Archivio di gennaio 2008

Radiografie – Anche libero va bene, di Kim Rossi Stuart

lunedì 28 gennaio 2008

 

 

 

            Ho visto con il mio cronico ritardo il primo film di Kim Rossi Stuart. Ne avevo sentito parlare come di un esordio discreto, come di un buon film che poteva tutt’al più lasciar ben sperare per il futuro. Ma la sensazione che mi ha lasciato, invece, è molto diversa.   

          Si tratta di capire cosa si chiede a un film, cosa si spera di trovare in una storia. “Anche libero va bene” fotografa perfettamente una distanza tutta europea dal cinema americano. Senza tagliare a fette grossolane una situazione che in realtà è molto più specifica e differenziata, questa non è una storia di personaggi “da film” ma una storia che racconta persone vere.   

            Per vere intendo con un centro di sofferenza interiore con il quale ognuno di noi fa i conti come può e come riesce. Intendo senza un’idea di come dovrebbe andare il mondo ma con un atteggiamento pieno di ascolto per come va in concreto. E certo, quando scegli di raccontare la vita come fluisce veramente e non iperboliche gesta o scandali o mostri, devi fare i conti con strutture narrative più sottili, perché la spesa al supermercato difficilmente riserva una scarica di adrenalina come lo sgusciare di Alien dal petto di un uomo.   

            Va da sé che l’evidenza esteriore del personaggio americano nel nostro cinema debba trovare un corrispettivo nelle risonanze interiori. Questo rappresenta spesso una difficoltà per noi. Interiori lo siamo anche troppo, e spesso avari di fatti che conducano l’azione, che ti tengano lì a guardare. Forse “Anche libero va bene” ha qualche limite di ritmo, l’esordio del primo atto è faticoso anche visivamente. Ma nel corso della storia si riprende con gli interessi fino a diventare a tratti toccante e bellissimo. Il profilo dei personaggi, dei due genitori e dei due giovanissimi figli, non è mai banale, mai facile. C’è intensità nella scrittura e verità nella recitazione.

                Lo scorrere della vita quotidiana di una famiglia difficile, con una madre che non riesce a tenere il proprio corpo dove lo vorrebbe il cuore, di un bambino che ha capito prima di suo padre certi meccanismi del disamore, della distanza e della paura, di una ragazzina all’inizio dell’età veloce dell’adolescenza, che cerca di guardare con lucidità una situazione che la sovrasta, con un modello femminile di riferimento già usurato e deludente. Un padre, Kim Rossi Stuart, che proprio non riesce a venire a capo del suo senso di inferiorità che lo porta a confliggere con il mondo intero, a chiudersi in un’infantile difesa del proprio io anche quando nessuno lo attacca.

            Apparentemente un quadro da spararsi, invece il film si muove con grande attenzione sulla concretezza delle piccole cose. Gli abbracci non sono accompagnati da struggenti colonne sonore, i litigi non sono sostenuti da montaggi frenetici. C’è qualcosa di neorealista in questo modo di guardare. Qualcosa che, confesso, mi piace moltissimo perché è come se mi ripulisse lo sguardo dalla fiumana di cose girate in onore della camera e del tavolo di montaggio che si vedono abitualmente.

            “Anche libero va bene” ci tiene per mano di fronte all’inferno della famiglia mettendo in atto nei nostri confronti quell’amore che manca in ciò che ci mostra. Ci accompagna nel nostro mondo, fatto di famiglie nelle quali gli adulti non crescono, e i bambini devono farlo più in fretta. Guarda con tenerezza e forza un mondo che ha pochissima tenerezza e nessuna forza.

    E, come ogni volta in cui lo sguardo è efficace e sincero, anche se la situazione non ci riguarda personalmente sentiamo che qualcosa ci guarda dentro, ci tocca, ci fa condividere emozioni profonde che fanno parte di altre vite, e ci ricorda che non siamo fatti di sola adrenalina e di ritmo, ma anche di silenzi, di respiri e di tempo.

 

Lo spunto di oggi – Questa vita che si ribella

venerdì 25 gennaio 2008

 

 

 

 

 

    Poi fai una verifica e non funziona. L’allieva è vivacissima, propositiva e molto intuitiva. Dopo aver lavorato un po’ sulla struttura del personaggio fa una verifica per i fatti suoi, prende Vertigo di Hitchcock. E scopre che le cose che ci eravamo detti, nel film non ci sono. La struttura, i punti di svolta… ma come, allora che ci siamo imparati a fare questi schemi ?

    E’ bellissimo quando scopriamo un’incongruenza, e ancora di più quando riusciamo a farla diventare grimaldello che dissalda false certezze e apre prospettive che non vedevamo. Certo, gli schemi… nonostante uno si prodighi nel ripetere che ciò che sta spiegando non sono schemi ma forme d’esperienza, non basta mai. Nel momento in cui fai dei segni su una lavagna, diventano legge all’istante, e si ergono a sistema di riferimento.

    In una certa misura è anche giusto che sia così. Una forma di riferimento che ci consenta di prevedere il mondo e di interpretarlo ci vuole. Il problema nasce se per paura di rimanere incapaci di leggere le situazioni, ci aggrappiamo ai nostri sistemi di riferimento e distorciamo la realtà in loro difesa. Peggio che un limite al nostro agire, questo costituisce un limite al nostro capire. Forse in questi casi abbiamo più rapporto con la nostra configurazione del mondo che con il mondo.

    Una storia in qualche modo vìola sempre un certo tipo di struttura. Ma questo non ci impedisce di apprezzarla. Apprezziamo qualcosa quando sentiamo di poterla in qualche modo condividere. Se ci sembra di sentire o di capire quel che sta avvenendo davanti a noi. Anche nel caso in cui quel che sta avvenendo contraddica la nostra configurazione della realtà. Forse ci piace qualcosa quando in qualche modo ne percepiamo un’organicità interna, una coerenza tenuta stretta internamente, anche nella violazione delle congruenze con il resto del mondo.

    Allora più che di strutture, bisognerebbe parlare di quella coerenza che ognuno di noi può trovare quando scrive. La sua, unica e speciale. Ma il problema viene fuori quando si tratta di relazionarsi alla coerenza interna altrui. Cos’è che ce la fa percepire come tale e ce la fa sembrare viva anche quando non coincide con la nostra ?

    Non lo so. Proprio non lo so. Però posso pensare a una condizione che ce lo impedisce. Posso pensare che se non compiamo uno sforzo immane nell’attribuire senso a tutti gli elementi del film che stiamo guardando anche quando non coincidono con il nostro modo di assegnare un significato, se non siamo disposti a mollare i nostri schemi e le nostre strutture, per quanto appena imparate e così belle e lucide, questo miracolo non può accadere. Il miracolo della comunicazione per il quale il senso profondo di ciò che vien detto non è dato da chi parla ma attribuito da chi ascolta.

     

 

Lo spunto di oggi- Qualcuno con cui guardare

martedì 22 gennaio 2008

 

 

 

 

    Era molto tempo che non capitava, perché alla fine ci vuole sempre la scusa di un lavoro in corso per vedersi. Ma ieri sera sono tornato a cena da Roberto e Pamela. Roby è il mio direttore della fotografia e Pamela la sua compagna regista. Con lui e grazie a lui il mio sguardo è cresciuto in questi anni. Non c’è quasi nulla di quel che io credo che anche Roberto creda. Quasi nessun parere politico. E persino non molte sovrapposizioni cinematografiche. Eppure il mio sguardo è cresciuto con lui.

    Ieri ha lavorato dalle nove meno un quarto alle tre per fotografare un’arancia. Per dare o non dare rilievo alla buccia. Mi pareva che non se ne capacitasse lui stesso. Finalmente tranquillo, bevendo vino e mangiando mi dice: “Ho bisogno di storie dove non succeda niente”. Capirai, in un lampo mi vengono in mente una trentina di cose da dirgli: che se non ci sono eventi non è una storia, che se non succede niente fuori non succede niente dentro, che se non succede niente dentro chi se ne frega ecc ecc.

    Ma Roberto è tranquillo. “Qui non vediamo altro che gente che si ama e poi si lascia, che ride da morire, ridono tutti, oppure gente che si ammazza e che ne fa di ogni, come se la vita fosse fatta veramente di queste cose. Invece prendi Donnie Brasco, prendi La Conversazione. Quello che è straordinario è come è raccontata la normalità”.

    In realtà non è così: né l’uno né l’altro film raccontano la normalità, ma entrambi raccontano la normalità con la quale alcune persone vivono situazioni per noi straordinarie. E questo è l’essenziale. Siamo entrambi troppo stanchi per intavolare il discorso, e poi Pamela è troppo brava a cucinare e quando parla di animali uno la sta a sentire perché si tratta di passione pura. Ma il desiderio di niente di Roberto è qualcosa di molto vero.

    Come si fa, se la storia è spina dorsale, eventi che si generano l’uno dall’altro, a scriverne una silenziosa, normale ? Sembrerebbe contraddittorio, e d’altro canto chi non ha sperimentato questa stanchezza del cuore e delle orecchie davanti al mondo che grida troppo, che ride troppo, che corre  e desidera ogni volta esperienze emozionanti adrenaliniche ed estreme ? In realtà siamo sempre lì: che le storie non sono i fatti ma quel che ne facciamo dentro di noi. In parte il mondo forse teme sempre di più di interrogare la propria interiorità, in parte se il cinema deve raccontarlo forse gli fa il verso.

    Allora mi si apre uno sguardo possibile, mentre prendo altro riso. D’altro canto Roberto mi ha sempre aiutato a vedere in altri modi possibili. E se… scrivessimo storie sul mondo che vorremmo, e non su quello che c’è ? Non in senso favolistico, non i telefoni bianchi e nemmeno le commedie romantiche. Un cinema che considerasse il dolore per quello che è ma anziché raccontare la realtà tentasse di sfrondarla ? Un cinema che si facesse largo nel rumore, con semplicità,  con i movimenti necessari e tutto il resto via ?

    E’ solo un lampo. Dopo l’arancia Roberto ha cominciato con l’albicocca. Non so da dove arrivasse in questa stagione, ma era un’albicocca vera e lui la stava ancora fotografando  quando sono arrivato per la cena. E mi limito a pensare che è molto bello, se capita, voltarsi indietro e scoprire di aver avuto qualcuno con cui guardare le cose.

Lo spunto di oggi – 3 Settembre 1982

giovedì 17 gennaio 2008

 

 

 

    Dopo molti anni tornerò in montagna. Per usare un eufemismo direi che ho un rapporto difficile con la montagna. Per essere più concreto, non ho nessun rapporto con superfici non piane. Ma ci tornerò, la neve alta è un’esperienza che se si può si deve offrire a due bambini che non l’hanno quasi mai vista.

    Tutto questo mi riporta al 1974. Credo, o il 1974 o il 1975. Avevo sei o sette anni. Cortina. A me fu offerta la stessa esperienza. E mi misi ai piedi un paio di sci. Dopo qualche metro li ricordo incrociarsi davanti a me, e sento ancora il mio corpo cadere in avanti ma rimanere sospeso per l’incastro degli scarponi e degli sci stessi. Tutto il peso sul mio ginocchio sinistro.

    Più che il male fu lo choc di capire per la prima volta che cosa significasse una situazione senza uscita. O ti aiuta qualcuno o te ne stai lì in attesa di decesso, vittima degli scarponi e degli sci che ti sei liberamente messo tu e che ora ti paralizzano: c’è da fare anni di analisi per uscirne.

    Di sera fui visitato da una giovane infermiera. Una ragazza dolcissima, che mi prescrisse qualche giorno di riposo per il ginocchio. Credo da allora di non aver mai più messo gli sci. Sto ancora rispettando il riposo del ginocchio. L’infermiera si chiamava Emanuela. Credo facesse più finta di guardare il mio ginocchio, anche se ricordo che lo accarezzava e che sorrideva, dando importanza “da malato vero” a quel bambino.

    Qualche anno dopo sapevo pescare meglio, ero autonomo sugli scogli, mi cambiavo ami esche e piombi da solo. E nessuno mi avrebbe mai più riportato in montagna nemmeno con il pensiero. Ma la sera del 3 settembre 1982 Emanuela tornò nella mia vita, e in quella di tutti gli italiani. Sì… era lei.

    “Il 3 settembre 1982, verso le ore 21.00 circa nella via Isidoro Carini, il nuovo Prefetto di Palermo, DALLA CHIESA Carlo Alberto che procedeva a bordo di una autovettura A 112, alla cui guida si trovava la moglie SETTI CARRARO Emanuela, nonché l’agente della Polizia di Stato, RUSSO Domenico che, scortando il Prefetto, conduceva un’autovettura Alfetta, venivano attaccati ed “investiti -per dirla col Giudice della Corte di Assise di Palermo del primo maxi processo- da una pioggia di piombo che cagionava la morte dei tre maciullandone ferocemente e svisandone quasi del tutto i lineamenti del viso”. (Dalla sentenza del 2/3/2002 della Corte di Assise di Palermo)

    Tra poco tornerò in montagna. E mi ricorderò di lei.

Il libro di oggi – Turno di notte, di Cristina Cattaneo

lunedì 14 gennaio 2008

 

 

 

 

 

    Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente la dottoressa Cristina Cattaneo, dai tempi del suo primo libro, “Morti senza nome”. Allora era stata un’esperienza abbastanza speciale: le vicende, il contesto, tutta un’umanità intorno a noi alla quale si tende a pensare in termini più televisivi che reali. Omicidi, degrado, ma anche semplicemente oblio, solitudine. Storie che finiscono male e che non sentiamo contingenti perché è la fine in assoluto che tendiamo a rimuovere.

    In questo secondo libro la mia attenzione si è spostata – o forse anche la scrittura si è evoluta – verso la fermezza del suo sguardo. Veniamo condotti nell’inferno, in un calderone di disagio, orrori e rovine di vario genere e livello, ma sempre essendo accompagnati dalla sua mano che ci guida. E’ di questo che mi interessa parlare. Del fatto che capita di trovare dei “colleghi trasversali” in altri campi e professioni.

    La ricerca che in qualche modo caratterizza sempre di più il mio percorso personale e professionale, e cioè il tentativo di mettere a fuoco più che gli eventi la configurazione che ne facciamo dentro di noi, più che le parole il loro risuonare e costituirsi in un senso e in uno sguardo, ha trovato in questo libro un aiuto e un conforto. Perché tanto più se la realtà è estrema, la nostra libertà di configurarla e illuminarla in una lettura ci sembra risicata ed invece si fa fondamentale. E’ proprio davanti alla donna putrefatta nel bagagliaio di un’automobile, nei dettagli più sordidi dell’odore e delle operazioni da compiere vincendo il rigor del suo cadavere che la luce degli occhi diventa decisiva. Le emozioni che proviamo, la lettura che diamo, non dicono molto di ciò che stiamo guardando ma dicono molto del nostro sguardo, e quindi di noi.

    In questo caso le parole della dottoressa Cristina Cattaneo ci fanno sentire che non siamo mai abbandonati dalla sua fiducia nella possibilità di cercare un senso. Non nella riuscita tecnica del suo lavoro, che spesso a quanto pare non giunge a fermare i colpevoli né ad assegnare nomi e cognomi a chi muore senza documenti. Fiducia nel fatto che ogni dettaglio macabro possa essere guardato per restituire la vita a se stessa. Che ogni dolore patito prima della morte possa trovare uno spazio per essere raccontato e quindi testimoniato.

    Dalle sue parole, che non indulgono mai in lezioni di morale o di etica, dallo sguardo teso e terso che indirizza sulle cose, sentiamo che non è mai troppo tardi per cercare di capire, che la vita non è mai così decomposta e putrefatta da non essere portatrice di memoria e di significato. Sento in queste pagine che le immagini sono messe sotto accusa. Telegiornali, cinema, soap. Pubblicità, televisione. Si può parlare di tutto senza dire nulla, e le parole che usiamo spesso servono più a nascondere che a dire. Si ha la netta percezione che più si guardano servizi di cronaca, più si leggono articoli con mille piccanti dettagli, più si sta andando fuori strada. Disperatamente allontanati dal senso, come dice Cristina Cattaneo, “dell’ultima rivista sfogliata” dalla vittima, e cioè della vita che c’era, “del vero furto” che un omicidio comporta.

    Posso dire personalmente che Cristina Cattaneo è una persona entusiasta. Lo è fin dal modo di salutarti. E il suo libro mi conferma una sensazione crescente, che non so dove mi porterà: che abbiamo sempre meno bisogno di cose nuove da guardare e sempre più bisogno di nuovi sguardi sulle cose che viviamo.

Lo spunto di oggi – Narratori narrati

giovedì 10 gennaio 2008

 

 

 

 

 

    Ci sono le luci della tangenziale mentre torno a casa. Scorrono più veloci del solito, un regalo che di tanto in tanto fa la pazzia di Milano: la strada vuota verso le otto di sera. Alla radio dicono dei rifiuti di Napoli. Chiama una donna. E’ sarda. La Sardegna si è offerta di smaltire un po’ di rifiuti campani. Lei si dice consenziente, a patto che però si faccia un progetto, che si costruisca una prospettiva che risolva il problema alla radice. Dice proprio così: alla radice.

    Intanto che la ascolto mi sembra del tutto evidente una cosa: la distanza siderale tra questa donna, chi lo sa se in una città di mare o dell’interno, e il cumulo di rifiuti di Napoli. Sento la sua buona volontà, sento la sua sincerità, la vedo interrompere la preparazione della cena e decidere, sì, questa sera di telefonare e di dirla, una cosa. A tutta la Nazione: che lei ci sta. Lei si prende carico dei rifiuti di Napoli. Lei dalla sua Sardegna, si sente italiana e vuole partecipare.

    I lampioni cambiano colore, diventano arancioni poi di nuovo bianchi. Luci a scarica che rendono trasparente tutto il veleno della città e lo fanno sembrare pulito. Un laureato in matematica interviene nella trasmissione: ricercatore, 42 anni. Prende 23.000 euro lordi all’anno. Un barista del bar del Parlamento, dice, ne prende 80.000. Lui sta sui 1.100 netti al mese. Chiede se questo è un paese. E lo vedo, mentre guido, che forse vorrebbe lasciar perdere, troppo intelligente per credere che la sua telefonata servirà a qualcosa, ma che con l’amarezza di chi almeno una volta prima di soccombere vuole farsi sentire, prende il telefono e chiama. E parla alla Nazione. E chiede se questo è un paese.

    Storie. Meravigliose, verissime. Accanto a me, nella mia macchina che torna verso casa. Ai miei allievi oggi ho chiesto di tessere delle story line. Tre sole frasi, il soggetto all’osso. Quasi nessuno di loro si rendeva conto della storia che aveva presentato. Nessuno, credo, abbia sospettato quanto ognuna di queste storie dicesse dell’autore.

    Le storie parlano di noi molto meglio di noi. Ogni volta che qualcuno mi parla di un mio lavoro in realtà mi parla di me. Siamo portatori sani di ferite, feriti portatori di speranze, e le storie svolgono la loro funzione meglio di noi: dicono l’essenziale. Soprattutto, dicono quello che di noi volevamo nascondere. O che proprio non avevamo capito.

Il nuovo corso di sceneggiatura – In ricerca tra il profondo e il mondo

domenica 6 gennaio 2008

 

 

 

 

    Per ragioni di servizio posto nuovamente la breve presentazione del nuovo corso di sceneggiatura con tutti gli estremi del caso. Buon anno a tutti.

    Il nuovo corso di sceneggiatura sarà a Gennaio, e come sempre prevede un viaggio nei legami profondi che intercorrono tra un personaggio e la sua storia. E’ sempre più questa la strada che abbiamo scelto nell’interpretare le storie e il senso di scriverle: il rapporto tra il profondo e il mondo. La speranza è quella di trovare ulteriori compagni in questo viaggio. Dato l’esito felice degli incontri appena terminati, ripetiamo l’esperienza dei due week end intensivi di lavoro, che si è rivelata un buon mix  di intensità e brevità. 

 I week end implicati saranno quelli di

 SABATO 12 e DOMENICA 13  GENNAIO 2008, h 14.30 – 19.30

SABATO 19 e DOMENICA 20 GENNAIO 2008, h 14.30 – 19.30

 

La sede è qui, in via Bonghi 4, a Milano. 

Le spese di viaggio sono di 200 euro netti. 

Chi fosse interessato può comunicarlo via mail o telefono.

     

Lo spunto di oggi – Preparare la terra

mercoledì 2 gennaio 2008

 

 

 

  

 

    A settembre, a casa nostra, è arrivato un pianoforte digitale. Non un pianoforte come quello su cui studiavo trent’anni fa, da bambino, ma una tastiera pesata che al dito è proprio uguale uguale, con una dinamica soddisfacente. Adatta a far studiare un bambino, Samuele, senza devastare i vicini. Cuffie, regolazione del volume… insomma una serie di strutture difensive per tutti.

    Naturalmente non ho resistito. Sono sceso in cantina e ho riesumato i libri di tecnica. Scale, esercizi. Quelli che da bambino non avevo mai voglia di fare e che mi sarebbero tanto serviti a suonare un po’ meglio. E ho cominciato a riprenderli. Non mi azzardo a suonare pezzi veri e propri. Sto solo… preparando le mani. Solo preparazione, perché la ruggine è di quelle da pleistocene. 

    La cosa che mi stupisce è che questa preparazione mi dà una gioia immensa. Recuperare le mie mani, sentire le dita che ricominciano a vivere, che sono sempre più pronte… non si sta parlando di musica, pensavo, si sta parlando di me. Di quello che sento io. E mi domando perché da bambino volessi invece soltanto suonare senza mai fare esercizi, e quale dei due Giovanni sia più “giusto”.  

     Poi mi viene in mente uno dei consigli agli scrittori di Carver. Dice: preparate la terra. Non andate a caccia di storie. Preparate la terra e basta. Il vostro spirito, la vostra mente, voi stessi. Ascoltate, vivete come vi fa stare bene. E la storia, se deve spuntare, spunterà. Altrimenti, avrete ottenuto di vivere bene, che non è cosa da poco.

    Così mi dico che preparare la terra forse è l’unica cosa che bisogna veramente fare. L’unica di cui un narratore sia veramente responsabile. Essere pronto alla storia che nascerà. Anche se poi la storia ci sorprenderà comunque, perché essere pronti è uno stato generico, ma una storia è sempre specifica quando nasce, e richiede non solo di essere pronti ma di essere preparati a lei. Un po’ come quando ti nasce un figlio. Sei pronto al fatto che nasca, ma niente può prepararti a lui.