Archivio di agosto 2007

Lo spunto di oggi – Quando capiamo

martedì 28 agosto 2007

 

 

 

    Poi a un certo punto molliamo. Le resistenze dentro di noi, il nostro modo di condurre la vita, le nostre priorità, i nostri valori. La logica con la quale abbiamo sempre vissuto ritenendo che quella dovesse essere la via più giusta. Non avviene mai in modo indolore, non avviene mai senza traumi. Cambiamo quando  non possiamo farne a meno. Quando la vita ci costringe, facendo intorno a noi un fuoco di fila affinché ci rendiamo conto che dobbiamo modificarci.

    Di solito nessuno cambia se non c’è una ragione più che buona per farlo. Ma… quando alla fine capiamo, non c’è niente che possa fermare il nostro divorzio, la nostra storia d’amore, la nostra nuova identità, la nostra scelta di lavoro. Si chiama momento di illuminazione, e secondo gli americani si trova al mid point del secondo atto. Una persona arriva con le spalle al muro e non può far altro che svoltare. O svolta o muore.

    Vorrei fermarmi a considerare tutto quello che la vita fa al personaggio affinché arrivi al momento di illuminazione, momento che precede un lungo travaglio – ne parleremo – prima che il cambiamento sia autentico e completo. Se analizziamo cosa avviene normalmente a un personaggio in tutto il primo atto e fino alla metà del secondo (anche oltre per la verità) non troveremo altro che una serie di ostacoli. Ostacoli che tendono a scoraggiarlo, ostacoli che tendono a togliergli la stima in se stesso. Ostacoli più fini e sottili, che tendono a fargli credere che in fondo i suoi desideri siano rinunciabili e inessenziali.

    E’ il nostro personaggio contro la propria vita. In ogni ordine e grado di conflitti: viene discusso, messo sulla graticola, provato fino in fondo. Tutto affinché… arrivi a questo momento: l’illuminazione, il principio del suo cambiamento che sarà tutt’altro che facile quando dovrà confrontarsi, nella seconda metà del secondo atto, con la vita concreta e le difficoltà di sempre. Da questo  però traggo ogni volta la sensazione che gli ostacoli siano un atto d’amore della vita nei confronti del personaggio. Che il fine dell’avventura sia conoscere se stessi per ciò che c’è di intimamente nostro, specifico, unico in noi. In altre parole: conoscere il nostro vero nome.

    Poi però… capitano situazioni che difficilmente riusciamo a far rientrare in questo discorso. Giada ha seguito un paio di famiglie, un mese e mezzo fa, con bambini piccolissimi e già malati terminali. I genitori sono annichiliti. La vita si ferma, le parole smettono di avere senso. Succede una cosa molto grave: che l’ostacolo adesso è troppo forte, e anziché portare una persona a capire qualcosa di sé e del proprio cammino, la distrugge e la devasta, e Dio solo sa in che modo e se mai ritornerà a vivere.

    Che storia è questa ? Che ne direbbero gli americani con il loro mid point ? Se il mid point mi uccide, la storia è finita. Ed è finita male.  Non lo so. Scrivere è un’operazione da compiere con silenzio, con coraggio estremo e assoluta cautela, con umiltà e con spregiudicatezza. Scrivere è solo un modo per cercare di capire, è il contrario di spiegare. Ci sono storie che non si possono dire. Perché sono troppo, perché ridicolizzano ogni parola. Per ora sono qui. Le posso soltanto ascoltare…

     

Lo spunto di oggi – Andrea e il semaforo

venerdì 24 agosto 2007
 
 
 
    Un mese fa è passato a casa mia Andrea Caccia, un caro amico che sta lavorando su un po’ di progetti e mi ha onorato del coinvolgimento in uno di questi. Parliamo un po’, massimi sistemi e battute da bar. Tutto insieme naturalmente.

    Ci si saluta. Chiama l’ascensore poi gli viene in mente un’ultima cosa che mi vuole dire: “Sai ieri sono sceso in strada e ho visto un tizio che ha guardato il semaforo rosso per cinque minuti.  Occupiamoci della cosa.”

    Gli ho promesso che avrei messo sul blog questa sua esternazione. Che dire infatti del tizio che è sceso in strada e si è messo a guardare un tizio che per cinque minuti ha guardato il semaforo rosso ?

    Ma soprattutto: che dire dei tempi semaforici di Milano  ? 

Lo spunto di oggi – Ho sognato una strada

martedì 21 agosto 2007

 

 

 

Ho sognato una strada

che si ferma su un ponte

e che di là da un muro alto

corre l’orizzonte

mi ci vorrebbe una scala
mi ci vorrebbe una luce

mi ci vorrebbe il coraggio
di dare una voce

Voglio salvarmi, voglio salvarmi
anch’io

Che ho sognato il perdono

e un soldato di vent’anni
che sparava a un uomo

che aspettava in piedi

Noi si chiedeva la pace

e si riceveva la guerra

lacrime per il petrolio
sopra tutta la terra

Voglio salvarmi
da tutto questo

salvarmi anch’io

Basterebbe una parola

basterebbe una parola
in bocca
all’angelo di Dio

Se i grandi ottusi
della Terra

ci trascinano a fondo

sarà che giorno dopo giorno
avrò sognato troppo a lungo
ah,

se passasse questo buio

come si ammaina una bandiera

come si ammaina l’orgoglio
alla stessa maniera

Potrei salvarmi, potrei salvarmi
anch’io

Basterebbe una parola

e basterebbe una parola
in bocca all’angelo
di Dio

Voglio salvarmi, voglio salvarmi

Voglio salvarmi, voglio salvarmi

Ho comprato una strada
in mezzo alla foresta

prego per questi alberi
e prego per la mia testa

mi sono fatto una strada

e ho costruito un ponte

e vi dico che aspetto l’angelo
dell’orizzonte.

Io sì.

Ivano Fossati 

Lo spunto di oggi – A cuore aperto. Una breve risposta.

venerdì 17 agosto 2007

Caro Elia,

    grazie per aver condiviso con me questo tuo sogno! Sì, ci sono cose che erano evidenti anche senza la tua spiegazione. E questo significa che la tua proto-sceneggiatura in qualche modo arriva a chi legge. E ci sono cose che non arrivano nemmeno dopo la tua spiegazione. Che significa ? Semplicemente che ci devi riflettere ancora. E che io non posso darti delle grandi indicazioni, posso soltanto suggerirti di fare luce su alcune zone che mi sembrano in ombra.

    Il genere non mi turba, anzi le origini dell’horror sono talmente nobili che mi mettono in soggezione ogni volta che ci penso. Ricordi quell’uomo che uscì dalla casa di sua madre strappandosi gli occhi, con il sangue che gli colava sulle guance ? Aveva appena fatto l’amore con lei, ne era innamorato perso. Si chiamava Edipo. Non è Freddie Kruger ma lavora nel nostro stomaco dall’inizio dei tempi.
L’horror ci svela le paure vicine, quelle che ci possono uccidere. Le armi sono taglienti, aguzze, da contatto viscerale. La paura che combattiamo è dentro di noi, e il mostro non è che specchio esteriore del fatal flaw, ormai ci è chiaro no ? Qui poi tu usi lo specchio, il vetro. Quindi la cosa diventa ancora più chiara.

    Il fatto è che nel tuo script c’è un controllo maniacale dell’immagine. Talmente maniacale che più che vederla davanti a me, vedo te che la scrivi. C’è qualcosa in questo modo di scrivere che mi dice ansia, bisogno di controllo, ossessione per il dettaglio che altro non è che il desiderio di non farsi sopraffare dal contenuto emozionale della vicenda, e il desiderio di mostrare – giustamente – la propria abilità. Hai scelto l’horror, e mostrare la propria forza di controllo di fronte a una storia così ha molto a che vedere con la paura…
Bene.

    Adesso vengo al contenuto narrativo. Le fasi , le regole, sono indicazioni di qualcosa di più profondo. Indicano la strada verso la verità, ma non sono la verità. Superale, senza tradirle e se puoi – almeno inizialmente – senza trasgredirle. Superare una regola significa stare all’interno del campo delimitato dalla regola senza soffrirne e senza sentirsi piallati dalla cosa. Al contrario, grati per la luce e l’amore che ci aiuta a dare alla nostra storia. Significa riconoscere che la nostra vera libertà e la nostra più piena identità sono all’interno di questo campo, in un punto assolutamente originale e specifico. Il nostro. Noi. Perché la regola solo per i cretini è costrizione: se la regola è regola illuminata, delimita il campo della necessità, al di fuori del quale c’è il gratuito.

    E allora, caro Elia, perché io non so che farmene del tuo protagonista ? Perché dovrei tifare per lui ? Perché dovrei essere in pena ? Chi è ? Un maniaco che se esce da quel bunker mi fa a fette la famiglia ? Cosa mi dai per capire cosa devo sentire ? Tu gli vuoi bene ? Perché sta sotto la strada: per un motivo specifico, una prigione che si trova lì perché sta vicino al parlamento ? E’ un parlamentare che ha appena votato un bombardamento ? Allora: non rifugiarti nei sensi metaforici. Vi dico sempre che i sensi sono metaforici e metà no: quello concreto, narrativo, perché noi vivamo di senso concreto dal quale traiamo le più ardite conclusioni. Quel senso dov’è ?

    Magari hai avuto questa visione, ma capirne il significato è un percorso così doloroso che preferisci costruirgli intorno una magnifica (e assai ardua e rischiosa) costruzione di immagini. Ti ricorda qualcosa ? Attorno al mostro si costruisce un labirinto, opera di un geniale inventore. L’ha fatto Dedalo con il figlio Icaro quando si trattava del Minotauro. Lo facciamo noi tutti i giorni. Di quanti sorrisi e cortesie ammantiamo le relazioni che non funzionano ? Vai fino in fondo, se vuoi guadagnarti il diritto di raccontare una storia. Per ora ne hai solo una gran voglia. Abbatti i muri, uno a uno, che ti separano dal vero motivo di questa idea: perché hai voluto raccontare questa storia. Di che cosa parla veramente questa storia. Fermati su questo. Vai dentro di te.

    Hai fatto un lavoro minuzioso accuratamente evitando di affrontare il fatal flaw. Di tirarlo fuori, dichiararlo. Lottarci contro. Può essere che tu ce lo veda ma noi non capiamo. La risposta l’hai dentro.
Ti ringrazio per avermi mandato la tua storia. Considero sempre un grande atto di condivisione e fiducia far leggere o mostrare i propri lavori. Continua a lavorare. E deciditi a dire tutta la verità. ti abbraccio.

Lo spunto di oggi – A cuore aperto. Un allievo ci apre il suo cantiere. Elia Adami.

lunedì 13 agosto 2007
 
 
 
Ricevo questa mail, e con il consenso di Elia ne pubblico il contenuto e gli sviluppi… 
 
   Gentile prof. Covini,
sono Adami Elia e ho frequentato il primo anno allo I.E.D. (1 Creatico C). Sono il ragazzo che stava scrivendo il film. Ho anche provato a scrivere dei piccoli cortometraggi, anche perché mi sembra piu’ sensato imparare nel piccolo per poi spostarmi nel grande. Sarei felice se riuscisse a dare un’occhiata alla piccola sceneggiatura che le allego.
    Le chiedo di “ucciderla” senza pieta’, perché piu’ si cade in basso, piu’ si desidera la vetta. La sceneggiatura, ovviamente, è scritta in modo
errato. Quello che a me ora interessa è capire se il cortometraggio funziona e se ho capito come si applicano le regole.
    Mi scuso per il disturbo
Cordiali saluti
Elia Adami
 
    N.B. Piccola spiegazione del corto, non perché lei in grado di non capire ma perché io ancora in grado di non spiegare. Premetto che ho scelto la forma Horror, quella a lei meno congeniale, ma a me piu’ semplice per iniziare. Senza svelare tutte le fasi della struttura, che penso si intuiscano, le dico solo che il protagonista è a disagio con se stesso perché si vede brutto dentro e fuori e combatte con il mostro che rappresenta questo malessere interiore. Ho cercato di scrivere il tutto dando un significato ad ogni piccola azione.

 

 

BUNKER

 

    Cielo buio, una lunga strada deserta vista dall’alto.
Cielo buio. La linea centrale gialla divide in due carreggiate l’asfalto bagnato.
Rumore di chiusura di una grande porta. Blocco di terra sottostante la strada.
(Bunker sottostante la terra, luce accesa) John, trentadue anni, capelli medio-lunghi, neri, bell’uomo. Scarpe nere, pantaloni neri, maglione collo alto nero, guanti di lana neri. In piedi, fermo. Alle sue spalle una massiccia porta rossa, subito a destra della porta un interruttore con una scritta posta sopra che dice “attenzione: non riaccendere la luce”.
Il suo profilo occupa lo spazio sulla sinistra, di poco avanzato rispetto alla massiccia porta rossa posta alle sue spalle. Sulla sua sinistra e davanti a lui pareti azzurro acido. Dello stesso colore il soffitto, con una luce a neon accesa.

    Pochi passi davanti a lui e al centro della stanza una sedia e un tavolo marrone chiaro. Sul tavolo un foglio piegato a quadrato, bianco.
John avanza verso il tavolino, afferra con la mano destra la sedia e si siede.
Le due spalle larghe muovono le braccia che afferrano il foglietto posto sul tavolo. Spiegando la prima parte del foglio, la manica del suo maglione si abbassa leggermente cosi’ da intravedere una piccola porzione di braccio. Jhon molla il foglio sul tavolo e in fretta si ricopre la parte del braccio scoperta, tirando su il lembo del maglione e incastrandolo sotto il guanto. Con la mano sinistra ripete l’operazione, ponendo il guanto destro sopra la manica destra del maglione.
Afferra il foglio con entrambe le mani e lo apre totalmente.

    Sul foglio si legge:

“Tu non sai perchè sei qui, nessuno sa perchè sei qui. Se sei qui, tu hai scelto di essere qui. Se pensi che questo sia un sogno, allora questo sara’ un sogno. Se pensi che questo sia un incubo, allora questo sara’ un incubo. Se pensi che questo sia la realta’, allora questa sara’ la realta’. Se tu vuoi restare in questa stanza, tu potrai restare in questa stanza. Se tu vuoi uscire da questa stanza, tu puoi uscire da questa stanza. Questa stanza esiste se tu vuoi che esista. Se tu vivi questa stanza, allora questa stanza esiste. Se tu stai leggendo questo foglio, allora tu stai vivendo questa stanza.”

    Dal profilo sinistro di John si vede la parete a cui egli offre il profilo destro. Accartoccia il foglio e lo getta a parabola alle sue spalle. L’immagine del foglio in volo viene riprodotta dalla parete alla quale porge il suo profilo destro.
L’occhio sinistro di John osserva il guanto della mano sinistra posta sul tavolo. Dalla parete alla sua destra, un lampo di luce con una faccia di mostro di profilo. Jhon, non accortosi di niente, continua a guardare il guanto. Un altro lampo di luce, seguito dal classico rumore di accensione di luci al neon nella parete alla sua destra. Poi buio di nuovo. Jhon accortosi, si alza repentinamente dalla sedia e si pone di schiena alla parete opposta rispetto a quella emettente luce. All’improvviso la luce si apre dall’altra parte della parete e una faccia da mostro rivolta verso Jhon. Jhon inizia un urlo infinito. (La telecamera passa da dietro la schiena, passa sul fianco destro di John, gli passa davanti, passa la parete e va a posizionarsi come soggettiva del mostro).

    Respiro da animale. John dall’altra parte del vetro continua a dimenarsi. Prende la sedia e la lancia. L’avvicinamento della sedia alla parete è accompagnata da una sedia che si avvicina in senso opposto alla parete. Entrambe nello stesso momento da versi opposti vanno ad impattare sul vetro della parete e cadono a terra. Jhon continua ad urlare, strappandosi i capelli.
(Flash: il respiro della bestia diventa umano nel momento in cui il volto di Jhon per un momento è simile alla bestia. Poi subito torna la “normalita’: respiro di bestia e Jhon umano).
Jhon si avvicina, indietreggiando, all’interrutttore posto alla sua destra. La visuale passa dalla parte di John ( compiendo un andamento rotatorio). Appena passata dalla parte di Jhon, la luce si spegne in entrambe le stanze. Piccolo momento di silenzio.
Risate di benessere di John.

    Un lampo di luce dall’altra parte del vetro. Un momento di luce piu’ lungo. Il sospiro affannoso di Jhon in aumento accompagna la stabilita’ della luce dall’altra parte del vetro e la faccia del mostro che lo osserva. Con fiato affannoso Jhon si muove nel buio e i suoi movimenti sono seguiti dal mostro. Si sposta verso destra.
La luce viene riaccesa dalla mano destra di Jhon.
Subito dalle grate disposte in basso in tutta la stanza inizia ad uscire un gas di colore blu. Jhon le osserva. Inizia a tossire. Un’occhiata al mostro. Jhon osserva la sequenza di grate e tossendo inizia a togliersi gli indumenti e con essi va a coprire le grate. L’ultima che chiude è la grata subito sotto la parete con il vetro. Il gas smette di uscire.

    Il mostro è li’, davanti a lui. La sua mano destra va ad appoggiarsi allo specchio e nello stesso momento la mano speculare del mostro fa’ altrettanto. Ma il mostro subito si accartoccia su se stesso, intossicato. La luce dalla parte del mostro si chiude e Jhon si trova cosi’ davanti al vetro con la mano ancora appoggiata sopra al vetro stesso. E’ nudo. Con le lacrime agli occhi si osserva. Un accenno di sorriso. Jhon è totalmente nudo davanti allo specchio.
Blocco di terra sottostante la strada.
La linea centrale gialla divide in due carreggiate l’asfalto illuminato dal sole e colmo di gente.
Cielo sereno, una lunga strada affollata vista dall’alto.

 

Questo il testo di Elia. Lascio qualche giorno le sue parole risuonare liberamente dentro ognuno di noi, prima di condividere l’analisi che ne è seguita. 

Lo spunto di oggi – Tra il corpo e la mente: la strada per la libertà – 3

giovedì 9 agosto 2007

 

 

 

    La reiterazione dell’esperienza di abuso provoca la cristallizzazione delle reazioni neurobiologiche al trauma creando uno stato di allerta permanente che condiziona i comportamenti anche in età adulta. Ad esempio la ri-emersione dei ricordi pur se frammentati o gli stati emotivi di tipo ansioso – depressivo apparentemente inspiegabili (quando non conseguenti agli effetti delle sostanze) possono costituire la base patogenetica di disturbi alimentari oltre che per gli altri disturbi del comportamento.

    Condividiamo l’invito di Manna ad una rilettura psicoanalitica degli effetti del trauma (valutato come una costruzione ipertrofica dell’inconscio e quindi come fatto non necessariamente reale) alla luce di queste scoperte e, viceversa, ad una contaminazione della Neurobiologia con l’interpretazione psicoanalitica degli eventi traumatici.

    Si comprende come il percorso terapeutico debba essere necessariamente lungo e richiedere diversi livelli di intervento. Occorrono tutte le professionalità presente nel Servizio: medico, psicologo, educatore, assistente sociale e arteterapeuta che lavorano in sinergia. Le migliori condizioni di cura vengono offerte dal Centro Diurno (che andrebbe affiancato ad un progetto di abitazione protetta) di cui il Servizio dispone, all’interno del quale si svolgono attività di gruppo sia di tipo terapeutico (bioenergetica, arteterapia) che riabilitativo (gruppi educativi, autogestione del pranzo, inserimenti lavorativi ed altro).

    I luoghi terapeutici diventano molteplici e consentono di avere più figure transferali che comunicano gli stessi obbiettivi trattamentali. Questi luoghi stanno cercando il “trattamento d’elezione” attraverso lo studio dei contenuti emozionali, affettivi ed esperienziali che le tecniche utilizzate fanno emergere in tempi brevi. La psicoterapia bioenergetica utilizza tecniche di attivazione corporea che consentono un accesso più veloce ai nuclei conflittuali che potranno essere elaborati nel trattamento psicoterapeutico individuale.

    In Arteterapia, dove vengono utilizzati materiali piacevoli ai sensi (crete, pastelli ad olio, tempere, gessetti colorati), si evidenzia l’incapacità di provare piacere e di concedersi l’estasi della sublimazione intesa come momento di coesione del sé in contatto empatico con l’aerteterapeuta. i tratti ossessivi caratteristici di queste donne si esprimono in lavori minuziosi ed infiniti che riportano alla tela di Penelope. La produzione artistica è stereotipata, accompagnata da scritte simili a slogan privi di spunti creativi.

    La difficoltà del proiettarsi nel futuro si osserva nel non riuscire a portare a termine un progetto: diventa faticoso anche il solo pensiero di un progetto originale. Lo stesso vale per le attività educative: nonostante le richieste insistenti di inserimento lavorativo, pure in presenza di abilità notevoli, raramente esiste la capacità di tenuta. Così come puntualmente vengono trasgredite le regole. Il cammino per comprendere che la libertà sta proprio nel riuscire a rispettare le norme, richiede anni. Un tempo che deve essere accettato anche dagli operatori che devno reggere illusioni ad andamento sinusoidale e trovare l’equilibrio tra controllo istituzionale, tutela del minore quando c’è, e relazione terapeutica. 

    Il coinvolgimento familiare risulta quanto mai complesso e fallimentare. La questione nodale è come condurre queste donne a far coesistere dentro di sé diverse parti: quelle relative al proprio passato e quelle che nascono durante il trattamento. Senza provocare collisioni e dando un senso di continuità ai vissuti. Siamo arrivati a questo punto, camminando, curanti e curate, sullo stesso filo. Come equilibriste.

T. Bombino, psicologa psicoterapeuta

E. Impegnoso, Arteterapeuta 

 

 

Lo spunto di oggi – Tra il corpo e la mente: la strada per la libertà – 2

domenica 5 agosto 2007

 

 

 

 

    Il secondino può accompagnare nello sguardo alle profondità dei territori fisici e psichici che sono stati invasi all’interno delle mura domestiche. Ma come si fa a spezzare certe catene ? A modificare un destino senza provare la sensazione angosciante del tradimento ? La strada per la libertà è dura specie se sconosciuta e considerata non legittima. Queste donne dalla dignità violata ricordano il capitano di una nave che tenta di salvare tutti prima di affondare in un ventre che non ha garantito protezione ma solo l’annegamento.

    La dipendenza dalle figure genitoriali, patologica a causa dei traumi che hanno impedito un’adeguata evoluzione dello sviluppo affettivo, rende difficile l’acquisizione della capacità di analisi critica delle vicende familiari. Se hanno figli, non sono in grado di prendersene cura e questo le rende ancora di più oggetto dipendente e disprezzato dalla famiglia della quale sono frutto.

    La cura di sé, delle ferite mai cicatrizzate, significa emanciparsi e non può non essere accompagnata da enormi sensi di colpa, perché prendere distanza da certi fatti permette di vederne l’orrore. Solo addossandosi ogni colpa può essere sopportato il vissuto di abbandono altrimenti umanamente inaccettabile. Si sa. Inoltre un capro espiatorio è funzionale, difficilmente gli altri membri della famiglia vi rinunciano.

    Recenti studi hanno pemesso di conoscere più approfonditamente i soggetti che accedono ai Servizi per le Dipendenze e/o ai Servizi Psichiatrici caratterizzati da una sindrome borderline aggravata da disturbi alimentari, una particolare aggressività auto ed eterodiretta, abuso di psicofarmaci, alcol e droga. Nell’anamnesi di queste persone (osservato anche da chi scrive) emerge quasi sempre un’esperienza prolungata di abusi sessuali (molestie sessuali, atti di libidine, rapporti completi).

    La gravità del disagio psichico sviluppato nel corso degli anni sembra potersi attribuire ad una serie di elementi comune:

  • L’adulto abusante è un familiare o un amico “fidato” della famiglia.
  • L’abuso è continuo nel tempo.
  • Gli atteggiamenti del resto della famiglia sono di noncuranza o di eccessiva sofferenza tale da far sentire il bambino colpevole di quanto accade.
  • Esistono in famiglia problematiche psichiche e da dipendenza da sostanze e/o da gioco.
  • Spesso la madre è rigida e incapace di proteggere i figli.

    Il numero prevalente di soggetti di questo tipo trattati sino ad ora nel nostro Servizio è di sesso femminile e di età compresa tra i 23 e i 45 anni. Le ragioni per le quali si presentano sono sempre legate a problematiche estreme: grave dipendenza da sostanze, tentato suicidio, allontanamento dei figli con provvedimento del Tribunale dei Minori.

    Sembra dimostrato che alla base di tali squilibri psichici e comportamentali ci sia una spiegazione neurobiologica. Un trauma sollecita il sistema mesolimbico il quale è coinvolto nell’elaborazione degli stimoli ambientali emotivamente rilevanti e nei processi di memorizzazione emozionali e nel controllo del tono affettivo e comportamentale. (Continua)

Lo spunto di oggi – Tra il corpo e la mente: la strada per la libertà

giovedì 2 agosto 2007

 

    In questo mese d’agosto voglio dedicare spazio a qualcosa di non attinente il cinema, a materiali che mi hanno aiutato durante quest’anno a non rimanere immobile nello spirito e nella mente. E voglio cominciare da un lungo contributo, che divido in brani, di Teresa Bombino e Elena Impegnoso. Con Teresa ho condiviso la bellissima esperienza di “Tredici”, il lavoro con gli alcolisti in fase di recupero al NOA di Limbiate. E’ una psicologa di quelle che ti fanno cambiare idea rispetto a quel che si dice comunemente. Una donna che ha la capacità di individuare l’essenziale e di affrontarlo direttamente con molta concretezza e sempre con speranza.

 

  

 

   TRA IL CORPO E LA MENTE: LA STRADA PER LA LIBERTA’

Esiti dell’abuso sessuale e psicologico nelle donne durante l’infanzia in contesti familiari multiproblematici.

Nucleo Operativo Alcologia, Limbiate – ASL PROVINCIA MILANO 1

 

    Bambine abusate nella mente e nel corpo. Figlie di famiglie nelle quali ciò che è comunemente considerato tabù, viene quotidianamente dissacrato attraverso condotte caratterizzate da abusi sessuali, violenze fisiche e psicologiche portate avanti nel silenzio all’interno di case tremanti di urla che sembrano vomito che non libera ma imbratta soltanto. Cresciute nella fiducia in chi, con la prepotenza ne ha plasmato il pensiero al punto di alienarlo e inscriverlo nella nosografia psichiatrica quando diventato adolescente manifesta una sindrome border-line.

    Arrivano adulte ai Servizi per le Dipendenze con una “doppia” diagnosi: dipendenza da sostanze e patologia psichica. Hanno ereditato il bisogno di sostanze e la violenza. Le sostanze, servono a cancellare il senso di schifo che si portano addosso, l’odio per se stesse e per chi, nonostante tutto, continuano ad amare. Entrano nel sangue come antagoniste della sensazione di angoscia e di allerta ormai croniche dopo abusi reiterati, e agoniste nella ricerca di un piacere colpevole diventato l’unico possibile.

    Il corpo, proprietà e comproprietà, rappresenta un campo di battaglia. Gli oggetti d’amore introiettati vengono distrutti e salvati attraverso comportamenti che ledono la salute e la dignità: disturbi alimentari, autolesionismo, tentati suicidi, disinibizione sessuale, uso di alcol, farmaci e droghe. Punizioni che non fanno accedere al Regno dei Cieli. Se, dunque, la dipendenza da sostanze non è altro che un fanalino di coda quale cura può offrire un Servizio di Alcologia ? Come può un trattamento psico-riabilitativo liberare da una gabbia che stringe un corpo e una mente talmente forte da essere entrata in ogni molecola dell’organismo e quindi dell’anima ?

    Gli operatori che sono istituzione e quindi Legge, sono tributari di un transfert simile a quello di un carcerato nei confronti del secondino. Nella sindrome border-line Bene e Male sono materia magmatica e allo stesso tempo scissa. BENE = Trarre profitto. MALE = Gli altri approfittano di me. Cosa si ricava da un secondino ? Si può sedurre, conferirgli un potere apparente, fargli credere che è importantissimo, giocarselo come si vuole e poi ammiccare alla morte. Tuttavia il secondino è sempre lì e se in un servizio vissuto come carcere ci si deve stare per forza (magari per un provvedimento penale o del Tribunale dei Minori), alla fine diventa un testimone.

    Egli con l’ascolto accompagna nel percorso introspettivo che mostra i desideri e le fantasie inconscie e aiuta ad analizzare il grave senso di colpa che nascedall’aver realizzato tali desideri. Un senso di colpa devastante che deve essere ridimensionato con la comprensione che sulle spalle si portano generazioni di sofferenza causata dall’abbattimento di quei confini necessari all’integrità fisica e psichica. (Continua)