Archivio di ottobre 2007

Lo spunto di oggi – Sei minuti a piedi

martedì 30 ottobre 2007

 

 

 

        Tra casa mia e lo studio ci sono sei minuti a piedi. Una grande fortuna se penso al ruggito della circonvallazione che mi giunge alle orecchie mentre cammino. Sei minuti sono un tempo breve. Il tempo perfetto di un corto. Sulla strada che mi ci porta, da parecchi mesi c’è un cantiere. Appena dopo l’incrocio c’è il mio pasticcere preferito, senza alcun dubbio il migliore della zona. Il lunedì mi ricordo che è lunedì perché è chiuso e non si sente nessun profumo. Come dire: cornuti e mazziati.

    Il cantiere invece sta andando avanti. Hanno costruito un passaggio protetto di legno per i passanti. D’estate ero felice di arrivarci perché era un punto d’ombra, adesso è un bel momento del cammino se piove e non hai l’ombrello. Nel frattempo ho visto che sono arrivati al tetto. Non sarà una casa con tanta luce, è esposta poco e male. Ma… è di fronte al miglior pasticcere della zona.

    Più avanti c’è la copisteria. Quando ci sono di fronte comincio a frugare per trovare le chiavi dello studio. I proprietari hanno avuto per un periodo un criceto russo. Era di una bellezza incredibile. Come si facesse a capire che era russo non lo so. Ma dormendo i criceti di giorno forse alludevano al famoso disturbo del sonno. In ogni caso, l’animaletto era delizioso e conviveva pacificamente con le fotocopie. Ora credo sia passato a miglior vita, ma la signora giurava che tenesse una compagnia straordinaria.

    Per chi lo sa, oltre c’è anche un falegname. E’ in un cortile interno, in un seminterrato, è in pensione, è bravissimo e non ricordo quanti by-pass abbia. Ma continua a lavorare perché non può rinunciare al legno.

    Poi il bar. Una mattina dovevo consegnare un lavoro presto e venni in studio alle sei. Lui era già lì da gran tempo. Sta tutto il giorno in piedi, avrà una sessantina d’anni. Ha una parola scherzosa per tutti (e va bene lo rivelo: per lui sono “ciao biondo”…), anche quando lo vedi che è stanco. E la sera, quando ripasso all’ora giusta, è ancora lui che chiude. Inutile dirlo, quando vai a bere il caffè non ricevi solo caffè.

    Arrivo in studio, giro la chiave e mi chiedo: se questi sono sei minuti, perché quando scriviamo continuiamo a pensare solo alla trama ?

     

     

Il nuovo corso di sceneggiatura

venerdì 26 ottobre 2007

 

 

 

    Tracciare una strada. Per il tempo che serve e fin dove si arriva.  Raccontare una storia è una cosa abbastanza simile a questa. E’ una strada che attraversiamo e che ci attraversa. Ci ragioniamo su per due week end di full immersion, con chi vuole e fino a un massimo di 10 persone.

SABATO 10 NOVEMBRE e DOMENICA 11 NOVEMBRE

dalle 14.30 alle 19.30

SABATO 17 NOVEMBRE e DOMENICA 18 NOVEMBRE

dalle 14.30 alle 19.30

  
La sede è qui, nello Studio Covini di Via Bonghi 4, a Milano.

Il necessario sono due occhi riposati per vedere tanto cinema, un quaderno di bordo e una biro perché il tragitto sarà lungo e intenso, e la voglia di percorrerlo insieme ad altre persone. 

La propria adesione può essere inviata via mail a posta@giovannicovini.it o telefonicamente al numero che trovate nei CONTATTI.

Le spese di viaggio sono di 200 euro + iva.

Il faro che illuminerà il nostro viaggio è semplice: se il cinema racconta di noi, come potremmo parlarne senza parlare di noi ?

Buon viaggio… 

 

 

 

 

Radiografie / Venezia 2007 – The hunting party, di Richard Shepard

mercoledì 24 ottobre 2007

 

 

 

    Li aspetti sempre un po’ al varco gli americani, quando fanno film sulla politica estera della Casa Bianca e delle grandi istituzioni internazionali. Perchè ci sono due parametri dai quali è molto raro che escano. Da un lato sai già che denunceranno cose orrende, dall’altro sai che lo faranno sufficientemente poco da poter essere distribuiti in tutto il pianeta.  Viviamo in un tempo in cui la verità più corrosiva la dice Michael Moore, spesso in palinsesto sui canali di Murdoch. 

    The Hunting Party non fa eccezione. Richard Gere con barba sfatta attraversa questa storia nella Bosnia post bellica alla caccia della Volpe, soprannome del terrorista ricercato numero uno per crimini contro l’umanità. La Volpe vale oggi una taglia di 5.000.000 di dollari. Non bastasse, ha pure fatto ammazzare in una strage la compagna di Gere, che stava per dargli un figlio. Mamma mia quanta roba… quanti buoni motivi ha il decaduto giornalista Gere per fare qualcosa. Il trio formato da lui, dal suo operatore e da un ragazzino raccomandato dal network, deraglia rispetto ai compiti e si avvia nella macchia, sulle tracce dell’introvabile terrorista.

    Le relazioni tra i tre sono lunghe da raccontare, ed è su altro che mi si è fermata l’attenzione. Sul fatto che a un certo punto i tre arrivano faccia a faccia con il terrorista. E’ notte, c’è una cascina in mezzo alla natura, agli alberi. Quello è il covo. E mentre vedevo i tre avvicinarsi, finire dentro, e poi un volta dentro venir legati, minacciati di morte, quindi per puro miracolo salvati ed infine liberati, ho pensato a Pinocchio.

    A questo bambino che a un certo punto si ritrova nella caverna più profonda: il ventre della balena. E lì ritrova Geppetto, tocca il suo mid point, da lì in avanti sarà diverso, stavolta anche il suo spirito pare averlo capito. E si apre un tempo dolcissimo, fatto di parole tra padre e figlio nella pancia del pesce. Diciamo che ai tre giornalisti succede quasi iconograficamente lo stesso, solo che nella pancia più profonda del male non trovano un padre buono e gentile ma la temibile Volpe.

    Questo rifarsi del cinema americano ai pilastri profondi della narrativa, anche quando la storia, come in questo caso, è scritta da giornalisti sulla base di esperienze verissime, mi piace sempre. Perché saranno schematici, saranno ripetitivi, ma le loro storie sono più solide delle nostre. Narrativamente capiscono molto meglio di noi se una cosa funziona o no. Peccato, perché ci sono stati un paio di decenni nei quali loro facevano quasi solo film di genere e noi il neorealismo…

    A parte questo, però… il film piacerà molto ma non funziona. Mi sbaglierò, ma sono convinto che farà parte di quella fila lunghissima di lavori americani che avranno un cospicuo esito al botteghino ma di cui tra un po’ nessuno si ricorderà più.  E questo sempre per lo stesso motivo: perché l’esperienza che The hunting party ci propone non è autentica.

    Gere avvicina il suo operatore di cinque anni prima per convincerlo a compiere l’impresa. Ma nei cinque anni passati, i due hanno condotto vite assai diverse. Gere eriocamente sul campo di battaglia, non riuscendo più a vendere un servizio a nessuno a causa della sua indefessa fedeltà al vero. L’altro invece trionfando sui network americani e diventando una star.  L’esca è semplice: so dove si trova la Volpe. Diciamo quindi che Gere ci va per soldi e per vendetta personale, mentre l’altro per la gloria in diretta tv.

    Il viaggio che segue è come tutti i viaggi un percorso di crescita. Dovrebbe esserlo diciamo, se no che si viaggia a fare ?  E invece qui il film si ferma. Cioè la storia va avanti ma i personaggi no. Si dimostrano cose alquanto ovvie: che non è vero che le grandi organizzazioni internazionali e gli Stati Uniti cercano veramente i criminali altrimenti li troverebbero, come riescono a fare tre giornalisti volenterosi. (Vero o no che sia, diciamo che non si tratta di un messaggio propriamente nuovissimo). Ma torniamo a quel punto che mi era piaciuto, l’incontro più buio con il male, luogo fondamentale del viaggio del personaggio. Quello è un incontro che cambia il panorama interno, morale e psicologico, dell’uomo che lo vive. Quindi è del tutto normale aspettarsi di trovare, all’alba, personaggi cambiati.

    Invece qui gli cambia la situazione attorno, ma loro sono uguali. E la cosa si paga tutta alla fine, quando – catturata la Volpe – ognuno di loro rinuncia ai soldi, alla vendetta, alla gloria. E davvero non si capisce perché. Non è raccontato il processo psicologico decisivo del film.  E qui c’è lo scarto di falsità del lavoro: abbiamo detto tanto male dell’America, dell’Onu e della NATO, ma i nostri eroi – americani – sono sempre i nostri eroi, e alla fine hanno capito che la libertà e i valori autentici sono prevalenti sui soldi e sulla vendetta.

    Ecco, questo finale è la miglior cosa sul cinema italiano che abbia visto negli  ultimi tempi.

     

 

Lo spunto di oggi – Linguaggi

domenica 21 ottobre 2007

 

 

 

    Domenica. Pomeriggio a studiare una poesia con Samuele, 8 anni. Francesca, 2 e mezzo, sente dire per un’ora: “Ripeti”.    A un certo punto vuol essere parte della cosa e dice: “Papà, ripeti con me il mio compito”.

    “Va bene – dico – cosa devo ripetere ?”

    “Balu bibu bubu babu”. 

    “Allora: Balu bibu bubu babu”. 

    “No dai papà.  Basta con questo inglese, ripetimelo in italiano”.

 Rido e penso che la mia richiesta spesso non è diversa quando mostro un lavoro appena finito: per favore, traducimi quello che ho detto.

 

Prodo, due giorni fra le montagne e le storie

mercoledì 17 ottobre 2007

 

 

 

    Dal 26 al 28 ottobre, in mezzo alle montagne dell’Umbria, nelle “Terre di mezzo” del Prodoworkshop, passeremo due giorni ragionando di cuore e di tecnica, di personaggi e di storie. Confesso che non vedo l’ora… Quando vai in posti così belli convincere la gente a stare seduta è un’impresa… Penso che proporrò un seminario itinerante! Chi vuole partecipare a questo master immerso nella natura, può farlo andando su questo link e seguendo le informazioni per iscriversi. 

http://www.prodoworkshop.it/corso.php?id=5

Radiografie / Venezia 2007 – In the Valley of Elah, di Paul Haggis

domenica 14 ottobre 2007

 

 

 

    Piacerà. E secondo me profuma già di Oscar. E’ un film sulla guerra girato con sobrietà e dolcezza. Dai, è girato in modo inapparente e straordinario. E’ recitato bene. Ha la semplicità narrativa idonea alle grandi masse e una struttura simbolica di rapido accesso per soddisfare il pubblico che ama sentirsi acuto nel cogliere i messaggi. Tutti contenti.

    Paul Haggis ci porta in una storia di nuovi reduci. Un figlio torna dall’Irak ma non si fa sentire a casa e in caserma risulta assente ingiustificato.  Il padre, anziano militare in pensione, non tarda a temere il peggio. E indaga. Scoprirà un figlio diverso da quello che immaginava, e attraverso i filmati recuperati nel cellulare del ragazzo, una guerra in Irak diversa da quella che gli avevano raccontato.

    C’è una struttura profonda classica, nella narrativa occidentale, che viene definita scoperta della vergogna di un amico. Vale anche per parente, anche per figlio. In questa struttura l’elemento del segreto è basilare.  Una relazione di fiducia si incrina a causa di una realtà diversa da quella nota. Qui la fiducia tradita del padre è duplice: verso l’esercito e verso il figlio. A mio parere è in questo nodo profondo e centrale che il film imbarca acqua. Come può un veterano in pensione non sospettare nemmeno che l’esercito americano abbia torturato, abusato della propria forza ed ecceduto ? Ne sa di meno di un comune cittadino italiano che ogni tanto segue un telegiornale ? Qui c’era il perno di tutta la vicenda e del suo senso, e secondo me era fondamentale che reggesse il peso davvero.

    Paul Haggis ha fatto un film per dirci che una volta l’esercito non era così, che gli americani sono scandalizzati da queste notizie, che l’America ha bisogno di aiuto urgente. Da fuori non fa una grinza, perché il vecchio padre rappresenta l’America, che prima ha convinto i suoi figli alla guerra ed ora li piange vittime non solo belliche ma psicologiche e culturali. In questo modo Haggis fa della storia esterna il dramma personale del protagonista, e questo narrativamente funziona. Il film è molto ben congegnato, anche se il padre non cambia né volto, né idee né emozioni durante la storia. Qualunque cosa scopra.  Se lo si dice per il film di Andrea Molaioli con Servillo, bisogna dirlo anche di questo film.

    Una cartina di tornasole del mancato cambiamento di questo personaggio, si può trovare nella sua relazione con la moglie, splendida e intensissima Susan Sarandon. Se c’è cambiamento, evoluzione, si dovrebbe vedere proprio lì, nel matrimonio. Invece niente, questa moglie viene lentamente lasciata alla deriva e poi dimenticata, se non per un piccolo cenno, quando si capisce che non ubbidisce più a quello che il marito le dice.

    L’altra questione è relativa all’impianto narrativo. Perché il film è come tagliato in mezzo. Mentre il protagonista è il padre e la linea dell’azione è l’indagine, il personaggio che la conduce maggiormente è la giovane detective. Ne va di conseguenza che il protagonista fruisce delle azioni di altri più che delle proprie, diventando così lievemente passivo, e quindi più debolmente aperto al cambiamento e ai rischi che comporta.

    Ma più in generale, la perplessità è sempre quella: quando un film non nasce per mostrare ma per dimostrare, le conseguenze si vedono. E’ davvero difficile credere a un ex militare che non sappia nulla delle violenze in Irak. E ancora una volta un film di denuncia contro governo ed esercito americani diventa un lavoro ben confezionato, con sprazzi persino da cinema di genere. Che dice con grande evidenza una cosa facendole scivolare dentro quella contraria. 

L’amarezza di oggi – Il Festival di Canzo

mercoledì 10 ottobre 2007

Qualche giorno fa ho ricevuto questa mail. Mi sembra giusto interrompere la serie di radiografie su Venezia 2007 per far sapere a più persone possibili quello che ha da dire Mauro Antonelli.

 

    Mi arrendo. Dopo 15 anni di onorato servizio, chiude, almeno per il momento, il Video Festival di Canzo. Ho sempre cercato, pur tra mille difficoltà, di fare un festival con serietà, avendo come obiettivi prioritari quelli della soddisfazione dei concorrenti e degli spettatori. Per questo una giuria esterna all’organizzazione di grande competenza ha sempre selezionato le opere al pubblico. Una cosa di cui vado fiero. Per questo la partecipazione al concorso è sempre stata gratuita, così come l’ingresso in teatro.

    Purtroppo i soldi sono sempre meno sufficienti e arrivano sempre più tardi, cosa che in questi ultimi 3 anni mi ha costretto a spostare il festival dalla data tradizionale di settembre a novembre poi a dicembre. Mentre il mio tempo libero è sempre meno, ogni cosa diventa sempre più complicata. Preferisco chiudere, allora, piuttosto che tradire quello che ho considerato fin dall’inizio un punto fermo: lavorare per un festival di qualità.
Meglio chiudere, insomma, piuttosto che accettare un compromesso al ribasso. Tradirei
voi, il lavoro da me svolto in questi 15 anni, le notti passate in bianco. Inutile dire che la cosa mi addolora. Grazie a tutti. In attesa di tempi migliori… Mauro Antonelli

 

   Caro Mauro, non sono mai stato personalmente al Festival di Canzo. Ma lo spirito che lo ha animato e che traspare dalle tue parole l’ho visto spesso in giro per l’Italia. Nell’allora neonato Genova Film Festival, qualche anno fa a Nettuno, a Chianciano, a Malesco, a Precicchie. In Liguria, nelle Marche, in Toscana, in Puglia, in Sicilia… dappertutto l’Italia è piena di persone che fanno con amore e senza denaro quello che dovrebbe fare uno Stato: far girare la cultura, rimescolare le idee, farci crescere insieme.

     Ma il nostro Stato non lo fa, e non si occupa di sostenere quelli che lo fanno al posto suo. Dietro il grande equivoco che democrazia significhi dare al pubblico quello che il pubblico chiede – e cioè rispecchiare l’audience – si nasconde la vigliaccheria di chi finge di ignorare che democrazia significhi in realtà offrire al popolo le possibilità sempre migliori che si hanno a disposizione. Ivi comprese quelle che il popolo ancora non chiede perché non conosce.

    La tua amarezza è la mia e quella di molti. Lo dico oggi con un governo di Sinistra esattamente come lo dicevo ieri con un governo di Destra. Nessuna illusione. Nessuna prospettiva. Se ci hai messo le mani lo sai. Per questo credo che dobbiamo diventare bravi. Anzi, bravissimi. Fare film che non costino niente, talmente forti da andare in giro perché la gente li vuole, perché ne ha bisogno. Insistere con il coraggio di pensare e ostinarsi a farlo.

    Questa breve risposta è solo un ringraziamento a te per questi quindici anni. Per le tue notti passate in bianco. Sono state fra le più belle della tua vita credo, e hanno regalato immagini a gente che non le avrebbe mai viste. Hai visto i gemelli De Serio, Christian Angeli, Andrea Caccia, Miniero e Genovese, Samantha Casella e i moltissimi altri ? I nostri filmmaker fanno un cinema molto più bello del cinema italiano… E i luoghi in cui questi personaggi si possono conoscere sono quelli come il Festival di Canzo. Mi auguro di vederlo in futuro rinascere, e di venire personalmente a visitarlo, pensando a questa fine semplicemente come a una temporanea interruzione. Con affetto. Giovanni.

Radiografie / Venezia 2007 – It’s a free world, di Ken Loach

sabato 6 ottobre 2007

 

 

 

     Certe volte il segno distintivo di un film lo individui nel tipo di ostacoli che mette sul percorso del protagonista. E alla fine credo che il segno distintivo del cinema di Ken Loach sia che l’ostacolo è sempre dato dalla difficoltà del contesto sociale. Lavoro, soldi e disagio nel suo cinema prevalgono su turbamenti del cuore, crisi esistenziali e maturazioni profonde. C’è quindi già per indole innata una maggiore attenzione al contesto che al cuore del personaggio.

    Solitamente, e anche in questo caso, Ken Loach convince comunque, perché è formidabile il suo lavoro sulla non – recitazione degli attori. (A questo proposito torno sul tema del nostro cinema: ma perché Ken Loach prende Kierston Wareing e Juliet Ellis,  due illustri sconosciute, e nel suo film sono bravissime ? Fortuna ? O logiche di produzione che tengono un po’ meno conto degli amici da piazzare? Non si trovano in Italia due sconosciute brave ?) Questo lavoro di verità sugli attori gli consente di far sentire il pubblico sempre in mezzo alla scena, e l’interiorità magari non così approfondita della sceneggiatura viene abilmente compensata dall’immediatezza e dalla verità delle parole e dei silenzi.

    In questo film mi sembra che ci sia un forte riferimento a una tappa del viaggio dell’eroe classico, più specificamente dell’eroina classica: la lotta contro il drago a due teste, dove una testa rappresenta la famiglia e l’altra la carriera. Un tipo di lotta che una marea di donne si trova quotidianamente a combattere. Domare entrambe le cose senza perdere su nessuno dei due fronti fa di una donna una vera eroina. 

    In questo caso, la protagonista ha un figlio ed è senza marito. Il figlio è “gestito” dai nonni e vive da loro: la madre è troppo presa nella realizzazione di un’agenzia di lavoro temporaneo che funzioni e che le dia una stabilità economica, ed è tutta assorbita dall’idea di fare qualcosa di buono nel mondo. Questo è un momento del film in cui la scommessa della sceneggiatura si fa ardita. Perchè difficilmente si entra in empatia con una madre che, potendolo fare, non torna nella casa in cui vive suo figlio nemmeno per dormire.

    Così, questo figlio è in balìa delle proprie violenze scolastiche, dei suoi colloqui sempre da ultima spiaggia con i nonni, gli psicologi, i presidi… e questa madre non vuole o non riesce a entrare in contatto con lui. Finché in una scena colpevolmente poco credibile, dovendo passare con il bambino quattro giorni, alla prima sera lo manda ad aprire la porta di casa dove qualcuno ha bussato perché non vuole fermare il videoregistratore proprio sul più bello. Se già prima era difficile entrare in contatto con questa eroina, a questo punto del film il pubblico se ne distanzia nettamente. Ma continua a fare il tifo per lei.

    Difatti nel complesso sono convinto che il film piacerà. Magari non sarà uno dei più grandi successi di Loach ma funzionerà. Però… queste latitanze di sceneggiatura negli approfondimenti sono davvero un peccato. Diciamo che quegli ostacoli di cui dicevo all’inizio, e che Loach identifica spesso con il sociale, non riescono in questo film a costituire una linea di pressione precisa, che incida in un punto preciso del personaggio, che ce lo mostri per quello che è nella sua intimità. Continuiamo a non capire perché la protagonista non si prenda un po’ più cura di questo figlio, rimaniamo basiti di fronte al suo progressivo cinismo, che la porta a mollare i riferimenti della giusta causa per sposare quelli del business.

    Sembra, più che un personaggio, una funzione drammaturgica che serve a Loach per dimostrare un teorema. Nei film a tesi spesso succede così. L’ultimo di grande successo ad avere questo problema era stato, secondo me, Match Point di Woody Allen. Anche lì si sapeva dall’inizio come sarebbe andata e il film non faceva che sviluppare un teorema. Anche se si parla di  cose private non è detto che la sceneggiatura sappia diventare intima. E tuttavia Match Point andò benissimo. Forse piaceva il teorema, forse era il momento buono per enunciarlo. Ma sono convinto che quel film invecchierà presto. 

    Rimane però quel tocco di Loach che è inconfondibile. Quella camera così vicina ai suoi personaggi, così partecipe del dramma che ha davanti. E questo è bello. Soprattutto perché anche in questo film ha saputo rasentare i muri sporchi, gli odori, le miserie, rimanendo sempre cinema, non diventando mai inchiesta giornalistica o scoop, o film di ricerca e d’avanguardia (che più vecchia non si può) con macchina a mano tremebonda per far capire che si tratta di cine-verità.

    Un signore vero, che ha girato in modo persino affascinante i sobborghi della povertà e dell’immigrazione, una sceneggiatura che però non incide mai sotto la pelle. E alla fine, che ci piaccia o no, dalle storie è il sangue delle cose che vogliamo.

     

Radiografie / Locarno 2007 – Joshua, di George Ratliff

martedì 2 ottobre 2007

 

 

 

    Non mi era mai capitato, a memoria, di vedere un film torchiare così duramente una platea.  La gente non riesce a distogliere lo sguardo e non ne può più di uscire. Di rivedere il cielo, la luce del sole o anche dei lampioni. Eppure, nessuno ha desistito. Perché Joshua è un film che non ti chiede di essere visto, ti chiude nell’angolo e ti zittisce finché non è finito.

    E’ un interno familiare borghese con genitori e bambino di nove anni, Joshua appunto. Il film comincia con la nascita tardiva di una sorellina. L’evento provoca un dissesto psicologico nella famiglia, che si fa sempre più disperato perché il risentimento e la gelosia del bambino si innestano sulla sua intelligenza da superdotato, e trovano carne molle da pugnalare nella psiche debole e depressa della madre. Il padre media, supervisiona, copre le magagne, accorre in aiuto di chiunque. Ma naturalmente non basta. E la situazione degenera sempre di più. Non svelo il finale.

    Ma mi è indispensabile dire che nello sviluppo della storia, nella seconda metà del secondo atto, fa capolino la realtà dell’abuso. Joshua mostra un’aggressività macabra, incline alla necrofilia. Da qualche parte la crudeltà che riceve dalla vita deve poter uscire, e le vittime sono di volta in volta i criceti che stavano in classe, il cane del suo papà, addirittura la nonna. Ma il suo talento gli consente di non farsi beccare mai. Non c’è mai la certezza assoluta che il colpevole sia lui.

    Nel punto più cupo del film, Joshua chiede alla mamma – disperata e depressissima – di giocare con lui. Con grande fatica la madre accetta. E quando smette di contare, Joshua non si trova più, e nemmeno la sorellina nella culla. Tutta la sequenza è girata, montata e musicata in perfetto stile horror.  E derivando dal clima di assoluta “imprendibilità” di Joshua, crea nella vicenda un clima thriller molto vicino al genere vero e proprio. Per un certo verso questo è il punto di maggior abilità di tutto il film. Perché iniziare in modo realistico, intenso, vero, e pian piano inserire nel racconto degli elementi di genere è tutt’altro che facile. 

    Il film si può scucire, la credibilità crollare. Ma se si riesce in questo inserimento, si innesta su un dramma realistico la forza degli elementi del genere. Esito: un torchio per la platea, una tagliola per il respiro. Efficacissimo. Certo, se devo essere sincero in questo momento non sarei andato a vedere un film così.

     Sia come sia, c’è un altro aspetto nell’impianto narrativo che invece mi sembra funzionare meno. E’ vero che in una famiglia possono esserci sia una madre con depressione post partum che una situazione di abuso su un bambino. Ma siamo sempre lì: se gli elementi drammatici non sono concatenati l’uno all’altro da una necessità drammatica profonda ma sono semplicemente aggiunti l’uno all’altro, qualcosa dentro di noi ci avvisa che la storia non è del tutto vera. Che sa per lo meno di costruito. Ma vorrei chiarire questo punto.

    Non si tratta di raccontare al massimo un problema a storia. Se ne possono raccontare anche dieci se si è capaci. Ma i problemi sono ostacoli, e gli ostacoli sono destinati a svelare il cuore del personaggio, a farlo lottare contro il proprio fatal flaw. Se cominciano ad essere aggiunti per il semplice fatto che nella realtà possono coesistere senza nessuna spiegazione particolare, significa che stiamo dimenticando che il senso di una storia è toccare la profondità di un animo. Di un personaggio. Allora può essere anche che Joshua soffra di calli, per esempio, ma non per questo è il caso di dirlo. Forse la nonna era malata di cuore, ma non c’è ragione di fermarcisi sopra. Non perché non sia grave, ma perché non si trova sulla linea degli ostacoli che puntano al vero tema del film.

     Così, Joshua si svela anche un po’ nel gioco furbo che fa. E quelle sequenze abilmente virate in horror assumono anche un altro senso, meno perfetto di quello precedente. Sì, nel complesso se siete in un buon momento, se il tempo è bello, se non avete nessuna particolare afflizione, Joshua può essere un film che vale davvero la pena di vedere. Se no magari… conoscete un buon ristorante ?