sulla linea gialla tra l’al di qua e il dentro la storia. Gli altri attori, tutt’attorno, osservavano la scena e i loro personaggi
la vivevano in diretta. E nel silenzio la voce AZIONE: partono gli attori e gli sguardi di
tutti, impercettibili e carichi di intesa, diventano un corpo unico che si muove verso una sola direzione.
    Solo quando era così, la scena era buona.

Il cinema è proprio tutto uno sguardo. Questa la mia esperienza. Un’emozione. Veramente.”