Archivio di novembre 2007

Lo spunto di oggi – Universi immaginari

mercoledì 28 novembre 2007

 

 

 

   Viviamo in un mondo reale che conosciamo appena e in una quantità di universi immaginari che conosciamo alla perfezione. Mi capita di leggere questa considerazione di Declan Donnellan e mi colpisce profondamente. Non finisco mai di capire che non esiste storia se non di qualcuno, non esiste realtà se non configurata da un pensiero, non esiste panorama di valori e di senso se non nel solco del nostro sguardo.

    Forse una storia ben raccontata è in realtà uno stato di coscienza, il mondo ha il senso che noi gli diamo: persone e cose un tempo importanti oggi si rivelano trasparenti, inesistenti. E viceversa. Credo per ognuno di noi.
Non sembra molto incoraggiante: pensare che tutti noi viviamo in un nostro mondo e che ci troviamo su una piattaforma instabile che è quella che ci permette di incontrarci, può farci disperare rispetto alle possibilità di capirci.

    Ma questo, da narratori, ci dice ancora più chiaramente che dobbiamo mollare il nostro sguardo sulle cose. Semplicemente perché è il nostro. Assumere quello dei personaggi, di ognuno di loro. Data la realtà costruita all’esterno, riconfigurarla in sempre nuove scale interne di valori. Per ogni testa un mondo di senso diverso, per ogni cuore un mondo emozionale specifico.
Alla fine ti rendi conto che non esiste storia più altra da te di quella che stai scrivendo. E al tempo stesso più intima.

    Quando giri è uguale, con la stratificazione ulteriore del punto di vista dell’attore, che a volte tende a guardare il personaggio con i propri occhi anziché a guardare il mondo con gli occhi del personaggio. E il discorso non può non estendersi anche all’ultimo livello: l’impatto della storia con il pubblico. Qui ci aveva già pensato Bergman: “La storia che si racconta non è mai la stessa che si ascolta”.

Lo spunto di oggi – L’arte di piacere

domenica 25 novembre 2007

E’ una cosa che mi succedeva spesso anni fa, ora sempre di meno. Essere accusato di snobismo. I film che piacciono a tutti a te non piacciono mai, se non sono un po’ noiosi tu non sei felice, se si capiscono sono popolari e quindi non ti vanno bene, se invece sono incomprensibili sono geniali, se non succede niente sono poetici, se parlano del sociale sono coraggiosi ecc.

Confesso che ancora oggi nei miei corsi sostengo che se un libro o un film piacciono a tutto il pianeta, c’è qualcosa che non va. Ma è giusto motivare la battuta, e per farlo vorrei rifarmi alla realtà televisiva. Tutti noi siamo più o meno convinti di pagare un canone a Rai o Sky in cambio di una serie di servizi. Insomma, paghiamo per ricevere intrattenimento informazione e spettacolo. Invece… questo succede ma è una fetta ridicola del fenomeno. 

 In realtà Sky e Rai vendono noi ai veri sostenitori dei network: gli sponsor. Dire a uno sponsor che si hanno duecento spettatori in prime time e dirgli che se ne hanno tre milioni fa una certa differenza. Una differenza che consente ai network di sopravvivere o meno. Di produrre addirittura, in America. Lo sponsor per dare tutto quel denaro vuole essere sicuro che la programmazione nella quale compare con il suo marchio  sia seguita dal  più alto numero di spettatori.  Ed ecco che siamo noi, quindi, la moneta di scambio: noi che veniamo offerti all’inserzionista affinché l’inserzionista paghi e finanzi il network.

Ecco il punto, quindi: come costruire una serie che piaccia a tutti e che dia inserzionisti e soldi ? Una delle caratteristiche obbligatorie del prodotto globale è che non abbia punte. E cioè la troppa violenza, il sesso, la critica sociale ecc. Perché le punte sono sintetiche di posizioni antitetiche. Sono il contrario dell’accomodamento, sono punti di vista forti, penetranti. Le punte piacciono o dispiacciono, dividono. E quindi se si vuole accontentare tutti… si sta in mezzo.

Il fatto è che scrivere storie che senso ha se non quello di portarci in territori nei quali la vita quotidiana non ci conduce, perché farlo se non per guardare la verità con occhi diversi, se non per comprendere punti di vista lontani, altri cervelli e altri cuori ? Perché scrivere storie che confermino il mondo che già conosciamo o che – peggio – vogliamo pensare essere l’unico mondo  esistente ?

Ecco perché, in tutti questi anni, ho sempre evitato i prodotti di grande impatto mediatico. Oggi quando ne riconosco la perizia tecnica ne rimango ammirato.  Ma alla fine mi accorgo che cerco altro. Soprattutto, altro da me.

 

Lo spunto di oggi – Ancora la paura

mercoledì 21 novembre 2007

 

 

 

    Torno dalle riprese di un convegno in Centro a Milano. Cavalletto, borsa con telecamera, e persino un prolungone di 20 metri. Tram pieno. Rimango in piedi, e vicino a me due fidanzati. Lei magra e con il nasino affilato, lui con una faccia larga e piatta da pesce palla, con occhi tondi e neri che ruotano intorno stile ho vent’anni, son felice e non so dove mi trovo.

    Discutono. Poi si danno qualche bacetto poi ridiscutono. Il problema è che “la Paola” ha fatto un figlio e suo marito le ha tenuto la mano durante il parto. Lui invece, pesce palla, asserisce di non volerne sapere.

“Dico solo che preferisco non conoscere i dettagli, scusa non posso non aver piacere ?”

“Sei matto! – fa lei inacidita e di colpo più vecchia - Io mi tiro un culo così per nove mesi e tu fai il favore di star dentro almeno per quei tre minuti!”

“Tre minuti ? La Paola ci ha messo più di dodici ore”.

“Appunto, ma lo vedi ? Appunto! E il marito è stato lì… eddai se ce l’ha fatta il marito della Paola… Guarda che se non ci stai, il bambino te lo metti dove dico io.”

    Sguardi fugaci tra gli astanti. Qualcuno conosce il marito della Paola? Nessuno, pare. E il destino atroce di quel bambino nel caso il futuro padre non ci stesse… nemmeno gli astanti vogliono conoscere i dettagli. Intanto la prolunga mi scivola sempre di più ad ogni frenatina. 

    E la mia mente va al convegno. Il convegno trattava lo spinoso tema dei graffiti sui muri e dei relativi graffitari. Un convegno organizzato a Palazzo Marino. Molto istruttivo. Si parlava di diversi assorbimenti dell’inchiostro da parte dei diversi tipi di muri. E delle sanzioni che si potrebbero dare. E della permanenza media di un graffito. E del fatto che almeno graffitassero in periferia. E del fatto che la famiglia dovrebbe e invece. E si diceva di trasgressioni e repressioni, di controlli, di arresti, di indagini.

    Mentre questi due evitavano di parlare del bambino e a Palazzo Marino evitavano di parlare dei giovani, torna fuori lei, ossessiva come sempre: La Durezza dell’Acqua. E’ quello che ho fatto anch’io. Evitare di parlare del problema per un sacco di tempo, finché non ho preso coraggio e ho guardato quello che andava veramente guardato. Almeno spero.  E ho capito un’altra strategia della paura: la nebbia.

    Quando abbiamo paura, come pesce palla preferiamo non conoscere i dettagli. La paura è nemica della chiarezza, della nostra attitudine a distinguere, discernere, scegliere e riconoscere. Prende un autore sottilmente e lo inganna anche per molto tempo con le sirene delle strutture, delle scelte narrative alternative… Balle. Le possibilità quando scrivi sono moltissime. La necessità una sola.

    Per cui, scendendo dal tram penso che un giorno quel bambino finalmente piangerà, e che suo padre si risveglierà dal proprio acquario in cui rotea i suoi tondi occhi neri, che i giovani riusciranno a portare veramente il fuoco su di sé e sui loro drammi, e gli occhi dei politici si sposteranno dai muri e con coraggio guarderanno a loro.

    E che… La Durezza dell’Acqua con tutti i suoi limiti riuscirà a toccare qualcosa dentro di noi, e senza pretendere di cambiare alcunché, ci farà sentire qualcosa che ci passa dentro, e che ci tiene vivi.

Lo spunto di oggi – La Durezza dell’Acqua

domenica 18 novembre 2007

 

 

 

    Alla fine è arrivata anche l’ultima parola. E dopo tre anni abbondanti, la sceneggiatura è finita.  Ora che è qui, davanti a me, mi rendo conto che tutto il lavoro è ruotato intorno alla paura. Una paura così profonda che nemmeno sapevo di provarla. Senza dubbio la questione era già aperta dentro di me, ma la consapevolezza della cosa è questione assai diversa. Metto qui di fila, a titolo di battesimo, la prima scena.

 

SCENA 1. EST. ALBA -  SPIAGGIA DI RIVA TRIGOSO

Il cielo terso dell’alba. Il rumore del mare tranquillo, qualche cinguettìo in lontananza.  Dopo qualche istante di silenzio…

VOCE FUORI CAMPO DI BEPPE

Tu sei più forte dell’acqua, tu sei più forte del freddo,

tu sei più forte del buio…

 

Un rumore di passi nell’acqua, in avvicinamento…

 

I piedi di FRANCESCA, giovani e snelli, corrono sul bagnasciuga con passo di gazzella. Il rumore del suo respiro sotto sforzo.

 

VOCE FUORI CAMPO DI BEPPE

Tu sei più forte di ogni paura, perché la paura ha la

forza che le dai tu…

Il viso di FRANCESCA mentre corre. E’ una donna sui trent’anni, magra, capelli castani legati dietro. Una felpa grigia leggera bagnata di sudore. Gli occhi bendati da una fascia nera.

La mano destra di FRANCESCA tiene un cronometro. 

 

Quindi forse che la paura c’entrasse non era così difficile capirlo.

    Una prima paura riguardava lo scrivere, è da tempo che provo a capire questa cosa. Perché chi scrive pensa (la paura glie lo fa pensare) di dover cercare dentro, attraverso una profonda concentrazione, di dover inventare quello che non c’è, di dover costruire storie pescando da chissà dove. E invece le storie sono tutte intorno a noi, anche quelle dei nostri personaggi. Sono già lì e bisogna solo vederle.

    Chi scrive spesso cerca nel passato e nell’interiorità, temendo il futuro della riuscita e del giudizio. E non vivendo l’unico tempo che è davvero utile allo scopo: il presente. E questo pensiero che la storia debba uscire da noi per intero e per magia, ci dà sempre un grande senso di colpa e di frustrazione, perché le nostre risorse non sono infinite e le storie rimangono spesso troppo piccole.

    Ma il discorso è lungo….

Lo spunto di oggi – La Metropolitana

giovedì 15 novembre 2007

 

 

 

    Mi trascino il bagaglio su rotelle, destinazione Stazione Centrale. Prendo la gialla a Missori. Con la destra stringo la valigia scorrevole, con la sinistra timbro. Sarà l’ora del mattino, ma sbaglio porta. Si apre quella di fianco. Torno indietro e passo.
Non penso alla questione e salgo sul treno.

    Cinque ore dopo sono nella metropolitana di Roma, linea b destinazione Piramide. Compro un biglietto, mi avvicino ai cancelletti e timbro. E si riapre la porta accanto. A quel punto i pochi neuroni cominciano a lavorare faticosamente, e arrivano all’ovvia conclusione che il mondo è fatto per i destri. Costretto a timbrare con la sinistra ho scoperto che i mancini devono timbrare con la mano scomoda, a meno che non sviluppino una raffinatissima tecnica nel girarsi di spalle.

    Questo tipo di beat, di piccolo episodio, è scrittura allo stato puro. Neutro, efficace, oggettivo. La discriminazione non è sempre un fatto drammatico o melodrammatico. E’ quotidiana, normale. Scene così non sono contenute nel progetto strutturale. Le trovi se guardi da dentro, con la pancia, la fatica e il respiro. Con il tempo d’attesa che si prende mentre si scrive, per capire.
Più invecchio – quindi sono già a buon punto – più mi rendo conto che senza conoscere non si può scrivere, e che scrivere è un modo straordinario per conoscere.

    Ecco perché sono a disagio quando sento chiedere agli autori cosa volessero comunicare. Preferirei sentir chiedere agli autori che cos’hanno capito – se lo hanno capito – attraverso il loro percorso.

Lo spunto di oggi – Necessari e sorprendenti

lunedì 12 novembre 2007

 

 

 

    E’ stato un allievo qualche tempo fa a pormi la domanda: “Tu dici che bisogna qualificare l’azione del personaggio nel modo più sorprendente all’interno del campo delimitato dalla necessità. Mi sembra una cosa molto teorica perché alla fine un personaggio fa quello che fa”.

    E’ vero, un personaggio fa quello che fa. Capisco l’equivoco, credo: se dobbiamo sempre cercare l’azione più sorprendente, più spiazzante, più originale, alla fine questo cozza contro il nostro obiettivo profondo che è sondare la verità del personaggio. Insomma, se abbiamo sete apriamo il frigo e beviamo, non è che ogni volta dobbiamo superare un serial killer per prendere il bicchiere.

     Ma il problema è su un altro piano. In cosa consiste veramente l’originalità di un’azione ? Un’azione è lo sviluppo concreto, fisico e tangibile del desiderio che la sottende. La sua originalità non consiste nella sua stranezza, ma nella sua relazione con il desiderio. Facciamo un esempio concreto, perché certe cose si fa prima a vederle che a spiegarle.

    Fellini, I Vitelloni. Prendiamo tutto il gruppo dei “vitelloni”. Qual è il loro desiderio profondo ? Vivere una vita emozionante e splendente, fare qualcosa di straordinario. Qual è l’ostacolo che si trovano davanti ? La concretezza di ogni cosa. Un motore che si ferma, ad esempio, li espone alla scena più famosa del film, con l’inseguimento dei contadini che stavano lavorando la terra. Ogni elemento di realtà fisica cozza contro il loro stare sulla spiaggia a contemplare la luna.

    E.. l’azione ? L’azione è rifiutare. Per tutto il film i vitelloni rifiutano la vita concreta. Rifiutano di cominciare a vivere perché questo gli costerebbe smettere di sognare. Le infinite possibilità che si vogliono riconoscere davanti si infrangerebbero di fronte all’unica esperienza concreta possibile: un lavoro e la vita. E quindi ? Quindi non fanno niente. Per raggiungere il desiderio di vivere una vita straordinaria, compiono l’azione di non vivere nemmeno una vita reale. L’uomo è un labirinto di contraddizioni e di possibilità, e il cinema ben scritto lo sonda meravigliosamente.

    Ecco cosa intendevo dire: che l’azione non sia banale nel suo rapporto con il desiderio che la genera. Aprire il frigo e bere può essere la cosa più sconvolgente del mondo, dipende da cosa significa in quel momento. Di contro, quanti serial killer banali abbiamo visto in tv e al cinema ?  Potremmo dire che l’azione ideale dovrebbe essere quasi divergente rispetto al desiderio verso cui tende. Ma siccome con questo entreremmo in contraddizione con i manuali di sceneggiatura, non diciamolo…

Radiografie – Ratatouille, di Brad Bird e Jan Pinkava / seconda parte

giovedì 8 novembre 2007
 
 
 
 
    Arriva per tutti. Il tempo del fare. Nel caso di Remy e di Linguini, del fare insieme. E qui c’è un nuovo punto chiave del viaggio: nella casetta di Linguini, uomo e ratto cercano un linguaggio. Linguini deve interpretare le tirate di capelli di Remy e farle diventare azioni concrete. Nient’altro che mettere d’accordo testa e mani. Perché a questo punto è chiaro che ratto e uomo sono due parti dello stesso essere, e che il primo linguaggio che dobbiamo costruire è quello che ci permette di comunicare correttamente con noi stessi.
    Fra intenzione e azione, fra progetto e realizzazione, fra le idee e le cose c’è un lungo e sempre faticoso percorso. Soprattutto per chi ha sognato tanto e ha grandi speranze, i conti con la realtà sono affilati come lame. Ed eccola la realtà. Una cucina di lusso nella quale viene realizzato ogni sera il verbo del grande Gusteau. L’ostilità del nuovo cuoco mette Linguini alle prese con una ricetta che Gusteau stesso definiva maledetta, non riuscita. Niente di che stupirsi, ormai lo sappiamo: il mondo non ci vuole mai, all’inizio.
    Finché non lo portiamo ad avere bisogno di noi.
E c’è un solo modo per farlo: dargli di più di quello che si merita. Quello di cui necessita la ricetta maledetta è solo un modo diverso di essere guardata. Finché le ricette sono regole noi non possiamo che esserne gli esecutori. Ma se le ricette vengono viste come indicazioni di possibili strade, allora noi diventiamo viaggiatori, interpreti, scopritori. In un mondo nel quale tutti sono al servizio delle ricette di Gusteau, Remy capisce che le ricette sono al servizio di chi mangia. E reinventa il piatto, contraddicendo la ricetta e sposandone il senso profondo.
    Dare al mondo il meglio di sé comporta sempre delle fratture. Perché una parte del mondo si apre alle risorse che offriamo, mentre l’altra resiste nella difesa dell’istituito. Per questo si scatena una nuova serie di sfide e di trappole che qui sarebbe lungo analizzare. Di fatto però possiamo dire questo: una volta che il mondo scopre un contributo di novità, tende subito a dargli un ruolo, ad istituirlo appunto, e quindi quasi a spegnerlo. E’ il prezzo dell’ingranaggio e dell’integrazione. In questo tentativo di “appropriarsi” di qualcuno, l’ingranaggio deve far fuori qualcun altro. La novità e la qualità portano invidie e conflitti. Come dentro di noi: ogni novità crea fratture e ricomposizioni dolorose.
    Nonostante Remy veda il mondo in trasparenza attraverso il cappello da cuoco di Linguini – delicata ed elegante carezza a chi è costretto a vedere il mondo dietro il burka – questo ristorante comincia ad essere un mondo irrinunciabile, nel quale i due personaggi si trovano sempre meglio. E quando il nostro extra – mondo ci ha portati con sé e ci ha assorbiti in pieno, quando gli abbiamo dato il meglio e siamo stati riconosciuti per quello che valiamo, quando siamo felici di noi e di quello che stiamo riuscendo a fare… tutto ciò da cui siamo partiti torna a farsi vivo.
    La famiglia, segno dell’appartenenza e della provenienza, e il padre, segno dei valori di riferimento cui siamo stati istruiti e formati. E di colpo, al rispuntare della sua tribù, Remy capisce quanto è andato lontano. Seguire se stessi profondamente apre tagli non ricomponibili in questa vita. Il padre può volergli tutto il bene del mondo ma non può smettere di essere un topo e di essergli padre. E tutto questo amore per gli uomini no, proprio non lo può accettare. Così conduce Remy davanti a un negozio di trappole per topi. Oltre la vetrina, come nel barattolo di vetro del primo atto, ci sono i topi morti nelle tagliole e nelle molle, e il padre invita Remy a rendersi conto di che cos’è l’uomo. E sono lì, padre e figlio, di fronte ai cadaveri oltre il vetro: chiusi fuori contro chiusi dentro.
    Qui si decide. C’è il momento che apre le porte al terzo atto. Se da “piccolo” qualcuno lo aveva liberato da un barattolo, da adulto deve avere la forza di farlo da solo. Ratatouille è essenzialmente un film sulla libertà, e la libertà ha un costo altissimo. E’ tutto in quel fermo immagine del primo atto, con Remy che fugge dalle fucilate della signora rompendo il vetro – ancora – e recando con sé il libro del cuore. Mentre il padre contempla l’orrore delle trappole in vetrina, Remy sente che la trappola è stare lì, affacciati sul versante delle proprie paure. E se ne va. Trotterellando lungo il marciapiede sfila via, verso le sfide finali che lo attendono. E che non analizziamo qui, per non disturbare il finale a chi lo vorrà vedere.

Radiografie – Ratatouille, di Brad Bird e Jan Pinkava / prima parte

lunedì 5 novembre 2007

 

 

 

 

    Barattoli di vetro, cofani di automobili, trappole, lucchetti, maniglie a scatto. Ratatouille è essenzialmente un film sulla libertà. Quello che colpisce degli americani, quando sono bravi, è la concretezza di cui sono capaci in sceneggiatura. Nessuno come loro sa rendere i temi profondi così tangibili sullo schermo. Indifferenti alle accuse di didascalismo -  non del tutto immotivate  – che gli arrivano dall’Europa, continuano a produrre storie nelle quali l’arco degli eventi incide sempre con puntualità e precisione sul tema del film.

    Storia di un topo che scopre dentro di sé una personalità importante, Ratatouille narra la lunga e dolorosissima lotta che ognuno di noi compie per incontrare se stesso senza paura. La strada che conduce al nostro cuore passa necessariamente da tutti gli altri e da tutto il resto. Un percorso ad ostacoli, che ad ogni salto ci toglie sogni, illusioni, speranze. Ad ogni giro di corsa ci spoglia un po’ della poesia con cui eravamo partiti. Fino a che non ci rendiamo conto che quella non era poesia, ma un’idea facile, falsa e superficiale di noi stessi, della vita e del mondo.

    Incontrare se stessi e decidere di conoscersi comporta la messa in gioco di tutto ciò in cui eravamo inseriti prima: relazioni, ruoli, reputazione. La paura è sempre lì con noi a spiegarci che le svolte sono sconsiderate e impossibili. Questo pensa Remy, solo sul bordo di una fogna di Parigi, sganciato dal resto della sua famiglia in fuga perché attardatosi con il libro del grande cuoco Gusteau. La paura sa mascherarsi da consapevolezza e parla con parole che sanno di verità: tu sei quello che sei, non puoi cambiare le cose. Qui c’è l’alzata tematica, nel cuore del primo atto: il fantasma di Gusteau parla al topino Remy e gli dice: “Se non lasci quello che hai vissuto non puoi aprirti a quello che verrà”. Questa è l’asse tematica del film.

    Il percorso ha inizio dalla più semplice e dalla più difficile delle cose: la capacità di ascoltare. Il primo atto è finemente tessuto su questa linea: i compagni di Remy pensano solo a mangiare e non ascoltano nemmeno una frase di quello che lui dice. La sua famiglia vive in un’interruzione continua e in una superficialità disarmante, e congela le parole di Remy oltre un invisibile muro di estraneità. Remy invece entra nella casa di una signora, dove può ascoltare il grande cuoco Gusteau che parla in televisione e spiega le sue ricette.  La prima mossa della paura per impedirci di partire è fare in modo che non ascoltiamo. Ogni parola che entra ad abitare in noi è potenziale portatrice di cambiamento, e il cambiamento è morte di quel che viene cambiato e nascita di quel che non si conosce. Remy, quindi, senza compiere alcun atto clamoroso, si impone sottilmente come un eroe piccolo ma coraggioso.

    Emerso dalla fogna, Remy si trova alle soglie dell’ extra – mondo che lo attende: il ristorante del grande Gusteau. Ma maturare la decisione definitiva, fare il salto e buttarsi, non è mai facile, e richiede una dose di follia, di abbandono e di incoscienza che è quella che ognuno di noi mette nella scelta di una relazione, di un lavoro, di una casa nuova. Eccoci dentro il ristorante, impauriti come il piccolo Remy, e scopriamo che lungi dal mantenere le meraviglie che immaginavamo, il mondo in cui ci siamo buttati è pieno di insidie, di pericoli mortali e di umiliazioni. Gran finale: sembra non avere alcun bisogno di noi, perché ogni mondo che si costituisce tende a conservare se stesso e il proprio funzionamento, a rifiutare gli estranei come noi rifiutiamo il cambiamento. Il mondo ci somiglia, essendo opera nostra, per questo ci fa tanta rabbia…

    Ancora una volta la chiave è osservare. Amici, nemici. Di chi fidarsi e chi temere. E ci si fida sempre dei più deboli, perché almeno non possono nuocere. Così Remy finisce insieme allo sguattero Linguini. Lo salva da un disastro culinario correggendo di nascosto la ricetta di una zuppa. La zuppa ottiene un grande successo e Linguini viene chiamato a replicarla, pena la perdita del posto di lavoro. Remy viene visto e catturato, e Linguini viene incaricato di far secco il topo lontano dal ristorante. Remy finisce in un barattolo di vetro in mano al ragazzino, sul bordo della Senna. E mentre l’acqua del fiume  scorre a simboleggiare la vita che passa, i nostri eroi sono lì, uno di fronte all’altro: chiuso dentro contro chiuso fuori, il vetro è uno specchio e i due si riconoscono.

    Tra perdenti si parla. Così Linguini capisce che la ricetta è opera del topo. Ascoltare non ha senso se non è seguito da credere. Ci vuole ancora coraggio. I due sono liberi solo di stare insieme: l’uno introduce l’altro nella cucina dei sogni, e questo gli fa eseguire di nuovo la ricetta. E’ una scommessa, un patto. Linguini apre il barattolo. E qui c’è la prima chiave portante del film. Il mid-point dei due personaggi, il loro punto di morte che precede l’intuizione decisiva: Remy scappa per qualche metro poi si ferma e capisce. Una volta che assaporiamo la libertà ci viene addosso la domanda necessaria e inevitabile: liberi di fare cosa ?

    La libertà è libertà di diventare pienamente se stessi, e cioè di ubbidire con scrupolo a quello che siamo profondamente. A che serve a Remy scappare verso la vita di prima ? L’unica strada alla vita che ha sognato e per la quale ha così tanto rischiato, è accettare un’altra svolta profonda nel suo percorso, che è parte del percorso di ognuno di noi: vincere la paura significa imparare a fidarsi.  Remy si ferma, ci pensa, c’è uno sguardo lunghissimo tra due perdenti perduti, e torna da Linguini. Separati non sono niente. Come ognuno di noi senza relazioni autentiche. Ed eccoli in bicicletta tornare a casa. Ora la scommessa  di ognuno di loro è diventata la scommessa di entrambi.

    Ma adesso, la realtà con tutti i suoi ostacoli è pronta e agguerrita, e con la forza della concretezza sospingerà nuovamente la paura. Capire qualcosa profondamente è sempre bellissimo. Ma la vita è lì che aspetta. Ora, bisogna agire. 

Lo spunto di oggi – Anna e Rilke

venerdì 2 novembre 2007

 

 

 

    Qualche tempo fa l’amica Anna ha messo sul suo blog questo brano delle lettere a un giovane poeta di Rilke. Le avevo quasi dimenticate e invece sono bellissime. E credo che, poeti o no, valgano per tutti quelli che scrivono, che pensano storie. Poi le rileggo e mi dico… che forse valgono proprio per tutti.

 

Come potremmo dimenticare quegli antichi miti
che stanno all’origine di tutti i popoli, i miti dei draghi
che nell’attimo estremo si tramutano in principesse?

Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse
che attendono solo di vederci una volta belli e coraggiosi.
Forse tutto l’orrore non è in fondo altro che l’inerme,
che ci chiede aiuto.

E allora tu non devi spaventarti
se davanti a te sorge una tristezza,
grande quanto non ne hai mai vedute prima;
se una inquietudine, come luce e ombra di nuvole,
scivola sulle tue mani e su tutto il tuo agire.

Devi pensare che qualcosa accade in te,
che la vita non ti ha dimenticato,
che ti tiene in mano e non ti lascerà cadere.

 

Lettere a un giovane poeta – Rainer Maria Rilke