Archivio di dicembre 2007

Amarcord 2007: Nella città che cambia

sabato 29 dicembre 2007

 

 

    ….e poi grazie anche a Stadera. Ad ABCittà, splendida utopia che fa dell’architettura un luogo di civiltà, di relazione, di comunità. A tutto il quartiere, che ritengo sempre di più una grande occasione persa da Milano. L’altro giorno un amico mi ha detto che a Milano solo i registi fanno fatica a girare: il Comune ci riesce benissimo con un gran numero di telecamere !

    Ma Stadera è anche stata l’occasione per parlare con alcune istituzioni. La Polizia di Stato, ad esempio, nella quale ho trovato persone in divisa talmente ricche di umanità, così lontane dall’immagine autoritaria e sanzionatoria che viene presentata… Stadera è l’arte di arrangiarsi. Legalmente o meno. Senza tanti complimenti. E’ anche il luogo dell’assenza. Abcittà si muove con un entusiasmo commovente in mezzo a un quartiere che Milano ha preferito semplicemente abbandonare, rimuovere.

    Perché Milano fa così. Lifting. Non affronta i problemi dal di dentro mai. Fragile, superficiale, “livida e sprofondata per sua stessa mano” come diceva Fossati. I ragazzi scrivono sui muri ? Pensiamo ai muri. Inquinamento ? Ticket. Delinquenza ? Sanzione. L’esito è sotto gli occhi di tutti. E finisce che ti ritrovi a fare i sopralluoghi per le riprese e scopri che la casa che da lontano si presenta così bene, dentro è murata, distrutta, sporca, vuota. Piani e piani così. E ti raccontano che si preferì rifare i muri esterni per migliorare l’aspetto della città piuttosto che rendere agibili appartamenti che sarebbero stati preziosi.

    Ho finito Stadera ancor più disamorato di questa città di quanto non lo fossi prima di girare. Non era facile.  Ma per un altro verso, sorpreso e felice per l’umanità che ci abita dentro, che resiste a telecamere, ticket, tasse rifiuti iperboliche, disservizi, ritardi e intolleranze. Anche a Stadera, quindi, un grazie di cuore. Buon anno…

 

P.S.: Le fotografie sono tratte dal backstage fotografico di Paola D’Amico. Bravissima, silenziosa, presente, sempre con un sorriso.  Chi ne ha bisogno si affretti, tra qualche anno costerà tantissimo…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     

Amarcord 2007: A tutto quello che si muove

giovedì 27 dicembre 2007

 

 

    Dopo tante parole, voglio ricordare quest’anno attraverso le immagini dei momenti più belli. Che sono stati tantissimi. Il 2007 mi ha regalato storie e persone, luoghi e sapori che non avevo mai incontrato. Innanzitutto, la mia avventura nelle Marche, a Fabriano. Un viaggio nell’adolescenza di oggi che mi ha ricordato che ci sono domande, dentro di me, a cui non avevo risposto: le avevo soltanto dimenticate.

    Con infinita gratitudine per Chiara, le due Giulie, Lirijona, Jessica, Valentina, Marilena, Claudia e Lucia. Per l’organizzazione di Doris Battistoni, l’assistenza di Francesca Lanocita, la fotografia e le riprese di Max Schiavon e della sua troupe, la presenza di Gabriele Guglielmi per il backstage del nostro film, la musica di Massimo Cordovani. Grazie per questo viaggio emozionante e coinvolgente dal primo giorno ad oggi. Buon anno a tutti voi, uno per uno.

 

 

 

 

 

      

 

 

  

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo spunto di oggi – Sua Santità Tenzin Gyatso

domenica 23 dicembre 2007

 

 

 

 

    “La pace, nel senso di assenza di guerra, è di scarso valore per chi sta morendo di fame o di freddo. Non eliminerà il dolore della tortura inflitta a una persona messa in prigione per le sue idee. Non conforta coloro che hanno perduto i loro cari in alluvioni causate dall’insensato disboscamento in un paese vicino. La pace può durare solo dove sono rispettati i diritti umani, dove la gente è ben nutrita, e dove gli individui e le nazioni sono liberi.

    La vera pace con noi stessi e con il mondo intorno a noi può essere raggiunta solo attraverso lo sviluppo della pace mentale. Gli altri fenomeni sopra citati sono interrelati in modo analogo. Così, per esempio, vediamo che un ambiente pulito, la ricchezza o la democrazia significano poco di fronte alla guerra, specialmente di tipo nucleare, e che lo sviluppo materiale non è sufficiente ad assicurare la felicità umana.
Il progresso materiale è ovviamente importante per l’avanzamento umano.

    In Tibet, abbiamo prestato troppa poca attenzione allo sviluppo tecnologico ed economico, e oggi ci rendiamo conto che questo è stato un errore.
Allo stesso tempo, lo sviluppo materiale senza sviluppo spirituale può anch’esso causare gravi problemi.
In alcuni paesi, si presta troppa attenzione alle cose esterne e si dà pochissima importanza allo sviluppo interiore. Io credo che entrambi siano importanti e debbano essere sviluppati fianco a fianco in modo da ottenere un buon equilibrio tra di essi.

    I tibetani sono sempre descritti dai visitatori stranieri come gente felice e gioviale. Questo fa parte del nostro carattere nazionale, formato da valori culturali e religiosi che pongono l’accento sull’importanza della pace mentale ottenuta grazie a un sentimento di amore e benevolenza per tutti gli esseri senzienti, sia umani che animali.
La pace interiore è la chiave di tutto: se avete la pace interiore, i problemi esterni non influenzano il vostro profondo senso di pace e tranquillità.

    In queste condizioni di spirito, si possono trattare le situazioni con calma e ragione, mantenendo la felicità interiore. Questo è molto importante; senza la pace interiore, per quanto confortevole sia materialmente la nostra vita, restiamo spesso preoccupati, turbati o infelici a causa delle circostanze.
(…) Per concludere, permettetemi di condividere con voi una breve preghiera che mi dona grande ispirazione e determinazione:

Finché durerà lo spazio,
e finché rimarranno degli esseri umani,
fino ad allora possa rimanere anch’io
a scacciare la sofferenza del mondo.

 

Vi ringrazio.”

 

Sua Santità Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet
Dal Discorso di Oslo del 10 Dicembre 1989, cerimonia del conferimento del Nobel per la Pace. 

Lo spunto di oggi – Prima degli auguri

mercoledì 19 dicembre 2007

 

 

 

 

 

    E’ un momento d’oro quello che è appena cominciato. Abbiamo la possibilità di osservare gratis ciò che di solito è oggetto di ricerca attenta e microscopica: la gestualità della gente che ci fa gli auguri, che ci mostra affetto, allegria, che manifesta una qualche sorta di entusiasmo natalizio. Si possono verificare molte cose e non è detto che siano banali.

    Auguri poco sinceri o poco sentiti credo che ne riceviamo e forse ne facciamo più o meno tutti, fa parte delle cose: rapporti di lavoro rapidi, che mal sopportano il contatto fisico. O peggio a volte i vicini di casa, con i quali ci mordiamo tutto il resto dell’anno ma insieme ai quali entriamo in squadra al momento di fingere che la nostra vita sia perfetta e che vada tutto bene.  Non c’è un augurio uguale all’altro. Ognuno ha un suo modo preciso di farci o di non farci gli auguri. Noi naturalmente abbiamo il nostro, diverso per ogni persona che incontriamo ma con un indelebile marchio di fabbrica.

    Possiamo capire se un augurio non è sentito osservando le azioni fisiche. Di solito commettiamo l’errore di credere che i gesti siano espressivi. (I danni di alcuni insegnanti che fanno teatro a scuola con i bambini, per quanto ben intenzionati, sono silenziosi e terribili…). Ma per quanto possa sembrare strano, sono espressivi soltanto i gesti falsi. Quelli autentici sono contenitivi.

    Quando abbiamo bloccato il respiro prima del rigore decisivo con la Francia, contenevamo l’ansia. Quando abbiamo gridato e stretto i pugni, o abbracciato qualcuno, contenevamo la gioia. Non la mostravamo. Era evidente dall’energia pulita delle nostre azioni fisiche. Nella vita normale, quando si è sinceri non si mostra mai. I bambini sono dei maestri quando giocano. La loro gestulità è tesa e perfetta: in-tenzione / in-tensione. Usano i muscoli che servono a compiere quell’azione, e nient’altro. Niente a che vedere con quando frignano e non vogliono andare a scuola, con i loro finti malanni. Allora si tradiscono, e iniziano a compiere gesti espressivi.

    Non possiamo vedere gli oggetti che abbiamo intorno, vediamo soltanto la luce che vi si riflette sopra. La stessa cosa è per le emozioni altrui: non possiamo vederle, possiamo solo dedurle dalle loro azioni fisiche, anche dalle più piccole. Dal respiro, dalla tensione nelle spalle, non parliamo dello sguardo. Questa è la quotidianità del lavoro di un attore. A volte certi silenzi, certo farsi da parte, hanno in sé una forza asciutta e lucente come la verità. Quando invece ci rendiamo conto che il contenitore del gesto di chi ci sta abbracciando, sorridendo, baciando, salutando con la mano, è eccessivo rispetto all’energia che di fatto contiene, è meglio mettersi di fianco al nostro interlocutore: potrebbe spuntargli un naso chilometrico, e nessuno può dire a che velocità!

 

     

Lo spunto di oggi – Howard Zinn

lunedì 17 dicembre 2007

 

 

 

    “Perciò, pensiamo insieme a questa possibilità. Dobbiamo riconoscere che per abolire la guerra non possiamo affidarci ai governi del mondo, perchè loro, e gli interessi economici che rappresentano, dalla guerra traggono beneficio. Di conseguenza noi, il popolo del mondo, dobbiamo raccogliere la sfida. E sebbene non comandiamo eserciti, sebbene non disponiamo di grandi ricchezze, c’è un fattore cruciale che ci dà enorme potere: i governi del mondo non possono fare una guerra senza la partecipazione del popolo. Albert Einstein aveva capito questo semplice fatto. Disgustato dalla carneficina della prima guerra mondiale, quando dieci milioni di persone caddero sui campi di battaglia d’Europa, Einstein disse: “Le guerre finiranno quando gli uomini si rifiuteranno di combattere”.

    Questa è la nostra sfida: portare il mondo al punto in cui gli uomini si rifiuteranno di combattere, e i governi non avranno alcun appoggio per dichiarare guerra. Questo è utopico? Impossibile? E’ solo un sogno? Gli uomini vanno in guerra perchè fa parte della natura umana? Se così fosse, dovremmo pensare che sia impossibile liberarsi della guerra. Ma non ci sono prove, in biologia, psicologia o antropologia, di un naturale istinto per la guerra. Se fosse così, vedremmo uno spontaneo slancio verso la guerra di masse entusiaste.

    Quel che vediamo, invece, è molto diverso: i governi devono fare enormi sforzi per spingere la gente in guerra. Devono allettare i soldati con promesse di denaro e terra. Devono promettere che riceveranno un’educazione, che acquisiranno delle abilità. E se questi allettamenti non bastano, devono usare la forza. I governi devono coscrivere i giovani, costringerli al servizio militare, minacciarli di arresto se non collaborano. Ma l’arma più potente dei governi è quella della propaganda, dell’ideologia

    Bisogna convincere i giovani e le loro famiglie che, sebbene possano morire, perdere braccia o gambe, o diventare ciechi, quel che fanno è per il bene comune, per una nobile causa, per la democrazia, la libertà, per Dio, per la Patria. I Crociati del Medio Evo combattevano per Cristo. Le truppe d’assalto naziste avevano la scritta “Gott mit uns”, Dio è con noi, sul cinturone. Oggi, se si chiede ai giovani americani perchè vogliono andare in Iraq, loro risponderanno: “Devo qualcosa alla mia Patria”. Dio, la libertà, la democrazia, la Patria. Tutti esempi di quel che il grande romanziere Kurt Vonnegut chiama “granfaloons”: vuote astrazioni, senza significato, che hanno poco a che fare con gli esseri umani.

    L’idea che dobbiamo qualcosa alla nostra patria risale a Platone, che mette in bocca a Socrate l’idea che il cittadino abbia un obbligo verso lo Stato, e che lo Stato sia da riverire più della madre e del padre. Egli dice: ”In guerra, e in tribunale, e in ogni luogo, devi fare qualsiasi cosa il tuo stato e la tua Patria ti dicano di fare, oppure devi persuaderli che i loro ordini sono ingiusti”. Non c’è uguaglianza qui: i cittadini possono usare la persuasione, non di più. Lo Stato può usare la forza.”

Howard Zinn 

Lo spunto di oggi – Lo stato di coscienza

giovedì 13 dicembre 2007

 

 

 

 

 

    E’ un problema su cui sento di dover ancora meditare a lungo: la relazione tra la prima e la seconda parte del secondo atto. Il momento in cui il personaggio dà tutto per ottenere ciò che vuole, e lo fa con ogni risorsa conosciuta. Finché il mondo non gli dice un no talmente grande che finalmente cede ed è costretto a ripensarsi. A trovare nuove logiche, o forse più semplicemente ad accettare quelle che la vita stava tentando da molto tempo di comunicargli.

    Il secondo atto mi sembra sempre di più il momento in cui lottiamo disperatamente contro il mondo perché assomigli a come ce lo configuriamo noi, e contro noi stessi affinché impariamo a configurarci il mondo il più possibile come dimostra di essere. Il problema, in entrambi i casi, è l’integrazione, l’armonia tra la mente e l’ambiente, o come si diceva qualche giorno fa, tra il profondo e il mondo.
Lo sforzo è sempre quello di navigare più al sicuro possibile. Nessun personaggio cambia gratuitamente. Si cambia solo se e quando vi sono ragioni inevitabili per farlo. Ma non c’è solo questo.

    E’ che il cambiamento ha tanti punti di osservazione e non è mai facile raccontarlo. Il primo passo del cambiamento non è, di solito, il rendersi conto di qualcosa che non va dentro di sé, ma il vedere le cose intorno a noi in modo diverso da prima. Quando il mondo cambia intorno a noi, sia perché cambia realmente, sia perché noi lo vediamo diversamente, compiamo uno sforzo di compensazione, di adattamento. E allora, sì, è possibile anche un sincero e disincantato sguardo interiore.

    Sappiamo che una storia non è una fila di fatti ma il racconto di un’esperienza, e cioè di ciò che questi fatti hanno comportato dentro un personaggio, e sappiamo che l’esperienza non la si racconta osservando il personaggio con i nostri occhi ma osservando il mondo della storia con gli occhi del personaggio. Forse allora il secondo atto, il cuore del film, ha come universo profondo il cambiamento di uno stato di coscienza. E’ l’epopea dell’uomo che cerca di configurarsi il mondo correttamente, o diciamo per lo meno funzionalmente.
Il rapporto tra fatti e senso, tra parole e risonanze, è decisivo e finale nella valutazione di una storia o di un film.

    Scrivo subito dopo aver visto “Il paziente inglese”, avendo finito di studiare le considerazioni di Walter Murch sul montaggio di quel film. E trovo che da questo punto di vista sia straordinario. Gli spazi esterni sono quelli interiori, il tempo narrativo così fortemente antistrutturale, che salta avanti e indietro, è coerente e vicino a ciò che i personaggi ritengono dei loro ricordi, alle emozioni e ai desideri. L’amore e la guerra sono fuori nel mondo, ma anche all’interno di ognuno dei personaggi.
E il percorso di ricostruzione dei fatti del passato da parte del Paziente è il suo tentativo di dare un senso al presente, alla sua vita, alla propria interiorità di fronte alla morte. Come è fuori così è dentro.

    Capire il secondo atto dura tutta la vita. So che Picasso, un giorno, dipinse un quadro con pochissimi tratti di pennello. Un giovane che lo aveva osservato al lavoro, pare gli abbia chiesto maliziosamente: “Maestro, quanto ci ha impiegato a fare quel quadro ?” Picasso sorrise: “Quarant’anni”.

Lo spunto di oggi – A casa di amici

lunedì 10 dicembre 2007

 

 

 

    A cena a casa di amici. Quattro bambini, quattro adulti, un cane. La loro casa sta alle porte della città, la loro via è alle porte della zona industriale. Fuori dal casino e vicini al centro. Ma soprattutto dotati di spazi non facilmente reperibili in città. Terrazzo, giardino, insomma quel genere di cose che fanno dire ai milanesi che però la vita avrebbe tutto un altro senso, che sarebbe tutto diverso se soltanto, che poi per i bambini non ne parliamo.

    Intanto che i miei sensi si sdilinquivano nel vino e nel pesce – posso fornire il recapito degli amici in questione dietro lauto compenso – si parlava di tutta la gestione del giardino. La mia invidia per la possibilità di piantare un albero nella terra anziché in un vaso. Il limone che ho ricevuto in dono da Giada dieci anni fa, al mio trentesimo compleanno, e la mia speranza di regalare a questo limone la terra libera in una casa futura.

    Poi si scende e si fa un giro di tutto l’edificio. E’ buio, piove ma gli spazi sono riconoscibili e le loro funzioni pure. E questa è la cosa che più mi ha colpito. Perché il punto non è avere tanto spazio. Il punto è che se hai un pensiero per ogni luogo del tuo spazio, ce l’hai anche per ogni punto del tuo tempo. Un progetto, nessuna certezza, ma un progetto, una speranza.

    La voce di Mauro non mi conduce nello spazio che si vede, ma in quello che vede lui, nel tempo futuro in cui lo utilizzerà con Lucia, Matilde e Camilla. Il senso è già lì, riempie ogni dettaglio. L’orto che crescerà, la rimessa che si attrezzerà, il box che si allargherà, il laboratorio che si farà. Immagini che non hanno niente a che vedere con il freddo e la pioggia in cui mi sta raccontando le sue idee.

    Da tutto questo ricavo un grande senso di armonia, di proporzione. Ad ogni punto dello spazio esterno un punto interno di speranza e di progetto, ad ogni luogo un’idea di futuro.  Una specie di saggezza congenita – o forse no ? Forse sviluppata attraverso le sofferenze e la fatica ? – che muove le persone a dire: ci sei tu, ci sono io, c’è questo spazio per noi, c’è questo tempo presente.

    Naturalmente penso ai fatti miei, e mi dico che una storia dovrebbe essere scritta e girata nello stesso modo. Con dello spazio intorno dove le cose siano possibili. Dove l’autore si fermi e lasci che sia il pubblico, ogni persona del pubblico diversamente dall’altra, a ritenere per sé quello che crede o che gli serve. I muri costruiti per essere varcati, le porte per essere aperte, le finestre per dare aria e luce. Solide le travi perché sia fluida la vita. Tenersi forte e lasciarsi andare. Calcolare e abbandonarsi. In una storia bisognerebbe poter abitare, sperare e progettare, senza l’autore che ci parli di sé ad ogni passo.

    Lucia non era soddisfatta della pastella che avvolgeva i gamberi. Dice che le può venir meglio. Ecco un altro progetto interessante in un punto preciso dello spazio e del tempo: dare modo a Lucia di essere soddisfatta della sua pastella per gamberi. In realtà, portarsi via questa lezione: lo spazio esiste prima che i tuoi personaggi ci entrino. Lo riempiono temporaneamente delle loro passioni, lo polarizzano, lo modificano, lo respirano, prima di lasciarlo. Eppure è difficile scrivere una scena partendo dal mondo fisico che la contiene. Troppo ansiosi di trama, di dialoghi ad effetto, di beat fuzionali al nostro gioco. Rimanere in ascolto dello spazio. Progettarlo. Farci entrare i nostri personaggi, lasciarli andare in giro. E scrivere.

Lo spunto di oggi – Tagliare la frana

martedì 4 dicembre 2007

 

 

 

    “Se la montagna viene a te e tu non sei Maometto scappa: è una frana”.

    La battuta stava sui manifesti di uno spettacolo comico nel paesino ligure nel quale passavamo le vacanze. E per me, che ho un rapporto diciamo complicato con la montagna, la gag era irresistibile. Ma di fronte alla montagna uno che scrive si trova spesso anche se va in vacanza al mare.

    La montagna è… una domanda. Grande, grandissima. Pesante. Che fa di tutto per sembrare insormontabile. E’ un’altra strategia della paura: porre domande non passibili di risposta. Inarrivabili. Lo facciamo rispetto ai nostri personaggi e lo facciamo nella vita quotidiana. Giusto o sbagliato, bene o male, corretto o scorretto. Troppo grande per una persona sola.

    Sono tutta una Scuola, tutta una Chiesa, tutta una morale che ci hanno portati a questo. Alla paralisi da panico e alla piattezza creativa. Il mio personaggio è: così, così e così. Quindi fa: questo, questo e questo. Senza pieghe, senza crepe, senza doppie valenze, senza silenzi divergenti dalle parole che dice.

    Queste domande, ancora una volta, ci riempiono di sensi di colpa. Perché le nostre risposte sono impotenti e inadeguate. Magari nel corso della vita impariamo a rispondere un po’ di più, ma facciamo fatica a chiederci le cose in modo migliore. E’ come se tendessimo a fare sempre le domande assolute e monolitiche dei bambini: ma tizio è buono o cattivo? Ma il Paradiso esiste o no?

    Quando scrivi, la domanda ti capita: in questa situazione, il mio personaggio cosa fa? E’ pesante perché discende da un’altra domanda: il mio personaggio chi è? E’ una frana, che ti travolge e di spazza via, tu con i tuoi progetti di sceneggiatura, ma vale anche per il lavoro di regia, quando parli con un attore del suo personaggio. Chi è. Cosa pensa della vita. Se è un nazista allora… e ne discendono una serie di cose terribili che sono congenitamente associate al nazista.

    Ma la frana di questa domanda, che ci impaurisce e ci blocca, bisogna guardarla con calma. Rimanere fermi intanto che i massi avanzano. Guardarla bene. Perché la frana è fatta di sassi. E i sassi possono essere distinti, separati, risolti. Tagliare la frana con uno sguardo. Non posso rispondere a una domanda troppo grande, ma posso provarci se la domanda è più relativa, meno ambiziosa, più piccola, più contingente. Lo prende questo caffè il mio personaggio? Cosa si aspetta da questo caffè, ora mentre porta la tazzina alla bocca? Momento per momento, lui che cosa vede? 

    Ma nella vita non credo sia diverso. Le domande ciclopiche massacrano le relazioni, e a volte tutto quello che uno può dire è: facciamo una cosa insieme, piuttosto che andiamo a mangiare, piuttosto che riposiamoci un po’. Alle domande, poi, ci hanno insegnato che bisogna rispondere sempre, e che rispondere non lo so ci connota negativamente. L’incertezza è inaccettabile, va a ledere la nostra idea di onnipotenza. Dobbiamo sapere senza cercare, vedercela con domande epocali e spesso mal poste. Questo ci porta a dare essenzialmente risposte false, nelle quali non crediamo nemmeno noi, ma che ci servono ad allontanare la frana illusoriamente.

    I nostri personaggi fanno cose “da film”, sostituibili con altre, e nelle nostre storie si spegne quell’urgenza che deve sempre illuminare, quell’essenzialità che deve toglierci il respiro mentre guardiamo un film. Questo avviene perché non abbiamo la lucidità di cambiare le domande. Di passare da una domanda impossibile (come la evito questa frana?) a tante possibili (come evito questo sasso? Dove appoggio il piede ora? Come mi scanso da quest’altra zolla di terra?) Giorno per giorno, scena per scena, beat per beat. Tagliare la frana con gli occhi. Ricordarle di che cos’è fatta: della nostra paura.

   

Lo spunto di oggi – Un’amica ha letto La Durezza dell’Acqua

sabato 1 dicembre 2007

 

 

 

 

    Sono emozionata al pensiero di poter finalmente leggere questa storia, come se mi permettessero di accedere a un luogo inviolato.
Volutamente me ne sono tenuta lontana, ne avevo già letto una scena, sapevo a grandissime linee i contorni della storia, la sfida dell’apnea, i luoghi della Liguria tutt’attorno. Niente di più.
L’ho letta d’un fiato. Tutta, dall’inizio alla fine.
    E’ successa una cosa che non mi aspettavo: ho visto alcune scene.
Non tutte, ma alcune in modo così vivo da sorprendermi.
Non ho dato un volto ai personaggi, non sono riuscita a farmi aiutare dal dettaglio delle descrizioni fisiche se non in qualche situazione, però mi sono accorta di avere la testa popolata da immagini più che da parole.
    Mi sono sentita ora sulla spiaggia a guardare un’ambulanza, ora con la testa sott’acqua, ora di fronte a disegni senza un senso apparente, ora in una cella frigorifera, ora in ginocchio a piangere o in una corsia d’ospedale.
In tensione, dall’inizio alla fine. Senza capire, ma con l’urgenza di arrivare fino all’origine di una paura che sa di antico, ma che è radicata nel presente. Per capire.
    A me, cui piace mettere in fila le cose per leggerle alla luce della chiarezza, il rigore di Giovanni consola. Mi dice che forse si può capire, se si vuole. Forse.
O almeno… in taluni casi si può accedere al senso ultimo della paura, riducendo i gesti del presente e ricollocandoli in prospettiva. Spesso, come scriveva quel tale, ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
    Soffrire perché l’altro non capisce, e agisce in modo totalmente altro da quel che ti darebbe sollievo. Non essere capace di chiedere, per paura forse di non ottenere o forse perché ricevere senza chiedere rende conto della bellezza del capirsi senza dirsi.
E’ doloroso ammettere e dirlo a sé, non è umano chiedersi di farne partecipi altri.
Tutto sembra chiaro a chi sa.
    Tutto appare confuso a chi non sa. Di più, niente appare a chi non sa. E anche segni chiari di una spiegazione vengono disattesi perché non si è pronti a riceverli, non se ne comprende il significato perché nemmeno se ne intuisce l’esistenza.
Eppure basta avere la chiave per aprire il primo portone, per accorgersi di quante porte è disseminata una relazione. A quanti spiragli si è passati di fronte distratti.
Tutto ha un senso, se si comprende che il senso va cercato in ogni azione.
E la Verità si dispiega al vento con asciutta semplicità.
Tutto chiaro.
 
Anna, 28.XI.2007

 

    Cara Anna, grazie per la tua lettura rapida e appassionata della sceneggiatura. Ne parleremo mai davanti a una pizza ? Mai, lo sappiamo bene, ma continuiamo a dircelo così pensiamo che un giorno la vita darà più tempo per tante cose. Sai quanto sia sospettoso quando le cose sono tutte chiare… Ma mi fa molto piacere aver condiviso questa storia. Grazie.