Archivio di maggio 2007

Lo spunto di oggi – Diegetico, narrativo e narrante. Il terzo tempo.

mercoledì 30 maggio 2007

 

 

 

    Non l’ho mai trovato nei manuali di regia, e nemmeno in quelli di sceneggiatura. Ma l’ho sempre sperimentato e ultimamente mi sembra di vederlo in un modo più intenso, grazie anche ad alcuni film che mi hanno aiutato a capirlo. Parlo di un terzo tempo, che si infila tra quello diegetico (la durata vera della vicenda) e quello narrativo (la durata del film). E’ il tempo narrante. Il tuo, quello che scorre al ritmo in cui lo senti scorrere dentro di te.

    Sarà banale. Perché ognuno di noi ha sperimentato questo. La primavera sboccia per tutti ma negli occhi di un anziano è diversa che negli occhi di un bambino. Detta banalmente: c’è un momento in cui smetti di guardare il fiume dalla parte dell’acqua che viene e cominci a guardarlo dalla parte dell’acqua che va. Il terzo tempo non è molto diverso, si tratta della tua percezione interiore del tempo che passa. Nessuno schema prefissato. Ci sono anziani che hanno negli occhi molto più futuro di molti giovani. Se ci fossero solo categorie sarebbe inutile scrivere storie.

    Ora, siccome raccontare una storia significa accompagnare il pubblico per mano all’interno di un viaggio, tutto ciò che il pubblico vedrà e sperimenterà non sarà la realtà oggettiva, ma il nostro sguardo su quella realtà. Per questo il terzo tempo è importante. Perché sarà il tempo percepito, un po’ come fa l’umidità con il caldo in estate. Non si comunica più solo la temperatura oggettiva perché persino i meteorologi hanno capito che il mero dato è abbastanza inutile se scisso dall’esperienza profonda che io ne faccio.

    Credo insomma che nel racconto ci stia questo tempo in più, un tempo fuori dal film, fuori dalla vita normale. Una specie di “avanzo” lasciato lì a testimoniare qualcosa. Per essere concreto mi spiego meglio. Antonioni praticava la sfinimento del personaggio. Si trattava in sostanza di continuare a girare alla fine di ogni scena, senza dare lo stop quando le battute erano finite. Cercava di capire che cosa ne fosse dei suoi personaggi quando le loro vite non erano più sotto il controllo degli autori e della produzione. Qualcosa di autentico, da “rapire” alla vita per poterlo testimoniare.

    Ci sono alcuni grandissimi registi che rimangono come in cerca, in ascolto di questo tempo interiore: Aki Kaurismaki, Manoel De Olivera, Atom Egoyan, Kim Ki-Duk. Ma questo ascolto profondo del tempo dentro di noi è anche caratteristica di alcuni giovani, esordienti o appena esorditi: Marina Spada, Vittorio Moroni, Samantha Casella, Andrea Caccia.
Vanto la fortuna, questi, di conoscerli tutti personalmente. Gente schiva, mai facile, mai scontata. Tutti concentrati sull’esperienza quotidiana e profonda della vita, e sulle strade più rischiose e forti per poterla comunicare. Gente con uno sguardo sulle cose e uno sempre rivolto agli altri, a quelli che sono i destinatari del nostro lavoro di narratori.

    E’ un punto su cui mi riprometto di tornare presto, una prospettiva nuova nel mio incerto percorso…

Lo spunto di oggi – Le opere e i giorni

venerdì 25 maggio 2007

 

 

    Pomeriggio. In auto verso la periferia, la tangenziale completamente libera, e la trasmissione di Fiorello alla radio. Parla del Festival di Cannes. Racconta della presentazione sul Corriere della Sera dell’ultimo film di Abel Ferrara. C’è una foto, pare, che ritrae Asia Argento seminuda che bacia con la lingua un cane.

    L’ironia di Fiorello è tagliente e leggera, non cade nella trappola fin troppo evidente del moralismo e della retorica sul buon gusto. Gioca, e inventa una magistrale telefonata dallo studio radiofonico al cane. Gli viene chiesto di raccontare del film, e il cane risponde che il bacio non era previsto, che se lo avesse saputo non si sarebbe presentato, e che ha chiesto subito ad Asia Argento se fosse almeno sverminata. Lui, in realtà, dice di essere fidanzato con Stefania Rocca.

    Non ho visto il film di Abel Ferrara, e non ne so nulla. Non è questo che mi preoccupa. Ma il fatto che qualunque valore abbia quel film, tutto quello che moltissima gente ne saprà sarà solo questa foto sul Corriere della Sera. Che messa così, fuori contesto, fuori senso, per forza non potrà avere nulla del significato che Ferrara avrà voluto darle.

    Cos’è che non funziona ? Il film di Ferrara ? Il Corriere della Sera ? Entrambe le cose ? Non so, è troppo complicato forse, ma la verità è che non ho più nessuna voglia di pensarci. Tentare di decifrare l’intrico è quasi fare il suo gioco. Alla fine arrivi, dopo tanto che ci stai dentro, al desiderio di una comunicazione limpida, semplice, vera. E di nient’altro. Forse questo è il modo migliore di combattere questo sistema che porta chi legge il Corriere ad essere disgustato del cinema, chi ha fatto il film ad essere disgustato del Corriere, e tutti quanti felici per aver sollevato una “provocazione”.

    Sera. In poltrona. Il Milan vince la Coppa dei Campioni. Il telecronista commenta le immagini di questi uomini in mutande che hanno corso dietro a un pallone e dice: “Questa è un’impresa riservata ai grandi uomini”. Giada sonnecchia sul divano e viene quasi risvegliata dall’enormità. Scandisce: “Un’impresa riservata ai grandi uomini. Ma ci rendiamo conto ?”

    I narratori dovrebbero cercare, ritrovare, ridefinire i punti di riferimento di una civiltà. Dovrebbero farlo continuamente. Produrre delle opere per questi giorni. No, Giada. Non ci rendiamo conto.

Radiografie – La Samaritana, di Kim Ki-Duk

domenica 20 maggio 2007

 

 

    Ci sono film della pienezza e ci sono film del vuoto. Film che ti lasciano satollo, carico di immagini, significati, emozioni. Talmente belli e pieni di tutto che non puoi che trovarli magnifici. Provo spesso questa sensazione di fronte ai film di Coppola, di Scorsese, a volte di Spielberg. Lontani fra loro ma relativamente accomunati da questa passione per i fiumi in piena. Quando mi trovo così messo al muro, da tanta bravura, bellezza, da tanto budget, insieme al necessario: caspita, che lavorone, mi assale un senso ineluttabile di noia. Perché alla fine trovo che non ci sia stato lo spazio per me. E’ impopolare dirlo, probabilmente, ma durante The Aviator mi sono disperatamente annoiato.

    Il film di Kim Ki-Duk è dalla parte opposta della vita. Diseguale, discontinuo, tagliente e dolcissimo, imperfetto e limpido. Un’emozione continua, silenziosa e assordante. Nella lingua diversa che utilizza nei tre capitoli che lo compongono, Kim Ki-Duk ha un progetto solido e di profonda unità. Nel primo capitolo narra la storia di due ragazzine che hanno un rapporto saffico e di amicizia sincera. Una delle due decide di prostituirsi, alla ricerca dei soldi necessari per un viaggio in Europa da fare con l’amica. Così, l’altra diventa la sua organizzatrice. Telefonate, appuntamenti. Ma vistasi scoperta dalla polizia, la giovanissima prostituta si butta dalla finestra e muore dopo una atroce agonia.

    Nel secondo capitolo, rimasta sola, l’altra decide di restituire i soldi a tutti i clienti: prende appuntamento con ognuno di loro, e con tutti si presta sessualmente come aveva fatto l’amica, alla ricerca disperata di qualsiasi corpo abbia avuto a che fare con lei. Ormai quel viaggio non si farà più e i soldi non servono. Ma suo padre si accorge della sua attività. E’ poliziotto, e si fa giustiziere spietato dei clienti della figlia. Senza mai farne parola con lei, senza mai affrontare il discorso. Uno ad uno i suoi clienti vengono uccisi o allontanati.

    Nel terzo capitolo, padre e figlia si avviano alla tomba della madre, alla ricerca di un principio di unità e di dolcezza che sembra rotto per sempre dentro di loro. Il padre in questo viaggio le consegnerà l’automobile, le insegnerà a guidare, e le dirà: Ora va da sola, papà non ti seguirà più. Si autodenuncia al telefono, e viene prelevato sulla riva del fiume da una volante che lo porta via, mentre sua figlia – ora senza amica, senza madre e senza padre – procede incerta nei suoi primi metri da guidatrice, iniziando – ora sì – quel viaggio della vita che aveva progettato quando era molto più inconsapevole, insieme all’amica.

    Inutile parlare delle differenze stilistiche dei tre capitoli perché è già stato scritto moltissimo su questo film. Mi ha colpito, però, l’unità profonda del progetto, che fa sì che alla fine ci sentiamo molto soddisfatti dell’esperienza emotiva e visiva che abbiamo percorso. Nel primo atto c’è la storia, il presente. Ciò che accade spesso quando siamo molto giovani, in un presente per il quale siamo sempre impreparati e inconsapevoli. Nel secondo atto entra in campo il giudizio del padre poliziotto. Questo secondo atto è il giudizio sul bene e sul male, il nostro principio morale. E la giustizia terrena che si compie, in nessun’altra forma che la vendetta. Il terzo atto inizia con la tomba della madre e finisce con la promessa del viaggio che si intravede sulla riva del fiume. Sta a dire: come ricorderemo quello che è accaduto ? Come consegneremo all’eternità, alla memoria definitiva del significato e del cuore, quanto ci è accaduto in questi giorni ?

    Cosa ricorderemo di noi ? Di tutto quello che in questi anni stiamo facendo, pensando, scrivendo. Quale essenzialità c’è davvero in tutto quello che ci sembra prima divertente e poi importante ? La storia di Kim Ki-Duk ci richiama con tagliente, violenta poesia, a questo ciclo della vita nel quale agiamo, giudichiamo, ricordiamo (cioè: portiamo al cuore). E’ molto più che la semplice storia di una ragazza che perde un’amica. E’ un viaggio nel cuore alla fine del quale si sente una gratitudine infinita verso chi ci ha presi per mano e ci ha portati con sé.

Lo spunto di oggi – Alcune cose in cui credere…

giovedì 17 maggio 2007

 

 

“Credo nel pubblico. Credo nell’ispirazione. Credo nel mestiere. Credo in Aristotele. Credo che il primo dovere di qualsiasi opera teatrale sia quello di interessare, coinvolgere e soddisfare gli spettatori. Credo che tutte le opere teatrali debbano contenere dei misteri. Credo nella struttura in tre parti. Credo negli inizi, nelle parti centrali e nei finali. Credo nelle trame forti con personaggi forti che vogliono qualcosa, hanno bisogno di qualcosa e agiscono.

Credo nei protagonisti, negli antagonisti, negli obiettivi e negli ostacoli. Credo che gli obiettivi concreti siano più forti di quelli astratti. Credo nella tensione drammatica e nella suspense. Credo che si impari dalle opere del passato. Credo che ogni buona opera teatrale contenga segreti, sesso, amore, denaro, potere, idee, la potenzialità del delitto, la possibilità della morte e una certa qualità teatrale.

Credo che ogni buona opera teatrale tratti della natura umana e delle domande più profonde della nostra anima. Credo che il drammaturgo sia un poeta travestito da architetto. Credo che un’opera teatrale sia frutto di mestiere, di progettazione, di pianificazione”.

Jeffrey Hatcher – Scrivere per il teatro

Lo spunto di oggi – Il tempo di tacere

lunedì 14 maggio 2007

 

 

 

    Probabilmente è capitato a tutti. Avere un’idea, piccola piccola. Un pensiero ricorrente che ci emoziona, ci fa sognare per un po’. Se la cosa va avanti siamo spesso portati a pensare che possa trattarsi di un’idea vera e propria. E’ la prossima storia che si affaccia dentro di noi?
La prossima storia è sempre un momento di rottura nella continuità della vita. Spunta d’improvviso e ci rapisce, ci distoglie, è un colore nuovo, una musica nuova, un’atmosfera nella quale qualcosa del nostro cuore o del nostro cervello ci fa precipitare. E diciamolo francamente: là dentro ci si sta troppo bene.

    Ma se siamo destinati a scrivere, se non teniamo tutto questo per noi, la prima cosa che ci viene voglia di fare è di parlarne, di condividerla. Perché è come un figlio, è una gioia immensa e un’avventura tutta da vivere. E proprio dalle donne incinte bisogna imparare, in questi casi. Spesso mi è capitato di sentire di amiche che non l’hanno detto a nessuno fino al terzo mese. Per sicurezza, dicono.
Quando scrivi è un po’ la stessa cosa. Ma la sicurezza non è la tua. E’ quella della storia.

    Tacere fino a che la storia non ha raggiunto una stabilità sufficiente per essere oggetto di comunicazione. La storia è un ponte. Che pesca da dentro di noi e porta dritto nel cuore degli altri. Un ponte di per sé non è gran cosa. Sono assi di legno? Un po’ di cemento armato? Ferro? Niente di che. Ci emoziona così tanto perché immaginiamo tutto quello che ci può passare sopra, e che non abbiamo ancora esplorato.

    Ecco. Se si parla troppo presto, si rischia di sentirsi fare delle domande, anche semplici e più che giustificate: ma poi come va a finire? Ma lei alla fine si mette con lui oppure no? E il colpevole? E’ davvero il portinaio? Come dire: qual è il dunque della storia? Una domanda che, quando noi abbiamo solo la capacità di parlare di quelle quattro misere assi che ne costituiranno l’ossatura, possono spezzare le reni alla pianta nascente.

    La storia non nasce solo grazie a noi. Non ci deve niente e non è una nostra proprietà. E’ qualcosa che decide di prendere vita fra le nostre sinapsi, che si manifesta e che chiede di vivere. Non è trama, non è punti di svolta, non è finali a sorpresa. Per lo meno non solo.
Parlare quando non si è pronti a farlo è come parlare di proprio figlio disquisendo delle sue ossa, piuttosto che dei suoi tessuti. Ci sembra di possederlo ma non ne sappiamo niente. Per questo mi sento di dire che ci vuole prudenza. Attesa. Ascolto. Poi verrà il giorno in cui nessuna domanda farà più paura, perché il viaggio sarà compiuto.

Radiografie – La guerra dei mondi, di Steven Spielberg – seconda parte

giovedì 10 maggio 2007

 

 

 

    Come il corpo della bimba espellerà la spina quando sarà pronto a farlo, così la terra espellerà gli alieni. Infiltrati sotto il terreno con le loro astronavi da milioni di anni, come infiltrata nella carne è la scheggia, vivranno il loro momento di conclamazione per poi morire. Torno indietro di qualche minuto. Siamo nel cuore della prima unità del primo atto. Tom Cruise torna a casa dal lavoro, dove lo attendono la ex moglie con il suo nuovo compagno, e i due figli che gli verranno affidati per questo imprevedibile week end.
Quando i due figli si trovano finalmente in casa del padre, cogliamo la loro relazione profonda: estranei. Non solo perché estranei fra loro come persone, ma perché reciprocamente estranei al proprio ruolo. Tom Cruise non ha nessuna intenzione di essere un padre, e loro possono casomai riconoscersi fratelli di quest’uomo così irresponsabile e immaturo. In altre parole: alieni.

    Il terzo livello narrativo si apre nel cuore di Cruise, con un meccanismo narrativo particolare. E’ nel giardino di casa e sta giocando con la palla da baseball insieme al figlio, che però non ha voglia di giocare con lui. Anzi, a dispetto del piano fisico di gioco, i due stanno litigando. Finché la cosa arriva a un picco, e il figlio lascia sfilare la palla che il padre gli ha lanciato facendola finire in piena finestra. Il ragazzo guarda Cruise con tono di sfida, divertito. E se ne va. La figlia piccola guarda il padre sconsolato e gli dice: “Così non lo conquisterai mai”. E’ la breccia aperta nel cuore del protagonista, che nel corso del primo atto spesso viene dichiarata da un altro personaggio, esce in un dialogo, in una battuta.
In altre parole. Il primo atto spesso è un tempo della vita nel quale il protagonista è inconsapevole del vero problema che ha dentro. Qualcuno prova a dirglielo ma lui non è in grado di capirlo. Siamo in grado noi, però, da fuori. E questo ci posiziona correttamente nel suo cammino intimo. Una specie di dichiarazione.

    Cruise seccato se ne va in casa, si chiude in camera, abbassa la tendina della finestra e si mette a dormire. Spielberg ci sta dicendo: è estraneo anche a se stesso, alieno al proprio cuore, che una bambina è in grado di conoscere e decifrare meglio di lui. E fa quello che fa un adolescente, non un adulto. Va in camera sua e si chiude dentro. Ecco chiuso il terzo cerchio narrativo che si effonde dalla storia principale.

    Del resto, non è forse vero che nella vita ci vengono dette delle cose di noi che non capiamo e che per gli altri, da fuori, sembrano chiarissime ?
Tuttavia, è vero che il film resta piccolo. Perché questo progetto così ponderato sui nessi tra storia principale e sottostorie non è sufficiente. In realtà la battaglia contro gli alieni è una lunga fuga tutta abbastanza uguale. Con alcuni momenti di inspiegabile ripetitività. Ma soprattutto perché l’assetto del film dovrebbe fluire in questo senso: la situazione esterna spinge Cruise a modificare qualcosa dentro di sé, il che lo porta a modificare le sue relazioni, il che lo porta ad essere finalmente in grado di risolvere il problema principale della storia.

    Ma gli eventi non vanno così, e alla chiusura del cerchio nella storia familiare e intima, non corrisponde una chiusura del cerchio nella storia principale. Dove si vince senza aver mai combattuto. E’ vero che il protagonista è cambiato, ma questo cambiamento non illumina la vicenda principale. C’è uno scollamento fatale tra le due cose, per cui tentare di introdurre una progressione psicologica all’interno di una battaglia spropositata tra umani e alieni non ha funzionato pienamente.

    Questo è il motivo per cui, credo, molti amici mi hanno detto male di questo film. Concordo con loro ma non nel senso che il film sia solo banale. E’ una scommessa ben condotta e difficile. Semplicemente non vinta fino in fondo.

Radiografie – La guerra dei mondi, di Steven Spielberg – prima parte

domenica 6 maggio 2007

 

 

 

    Ho sentito una marea di commenti su questo film. Il tenore medio non era granché lusinghiero: ma come fanno a vedere ancora questa roba, ma che palle ancora un film con i mostriciattoli dallo spazio, noiosissimo, recitazione imbarazzante, ma con tutte le storie che può girare Spielberg….
Poi finalmente, con un ritardo iperbolico, sono riuscito a vedere questo film. E voglio provare a radiografare proprio il punto sul quale, presso la gente, pare cadere di più: la superficialità disperante della storia.

    Intanto mi chiedevo che cosa sia la profondità al cinema. Quand’è che secondo noi un film è profondo, comunica qualcosa di veramente intenso. E ho pensato che forse la cultura generale, la scuola soprattutto, ci ha messi in un clima per cui il film è profondo se manda un messaggio profondo, è bello se manda un messaggio edificante, è commovente se veicola il nostro tema ideologico di appartenenza.
Non so, non riesco proprio a entrare in sintonia con tutto questo.

    Un film è profondo, secondo me, se vengono coinvolte profondamente le tre umanità che gli danno vita: quella dell’autore, quella dei personaggi, quella del pubblico. Se fra questi tre gangli vitali nasce uno scambio intenso e sincero, non importa su quali basi ideologiche, filosofiche o artistiche esso avvenga. Definirei l’accensione di questo motore uno sforzo d’amore.
Vado con la mente allo scadere dei primi dieci minuti del primo atto del film.

    La bambina è a casa del papà, insieme al fratello. I genitori sono divorziati e adesso la mamma aspetta un altro fratellino dal nuovo compagno. Il film quindi non comincia dalla storia principale, ma entra di sbieco nel dramma. Come dire che sarà pure fantascienza ma i nostri piedi sono ben piantati per terra, nei nostri problemi reali. Una partenza così sta a significare: osservate bene questi extraterrestri perché saranno tutt’altro che degli extraterrestri, saranno il segno esteriore di un movimento interiore, di un problema annidato nel cuore dei personaggi.
Nessun film di genere, se è un buon film, è solo un film di genere.

    Se la storia principale fosse davvero il cuore di un film cos’avremmo a che vedere con i western ? La gran parte di noi non si recherà mai nella vita nemmeno in posti vagamente simili a quelli in cui si svolgono le storie di cow boys. Quindi torno alla fine della prima sezione del primo atto, al volgere del decimo minuto, e scopro che la bimba si lamenta con il papà (Tom Cruise) perché ha una spina nella mano. Il papà si offre di togliergliela, ma lei si nega: quando il suo corpo sarà pronto, la espellerà da solo.
Perché una scena domestica apparentemente inutile poco prima del disastro ? La solita americanata, come dicevano i miei interlocutori ? Secondo me no.

    E’ l’alzata del tema. Lo spunto in cui dal marasma dei primi minuti comincia a disegnarsi il vero cuore del film: di che cosa parla questa storia veramente ? Del faticoso, lunghissimo cammino dell’uomo per garantirsi una sopravvivenza, della sua capacità di espellere il male, di farsi un sistema difensivo.
Nel frattempo, la storia tra questo padre con i suoi figli non va tanto bene. Loro hanno la sensazione di non essere niente per lui. Lui non ha preso mai in considerazione la possibilità di fare veramente il padre. Ma ecco che la realtà esterna, gli alieni, lo costringono ad occuparsi di loro. Lo costringono ad andare contro se stesso, contro la sua pigrizia e la piccolezza delle sue vedute. Lo spingono a progettare, a lavorare sodo per risolvere un problema. Grazie all’urgenza esterna, questo padre dimentica se stesso e scopre finalmente la relazione con i propri figli.

    Poi, la svolta che ha deluso molta parte del pubblico: nessuno batte gli alieni. Soltanto i microrganismi che popolano la terra, cui loro sono esposti. Muoiono da soli. Un film di fantascienza senza l’impresa, un film d’azione senza eroe. Ma che razza di film è ? Che specie sottile di tradimento narrativo ? L’eroe c’è, invece. L’azione anche. E’ quella che abbiamo descritto. Un uomo immaturo diventa padre. Quando è pronto, lascia andare la parte irrisolta di sé, quel buon senso cinico fatto di conti da pagare e preoccupazioni concrete, e scopre un livello che non pensava di poter vivere.
Eppure, il film funziona poco…

Radiografie – Kidnapped, di Arie Posin

martedì 1 maggio 2007

 

 

 

    Non poteva esistere un mondo migliore di questo. Lo dice la voce narrante di Kidnapped all’inizio del film. Il mondo meraviglioso di cui parla è quello in cui lo spaccio è alla luce del sole e ogni generazione assume il proprio tipo di pillole. Per sballare, per dimagrire, per dormire. Il film si apre proprio con la morte dello spacciatore che fa da riferimento per tutta la comunità giovanile.
Il tema della storia viene così delineato con un gesto luminoso e sintetico, come il cinema sa fare quando è consapevole e intelligente: che cosa facciamo quando muore lo spacciatore di sogni dentro di noi, quando muore quel principio che egli rappresenta nella vita: il principio di piacere sganciato da ogni rapporto con quello di realtà ?

    Kidnapped è una struggente, gelida storia di resistenza. Ad ogni scalino del dolore che la realtà ci presenta, corrisponde un nuovo livello della nostra negazione. Esiste solo ciò che ci piace, ci intrattiene, ci distrae dal dolore e dal passare del tempo. Detto così sembra la premessa di un film moralista e bigotto. Invece questa è la leva per una taglientissima parabola per niente scontata.

    Come detto, è la morte a porsi come principio di realtà. E’ il suicidio dello spacciatore, e riguarda da vicino soltanto sua madre e il suo più caro amico. Il film sta nei loro percorsi di presa di coscienza, e sullo scollamento progressivo che la presa di coscienza della vita provoca con il resto del mondo, che invece non ne vuole sapere.
La madre passa buona parte del film a tranquillizzare la gente più vicina: lei non dà la colpa a nessuno per quello che è successo a suo figlio. Gli altri, dal canto loro, la guardano straniti, perché in quel mondo proprio nessuno si sente in colpa per il suicidio del ragazzo.

    Così facendo non si rende conto che anche di fronte alla morte di un figlio non riesce a far altro che continuare a parlare di sé. Di che cosa sente e di che cosa pensa, di chi incolpa e di chi non incolpa. Solo alla fine, quando avrà attraversato un difficile e discontinuo percorso di consapevolezza, piangerà – che traguardo ! – la morte di suo figlio nella scena più bella del film. Lei dirà: “E’ stata colpa mia. Io non lo conoscevo, non so niente di lui.” Per la prima volta si domanda qualcosa di chi le stava di fronte, ed ecco il migliore amico del ragazzo, davanti a lei, trovare finalmente la strada per una relazione umana. Lentamente, semplicemente, le racconta le cose più semplici di suo figlio, quel ragazzo che lei (non) aveva cresciuto, che (non) aveva amato. “Faceva bellissime fotografie alla gente, che poi teneva per sé”.

    Per la prima volta questa madre si occupa di suo figlio, anche se fuori tempo massimo. E occupandosi del figlio veramente, per la prima volta entra in contatto con se stessa. E piange.
E’ l’altra scena chiave del film, che chiude in un cerchio fortissimo l’assioma tematico della sceneggiatura. Che questo è un mondo in cui non si riesce più ad entrare in contatto con la realtà perché siamo troppo occupati a stare bene noi, con le nostre proiezioni, le nostre fantasie e le nostre illusioni. Con le nostre pillole. Sembrerà paradossale, ma tutta quest’ansia di non stare male, di essere sereni e tranquilli, è esattamente ciò che ci allontana da noi stessi.

    La realtà, gli altri, con le difficoltà e il dolore che comportano, sembrano essere l’unica via che ci può ricondurre a noi stessi e alla profondità di quello che sentiamo. Kidnapped con un gusto acido, tra il videogame il grottesco e l’astratto, tesse un gelido filo che perfora il cuore di chiunque si ponga la sua stessa domanda e accetti il suo gioco: e se morisse lo spacciatore dentro di me ? E se tutto quello che non voglio vedere mi sbattesse addosso all’improvviso, senza lasciarmi il tempo di difendermi, di fare una bella seduta di yoga rilassante, prendere un valium o togliermi una voglia ?
Quando siamo troppo sicuri di stare bene, quando tutto fila troppo liscio, senza nessuna crepa… Kidnapped sta là, nello scaffale dei film. A chiederci se è proprio vero.