Archivio di aprile 2007

Lo spunto di oggi – Storia vera o verità di una storia ?

martedì 24 aprile 2007

 

 

 

Un caro amico mi racconta una storia vera.

    Qualche tempo fa due suoi clienti, marito e moglie, decidono di andare in crociera. Passano dei giorni splendidi, ma a metà del viaggio, in mezzo all’oceano e dall’altra parte del globo, alla moglie viene un infarto e muore. La nave è attrezzata per questa eventualità. Esiste una bara ed esiste una cella frigorifera. La donna viene messa nella bara e chiusa nella cella. Il marito prosegue il viaggio – non per sua scelta, ma perché a quanto pare non c’era altro modo di riportare più brevemente il cadavere in patria – in mezzo agli amici conosciuti a bordo. Improvvisamente vedovo, con la vita ribaltata da capo a piedi, la moglie nella cella frigorifera a pochi metri da lui. Per altri quindici giorni. L’amico mi dice che l’uomo gli racconta la cosa quasi con neutralità.  

    Insomma, ci giriamo un po’ intorno, è una storia che troviamo pazzesca, e l’amico mi confessa che come sceneggiatore non sarebbe mai arrivato a concepire una situazione del genere. In effetti nemmeno io. Beh, come la raccontiamo una cosa così ?  No dai, anche su questo non si può… è un modo indecente di… ma poi ci convinciamo: è il nostro modo di rielaborare tutto. Sdoganati nella nostra riflessione, cominciamo a ipotizzare che si tratti di una storia di specchi.

    Tutto quello che succede prima della morte viene specchiato distorto dopo. Ogni gioia diventa dolore, ogni speranza rimpianto e così via. Non solo è banale, ma c’è un rischio insito nelle strutture after and before: quello de La stanza del figlio.  Come molte linee strutturate in due atti ti si spaccano in mezzo.  Il perno è troppo pesante e l’asse  di curvatura del personaggio si frantuma. La morte sta bene ma non così, bisogna contestualizzarla in una scatola più ampia, che la renda solo uno degli eventi, sebbene uno dei principali.

    Bene, cambiamo fronte, forse è un grow up. Storia di un viaggio che rappresenta un congedo da una persona, da una parte della propria vita, e che ci lancia verso il futuro, verso una nuova  identità. Allora certo, ci interessa sapere anche del suo rientro a casa, del suo lavoro, dei suoi figli se ne ha. Ma ci rendiamo conto che alla fine… non ne sappiamo niente.

    Parliamo tutta la sera di questo plot. E’ fortissimo. Ma alla fine ci rendiamo conto che… non sappiamo nemmeno di cosa parli. Non tanto perché è un’esperienza estrema che grazie a Dio non conosciamo dal di dentro, quanto perché i fatti sono solo il plot, e il plot non coincide con il senso che ha dentro.

    Per quanto sia una storia vera e forte, non ne possedevamo la verità. Sì… umilmente ci si trova a riconoscere che una vicenda è troppo grande, troppo dolorosa, troppo estrema, o semplicemente troppo diversa e altra da noi. E che non siamo in grado di raccontare i fatti semplicemente perché ne siamo a conoscenza. Siamo in grado di raccontre i fatti solo quando riusciamo ad attribuirgli quel senso interiore e profondo che gli dà vita. Il senso che ci vediamo noi, certo, ma comunque un senso valido perché vengano raccontati.

    Altrimenti, specie quando le storie sono vere, il confine tra raccontare e spettegolare diventa incredibilmente sottile.

Lo spunto di oggi – Quel filo tagliente e sottile

giovedì 19 aprile 2007

 


 

 

    Prima pensi che non ci sia. Che sia un’invenzione retorica o poco più. Quella linea, dicono, che separa il bene e il male dentro di te. Quando sei molto giovane può capitare che tu non la veda. Quella linea esiste eccome, ma fra te e gli altri. Fra i buoni e i cattivi, non tra il bene e il male. E se su questo punto non ti capita mai di doverti profondamente ricredere – è sempre un momento di grande amarezza – finisce che poi scrivi anche i tuoi personaggi così. Buoni e cattivi. Pure teorie, niente di vero.
Ma li scrivi così, perché non hai fatto l’esperienza di quella linea in continuo movimento, inquietante silenziosa e tagliente, che separa dentro di te “il medesimo autore di azioni così diverse”, come direbbe Heiner Muller.

    Non si può parlare di come si scrive una storia senza parlare di chi la scrive. Continuerò a dirlo finché non finirò di capirlo.
Trovo queste riflessioni di Padre Silvano Fausti S.I. che proprio a questo proposito voglio condividere.

    “In ciascuno di noi ci sono due tendenze, due voci, due spiriti o due messaggeri opposti, uno buono e l’altro cattivo. Si esprimono in due atteggiamenti interiori profondi che determinano il senso del nostro agire e del nostro vivere: l’uno porta a unirci e l’altro a dividerci, l’uno a dar fiducia, l’altro a toglierla. In noi ci sono sempre tutti e due.
Non siamo liberi di averli o no, di sentirli o meno. Possiamo però non avvertirli, ed è un’ignoranza gravida di conseguenze.

    La nostra libertà sta nel decidere di sentirli, conoscerli e aggiudicare la vittoria all’uno piuttosto che all’altro, consentendo all’uno e dissentendo dall’altro. Ciò a cui acconsentiamo, cresce; ciò da cui dissentiamo, decresce. Siamo gli arbitri, tutt’altro che imparziali, delle nostre azioni e del senso della nostra esistenza.
Questo è il libero arbitrio: dipende da noi far vincere l’io vero che ci edifica nell’amore reciproco o l’io falso che ci distrugge nell’egoismo.

    Per questo è importante sentire i due spiriti in noi e discernere la differenza, distinguendo tra ciò che apre alla fiducia e alla vita e ciò che chiude nella sfiducia e nella morte, in modo da acconsentire al primo e dissentire dal secondo.
Siamo fatti per la felicità: è quanto tutti cerchiamo. Solo l’incoscienza di ciò che pure sentiamo e l’ignoranza su dove ci porta ci rendono arbitri cattivi contro noi stessi, che fanno vincere ciò che ci perde e lasciano perdere ciò che ci fa vincere”.

Lo spunto di oggi – The day after ‘I 400 colpi’. Arturo Lanocita

lunedì 16 aprile 2007

    Francesca, la segretaria di edizione di ‘A tutto quello che si muove’, mi passa un libro del nonno. Arturo Lanocita, “CINEMA ‘50Pagine scelte di un critico militante“. Una raccolta di recensioni pubblicate sul Corriere della Sera di quel decennio. Ci sono tutti i più grandi film dell’epoca. Naturalmente corro a controllare e sì…. c’è. L’esordio di François Truffaut, secondo il critico del Corriere della Sera di allora. Non potevo non condividere una chicca così.

 

 

 

    I QUATTROCENTO COLPI – LES QUATRE CENTS COUPS, 1959 

    L’eretico è entrato nel tempio. Il giornalista François TRuffaut, nemico irriducibile del Festival di Cannes, che un anno fa sembrava disposto a incendiare il Palazzo del Cinema, non solo metaforicamente, è divenuto regista e col suo primo film di lungometraggio, Les quatre cents coups, presentato stasera, ha affermato il suo diritto di essere ascoltato. Probabilmente, aveva torto quando blaterava ingenerosamente contro tutti, non è vero che gli altri siano, in blocco, idioti e che egli solo abbia ingegno. Ma ingegno ne ha, e anche ha qualcosa da dire.

    Il cinema francese, lo si è già detto, è rappresentato stavolta a Cannes da questo suo spietato avversario. Egli non riconosce meriti che al regista Renoir, forse perché Renoir tace da un pezzo e vive della reputazione acquisita. Ha un carattere pessimo, permaloso e rissoso. All’origine della sua controversia con il Festival era, l’anno scorso, la circostanza che era stato rifiutato un suo documentario, Les mistons. Si trattava di una rappresaglia ingiusta.

    Ma un’opera non va giudicata sull’indole del suo autore; chiunque lo abbia diretto, Les quatre cents coups è un film di rilievo, alimentato di verità, al quale non poteva essere negato un esame serio. Dal principio alla fine, si avvertono i pregi e i difetti di un lavoro giovanile, e cioè si apprezzano le esuberanze e spiacciono gli eccessi: ma se la funzione del Festival è anche quella di rivelare il nuovo, Truffaut non ha scroccato il suo ingresso. Bisogna ricondursi, per trovare un’analogia di ispirazione e di trattazione, a Jean Vigo… (…).

    Il film è tutto di constatazione. Carenza d’affetto, intolleranza di controllo, ansietà di indipendenza. Ecco Antoine che ruba una macchina per scrivere, con un compagno, eccolo trascinato davanti al giudice dei minorenni, e poi nelle guardine della polizia, accanto a donne di malaffare, e poi nell’istituto dei corrigendi e quindi in fuga alla scoperta del mare. La vicenda è fragile, praticamente inesistente: fra l’altro, questa evasione verso il mare si rintraccia, come motivo retorico, in tutti i racconti sull’adolescenza.

    Ma non c’è annotazione che non sia suggerita dall’amore del vero: lo squallore della casa di Antoine, ad esempio, l’inimicizia delle strade e della folla di Parigi, una Parigi prodigiosamente esatta, con la lusinga dei richiami e l’impenetrabilità dell’indifferenza. Il piccolo malandrino è troppo solo nella grande città troppo gremita: solo fra le mura screpolate della sua casa, solo nell’aula ammuffita della scuola.

    Questa materia, lo si indovina, Truffaut l’ha macerata per molti anni dentro di sé. Saprà dire altre parole importanti, dopo aver raccontato se stesso ? Tutti sanno scrivere il primo atto di una commedia: e gli atti successivi ? A Les quatre cents coups va rimproverato il troppo sangue: è una felice colpa dei giovani, non saper rinunciare a qualcosa. A molte sequenze avrebbero giovato i tagli: anche a quella, mirabile, dell’interrogatorio nella casa di pena, anche a quella della fuga. Il piccolo Jean Pierre Leaud, il tredicenne figlio dell’attrice Jacqueline Pierreux, è un protagonista sensibile, spontaneo, attendibile in ogni atteggiamento.

Arturo Lanocita, 5 maggio 1959 (da Cannes) 

Lo spunto di oggi – La mail di Marco Gallo

giovedì 12 aprile 2007

    Ricevo in questi giorni, e voglio condividere, queste appassionate riflessioni di Marco Gallo, personaggio che su questo blog non ha bisogno di presentazioni. A lui si deve tutta la distribuzione di Un Inguaribile Amore. Gli ho chiesto di poter pubblicare le sue parole perché credo possano rappresentare un motivo di riflessione per tutti quelli che scrivono storie e che vivono questo tempo.

 

 

 

    Caro Giovanni,
mentre leggevo quello che mi hai scritto, pensavo a questo mondo.
Sembriamo così vicini, con tutta la comunicazione di cui disponiamo.
Sembriamo così, necessariamente, attenti a causa di tutti gli stimoli di cui disponiamo. Eppure siamo, tristemente, così lontani. Per quanto vicini, ancora, se si può, più lontani.
E se uno ne ha la forza… è una lotta dura questa della lontananza e della vicinanza. Tanto quanto quella tra la pesantezza e la leggerezza, tra l’avere e l’essere, tra l’apparire e il testimoniare, tra la fuga e la rincorsa. Tra il tempo come un vettore e il tempo come tante piccole pozzanghere che non riescono più a inumidire la nostra memoria.

    Non viviamo più per continuare qualcosa, ma per terminarla, nel modo più soddisfacente, nel minor tempo possibile. Senza strascichi, senza un passato sul quale riflettere. Rifuggiamo da identità offerte o imposte, che sono sempre pericolose e invadenti e perigliose come scogliere nordiche attraversate a piedi nudi.
Noi non possiamo essere più niente, se vogliamo essere qualcuno. E’ pericoloso amare, avere più che conoscenti tra le proprie amicizie, procreare è come stonare con il proprio pene. Non è un rigurgito da pessimista il mio. Lo sai quanto sia ottimista e combattivo. E’ che sono costernato per quanto riusciamo a sentire tutto senza ascoltare più. Per quanto coloro che dovrebbero parlare, forse lo fanno, ma senza evidenza o senza lasciare il segno.

    Il saggio di Bauman parla di noi, di come l’uomo contemporaneo stia ospitando dentro di sé quello che sta avvenendo. Di come si stia trasformando da Pellegrino a Turista. Di come non ce la faccia più a spostare nel tempo la gratificazione del suo operato, deve poter avere tutto e subito. Un piccolo saggio, ma molto denso, che ancora non ho terminato di leggere, ma che già dopo una trentina di pagine si è fatto riconoscere ed apprezzare.
Capisci Giovanni, oramai non consumiamo più solo gli oggetti dopo averli desiderati, ma fra poco, e già ci sta capitando con continuità, desidereremo le persone per consumarle con la facilità con la quale si scarta un formaggino Mio.
Quanta stupidità ci deve essere dentro una persona saggia per accettare la propria? Non lo so, … a questo ci stiamo portando? E’ un mondo più confuso e quindi più complesso, ma quello che provo è che non riesce a ritornarci momenti collettivi di vera felicità.

    Vedo persone spente davanti a me, nel traffico, nei bar, un mondo spento, fuori da quello che sta accadendo. Non avremo l’acqua potabile fra cinquanta anni. Il mare si alzerà pare di quanto vuole lui, noi però rimaniamo seduti tra l’uccellino dell’acqua minerale e “I fatti vostri”. Immobili spinti a essere informati su tutto, ma a non capire e soprattutto a non reagire. Presi da altro, presi dentro altro..
A persone come te Giovanni, a un artista è richiesto questo sforzo immane di comprendere e tradurre per gli altri. Almeno una interpretazione, una frase chiara portata all’ascolto e alla visione può fare molto a patto che ci sia uno schermo e spettatori non distratti. Ma questa è un’altra storia che potremo raccontarci a Roma davanti a un caffé. Che ne pensi?

Un affettuoso abbraccio.
Marco

 

    Caro Marco, sai che la questione dell’essere un artista mi è del tutto estranea.  Ma lo sforzo immane di comprendere e tradurre, ognuno nel proprio, è richiesto ad ogni essere umano. Credo sia una forma di salvezza necessaria che si chiama presa di coscienza. In questo senso, sento che le tue parole mi riguardano e riguardano tutti noi. Grazie. giovanni.

Lo spunto di oggi – Amare l’ostacolo come se stessi

lunedì 9 aprile 2007

 

 

 

    Lo senti dappertutto, anche nei momenti più banali della vita. E’ un retrogusto che sta dietro a una risata, a un caffè, a un chilometro d’autostrada. Che non è quello che vuoi. O che non è come lo vorresti. Fai di tutto per raggiungere il tuo obbiettivo, piccolo o grande che sia, ma hai sempre una latente sensazione di impotenza, di impossibilità.
Poi pensi a tutti gli obbiettivi, piccoli e grandi, che invece hai raggiunto. E ti rendi conto che non puoi nemmeno dire di non avercela fatta mai.

    Solo che una volta raggiunti… gli obbiettivi hanno la proprietà di chiudersi la propria storia alle spalle. Fine del percorso, e spesso fine della memoria. Davanti subito un’altra piccola o grande meta, con un altro piccolo o grande cammino ad ostacoli da compiere. Ecco perché sei sempre in rincorsa: perché punti continuamente a qualcosa o a qualcuno che ti manca. Quando lo raggiungi, smetti di rincorrere quello e inizi con una nuova preda / meta.

    Che cos’è una storia ? Di che cosa vive se non della struggente continua guerra di ognuno di noi per andare dove vorrebbe mentre sbatte dove non vorrebbe ? Che cos’è se non la storia di questa infinita tensione del desiderio che ci definisce e ridefinisce ogni giorno ? Quando sentiamo dire che va sempre tutto storto…. Ecco: lì c’è un grande aiuto per chi scrive. Perché è vero: la nostra storia è esattamente tutto ciò che si oppone al nostro profondo desiderio. Quando smette di opporsi, il desiderio è raggiunto, gli ostacoli finiti, la storia è ai titoli di coda. E noi ce ne dimentichiamo perché siamo già nella vicenda successiva, di nuovo a rincorrere.

    Per questo nella vita “va sempre tutto storto”…  naturalmente è una sensazione, in realtà credo che sia il declinarsi naturale delle nostre azioni per raggiungere quello che vogliamo profondamente lavorando in relazione al contesto in cui ci troviamo.
E quando muore un giovane ? Quando un personaggio o una persona finiscono bruscamente i propri giorni prima che gli sia stato possibile raggiungere quel sogno che coltivavano dentro ? Beh, forse è proprio questo che ci addolora e ci risulta inaccettabile: che il tempo è scaduto senza che potesse compiersi la storia, almeno per come noi riusciamo a concepirla.

    Questo per dire… che non si può creare un personaggio senza avere un amore profondo per gli ostacoli che gli tagliano la strada. Che tra lui e loro c’è un legame profondo: ogni ostacolo è un’inversione del desiderio, ogni azione una nuove fase della chiarezza.

Buona Pasqua

venerdì 6 aprile 2007

…a tutto quello che dentro di noi ha bisogno di risorgere. Un abbraccio a tutti.

Lo spunto di oggi – Scrivere di quello che si sa

domenica 1 aprile 2007
 
 
    Qualche giorno fa, durante un corso a dei writers professionisti, uno di loro mi ha posto una domanda all’apparenza banale, che ho liquidato con poche parole. La domanda era: “Come facciamo a sapere quanto e cosa c’è di autobiografico in tutto quello che scriviamo” ?
    La cosa mi è sembrata nell’immediato di poca importanza. E’ sempre un po’ tutto autobiografico quando scrivi no ? Quello che dico sempre in questi casi è che l’importante è essere personali senza diventare privati. Bella formula. Già. Se non fosse che la domanda era profonda e intelligente molto più di quanto mi fosse apparsa a un primo momento. Perché guidando sulla strada del ritorno pensavo alla sorella gemella di questa domanda, che suona così: “Che cosa ce ne frega di scrivere se non scriviamo di noi ?”
    Giusto. Lo penso da quando me l’hanno insegnato: non scrivere niente che tu non conosca. Al tempo stesso se non sei mai stato su un’astronave devi poter scrivere Alien. Perché, come insegna il manuale, lo sceneggiatore deve avere immaginazione. Ma la risposta non è soddisfacente ed è contraddittoria. O l’una o l’altra, non se ne esce.
    Poi mi capita, qualche giorno dopo, di entrare in un bar. E c’è uno che si fa rifare un caffè. Per due volte. Perché, dice, sa di bruciato. La poverina che lo serve è imbarazzata, è evidente che non sa che pesci pigliare e che il suo margine di intervento nella cosa è minimo. Mi colpisce il rancore, pur gentilmente espresso, del cliente. E mi chiedo: di che cosa sta veramente parlando quest’uomo ? Certo, del caffè. Ma la scena è troppo potente perché sia tutto lì.
    Non ho mai mandato indietro un caffè in vita mia. Non per educazione, forse ho semplicemente avuto fortuna. Mai bruciati. Ma so qualcosa anch’io della paura, dell’insoddisfazione. Del rancore. Ne sappiamo qualcosa tutti, credo. Ecco di cosa parlava. Non raccontare mai una storia che non sai. Sul caffè bruciato ci si può eventualmente informare. Ma sul contenuto vero di quel caffè, contenuto che non viene mai nominato, mai detto a parole semplicemente perché il più delle volte non è nemmeno capito, devi sapere molto e solo la tua vita può avertelo raccontato.
    Dici caffè e intendi una delusione, dici bruciato e intendi un matrimonio sbagliato, dici rifare e intendi tutta una violenza subita da piccolo che non puoi non buttare fuori.
Allora sì, offrirò un caffè – spero migliore – al mio allievo che mi ha insegnato tanto con questa domanda. Non stai parlando mai di quello di cui stai parlando. Il tuo personaggio è sempre altro rispetto alle parole che dice. Puoi non conoscere l’argomento e capire benissimo tutto il valore che c’è in gioco. E quindi sì, non scrivere mai niente se non lo conosci dal di dentro. Se non è completamente autobiografico e al tempo stesso completamente altro da te.