Michelangelo Antonioni
martedì 31 luglio 2007
29 settembre 1912 / 30 luglio 2007
29 settembre 1912 / 30 luglio 2007

14 luglio 1918 – 30 luglio 2007
Prima fantastichi. Può capitare in qualsiasi momento. Sotto la doccia, in coda nel traffico, nella sala d’attesa del dentista. Un’idea rapida, solo l’inizio di tutta una strada. E’ il momento che molti preferiscono perché è l’unico durante il quale la realtà con i suoi problemi e i suoi limiti non ha accesso. Quando fantastichi puoi farlo gratis, i colpi di scena sono memorabili, le immagini nitide, determinanti e scolpite. I movimenti di macchina silenziosi e perfetti. Gli attori ? Bravissimi… Forza e leggerezza vanno a braccetto e il film che sta nascendo dentro di te sarà il più bello del mondo.
Poi la storia si fa strada, e allora comincia ad avere una spina dorsale. Va da sé che data la spina dorsale, alcuni movimenti non li può più fare. Il prezzo di stare in piedi e camminare è che puoi farlo solo nel modo che ti è dato, e molte delle cose che immaginavi per la tua storia ti rendi conto che non sono possibili, perché verrebbe meno l’essenza, la natura di quello che stai raccontando. Poi ci sono anche problemi esterni, spesso drammatici: il momento culminante della tua storia non può che svolgersi sul tetto di un grattacielo, o a 80 metri di profondità sotto il mare (chi mi conosce sa di cosa parlo…). Lo vedi. Non può che essere lì. E lì costa troppo. Non si può farne a meno e non si può fare al tempo stesso. Incredibile, ma ogni volta ti si ripresenta la verità che il secondo atto delle cose è sempre il cuore del conflitto.
Poi, se le cose ti sono andate bene, hai girato. E ti ritrovi al tavolo di montaggio. Non ci siete arrivati in molti. Ti guardi intorno e scopri che hai fatto magari solo una piccola cosa ma che molti compagni sono caduti sulla via. Tu sei arrivato lì. Ringrazi il cielo. Adesso però devi montare. Organizzare quello che hai fatto. E’ il tempo del “troppo tardi”, eppure quello che richiede maggiore saggezza. Si tratta di organizzare tutto ciò che si è fatto in un senso che lo redima e gli dia vita. Si tratta di capire profondamente che cos’è stata l’esperienza fatta, e offrirla, restituirla nel modo più forte possibile a chi vedrà il lavoro. Sei stanco, sei stato in piedi per interi giorni e per ampi frammenti di notti, adesso stai seduto al quel tavolo e non avresti la forza di alzarti mai più. Adesso il tuo cuore e il tuo cervello sono chiamati a volare, e a portare in volo sulle ali della tua storia chiunque ci vorrà salire.
Bisogna che siano ali forti, perché il pubblico è pesante. Sale con bagagli a mano piombati di dolori, di preoccupazioni, di ansie, di incredulità, di disillusioni, di giudizi, di permalosità, di ideologia… sale carico di tutto e non è compito tuo controllare i bagagli. Guida, con fiducia e con forza, nell’organizzazione del girato così confuso verso la meta di un senso limpido.
Scrivere, girare, montare.
Essere giovani, essere adulti, essere anziani.
Ho visto questo film in compagnia di Giada, mia moglie, che è un’accanita fan del romanzo di Jane Austen da cui è tratto. Pare l’abbia letto due volte. Dettaglio che mi piace riferire perché parte integrante della riflessione che mi è nata spontanea alla fine del film. Che cos’è una storia d’amore ? E’ un affare terribilmente complicato, per le declinazioni infinite di cui è passibile. Diciamo che ci sono delle soglie, dei livelli di profondità, e quindi di bellezza, che fanno di Romeo e Giulietta una cosa e di un film per teenagers un’altra.
Queste soglie sono tracciate dalla profondità del desiderio. Come sempre nei film del resto. Nei film d’amore c’è una variante che complica la cosa. Perché desiderare un’altra persona non è come desiderare una cosa o un traguardo. Si tratta pur sempre di arrivare alle soglie della risposta dell’altro. Ottenerla è sempre un azzardo. Un rischio in più. Significa che mentre in una storia normale si racconta del desiderio di una persona di raggiungere qualcosa, nella storia d’amore il minimo è raccontare la storia di due personaggi con i loro desideri incrociati, i loro ostacoli, le loro azioni. Non è poco: se avevate 60 pagine di secondo atto per il conflitto del vostro protagonista con il mondo, adesso ne avete 30 per l’uno e 30 per l’altro, con pochi margini di sbilanciamento.
Significa due desideri, due linee d’azione, due fatal flaw. La storia d’amore è tutta doppia e quindi lo spazio narrativo è ridotto alla metà. Per di più, per venire al film in questione, se le storie d’amore sono tante e parallele, il tempo a disposizione per far arrivare al cuore – luogo determinante in questo tipo di vicende - le emozioni, si decima rapidamente.
Se il momento di svolta che chiude il primo atto è il frutto di una pressione sul protagonista, di una tenaglia che gli si stringe addosso, bisognerà dare più importanza a una delle storie rispetto alle altre (in questo caso a quella di Lizzie) se vogliamo che il primo atto si chiuda con una dominante che imposti il secondo. Se vogliamo, quindi, che il film abbia la spina dorsale non frantumata. Il problema di Orgoglio e Pregiudizio è a mio avviso già qui. Perché il primo atto deve impostare, seminare, attivare troppe storie, troppe intensità differenti, troppe vicende tutte di cuore. E uno si perde perché non si può spendere più di quel che si ha. Mi spiego.
Davanti a un film comico possiamo andare avanti a ridere per ore. Non ci succede nulla perché ridere è giudicare le cose. E’ un’operazione più cerebrale che emozionale. Ma di fronte a un film drammatico, sentimentale, ci viene richiesto qualcosa di completamente diverso: condividere. Se non stiamo con la protagonista non stiamo da nessuna parte. Anzi con i protagonisti, entrambi positivi, che lottano contro gli ostacoli che la vita pone al loro amore. Una simile partecipazione da parte del pubblico va gestita, coltivata, amministrata con grandissima cautela. Quello che il nostro pubblico vorrà non sarà giudicare freddamente, ma vivere e poi rivivere (ecco perché ritengo significativo il fatto che Giada abbia riletto: perché il pubblico vuole sempre ripercorrere le emozioni che ha amato).
Al momento dell’inciting, in chiusa di primo atto, lui confessa il suo amore a lei. Ma noi non sentiamo quella liberazione che dovremmo sentire. Perché non abbiamo vissuto fino in fondo il suo dramma, distratti come siamo stati da altre tre storie d’amore che partivano. Jane Austen aveva una grande massa narrativa per seminare bene ogni linea, per farla fiorire, per gestirla con colori e suoni propri. Un film fa fatica a fare tutto questo a meno che non trovi una lingua tutta sua, diversa e geniale, per raccontare la storia.
Non puoi mettere un carico da tre tonnellate su un carrello che regge dieci chili. Se la tua forma linguistica è un multitrama – perché così è nel caso del film – non puoi pensare che su ogni linea potrai caricare un peso colossale. Devi dividere, perché la gente non avrà la forza di condividere tutte quelle emozioni. A volte penso che il cinema, sì, dopo tutto il talento, la poesia, la bellezza, sia anche ed essenzialmente un fatto di naturale buon senso.
In questi ultimi mesi mi è capitato di tenere corsi di sceneggiatura molto più frequentemente che in altri periodi. Così ho avuto l’opportunità di confrontarmi con domande e richieste di approfondimenti che mi hanno spinto a ripensare le cose che davo per scontate. Credo sia questo che mi piace dell’insegnamento. Chi ti sta di fronte ti offre un punto di vista che non hai mai avuto o che non hai più. E se ci stai, se accetti il disorientamento e la possibilità dell’errore, quella che ti si apre è una palestra formidabile e molto divertente.
Una delle cose sulle quali sono stato “tartassato” di più dai miei studenti di quest’anno, è stata la questione tematica. Di che cosa parla realmente la storia che stiamo raccontando. Il problema è talmente centrale e talmente ignorato che non si può pensare di risolverlo e digerirlo in breve. Lo si capisce per gradi e i miei studenti quest’anno mi hanno molto aiutato a capirlo meglio.
La domanda alla fine era un po’ questa: come faccio a capire di che cosa parla veramente una storia ? Se il tema non coincide con la trama, se non coincide con l’ambientazione, se non coincide con il famigerato messaggio del film… allora dove si trova ?
In teoria il tema si evince dalla sequenza delle azioni del protagonista. La logica della sua traiettoria ci dovrebbe rivelare di che cosa stiamo parlando, ma… in modo meno vago ?
In modo meno vago credo che – ma è un’idea mia e quindi del tutto da verificare anche per me – il tema di una storia lo si evinca da una relazione profonda. Quella che esiste fra il limite interno del personaggio, il suo “fatal flaw”, il suo luogo d’ombra intimo e irrisolto, il suo dolore insomma, e l’azione decisiva che compirà nel terzo atto, e che darà la svolta in un senso o nell’altro alla sua storia.
Il rapporto che esiste fra il nostro mondo interno e quello che facciamo nella vita, con gli altri e in mezzo agli altri, è il luogo in cui può essere rintracciata la risposta al vero tema della nostra storia. Di che cosa parliamo quando viviamo, si potrebbe dire parafrasando Carver.
Non tanto di che cosa parlano gli eventi della nostra esistenza, quanto come risuonano quegli eventi dentro di noi. Che impatto hanno sul nostro mondo interiore, con i suoi problemi e le sue fragilità.
Insomma prendiamo il punto debole interno del nostro protagonista. Mettiamolo lì sul tavolo, scriviamolo su un foglio. Poi prendiamo l’azione finale che compie. Il suo gesto risolutivo nel terzo atto. Scriviamoglielo in fianco. In che relazione stanno le due cose?
Ecco, confusamente, rudimentalmente, approssimativamente…. secondo me il tema è tutto lì.

Nove e trentasette. Ingresso scuola. Moltitudine di fronte all’unico ascensore del palazzo. Sale il primo carro bestiame. Il resto attende. Dopo qualche minuto l’ascensore torna giù. Salgo con il secondo carro. Il primo a lanciarsi dentro è un giovane alto e magro, che schiaccia con foga il tasto 2. Gli altri vanno tutti al 4, la cosa è evidente perché sono studenti e la scuola è solo al quarto piano.
L’uomo si ficca in fondo all’ascensore. Al secondo piano le porte si aprono e lui deve scendere. Chiede permesso a tutto il gregge stipato sotto la luce al neon e nell’aria che sintetizza i deodoranti e i profumi di undici persone. Meglio delle sintesi che avvengono a fine giornata, comunque. Il gregge si smuove, e in qualche modo riesce a farlo passare.
In aula sottopongo il problema. C’è un ostacolo: il probabile ritardo. Un desiderio: arrivare prima possibile. Un’azione: correre. Ma c’è anche qualcosa che non funziona. Perché cacciarsi in fondo all’ascensore se sai già che devi scendere per primo ? Ci saremmo stati tutti, era evidente, e il personaggio avrebbe potuto agilmente salire in coda e schiacciare 2.
Lo chiedo ai miei studenti che si guardano pensierosi. Perché quest’incongruenza ? Il personaggio se ha fretta fa le cose velocemente, ma la velocità non coincide con la mancanza di logica. A quella bisogna trovare una motivazione più profonda. Ansia, dice qualcuno. Giusto. E che cos’è l’ansia per un personaggio ? L’ansia è lo specchio interno dell’ostacolo esterno. Qualcosa che ha a che vedere con i problemi che il personaggio ha con se stesso, e che vengono attivati dal problema esterno contingente.
Ascolto la risposta. Certe volte sono così felice…
Caro Cesare, cara Stefania…
grazie anche di questa vittoria. Il “Festival dei festival”, come viene chiamato: Maremetraggio 2007, dove confluiscono i vincenti dei festival nazionali e internazionali. Avete vinto anche questo con la vostra storia. E credo che sia, nel rispetto dei normali tempi di fruizione di un cortometraggio, il nostro passo d’addio ai festival, alle competizioni, ai premi. Forse adesso, dopo questi due anni travolgenti, inarrestabili, la vostra storia torna ad essere per noi la storia di quella sera, in inverno, nella quale sono entrato per la prima volta a casa vostra.
Lì avevo vinto davvero. Perché alla fine di tutto sono convinto che vincere sia fondamentalmente questo: incontrare. Non vi conoscevo e non immaginavo nemmeno un dolore così. Una vita come la vostra. Non si può immaginare. E dopo due anni che vi frequento, seppure saltuariamente, continuo a non capire niente di voi. Vi guardo da fuori, piccolo piccolo. E sto zitto. La vanità allegra che è passata in questi due anni, la serata troppo emozionante dei David, la mattinata densa e sincera dei Nastri d’argento, la sfilza delle motivazioni dei premi…. alla fine ci siamo qui noi. Quelli di prima. E io continuo a guardarvi con la stessa impotenza con la quale ho cercato di girare questo film.
Non riesco a non pensare al vostro matrimonio. Voglio dire, a quel momento. Quando uno pronuncia delle parole che non può capire: “nella salute e nella malattia….” per non parlare della buona e della cattiva sorte perché ci ammazziamo dalle risate. Che cosa si dice in quel momento ? Si parla una lingua ignota, la cui decrittazione giace nel futuro, come la verità di Marx che Cesare ama tanto. Lo dici, ma solo poi capirai cosa significherà per te. Sento che io stesso non ho capito molto di quello che ho scelto nella mia vita. Forse ho coltivato l’illusione onnipotente e adolescenziale di aver scelto io e invece… forse è stato tutto un dono, che stento a capire. Sento che il silenzio e l’ascolto sono gli unici atteggiamenti possibili. Esiste la SLA, esiste Cesare ed è esistito Welby. Ecco voi due siete proprio la dimostrazione che non ci sono risposte, ma solo la risposta di ognuno di noi, profonda, ferita e sincera.
Vi ringrazio per tutto quello che ci è capitato, che avete reso possibile. Ma soprattutto per avermi incontrato, per aver aperto la porta a un estraneo. I riflettori si spengono e finalmente rieccoci. A due fermate di circonvallazione. Come quella sera. Voi con la vostra vita quotidiana, io con il mio quotidiano non capire. Sto in silenzio e vi tengo nel cuore. Dopo due anni così pazzeschi, ho solo questo da dirvi. Grazie.
Sì, un po’ fuori tempo massimo parlare oggi di Salvate il soldato Ryan. Ma un allievo mi pone una domanda precisa e mi invita a riflettere di nuovo su cose trascorse. La domanda è intelligente e impostata bene: di che cosa parla veramente il Soldato Ryan ?
Le storie sono il luogo in cui ogni idea, ogni convinzione, ogni pensiero sulla vita e sul mondo trovano visibilità e tangibilità. Le trovano attraverso lo sviluppo delle azioni fisiche concrete del protagonista, che è il centro della declinazione dei valori di una storia.
Già da questo c’è qualche problema con Ryan. Perché mi trovo in difficoltà a rispondere a una semplice questione: di chi è la storia del soldato Ryan ? Il titolo è un primo indizio preciso dell’incongruenza che abita nel film, e cioè che ci sono tre poli drammatici convocati in una linea sola: chi ordina di salvare Ryan, chi lo deve salvare e, naturalmente, Ryan.
Se la storia è di chi ha ordinato di salvare Ryan, il protagonista – il governo degli Stati Uniti – è assente per tutto il film, e un film senza protagonista… Se invece il protagonista è chi deve salvare Ryan, entra in azione tardissimo, a secondo atto inoltrato. Se infine è Ryan… beh, è un protagonista semplicemente passivo, perché altro non fa se non combattere come gli altri una battaglia nei pressi di un ponte ed essere salvato.
Se non si trova la linea profonda delle azioni che guidano la storia è molto difficile capire di che cosa parli veramente. Tuttavia il film è furbissimo, e non è certo Spielberg a cadere su un tranello così facile. Perché l’impronta tematica viene comunque data da altre linee, poco narrative e molto dichiarative. Lettere, discorsi, parole. Che mirano a dire che la vita è un dono ma bisogna conquistarselo. Guadagnarselo. Meritarselo. (Domanda spontanea: ma allora non somiglia a uno stipendio piuttosto che a un dono ?) E che l’America è una grande mamma che fa tutto quello che può per salvare anche solo uno dei suoi figli.
Ecco, qui stava secondo me la svolta possibile del film. Le obiezioni dei soldati (“Fuck you Ryan” è una delle cose più gentili che gli dicono prima di trovarlo) appaiono di grande buon senso. Perché rischiare la vita di quindici uomini per salvarne uno, che ha il solo merito di aver avuto tre fratelli uccisi in quella stessa guerra ? Questa domanda non viene mai superata, né digerita, e rimane come un buco che aleggia sopra la sceneggiatura. La svolta sarebbe dovuta avvenire in direzione di una comprensione profonda da parte dei soldati, in un fare propria la missione che gli era stata assegnata, in una maturazione che li portasse a condividere ciò che fino a quel momento riuscivano solo ad eseguire. Ma la cosa non avviene, e non avviene per il semplice fatto che… non c’è maturazione possibile che ti porti a ritenere quella missione giustificata. Qui il film davvero mi sembra che non funzioni. Mi spiego.
Il film si intitola “Salvate il soldato Ryan” ma dice in realtà “Salvate la mamma del soldato Ryan” che ne ha già persi tre. La missione in questo modo appare divaricata, non ben delineata, confusa. E, non ultimo, nei personaggi principali questa avventura non comporta il minimo cambiamento interiore. Chi è maturo lo è già all’inizio, chi non lo è non lo diventa. Insomma, se ciò che ci spinge a maturare è la pressione degli eventi esterni che modifica il nostro mondo di convinzioni, emozioni e idee, in una vicenda nella quale non entriamo mai in contatto profondo con ciò che dobbiamo fare va da sé che non cambieremo di una virgola.
In conclusione mi ricordo di una cosa che mi hanno insegnato molto tempo fa: una sceneggiatura può essere resa meravigliosa o scadente dalla regia, ma solo la sceneggiatura decide se la storia sta in piedi o non sta in piedi.
Tre giorni in Umbria, tra il 20 e il 22 luglio, in un casale rimesso a nuovo. Parlando di storie, del nostro modo di raccontarcele, e quindi in qualche modo anche di noi…
Se uno ha proprio deciso di farsi del male con me, in Umbria potrebbe essere un po’ più poetico che a Milano…
Lascio l’indicazione per chi volesse partecipare.
http://roma.bakeca.it/corsi-master/corso-di-sceneggiatura-giovanni-h4p2824867
Abbiamo finito le riprese. Ci sarà tempo per raccontare, anche perché per scaramanzia prima bisogna vedere cosa abbiamo combinato. Una valigia piena di ingredienti non è ancora una torta. Però alcuni pensieri questo film li ha provocati, fatti crescere dentro di me. Sapevo che sarebbe successo perché nessun film ti lascia come prima, ma soprattutto perché questo quartiere non è davvero un quartiere normale. E’ una città nella città, con le sue regole a parte, con i suoi valori e addirittura il suo slang.
Le cinque storie che compongono questo film parlano di un sacco di cose che non vanno. E mai come in questo caso, davanti a questa sceneggiatura nata dal quartiere, mi è stato chiaro che una storia racconta sempre il tentativo di qualcuno di raggiungere quello che desidera. Il desiderio è il luogo principale del nostro dolore, perché il desiderio è sempre desiderio di quello che ci manca. Agiamo per toglierci dal cuore questo dolore, e ogni storia racconta il nostro camminare in quella direzione.
Forse c’è una definizione che si potrebbe mettere nel dizionario dei sinonimi e contrari alla voce storia. Storia = uscire dal dolore. Si cerca la via, si compiono azioni. Si sbaglia, si ritenta, si cade. E non è detto che se ne esca. In ogni caso, quando ci riusciamo o quando soccombiamo la storia è finita. Come in una commedia romantica il film finisce quando i due protagonisti si sposano, così in un thriller la fine arriva all’arresto del serial killer, o in un film di fantascienza quando vincono o soccombono definitivamente le forze del bene o del male. Insomma, se la storia finisce quando la meta viene raggiunta, significa che finché c’è la storia la meta è lontana. Le cose sono sempre nell’ultimo posto in cui le cerchiamo perché quando le abbiamo trovate la nostra ricerca è finita.
In altre parole: la storia è la declinazione dei nostri tentativi, del nostro dolore. La più ridente delle comedy non fa eccezione. Ma…. se ad azione segue azione, finché questo meccanismo viene attivato coraggiosamente, inconscientemente, persino eroicamente dai personaggi che ci rappresentano, forse la storia di per sé è speranza. Finché la nostra ricerca della felicità continua, significa che l’equilibrio tra il dolore per ciò che non abbiamo (o non siamo) e la nostra possibilità di raggiungerlo (o diventarlo) è compatibile con la nostra vita.
Per questo sto pensando, in questi giorni, che raccontare una storia sia già di per sé, indipendentemente dalla storia che si racconta, un gesto di lotta e di speranza.