Archivio di marzo 2008

Il libro di oggi – Americana, di Don De Lillo

lunedì 31 marzo 2008

 

 

 

 

    “Diceva che il nostro vero desiderio, nei più profondi recessi del nostro cuore, è distruggere tutte le foreste, le case bianche, i ponti coperti, le ville signorili, i giardini di azalee, i grandi fienili rossi, le case coloniali, le chiatte per il trasporto fluviale, i villaggi dei cacciatori di balene, le segherie, i mulini, i palazzi d’anteguerra, le capanne di legno, le belle chiesette antiche e i depositi ferroviari.

    Tutti noi, in segreto, siamo totalmente a favore di questa distruzione, perfino gli ambientalisti, perfino quegli individui battaglieri che di professione vanno a picchettare gli edifici storici destinati alla demolizione. E’ questo che siamo. Linee dritte e angoli retti. Ammetterai anche tu che nell’intimo proviamo un brivido di fronte a qualcosa di bello che va in fiamme.

    Il nostro desiderio è di ricacciare le cose belle e antiche nell’oblio, per sostituirle con strutture identiche ma insapori. Scatole di cellule tumorali. Stanze grige e ordinate in cui meditare e leggere gli annunci pubblicitari. Prova a immaginare gli straordinari motel di prateria che saremmo capaci di costruire se solo cedessimo completamente ai demoni della nostra vera natura; immagina le automobili che ci porterebbero da un motel all’altro, i macchinari monolitici alti come palazzi di cinquanta piani che costruiremmo per eliminare le vittime degli incidenti d’auto senza il fastidio dei funerali, senza sprechi per lapidi e sepolcri.

    Diamo mano libera alla polizia. Autorizziamo i folli governanti della nazione a distruggere chiunque vogliano. Questo è ciò che vogliamo veramente. (…) Di venire finalmente a patti con l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura. Uccidiamo le vecchie case di campagna e le stazioni ferroviarie barocche. Uccidiamo le casette di provincia marce e puzzolenti. Facciamo saltare in aria il ponte di Brooklin. Facciamo saltare in aria Nantucket. Facciamo saltare in aria la Blue Ridge  Parkway. Rendiamoci finalmente conto che viviamo nella Megamerica. Luci al neon, fibra di vetro, plexiglass, poliuretano, mylar, resine acriliche.”

 

    …era il 1971. Questo è il romanzo d’esordio di Don De Lillo. Lo sto finendo e ne sono profondamente colpito. Trent’anni fa moltissime cose erano già chiare per lui. Mi rimane dentro “l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura”.  Se una storia è ben raccontata, è molto più vera di un libro di storia.

Lo spunto di oggi – L’onda anomala

venerdì 28 marzo 2008

 

 

 

    Alla fine l’ha fatto. Ha vomitato il fondo di sé e l’ha sparso con l’indecenza della verità sul pubblico suolo, quello scandito da righe, siepi, muretti e confini. Il fondo del mare rigurgitato sotto gli occhi di tutti come un segreto messo in piazza senza preamboli o sfumature. Sabbia, sassi, pezzi di cemento divelti dalle piattaforme dei bagni estivi.

    Poi capisci che non è stata una mareggiata. Quella meraviglia l’ha fatta una sola onda. La chiamano anomala a causa della sua altezza. L’hanno stimata di cinque metri ma chi conosce il territorio sa che dovevano essere di più.

    Anomalo si dice di tutto ciò che attraverso la sua inconsuetudine ci svela, se vogliamo capirlo, qualcosa di noi. L’onda ha spazzato un punto dell’ipotetico set de “La durezza dell’acqua”. E’ lì che si muovono i personaggi del film, è lì che chiedono al mare di restituire una bambina a sua madre e una donna a se stessa. Proprio in quell’ EST. – PORTO DI SESTRI LEVANTE, il mare ha scavalcato la barriera degli scogli, l’enorme cinta del porto, e si è abbattuto sulla discoteca e sul resto portandosi via un uomo.

     Cammino sul rigurgito mentre gli operatori ecologici lo stanno spazzando con idranti, pale, scope, rastrelli. I giornali parlano della vittima, era uno famoso qui a Sestri. Invece che pulire penso che dovremmo chinarci a toccare la sabbia con le nostre dita, quell’intimità messa lì per noi, come un avviso, come un allerta.

    Ho cercato quel fondo per i quattro anni di scrittura del film, e mi colpisce questa mossa furiosa del mare proprio mentre sono lì. Contemplo il tutto che si ricompone, gli uomini del Comune che lavorano con grande solerzia. In poche ore l’anomalia dell’onda è cancellata e riaffiorano le simmetrie, i disegni sul selciato, gli spazi. 

    Facciamo un gioco con Samuele: una scritta sulla sabbia battuta e bagnata. La misuriamo: quasi dieci metri per scrivere WINX CLUB, il suo mondo fantastico oggetto di ipnosi collettiva tra i suoi coetanei. In un lampo un’onda si mangia le Winx e il loro Club. Ma ormai il mare è in scaduta, la mareggiata indietreggia piano piano, durerà solo qualche giorno. Rimessa a nuovo dall’anomalia, Riva Trigoso risplende. E’ una giornata di vento e di sole, ogni cosa a suo posto. Di nuovo la certezza e la pulizia, l’ordine e la regolarità.

    Come l’onda, anche noi prima o poi buttiamo fuori quello che abbiamo dentro, e quando la cosa deve avvenire avviene a qualunque costo e qualunque sia la furia necessaria per farlo. Credo sia una delle cose che in assoluto temiamo di più: doverci misurare veramente con quello che abbiamo dentro e che hanno dentro gli altri. Scrivere un film è percorrere questa strada, e quest’onda, proprio qui, me l’ha ricordato ancora una volta.

    Il resto è tutto creme per la pelle, televisione, malinconia di aperitivi e di risate eccessive, capricci di bambini e di mogli stanche, previsioni del tempo che dicono che forse domani ma d’altro canto è così dappertutto, le occhiate a seguire le donne, i tu quando rientri, e poi quest’estate, è che costa tutto un casino, e si potrebbe una volta fare un bel giro da qualche parte

    Poi arriva l’onda.
 

Lo spunto di oggi – Due parole sul lavoro di Francesco Mariano

martedì 25 marzo 2008

 

 

    “Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò” diventa: Ad un certo punto il botto, la centrale elettrica di Buna è saltata, un casino… Ecco la prima mossa di Francesco. Il passato remoto che  indica un momento preciso e importante nel tempo, diventa un passato prossimo, entra cioè nella sequenza della quotidianità e quindi di per sé in una sfera più normalizzata. Ottimo inizio: sfumare i contorni del tempo, non riconoscere ai fatti un luogo nella storia, ma abbassarli al livello del ripetersi quotidiano.

    Un casino introduce un’altra strategia che si sovrappone alla prima: un commento personale. Wiesel non ne fa mai e questo conferisce una notevole forza al suo racconto. Francesco invece inserisce un casino perché questo gli consente una mossa fondamentale: il commento personale all’interno della storia. Un commento espresso dal narratore separa la storia da chi la racconta, gli fa prendere le distanze e ne diminuisce la responsabilità. Come a dire: io sono sempre io, sono sempre quello che sta qui con voi all’happy hour, siamo sempre noi e questa storia non ci separerà, perciò vi dico io per primo che è stato un gran casino, perché condivido il parere che certamente avrete voi.

     “La Gestapo” diventa le guardie, e questo rispetta un senso di realtà ma ci fa scivolare su un piano quotidiano non corretto: la Gestapo era sì anche una forza composta di guardie, ma le guardie come le intendiamo noi non sono la Gestapo. Un’altra mossa impercettibile e perfettamente riuscita: una falsa equazione. Ricondurre l’eccezionale al normale perché non dia fastidio è come dire che tutto sommato la cosa non era poi così diversa da quello che succede tutti i giorni, e che ci consente di stare qui tranquilli a fare l’happy hour.

     “Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio” diventa: Gironzolando hanno scovato delle tracce. Altra strategia implacabile: conferire alle azioni più determinanti e terribili il sapore della casualità e dalla fatalità. Erodere il nesso tra desiderio e azione è come dire: non è colpa di nessuno, certe cose capitano. Alleggerire le responsabilità, facendo accadere le cose senza farle discendere da una volontà ma attribuendole ad una logica fatalista e astratta di cui nessuno è responsabile.

    Su tutto il testo, Francesco distribuisce a pioggia alcune espressioni non eclatanti, non eccessive, ma perfettamente normalizzanti: un casino, c’era lo zampino di qualcuno, gli hanno fatto di tutto, si è ritrovato al fresco, cavarne un ragno dal buco, l’hanno mandato in viaggio premio, non sapevano più in che lingua chiedergli le cose.  E’ una cosa sulla quale torno sempre a riflettere: la costruzione della strada destinata a far arrivare il nostro contenuto al destinatario, influisce in modo decisivo sul contenuto e sul destinatario. La strada è costruita da entrambi, dal modo di parlare e dal modo di ascoltare. Francesco sta continuando a dire: è tutto come al solito, anche le parole e i riferimenti, non c’è nulla che possa alterare la nostra quiete, che ci spinga a forzare le nostre espressioni, o a diminuirle, o che modifichi la strada che percorriamo abitualmente per comunicare fra noi.

    Salto moltissime cose perché un blog non consente analisi troppo estese. Mi bastava condividere il senso di questo percorso. Tengo ancora ad una cosa, che ho molto apprezzato nel testo di Francesco:”Viva la libertà! Gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva”.
Diventa: I due grandi hanno urlato qualcosa riguardo la libertà mentre il bambino “muto era”.
Togliere la parola alle vittime.  Cancellare la testimonianza del valore e del dolore. Sintetizzarla con una piallata veloce. La storia è scritta dai vincitori perché le vittime sono tutte morte. Questo è un grande esempio di censura e di strategia. Ha urlato qualcosa, non so cosa, non ho sentito, oppure peggio non lo ricordo. Invece erano parole precise, scolpite. Che avrebbero disturbato la nostra normalità.

    Siamo in un sistema di comunicazione che per rispetto del dolore copre i cadaveri di guerra con i lenzuoli bianchi, per non mostrarne il viso. Non esiste offesa più grande. Il lenzuolo bianco dovrebbe coprire la vergogna di chi ha tirato le bombe che hanno prodotto quei cadaveri. I volti sfigurati andrebbero visti, il testo di Wiesel letto nelle scuole, le cose dette senza strategie normalizzanti.

    Ringrazio tutti i ragazzi dello IED per il loro lavoro, uno per uno, tutti disponibili a condividere il loro script con la Rete. Mi hanno sorpreso e insegnato con chiarezza molte cose.

Lo spunto di oggi – Ancora una premessa all’analisi del lavoro di Francesco Mariano

sabato 22 marzo 2008

 

    Per guardare dal di dentro il lavoro di Francesco, bisogna fare un passo indietro. Insieme ai ragazzi dello IED abbiamo riflettuto sul fatto che ogni volta che raccontiamo una storia stiamo sì comunicando dei fatti e delle emozioni, ma ci stiamo anche inserendo in un sistema comunicativo più ampio, che ha delle regole e dei parametri che ne garantiscono la sussistenza. Questi parametri, diciamo, sono quelli che autorizzano o meno un certo tipo di contenuti e di modi.  Un piccolo esempio: se mentre si discute parte un pugno, l’intero processo di discussione è destituito di senso, e si regredisce verso la lotta.

    All’interno di una discussione “civile” (termine rassicurante per lo meno quanto labile), i pugni non hanno diritto di cittadinanza. Detto così sembra chiaro, in realtà “pugni” sono molte cose. Per esempio, il dolore. La comunicazione franca e diretta del dolore. Rimossa, evitata, guardata con sospetto, utilizzata in modo falso e scorretto (vedi le varie vite in diretta televisiva…). E quindi succede questo: che le regole non dette della comunicazione sociale vengono comunque prima di quello che abbiamo da dire. Qualunque cosa sia.

     Una gag. Un uomo in una biblioteca si avvicina velocemente al banco e dice sottovoce:
- “Mi scusi, ha un bicchiere d’acqua ?”
La bibliotecaria sorride e ne riempie uno dalla sua bottiglietta. Il signore scompare velocemente e torna un istante dopo e sussurra:
- “Mi scusi eh, ha mica un altro bicchier d’acqua ?”
La bibliotecaria un po’ stupita glie ne dà un secondo. La cosa ricapita sempre più velocemente per altre volte, finché la bibliotecaria perde la pazienza:
- “Ma insomma se ha tutta questa sete vada al bar, no ?”
- “Ma io non ho sete – ribatte l’uomo sottovoce – è che vede… c’è un incendio, ma qui è vietato alzare la voce!”

     E’ ciò che ci accade inconsapevolmente ogni volta che dobbiamo fare i conti con le regole di comunicazione. In parte ce la consentono, in parte ce la impediscono. Chi lavora nella comunicazione ha continuamente a che fare con i limiti sottili di questa situazione. E l’esplorazione di questi limiti è estremamente ricca di spunti. Perché ci dice la quantità di strategie che inconsapevolmente attuiamo per dire ciò che “non va detto” e restare nel gruppo, ci dice la quantità di compromessi a cui ricorriamo tra verità e “dicibilità”. Ci dà suggerimenti sulla possibilità di modificare le strettoie di questi parametri.

    Il lavoro di Francesco Mariano attua con sobrietà e con molta furbizia alcune di queste strategie, che tra qualche giorno analizzeremo insieme. 

Lo spunto di oggi – Il lavoro di Francesco Mariano

mercoledì 19 marzo 2008

 

 

    Alla fine la sfida è stata accettata, e in alcuni casi anche vinta. Questo è il felice esempio di Francesco Mariano Delogu. Mi limito a trascrivere quest’ottimo lavoro, rimandando a tra qualche giorno l’analisi più specifica di alcuni meccanismi. Come sempre preferisco rispettare il tempo di pensiero e di assorbimento di ognuno di noi.

    Il lavoro di Mariano prende di petto il testo di Wiesel e rispetta le consegne, il che significa che la lettura può essere molto fastidiosa, data l’intensità e la purezza dello scritto originale. Ma chiarire dei meccanismi di mistificazione e di adattamento proprio della verità in un sistema linguistico più accettabile, richiede un lavoro su cose nette e forti. E’ quindi nel rispetto profondo della testimonianza di Wiesel che questo lavoro è stato fatto. Ecco dunque il testo da happy hour.

 

Da “La Notte” di Elie Wiesel. Un adattamento di Francesco Mariano Delogu

 

    “Ad un certo punto il botto, la centrale elettrica di Buna è saltata, un casino, subito sono arrivate le guardie che si sono rese conto che c’era lo zampino di qualcuno. Gironzolando hanno scovato delle tracce, e dopo un accurato controllo hanno pure trovato delle armi, a quel punto l’Olandese, che per sua sfortuna era il capo, si è ritrovato al fresco. Gli hanno fatto di tutto per settimane ma non sono riusciti a cavarne un ragno dal buco, allora l’hanno mandato in viaggio premio ad Auschwitz e da lì l’abbiamo perso di vista.

    Invece il figlio, Pipel, è rimasto, e anche lui si è subìto lo stesso trattamento del padre, non sapevano più in che lingua chiedergli le cose.

    Dopo un paio di giorni stavamo tornando da lavoro e abbiamo visto tre pali alti nel piazzale centrale e le guardie che in assetto da terza guerra mondiale erano pronte al solito tran tran. C’erano tre tipi legati come salami e tra loro c’era anche Pipel, che oltre a stare zitto come un pesce, si mordicchiava il labbro proprio come una trota.

    Le S.S. non ne avevano voglia di appenderli di fronte a tutti, si vergognavano come delle bambine, ma alla fine il lavoro è lavoro e visto che tutti si erano tirati indietro ci si misero tre guardie. Ed il bambino era sempre fermo e rosso come un peperone.

    Li hanno fatti accomodare e li hanno incravattati tutti e tre insieme. I due grandi hanno urlato qualcosa riguardo la libertà mentre il bambino “muto era”. A un cenno del capo campo, zak ! ed eccoli appesi come polli. Dopo un po’ di silenzio con la voce rauca il capo campo ci ha fatto togliere i cappelli. Tutto questo sotto un tramonto che non ti dico.

    Non riuscivamo a non piangere. Poi nuovamente il “rauco” ci ha fatto rimettere il cappello in testa. A quel punto è iniziata la sfilata: i due uomini erano secchi come prugne al sole, invece il bambino sempre con la solita faccia da pesce, però ora fuor d’acqua se ne rimaneva appeso, mezzo e mezzo come le triglie fresche che vedi al mercato la mattina presto. Gli sono passato davanti e ho controllato bene.

    Ci è voluta mezz’ora prima che finalmente ci mandassero a mangiare, mai visto un bambino così tenace! E mentre andavamo verso la mensa sentivo qualcuno che dietro di me borbottava classiche frasi di circostanza, su Dio e su dove fosse finito, ma la ciliegia sulla torta, per completare la giornata, è stato che anche la minestra aveva un saporaccio di morto.”

 

Buona riflessione… 

     

Comunicazione – “Nella città che cambia” proiettato a Milano

lunedì 17 marzo 2008

 

    Interrompo per due giorni il percorso su “La Notte” di Elie Wiesel per comunicare la proiezione del film girato a Stadera l’anno scorso. Di solito non pubblicizzo mai le proiezioni che mi riguardano, ma ci sono casi in cui – come questo fu anche quello di Cesare e Stefania – il tema supera l’evento cinematografico. Mi fa piacere perciò invitare chi volesse partecipare, a:

 

Spunti di vista”: sguardi obliqui sulla città

 

    L‘associazione culturale PE.ACE., Periferie Al Centro, propone la visione di due recentissimi cortometraggi:

“NELLA CITTA’ CHE CAMBIA” – Storie di un quartiere, di Giovanni Covini, tratto da un’idea del Tavolo Territoriale Stadera coordinato da ABCITTA’ – Società Cooperativa Sociale ONLUS.

“LA PIAZZA”, Film ad episodi di 4 giovani registi esordienti, già presentato allo Spazio Oberdan nell’ambito del Filmaker Festival e vincitore del premio “Vita non profit magazine”.  

La proiezione avverrà MARTEDI’ 18 MARZO,  ore 19.00 presso la

Nuova Libreria Scaldapensieri, via Don Bosco dav. n. 39, Milano.

Tel. 02-56.81.68.07.

 

Chi avesse voglia di parlare della città e dello sguardo che ognuno di noi ha nei suoi confronti, può fare un salto a vedere…

Lo spunto di oggi – Il laboratorio

giovedì 13 marzo 2008

 

 

 

    Pochi giorni fa un’amica mi dice: “Sai come quando la gente ti chiede come va, che tu non puoi mai dire come va veramente, cioè puoi dirlo fino a un certo punto. Perché la gente vuole avere a che fare con te, ma non vuole sapere niente del tuo dolore”. Come sempre la mia amica centra le cose nel nocciolo.  

    E’ proprio su questo filo che si è sviluppata la mia richiesta ai creativi dello IED. Nascondere il dolore. E’ quello che facciamo sempre, e abbiamo nella televisione un’ottima insegnante. Qualcuno mi obietta che però tutti i casi di cronaca nera vengono trattati con ampio dispendio di immagini e inchiostro. Peggio ancora. Perché sono pagine che sfogliamo con curiosità, non con partecipazione. Dietro la porta rassicurante di un giornale aperto, spiamo dal buco della serratura delle fotografie, sussurriamo nel buio i nostri compiaciuti commenti, complici dei titolisti della testata.

    Niente a che vedere con il dolore.

    Il fatto è che per realizzare tutto questo ci vuole strategia, c’è una logica, ci sono meccanismi che poi, consolidati nel tempo, diventano automatismi anche per noi. Proponevo ai ragazzi dello IED di andare a vederli. Di tirarli fuori chiaramente questi meccanismi.  Il nostro quotidiano occultamento della sofferenza, finalizzato al restare in società, al non essere emarginati. Se vuoi avere audience tra gli amici, parla pure di te ma non tirare fuori il dolore. Perché è contagioso, perché è uno specchio potente di quello che si agita anche dentro i tuoi amici. E quindi metterli in contatto con il tuo dolore significa metterli in contatto con la loro stessa sofferenza. Niente di nuovo mi pare, semplici istruzioni per l’uso dell’happy hour.

     Cosa c’è di meglio di un testo terribile, in certi punti quasi illeggibile come “La Notte” di Elie Wiesel. Illeggibile perché talmente puro, talmente secco, rigoroso e compiuto che non si riesce a fargli fronte. D’altro canto lo scantonamento è socialmente giustificato: ma con tutti i guai, i problemi, con tutte le menate che ho già devo anche sorbirmi Wiesel piuttosto che un film drammatico ? Ecco il lavoro, dunque: siete ad un Happy Hour. Avete intorno gli amici, qualche ragazza che vi interessa, è prima di una serata che si annuncia promettente. Raccontate per filo e per segno quello che racconta Wiesel come se fosse successo a voi l’estate scorsa, o qualche tempo fa. Fatelo senza disturbare nessuno. Date le notizie precise senza mandare di traverso lo stuzzichino. Non ci rovinate la serata, insomma.

    I ragazzi rileggono il testo e la sfida si annuncia al limite delle possibilità. Tornano a chiedermi la finalità del lavoro. La finalità è fare consapevolmente ciò che di solito facciamo inconsapevolmente.  Smascherare il nostro modo di mascherare. Più d’uno tra i giovani creativi ha tirato fuori soluzioni illuminanti. Tra qualche giorno ne vediamo una, dando tempo, a chi volesse, di fare un tentativo fra sé e sé.

    Buon lavoro… 

Lo spunto di oggi – Un altro gruppo di giovani creativi

lunedì 10 marzo 2008

 

 

 

 

    In accordo con un altro gruppo di giovani creativi IED, condividiamo un nuovo laboratorio che ci ha aiutati a riflettere su alcuni meccanismi della nostra scrittura, che sono quasi congeniti e pertanto difficilmente riconoscibili e osservabili, e che rischiano di limitare la nostra libertà di espressione e di scoperta. Per ora limitiamoci a leggere questo brano tratto da “La Notte” di Elie Wiesel. Come per il testo ANSA, rimaniamo in ascolto delle emozioni e delle riflessioni che muove dentro di noi senza giudicarle. Diamoci qualche giorno così, l’intensità del testo chiede davvero del tempo.

 

    “Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi!

    L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si sentì più parlare.

    Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.

    Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi.

    Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.

     Il Lagerkapo questa volta si rifiutò di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

    – Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

    – Dov’è il Buon Dio ? Dov’è ? – domandò qualcuno dietro di me.

    A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

- Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

- Copritevi!

    Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

    Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

    Dietro di me udii il solito uomo domandare: – Dov’è dunque Dio ? 

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è ? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.”

 

Buona riflessione.

 

 

Lo spunto di oggi – Due parole sul lavoro di Valentina

venerdì 7 marzo 2008

 

 

 

    Il lavoro di Valentina, alla stregua di quelli dei suoi compagni, ci porta da una parte della storia. Esplora. E serve a farci capire cosa succede quando esploriamo. Naturalmente ci fa capire solo alcune delle cose che succedono, perché ogni volta è un’avventura nuova. Vorrei vederne rapidamente alcune.

    Intanto la back story. Ovvero la storia che ci stava dietro, il pregresso. Appena ci avviciniamo a un punto di vista, e quindi appena il fatto non è più un fatto ma una nostra azione, ci viene spontaneo cercare il perché dell’accaduto. E il perché lo si trova sempre nel passato. Le cause partoriscono le conseguenze, e la madre nasce prima del figlio. Ma il cercare indietro implica la sospensione del giudizio: sul gesto e sul personaggio che l’ha compiuto. Scrivere significa andare in cerca dei motivi, e quasi sempre questo coincide con l’andare in cerca dei dolori. Perché le azioni che i personaggi compiono sono sempre dettate da desideri, consapevoli o no che siano, e i desideri dicono sempre di qualcosa che ci manca.

    La moglie che Valentina ci regala entra nel suo racconto prima che il suo gesto emerga come determinante nella storia. Mentre nell’articolo ANSA la moglie trova il suocero e di lei non sappiamo nient’altro, Valentina ha costruito un percorso coerente che dà a quel fatto finale il sapore dell’inevitabile sviluppo di una relazione. Vediamo perché. La moglie tiene la contabilità anche del padre di lui, il che significa che è lei il principio di realtà. Lei è la prima a rendersi conto che qualcosa non va con quella badante. Padre e figlio restano folgorati, infinocchiati. La moglie è diversa, talmente più lucida che gestisce anche i conti del suocero.

    Il personaggio del figlio, nostro punto di vista, possiamo fotografarlo con due frasi: “con le buone” e “a mali estremi estremi rimedi”. Nel racconto di Valentina l’uomo è un tessuto coerente e pericoloso di emozioni e semplice buon senso. Prova a separare badante e padre “con le buone”, poi come ha sentito dire dalle sue maestre ai tempi della scuola, forse dalla sua mamma nei castighi, forse dal suo stesso padre, forse come lui medesimo ha detto mille volte ai suoi figli… “a mali estremi”. Premessa e autogiustificazione per le sanzioni più dure, tante volte subite senza poter ribattere. Adesso diventa grande, adesso si fa adulto e può finalmente dirla lui questa frase: a mali estremi.

    C’è tutta una traiettoria in queste poche parole. Tutta una relazione. Tutto un trascorso. Allora: senza passato e senza tessuto relazionale nessun punto di vista può essere esplorato e conosciuto. Il narratore non ha mai fretta di sapere chi ha ragione. Non è una domanda utile a capire. E le conclusioni non sono mai soddisfacenti. La necessità dell’azione rispetto a chi la compie è invece molto più interessante. Perché gli era così necessario uccidere ? Cosa l’ha reso inevitabile ? Quale dolore ?

    I ragazzi hanno citato il caso di Garlasco e il modo in cui è stato trattato dai media. Si possono aggiungere una marea di piccoli paesi diventati famosi nello stesso modo. Una marea di dettagli, nessuna voglia di capire.

     

 

Lo spunto di oggi – Il lavoro dei giovani creativi dello IED

mercoledì 5 marzo 2008

 

 

    Qualunque reazione abbia innescato dentro di noi il pezzo ansa, è facilmente osservabile un dato: il giornalista evita con correttezza di connotare emotivamente la vicenda. Stila i fatti in modo  accurato e preciso, e la cosa è necessaria al fine di comprendere l’accaduto. Potremmo dire che questi sono i fatti. Si tratta di capire quanto i fatti abbiano a che vedere con la verità.

    Per noi non esiste la fila dei fatti. Perché come narratori non ci collochiamo in un’ottica esterna alle cose. Le storie sono sempre di qualcuno e pertanto sono sempre viste con gli occhi di qualcuno. Ecco la versione di una brillante allieva di quest’anno. Ha scelto di prendere la parte del figlio.

 

Il punto di vista del figlio.

Di Valentina Volpi 

    “E’ stato più o meno un anno fa, il 18 febbraio 2007, quando quella maledetta è entrata nelle nostre vite. Mamma è morta verso la fine del 2005 e papà è crollato. Pensavamo che col tempo si sarebbe ripreso ma a 93 anni non dev’essere facile… Non riusciva a fare più niente da solo, io e mia moglie gli siamo stati il più vicino possibile ma avevamo il lavoro ed i nostri figli di cui occuparci… Bisognava trovare una soluzione… e la soluzione si è presentata bussando alla porta: Maria.  E’ stata la prima a rispondere all’annuncio sul giornale in cui richiedevo una badante solida ed efficiente.

    Maria, con i suoi grandi occhioni color nocciola ed il nome divino… ci ha infinocchiati tutti… papà per primo ! E’ rimasto subito folgorato da lei, ed io volevo renderlo felice, così non c’è stato bisogno di provinare altre donne, abbiamo assunto la romena con gli occhioni e chi si è visto si è visto. All’inizio eravamo tutti molto soddisfatti del lavoro che svolgeva: la casa era sempre in ordine e papà aveva ricominciato a sorridere. Sembrava un miracolo, troppo bello per essere vero… e infatti…  tutta questa perfezione non è durata a lungo.

    E’ stata mia moglie ad accorgersi che qualcosa iniziava a non quadrare: con il passare del tempo Maria è diventata sempre meno efficiente: la casa non era più pulita come i primi tempi, ma papà non si lamentava e se solo provavamo a proporgli una nuova badante andava su tutte le furie… Certo, la cosa mi sembrava un po’ sospetta ma credevo solo che il vecchio “sentimentalone” si fosse affezionato troppo alla ragazzina che lo accudiva, non immaginavo quali servizi extra gli fornisse quell’indemoniata al posto di spolverare in giro!

    Siamo andati avanti così più o meno fino a settimana scorsa, quando mia moglie, che si occupa della contabilità di famiglia, ha notato un prelievo in contanti di ben 60 mila euro, effettuato da mio padre. Quando sono andato da lui a chiedergli spiegazioni mi ha semplicemente detto che erano per Maria, che l’amava e che voleva addirittura sposarla!! Allora tutto mi è diventato più chiaro: quella bambinetta innocente non era altro che una sgualdrina da 4 soldi, che adesso però se n’è intascata 60 mila. I miei 60 mila! All’inizio ho provato a mantenere la calma e a far ragionare  mio padre: lui novantatreenne e lei venticinquenne… qualcosa non andava no ?

    Ma lui era ostinato e testardo!! Diceva che lei lo faceva sentire giovane… un ragazzino… chissà come poi! Ho provato ad allontanarli con le buone, ho lasciato che provasse ad occuparsene mia moglie ma a mali estremi estremi rimedi ! Quella parassita non se ne voleva proprio andare e così ho preso il mio fucile da caccia e sono andato da mio padre per risolvere la questione una volta per tutte. Volevo spaventarla, tenerla lontana da mio padre, in fondo lui era un brav’uomo, sa ? Ma quando lei se n’è andata lui ha iniziato ad inveirmi contro, era impossibile farlo ragionare, ho tentato nominandogli la mamma, che era morta da così poco tempo, e di cui lui stava infangando la memoria per sposarsi una puttana, ma lui ha detto che non gli importava !

    Mi ha voltato le spalle, e in quel momento non era più mio padre, era solo un vecchietto rimbambito, soggiogato da una cagna che presto si sarebbe presa anche la sua vita oltre che i suoi soldi… non potevo permetterlo! Così ho stretto il fucile tra le dita… ed ho premuto il grilletto. Un solo colpo, alla testa. Gli ho sparato. Ho liberato mio padre, l’ho liberato da quella donna, dagli istinti della sua carne, l’ho rimandato dalla mamma, e ora lei si prenderà cura di lui.”