Archivio di settembre 2007

Radiografie / Locarno 2007 – Hairspray, di Adam Shankman

venerdì 28 settembre 2007

 

 

 

    La prima cosa che provo quando sto per vedere un musical è curiosità. Perché la storia di questo genere è quanto di più bizzarro si possa immaginare. Ha attraversato arcate di anni sull’onda di un successo che sembrava interminabile, salvo precipitare nell’oblìo in decenni successivi, tanto che si sarebbe potuto dirlo morto. Per capirci: come parlare oggi di western. Dopo decenni di gloria, oggi è commestibile solo previa introduzione di tematiche estranee alla sua tradizione, vedi Brokeback Mountain (2005, Ang Lee).

    Istintivamente – e credo erroneamente – lo accosto alla lirica. Ma ferme restando le grandezze passate, le due forme musicali vivono uno stato di produzione attuale alquanto diverso. Qualche anno fa ho assistito ad un’opera di Sciarrino, a Milano. Ricordo i volti della gente: attonita, sperduta, smarrita. Qualcuno si sentiva preso in giro (“Io lo sciacquone quando si rompe lo aggiusto, non lo campiono per metterlo in un’opera lirica”). Qui invece il contatto con il pubblico sembra non essere stato perso. Sento già gli strali: dipende da che tipo di pubblico cerchi. D’accordo, ma val la pena di chiedersi che tipo di pubblico sia ancora disposto a seguirti…

    Il pubblico in questo film resta incollato con gli occhi e le orecchie perché funziona tutto: musica, attori, ballo, montaggio. Anche la storia, sì. Abbastanza. Per quanto costituisca spesso il punto debole di questo genere.  Probabilmente è un fatto tecnico: la musica e la metrica forse costringono a semplificare storie e psicologie, anche se a voler ben vedere l’aria di Cherubino ne Le Nozze di Figaro di Mozart è uno scandaglio dell’adolescenza semplicemente geniale.  Qui, e non solo in questo musical, i personaggi sono buoni o cattivi, i cambiamenti sono da bianco a nero, e di conseguenza i percorsi psicologici e le arcate di tensione estremamente prevedibili.

    Tuttavia, Hairspray funziona. E’ evidente dalle reazioni della sala. perché quando la qualità realizzativa è così alta si soprassiede più facilmente riguardo alla natura di ciò che è stato realizzato. La prima canzone, l’uscita di casa della protagonista all’inizio del giorno, è un prodigio tecnico, estetico, musicale, vocale. Un’apertura che mette soggezione. E poi gli attori sono tutti convincenti davvero fino in fondo e senza riserve. John Travolta, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken, Nikki Blonsky.

    Eppure secondo me Hairspray è un film sopravvalutato. Perché rimane lì, e dove la sonda dovrebbe entrare in profondità nel cuore di un’adolescente obesa, restano degli stereotipi. Dove una coppia come quella dei suoi genitori dovrebbe essere scandagliata nelle mille problematiche cui si accenna resta un presepe senza grandi giustificazioni.  Le spese di questa semplificazione le fa il percorso di ogni personaggio. Alla fine del film i buoni sono buoni, i cattivi sono diventati buoni, e i cattivi che sono rimasti tali sono perdenti. Di questo non si ha alcun dubbio dall’inizio alla fine del film.

    Forse è a causa di questa riduzione di ogni personaggio alla mera funzione sociale che rappresenta, che alla fine nonostante si tratti di un film che parla dell’integrazione neri / bianchi negli anni ‘60, si sente un retrogusto reazionario. Forse, mi dico, anche il musical potrebbe riflettere su Brokeback Mountain. Sulla possibilità di crescere, di usare la musica come uno scandaglio e non solo per la bellezza di superficie. Di far evolvere il genere verso nuove frontiere. E chissà perché più penso a questo e più mi viene da voltarmi indietro, prima del musical. A Cherubino.

Lo spunto di oggi – Il buio

mercoledì 26 settembre 2007

 

 

 

 

    “Tutto ciò che vediamo del mondo esterno è fabbricato nella nostra testa. Noi non sviluppiamo l’immaginazione forzandola in gesta prodigiose e autocoscienti di creatività; sviluppiamo l’immaginazione attraverso l’osservazione e l’attenzione. L’immaginazione si migliora quando la adoperiamo e scorgiamo le cose semplicemente per quel che sono.

    Ma vedere le cose, talvolta non è facile; soprattutto quando è buio. Come possiamo illuminare il buio ? Di fatto il buio di per sé non esiste; è soltanto un’assenza di luce. Ma cos’è che getta un’ombra su quel che vediamo ? Un indizio c’è. Se esamino quest’ombra vedrò che ha un profilo familiare. Sembra tanto assomigliare a… me !

    Siamo noi a creare l’oscurità, ostacolando la luce. L’unico modo, pertanto, per nutrire l’immaginazione, è quello di non ostacolarla; quanto meno si oscura il mondo, tanto più chiaramente potremo scorgerlo”.

 

Declan Donnellan – L’attore e il bersaglio 

Radiografie / Venezia 2007 – Il dolce e l’amaro, di Andrea Porporati

lunedì 24 settembre 2007

 

 

 

    Lo Cascio guida un’auto lungo uno sterrato. Sta portando un uomo ad essere ammazzato.  Dietro di lui un’altra auto. Fuori campo la voce dello stesso attore, che accompagna tutto il film, ci spiega che un suo protettore gli aveva mandato dietro due dei suoi uomini. Sì, in effetti è esattamente quello che stavamo vedendo: una macchina che li segue con due persone a bordo.

    Penso agli insegnamenti che ho ricevuto sulla sceneggiatura televisiva. Ricordatevi che mentre al cinema la gente guarda lo schermo, a casa la gente quando la televisione è accesa stira e apparecchia la tavola. E quindi ? E quindi in televisione mostrare non basta se non si dice anche ciò che si sta mostrando, a beneficio di quanti stavano apparecchiando e non guardavano il monitor. E per carità non scorrete mai su due livelli, perché se uno non sta guardando in quel momento, o sta telefonando per cui guarda ma toglie l’audio, non capisce niente.

    Poi ricordo alcune mie pagine di sceneggiatura, piene di segni feroci che le attraversavano da parte a parte. La voce di Marina che diceva: il cinema è immagine. Falli parlare meno che puoi. Nel film di Andrea Porporati mi è sembrato di sentire più volte una scuola televisiva, non so se consapevole.

    A parte questo primo aspetto, ce n’è un secondo che mi ha molto colpito. Il momento in cui Lo Cascio decide di invertire la rotta della propria vita: non uccide l’amico d’infanzia che oggi è diventato un giudice, e uccide al suo posto il compare con cui aveva appena imbottito la macchina di tritolo. Il momento è di quelli belli, di quelli che rendono la sceneggiatura un luogo di percorso e di cambiamento: una svolta interiore netta e che vale la pena di raccontare insomma, e nei nostri film a volte questa è merce rara.

    Ma appunto come dicevo… varrebbe la pena di raccontare. Ne sarebbe valsa la pena. Invece questo cambiamento arriva senza un motivo. Per lo meno senza che il motivo sia raccontato con chiarezza e pienezza. Anche qui non si sarebbe trattato di far spiegare il dramma a Lo Cascio in un monologo, ma di valorizzare prima la sua interiorità rispetto all’amico giudice e ai compari di mafia.

    L’asse di pressione degli ostacoli dovrebbe sempre porre il personaggio di fronte a una scelta da ponderare bene. Da una parte i vantaggi di uccidere il giudice, dall’altra i vantaggi di non farlo. Se non siamo noi che scriviamo a dare valore ai momenti di svolta della nostra storia, chi glie ne deve dare ?  Togli peso a quella scelta, e il cardine del film si spezza, perché questa è la storia di un mafioso che si tira fuori dal giro, e tutto ruota attorno a questo momento.

    Il film secondo me è girato bene, ha attori abbastanza bravi, ma il problema è che le cose devono prima funzionare sulla carta. Si ha sempre la sensazione di averlo già visto, e la sala anticipa con sussurri alcune delle svolte determinanti.

    Nei nostri film, non ne parliamo in quelli sulla mafia, le scelte sono troppo spesso tra il bene e il male. Tra la colpa e la redenzione, tra quello che la gente comune intende per bene e per male. Ma il senso morale della massa è sempre qualcosa di fragile. Perchè è la massa che è fragile, che non ha interiorità. Invece le storie si guardano per capire cosa abbiamo dentro. Finché le scelte sono così grosse ma anche così rudimentali: uccido o non uccido, tradisco o non tradisco, noi continueremo a fare film buonisti. Che avvallano il senso comune e superficiale del giusto e del buono. Il centro del bene, al contrario, nelle storie si sposta. Sospendiamo il nostro privato, quello un po’ ipocrita collettivo, e assumiamo su di noi per la durata del film, quello del personaggio per cui facciamo il tifo. Lì si gioca la partita più vera e finale: andare in fondo alla corsa del personaggio tenendolo stretto al cuore.

     Abbiamo bisogno di ostacoli più precisi che rivelino lati più intimi, più dettagliati e specifici del personaggio. Di sentire la vita concreta muoversi tra le nostre mani mentre guardiamo. Così è tutto troppo teorico, timido e lontano. Eppure, anche il film di Andrea Porporati, mostra che in Italia c’è gente che sa girare, che sa fotografare, che sa recitare. Forse è solo una quesitone di coraggio.

     

     

Radiografie / Locarno 2007 – Funeral Party, di Frank Oz

giovedì 20 settembre 2007

 

 

 

     Cose leggere, leggerissime. Trattate con una serietà che fa paura. Ancora una volta di fronte ad una comedy costata pochissimi soldi e moltissimo ingegno. Funeral Party è un inno all’intelligenza e alla voglia di raccontare. L’occasione è il party del funerale del padre. Convengono alla cerimonia gli annessi e connessi di tutta la famiglia. Non sto qui a specificare incastri e paradossi, non è questo il punto interessante a mio avviso.

    E’ proprio l’idea di film corale che viene gestita in un modo ammirevole. Innanzitutto con un tirante centrale: il figlio scrittore mezzo fallito – contraltare del figlio scrittore di grande successo -  con tutto il suo sincero amore per il padre, per la madre, e con tutta la sua sofferenza per il confronto con il fratello. E’ vero che le storie sono poi mille satelliti impazziti e che gli eventi sono rocamboleschi, ma Oz li tiene in mano senza farli sfaldare sotto i colpi delle gag, non mollando mai l’arco di tensione del protagonista. Molti sono i personaggi ma la storia è sempre la storia di qualc-uno.

    A questa prima chiarezza se ne aggiunge un’altra. Quella tematica. E qui c’è un altro punto non del tutto scontato in Italia. Che non si può, per il semplice fatto che si sta facendo una commedia, metterci dentro proprio tutto quello che pensiamo faccia ridere. La comedy non è il regno dell’anarchia nel quale chi più ha idee buffe è il benvenuto. Il comico non è il buffo. Uno che scivola su una banana è buffo. Uno che parla con una cadenza dialettale pittoresca può esserlo. Una smorfia anche. Il comico invece è costrutto, senso, direzione. E’ pensiero diretto a colpire un bersaglio in modo per niente pacifico.

    Funeral Party ha come tema profondo la necessità di vivere il senso delle cose superandone le apparenze. Non una grande novità, insomma, nemmeno in questo film. Ma un’esecuzione strepitosa. Di fatto, questo padre aveva qualche passione segreta, che non svelo, e che emerge nel corso del funerale. Le persone non sono mai quello che sembrano. Ma i sentimenti che si provano col cuore sono quanto di più autentico possiamo sperimentare. Ecco perché se anche di qualcuno non conosci tutti i sergreti, non significa che l’affetto che ti ci lega sia falso o mal riposto.

    Il film inizia con il trasporto della bara nella casa ancora vuota di ospiti. Il figlio chiede che venga aperta e… l’uomo è quello sbagliato. Non si tratta di suo padre. Una gag. Girata bene e recitata divinamente. Ma soprattutto – è quello che mi preme di più – una gag nel solco tematico profondo del film. L’uomo che credevi essere tuo padre era in realtà un uomo diverso. Il fatto che te ne abbiano portato uno sbagliato non fa che rendere concreto un equivoco che esiste comunque. Non si tratta di lui, quella bara non contiene la persona che pensavi.

    Più avanti un altro personaggio, che ha il problema di piacere al futuro suocero, si spoglierà completamente in preda ad allucinogeni. Anche in questo caso è attraverso il togliere dei vestiti, dei ruoli, delle coperture, che una verità magari scomoda ma sempre toccante viene fuori. Se vuoi vivere, apri la bara ed esci. Con tutto quello che la bara può significare nelle nostre vite.

    Mille trame, mille gag, un ritmo letteralmente forsennato. Ma una chiarezza zen sulla direzione di tutto, sul senso della trama, sul tema, su ogni singolo beat. C’è pensiero in ogni fotogramma. Ci sono attori che si divertono ad apparire brutti, meschini, sporchi e nudi. Semplicemente perché amano il proprio personaggio. C’è ancora una volta un fare seriamente senza prendersi troppo sul serio. E ripenso al nostro cinema, mi è inevitabile. Anche questo film è costato poco. Il problema è… che un film così non arriviamo nemmeno a pensarlo.

Radiografie / Locarno 2007 – Waitress, di Adrienne Shelley

mercoledì 12 settembre 2007

 

 

 

    E’ difficile parlare di questo film senza pensare ad Adrienne Shelley e alla sua allucinante fine.  Disturbata dai rumori dell’idraulico che lavorava nell’appartamento vicino e che svegliavano la sua bambina neonata, Adrienne era andata a protestare. Nel diverbio che ne è seguito è stata uccisa dall’operaio. Oltre che alla sua bambina, aveva appena dato la vita al suo film, che era pronto per il Sundance.

    Così, è fastidiosissimo parlarne bene. Ma a volte bisogna fare anche le cose fastidiose.  E per quanto sconvolgente la fine di Adrienne Shelley, essa non costituisce il solo motivo di imbarazzo nel parlare di questo film. C’ è qualcosa che non riguarda questo lavoro, riguarda il cinema di casa nostra, quello che sappiamo fare o meglio quello che riusciamo a fare. Ma vorrei partire dalla storia, che di per sé è molto semplice.

    Una cuoca di straordinario talento sogna di vincere una competizione culinaria, con premio di 25.000 dollari. Ha un marito grossolano e un po’ violento, mai uscito dall’egocentrismo che contraddistingue l’infanzia. Il premio sarebbe per lei il modo per fuggire dal suo matrimonio. Ma scopre di essere incinta e si ritrova topo in trappola. Non vuole questo figlio, e tanto per semplificare le cose durante la gravidanza si innamora perdutamente del suo ginecologo. Non svelo oltre.

    Mi preme parlare dell’atteggiamento di fondo che traspare dalla realizzazione di questo film. E’ una commedia, girata e fotografata nel più classico dei modi. E’, manco a dirlo, strutturata in tre solidi e scanditi atti. E’ insomma tutt’altro che un prodotto che cambierà il mondo, e nemmeno quello cinematografico. Ma…. è fatta bene. Meravigliosamente bene.

     Ci sono film che globalmente funzionano. Commedie che nel complesso troviamo soddisfacenti, e che magari ottengono anche un certo riscontro di pubblico. Poi ci sono film, molti di meno, che non sono belli solo globalmente. Sono belli millimetricamente. Non sono stati scritti e girati solo con una visione d’insieme, ma con il microscopio. Ogni scena di questo film è scandita con consapevolezza e lucidità. Una lucidità che passa intatta come una scossa elettrica dalla mano di chi ha scritto a quella di chi ha girato – in questo caso la stessa – al cuore di chi ha recitato.

    C’è, di diverso dal cinema che si fa in Italia – ma non è un atto d’accusa e dirò il perché – una serietà assoluta anche nella leggerezza dei modi. C’è la consapevolezza che non si ottiene alcun risultato cinematografico se non all’interno di una precisione chirurgica. Ogni battuta è un beat, ogni beat è uno spostamento psicologico del personaggio. Ogni scena ha uno scopo, ogni singolo obbiettivo trova senso solo all’interno del tema di fondo del film.

    L’esito di tutto questo ? Un film dolcissimo, scorrevolissimo, tutto naturale, come se non fosse stato scritto, come se non fosse recitato. Questo dovrebbe essere l’obbiettivo ogni volta che si gira. Sparire nella storia, darsi completamente al servizio della necessità profonda della storia che raccontiamo. E veniamo a noi.

    No, in Italia un film così non si può fare. E’ un film che non costa molto, per la verità. E difatti il problema non è certo economico. Non è nemmeno un film pro o contro qualche governo: non darà mai fastidio a nessuno e non è certo un film scomodo. Difatti non è nemmeno per questo che in Italia non si può fare. E’ una sceneggiatura tecnicamente avvitatissima, scriverla non è facile, ma gli sceneggiatori bravi in Italia ci sono. Regia e fotografia sono coerenti e ben fatte, ma anche in Italia c’è chi sa fotografare e girare.

    Non è questo, purtroppo. Secondo me è qualcosa di più antico, di non solo cinematografico.  E’ che non siamo liberi. Siamo paralizzati dalla paura di fare il film sbagliato. Devastati dal numero di pellicole mai arrivate in sala, mai comprate da Sky. E più in generale, culturalmente… non siamo liberi  di fare il film che abbiamo voglia di fare. Quello che ci assomiglia e che verosimilmente la gente vorrebbe vedere. Non si deve scontentare nessuno e alla fine sono scontenti tutti. Parlando con alcuni registi italiani hai quasi la sensazione che il film lo si debba girare nonostante il produttore. Guardando i film italiani hai la sensazione che ci siano quattro attori che sanno fare tutto e tutti gli altri che non sanno fare nulla. E perché gli altri paesi ne hanno così tanti diversi e interessanti ? Come hanno fatto quelli di Waitress ad avere attori formidabili fino alle comparse ?

    Ma l’Italia, così bastonata al Festival di Venezia, non è messa male come sembra. E’ piena di talenti, anche se forse non hanno le stesse possibilità di crescere tecnicamente come all’estero. E’ che non abbiamo più voglia di sognare, produciamo fiction da prima serata e il nostro cinema si sta piallando paurosamente sulla televisione. E’ che non facciamo più un film per la felicità di farlo, ma per riuscire a passare indenni dai filtri della tutela dei minori, dal parere della Chiesa, dai commenti dell’Arcigay, dall’Associazione Consumatori, dalla difesa dei diritti delle donne, dei disabili, delle minoranze etniche…. insomma cerchiamo di fare film nonostante il pubblico che lo vedrà.

    Guardo il sorriso così dolce di Adrienne Shelley. Penso alla fine improvvisa che certo non immaginava di fare. E mi dico che la sua vita ci insegna a fare un film. A farlo davvero. Quello che abbiamo nel cuore. Perché lei l’ha fatto. E quello che ci lascia adesso è un dono bellissimo, che darà allegria e tenerezza a tante persone che lo vedranno. Perché quando succedono cose così, ti rendi conto che tutte le paure erano niente, e che avevano davvero la forza che gli davi tu. 

Radiografie – Lady Henderson, di Stephen Frears

domenica 9 settembre 2007

 

    C’è – nei film che siamo abituati a vedere – un’impostazione ricorrente, forse perché in quanto consolidata garantisce una risposta da parte del pubblico: il protagonista si ritrova in mezzo alla propria avventura quasi sé nonostante.  Abbiamo già parlato del fatto che nessuno cambia se non vi è costretto, diciamo che la cosa vale abbastanza anche per l’inizio dell’avventura: nessuno corre rischi senza che siano necessari.

    Ogni tanto assistiamo a qualche esempio del contrario. Tecnicamente si definiscono “eroi entusiasti”. Sono quelli che non hanno alcun bisogno di essere costretti all’avventura, ma che la cercano, la creano, ci coinvolgono gli altri.  Sono meno numerosi degli eroi “renitenti” ma può capitare di incontrarli. C’è anche un motivo più profondo per cui di solito gli eroi non sono entusiasti all’inizio della loro avventura. Perché, ad esempio, gli entusiasti sono spesso sfrontati, non temono i pericoli, e  tendono a somigliarci poco. Creare empatia con un eroe entusiasta è sempre più difficile perché di solito noi non andiamo a cuor leggero incontro a un rischio economico, sentimentale, fisico. E di quelli che rischiano, quando gli va male, siamo tutti pronti a dire che se la sono cercata.

    Il mondo intero si fa guardiano dello status quo e tende a scoraggiare, a far meditare, a far considerare tutti i piani di realtà agli eroi entusiasti. Ma essi sono portatori anche di una grande forza. Fieri, ironici, presuntuosi, sfrontati, pieni di carisma, sono convinti di non doversi adeguare a un mondo che non amano, ma che sarà il mondo ad adeguarsi a loro. Sono le persone cui il vero, profondo progresso, è in fondo affidato.  Lady Henderson è una di loro. E la cosa più bella è che si tratta di una storia vera.

    Tecnicamente gli eroi entusiasti pongono un problema di struttura non indifferente. Se è vero che il primo atto serve a costringere un personaggio a partire, ad accettare l’avventura, che se ne fa di quella prima mezz’ora un eroe entusiasta ? Dove lo metto tutto quel materiale narrativo ? Mi si ribalta in mano di colpo: sarà un atto in cui il personaggio entusiasta tenterà di convincere il mondo che quell’avventura varrà la pena di essere vissuta.

    Quasi sempre, l’eroe entusiasta alla fine riesce nella sua impresa. Ma se è entusiasta all’inizio e vincente alla fine, dove sta il film ? Perché raccontare la storia di uno che ha già vinto prima di partire ? Ecco perché l’eroe entusiasta, ancor più di quello renitente, necessita di uno sviluppo interiore di grande respiro. Sarà compito del secondo atto fargli capire che l’impresa non è semplice come pensava, che il resto del mondo non era tutto così stupido. Non a caso la frase più ricorrente che viene detta a Lady Henderson durante l’arco del secondo atto è: “Tu vivi in un mondo tutto tuo, e non ti rendi conto della realtà”.

    Lady Henderson è ferita da questa frase. Anche perché ogni volta che le viene detta è a causa di un prezzo pagato molto alto, un prezzo che lei non aveva considerato bene.  Così si configura un film del tutto anomalo: il primo atto vede la pressione del personaggio protagonista contro il resto del mondo, il secondo vede la pressione della realtà contro la protagonista. Il colpo di scena che chiude il secondo atto è inevitabile: il teatro che Lady Henderson ha fatto aprire per allietare i soldati, viene fatto chiudere. Perché la guerra, perché il dolore, perché la realtà sono più forti della nostra voglia di vivere.

    Ma il terzo atto stringe i tiranti della storia. Il teatro diventa unico rifugio possibile contro un improvviso attacco aereo. I soldati si stipano sulle poltrone e inizia uno spettacolo per l’occasione, non previsto. Vengono distribuiti i fogli con il testo di una canzone, e attori e soldati insieme cantano commossi. E’ il segno del percorso di questa donna che si è compiuto: il suo teatro può vivere solo a condizione che includa sul serio la guerra, il dolore, la morte. Solo a condizione che ne possa far parte la vita vera. I sogni degli eroi entusiasti vanno bene se mettono le ali alla nostra pesantezza e hanno la forza di staccarci da terra, verso il senso autentico delle cose. I soldati che cantano sono il segno visivo di tutto questo. 

    Lady Henderson ha capito che i suoi voli erano senza passeggeri, i passeggeri hanno capito che su quell’aereo valeva la pena di salire.  

     

     

Lo spunto di oggi – Dalla parte del torto, di Elisabetta Bucciarelli

giovedì 6 settembre 2007

 

 

 

    “Educazione sentimentale. Questa era mancata a loro due, alla loro generazione forse e a quella precedente e anche a quella successiva. Chiamare le emozioni con il loro nome, guardarle, sentirne la consistenza. Il dolore, la rabbia, il desiderio, l’amore, lo stupore, la meraviglia, la tristezza, lo sconforto. Parole vuote, che si confondono.

    Incomprensibili reazioni, se uno muore si deve piangere. Se uno nasce si deve gioire. Se provo fastidio devo eliminare la causa. Se mi annoio devo trovare immediatamente qualcosa da fare. E se la  rabbia si impossessa di me devo reprimerla, se provo rancore devo perdonare. Se non mi eccito più abbandonare. Cacciare via le emozioni che non vanno, cancellare quelle che non sta bene provare, limitare, arginare, soffocare, annullare, azzerare.

    E soprattutto non si sa niente di come coltivarle, mantenerle, stimolarle. Non si sospetta neppure che vadano accolte, anche le peggiori, anche le migliori, come una benedizione. Perché senza sarebbe la morte.”

    Cara Elisabetta, ho passato l’estate con la tua storia. Tra un pannolino e un ghiacciolo, nella fabbrica quotidiana di una famiglia con due bimbi al mare, c’era anche Dolores Vergani, la tua detective. Che bella la tua voglia di raccontare. Uno si sente accompagnato da te, mai dimenticato, nei meandri dell’orrore. Sai toccare il male con una punta folgorante di umanità: ti fai sentire vicina vicina intanto che uno ti legge. Sai stare dentro ciò che racconti e non al di sopra o al di fuori. Questo secondo me significa voler scrivere, non voler semplicemente essere degli autori.

    Di altri aspetti come sai parleremo. Ma voglio condividere con tutti questa storia così milanese nei modi e così universale nei temi. Grazie di questo viaggio. 

Corso per genitori e formatori – Elementi di analisi della comunicazione cine-televisiva

domenica 2 settembre 2007
 
 
 
   Che cosa rende uno spettacolo “pericoloso” per i nostri figli o per i nostri alunni ? Esiste un modo per difendersi dalla valanga di stimoli che ci sommergono arrembanti e convulsi ? Ci sono riferimenti validi per discernere il valore o il disvalore nel mezzo della marea di immagini, informazioni, parole… ?

    Nel corso della mia esperienza ho riscontrato un grande bisogno nei genitori e negli insegnanti, negli educatori in genere, di disporre di qualche elemento di analisi più preciso e meno spuntato, meno impotente per analizzare, gestire e utilizzare al meglio questo stato di overdose mediatica. 

    Naturalmente anche io mi ci trovo nel mezzo e quindi come tutti navigo a vista. Ma è inutile negare che una buona bussola e una certa conoscenza del mare possano essere determinanti in tempi di burrasca. Gli strumenti della terraferma non servono quasi più: non esiste più la televisione da una parte e noi dall’altra. Siamo dentro, fuori, intorno. Interattivi con i cellulari e forse disattivati nei contenuti.

    Eppure ci sono alcune cose che stanno più giù, che si conoscono meno e che fanno parte delle strutture profonde del raccontare e del comunicare. Così ho pensato di ideare questo viaggio, da compiere insieme a un gruppo di genitori o di educatori, o di persone comunque a contatto con giovani e giovanissimi che navigano reti, canali satellitari, spot e blog…

    Un viaggio che non servirà a calmare la burrasca, ma darà indicazioni su come prendere le ondate che arrivano, sul riconoscerne la natura, a volte anche salubre. Discernere, insomma, con attenzione e senza paura, perché comunque oggi il mare è questo e bisogna continuare a navigarlo.

 

    Il Viaggio.

  •     L’ANDATA. Sabato, 22 Settembre. Dalle 14.30 alle 18.30
  •     IL RITORNO. Sabato, 29 Settembre. Dalle 14.30 alle 18.30

 

    Il Porto.

  • Studio Covini, Via Bonghi, 4.

 

    L’Equipaggio.

  • Si iscrive fino a esaurimento posti per mail: posta@giovannicovini.it, o per telefono allo 02-84.800.750

 

    Le Spese di Viaggio

  • 100 Euro.