Archivio di aprile 2008

Lo spunto di oggi – Samuele e la guerra

lunedì 28 aprile 2008

 

 

 

    Il progetto è chiaro e attraente: costruire un vero villaggio preistorico. Palafitte di stuzzicadenti, mare di carta, sassi per gli scogli e altre ingegnosità. Samuele è immerso nella costruzione del mondo e dei personaggi che lo popoleranno. Già, i personaggi. Come costruire degli omini in scala ? La cosa è ardua davvero, ed ecco spuntare l’idea della maestra: soldatini. Soldatini per fare gli uomini preistorici. E’ così che molti dei bambini hanno ricevuto in dono un soldatino con fucile o con pistola: perché i soldatini armati non possono ovviamente funzionare per il villaggio e avanzavano dal progetto.

    Samuele ha ideato un piano e l’ha portato a termine senza esitazioni: ha tagliato il fucile al soldatino. E l’ha reso idoneo al progetto. Stamattina lo porterà a scuola e lo farà reintegrare. L’ex soldatino recupererà la propria dignità di uomo. Vedo in questo una perfetta lezione di cinema da parte di un bambino di otto anni. Ciò che per gli adulti era un soldatino, per lui era un uomo con fucile. Senza fucile, era semplicemente un uomo.

    Tagliare. Rinunciare ai progetti che sembrano immutabili e saldati come la plastica del soldatino, qualora la dissociazione di idee già connesse rigidamente aprisse nuovi orizzonti. Recuperare l’essenza del personaggio togliendogli l’inutile. Renderlo idoneo e congruente con il mondo di cui fa parte, fosse pure perché lo vuole cambiare.

    Osare. Contravvenire anche spregiudicatamente alle norme più evidenti (un soldatino con fucile è un soldatino con fucile: senza fucile è un soldatino rotto), se in testa o nel cuore c’è un progetto più lontano, preciso, e se esiste una strategia per portarlo a compimento.

    Cambiare la forma delle cose per portarne alla luce la natura. Per favorirne la  funzionalità rispetto al mondo di cui faranno parte.

  Stare semplici. Operazioni chiare, secche, senza fronzoli. Sotto i monitor della mia stazione di montaggio c’è un foglietto con scritto simplicity. Non è mai facile dire la verità ma le scelte per comunicarla sono spesso scelte di semplicità. La semplicità non riduttiva è chiarezza, e frequentemente coincide con una comunicazione trasparente. Toglierò il foglietto dai miei monitor quando avrò finito di capirlo. Ma credo che lo staccheranno i miei figli…

    Forse domani la maestra non sarà d’accordo con il reintegro nella comunità preistorica dell’ex uomo con fucile. Ma io mi ripasso la lezione e me la tengo per me. Non l’ho ancora digerita. Ciò che avverrà domani in aula non lo so, son cose da bambini di otto anni.  Cose da grandi davvero.

Radiografie – The Brave One, di Neil Jordan

venerdì 25 aprile 2008

 

 

 

     Certe volte basta un titolo. A rovinare tutto. In Italiano “The Brave One” suonerebbe “La coraggiosa”. Il titolo con cui il nostro pubblico lo conosce, invece, è “Il buio nell’anima”. Prima di vedere il film può essere che la cosa suoni quasi uguale, dopo invece ci si rende conto del danno.

    Se penso a Neil Jordan mi viene in mente un uomo con una trivella su un lago ghiacciato. Per la furia che lo anima di capire cosa ci sia sotto, di conoscere il non visto, tutto ciò che non emerge alla chiarezza ma che detta i movimenti profondi dell’inconscio, scava, scava, scava… finché il ghiaccio non cede e l’uomo non rimane divorato e sommerso dalla sua stessa scoperta.

     “The brave one” racconta la storia di una donna che sta per sposarsi, alla quale viene ucciso in un’aggressione il futuro marito. Dentro di lei si rompe qualcosa, e al risveglio dopo tre settimane di coma – dovuto al pestaggio di cui è lei stessa vittima – deve ricominciare da zero. Ma non sono solo la realtà e il suo progetto di vita ad essere cambiati: è lei. Dentro. Un’estranea le è entrata nel cuore, cammina al posto suo, pensa e agisce al posto suo. Dopo certe cose la tua vita di prima è finita, non potrai mai più essere la stessa persona nello stesso posto. E alla fine, questo sconosciuto diventa tutto quello che tu sei. Completamente altro.

    Il film non ruota intorno al fatto che veramente si cambi identità dopo un trauma del genere, ma lavora sul fatto che certi traumi ci costringono a prendere atto di quello che eravamo da sempre anche senza saperlo. “The brave one” non è la storia di una donna che precipita nel buio della propria anima, ma la storia di una coraggiosa che guarda in faccia veramente se stessa, le proprie ombre e la propria disperazione.

     Perno di tutto il percorso interiore è il midpoint del secondo atto. Erica, ormai già abituata ad uccidere, incontra il detective che indaga sui suoi casi. Lui non sospetta ancora di lei. Ma Erica ha bisogno di lui. Come di un’ancora per non farsi portare troppo lontana dalla corrente che ha dentro. Come una relazione nel progressivo deserto interiore: quando non riusciamo più a leggerci dal di dentro chiediamo aiuto a chi amiamo perché ci legga dal di fuori.

    E come in tutte le crisi, anche la nostra protagonista vive una divisione profonda. La serial killer vuole arrivare a vendicarsi fisicamente contro gli assassini del suo uomo, la donna vuole che la serial killer sia scoperta e si chiede Perché nessuno mi ferma ?  Già. Perché nessuno la ferma ? Perché la nostra aggressività, il rancore che abbiamo dentro, li deleghiamo ai gesti degli altri, dei nostri eroi. Il cattivo serve a questo nelle storie: a liberare l’aggressività che abbiamo nascosto in noi. A sfogare la violenza di cui non ci vogliamo fare carico perché troppo incagliati nelle remore, nei princìpi, nelle geometrie sociali. Non è un invito all’assassinio questo, ma un invito alla sincerità con se stessi.

    Il pubblico forse non riesce a condividere gli omicidi seriali di Erica, ma non smette mai di amarla profondamente perché ne capisce il dolore, il fatal flaw, la ferita profonda che si porta dentro. Da quando pensava di avere una vita perfetta a quando si ritrova nell’inferno, Erica – una Jodie Foster finalmente tornata in un film davvero grande -  non riesce mai a chiedere aiuto. E’ ciò a cui resiste fino alla metà del secondo atto, quando sente esaurite le sue forze, dilaniate dalla lotta che si scatena dentro di lei, e si affida al detective affinché la scopra. Ma la battaglia sarà ancora lunga.

    Il coraggio di guardarci dentro e di dirci chiaramente, quando lo siamo, che siamo delusi, arrabbiati, pieni di rancore. Il coraggio di ascoltarci veramente senza fronzoli, di questo parla The Brave One. Erica registra i suoni della città, dovrà imparare a registrare le voci che ha dentro. Questo coraggio apre le porte di un viaggio dentro se stessi che molto spesso miete molte vittime tra gli amici, i familiari, i conoscenti, se stessi.

    Ma non c’è alba se non c’è prima una notte fonda. Quella della separazione di te da te stesso. Quando non ti condividi più, quando tutto quello che ti hanno insegnato giudica tutto quello che sei. La tua cultura contro la tua natura. Il tuo buon senso contro la tua verità. E’ l’inferno. Oppure la porta per uscire fisicamente da quel tunnel nel quale Jodie Foster ripassa lentamente, alla fine del film. E nel suo passo lento e leggero sembra di cogliere lo sguardo di Neil Jordan su tutta l’America.  Una donna sola, piena di rancore, che riesce ormai soltanto a sparare e che non desidererebbe altro che essere fermata.

    Un film teso, spietato, bellissimo. Una lama che ti porti dentro, in silenzio. Uno specchio. Un regalo davvero.

Lo spunto di oggi – Da fare subito, se si vuole.

mercoledì 23 aprile 2008

 

 

 

    Ricevo da un’amica queste righe di Marco Gandolfo e le giro senza commento data l’imminente scadenza.

 ROSE, VICKY E LE ALTRE DA SPIKE LEE!!! 
    Il documentario GREATER – DEFEATING AIDS (regia di Emmanuel Exitu) a cui ho lavorato come cameraman e montatore, dopo aver vinto l’Audience Award al New York Aids Film Festival, è stato accettato anche al Babelgum Online Film Festival, un importante progetto internazionale di web-tv.
    Racconta con uno stile innovativo, fluido e dinamico la vita e la gente del Meeting Point International nelle baraccopoli di Kampala (Uganda) attraverso le storie di Rose, Vicky, Veneranda, Josephine e le altre. Storie di come è possibile schiacciare l’Aids.
    Il vincitore sarà stabilito da Spike Lee tra i primi 5 documentari più votati dagli utenti, quindi c’è la possibilità di far vedere quell’immenso miracolo di gioia, coscienza del proprio infinito valore e dignità a un grande artista come Spike Lee.
    Votare è molto semplice.
1. Connettersi alla pagina http://www.babelgum.com/113782/greater-defeating-aids.htm
2. Cliccare sull’immagine per scaricare il programma babelgum (gratuito e spyware free)
3. Sul desktop apparirà il collegamento a babelgum (l’icona è una pallina verde). Cliccando si apre il programma. La prima schermata è il modulo di registrazione utente da compilare in ogni parte (sempre gratuito).
4. Dopo la registrazione tornare alla pagina del documentario e cliccare sull’immagine: si apre il programma babelgum che permette di vedere il documentario.
5. Sul lato destro dello schermo ci sono alcune icone: la prima è una stelletta. Per votare bisogna cliccare sulla stelletta, appaiono 5 stelle che bisogna cliccare.
 
    Ps su Babelgum il documentario è nella sua versione internazionale in inglese. L’urgenza ora è di raccogliere più voti possibile. La versione in italiano sarà disponibile da Agosto 2008.

Lo spunto di oggi – L’oroscopo

domenica 20 aprile 2008

 

 

 

    E’ una mattina ingannevole, con il sole che illude e un vento basso che fila per le strade e scivola nei colli senza più sciarpe. Il bar promette una tregua di schiuma calda sul caffè e di profumo di cioccolato. Lorena ci sta ancora pensando mentre il barista la serve. Un incontro importante, oggi. Non sa più bene che trigono, casa o pianeta, ma qualcosa dal cielo glie l’avrebbe servito su un piatto d’argento. Oscar delle Stelle l’aveva detto dalla radiosveglia un’ora prima.

    Probabilmente sarebbe avvenuto a pausa pranzo. Forse quel Domenico che l’aveva incuriosita da un po’. Stessa mensa, azienda diversa. Niente vera al dito. Poche parole, qualche sorriso. Educato. Guardava con scrupolo il cibo e ne sceglieva poco. Doveva cucinare bene. Non aveva niente di che, ma una sera Lorena si scoprì ad immaginarlo lì, nella sua cucina, a prepararle la cena.

    Il pensiero era partito prima. Sdraiata nella vasca con i piedi fuori dall’acqua, aveva pensato che la cosa brutta dello stare sola era non avere qualcuno che le massaggiasse i piedi. Mirko le porge il caffè e Lorena torna al presente. Si conoscono da quasi tre anni. Si informa sempre di lei. Ma stamattina comincia Lorena.

  • “Tu l’ ascolti l’oroscopo ?”
  • “Lo ascolto all’inizio, ma io sono il penultimo segno e son già distratto ai Gemelli. Tu sì?”
  • “Ogni tanto. Ma non ci credo. Cioè lo ascolto ma dopo non ci credo”.

    La porta  si apre ed entra Roberto, sessant’anni circa, imbolsito, con gli occhi pesti. Chiede un caffè ristretto con una voce da influenza furiosa. Si siede al bancone, posa il bastone e tira fuori il giornale. Pochi movimenti goffi bastano a capire quanto tenga a quel momento tutto suo. Tra dieci  minuti sarebbero cominciati l’ufficio, le sue segretarie, e oggi anche la riunione con i francesi. Dieci minuti per mettersi in un angolo e sverginare il Corriere nuovo di zecca. Lorena lo guarda un momento e beve il suo caffè, ormai la confidenza dell’oroscopo è stata interrotta.

    Roberto tossisce e medita sui titoli. Lorena torna a guardarlo. Lo fissa. Poi le scende una lacrima calda, è come se il suo corpo avesse ricordato prima di lei. Lascia la borsetta sul bancone e si avvicina a Roberto. Si ferma accanto a lui. Roberto se ne accorge.

  • “Beh ?”
  • “Buongiorno – sussurra Lorena – si ricorda di me ?”

Roberto vede i suoi dieci minuti messi a repentaglio:

  • “Ha bisogno qualcosa ?”
  • “Nove anni fa. Si ricorda ? Agosto. Lei estrasse mia madre dall’incendio di casa nostra”.

Roberto toglie gli occhiali. Rimane a fissare Lorena.

  • “Agosto 1999… – il suo viso si illumina – Viale Umbria… ?”

Lorena sorride appena.

  • “12 agosto 1999, 23.30. Lei mi gridò di spostarmi per farla passare. Portava sulla lettiga mia madre”.

Mirko non può fare a meno di fermarsi e ascoltare.

Roberto le tende la mano lentamente.

  • “Come sta signora…”
  • “Signorina… – cerca di sdrammatizzare Lorena -  Io bene. Lei… ?” – sbircia il bastone appoggiato vicino.
  • “E’ stato il mio ultimo anno da volontario della Croce Rossa. Poi mi sono fatto male io…”
  • “Mi dispiace”
  • “Macché. Scivolato sugli scogli, ho fatto un bel volo e mi sono rotto il bacino. Sua madre arrivò viva all’ospedale…”  – E rimane a guardare Lorena in attesa del finale.

Lorena scuote lievemente la testa di capelli rossi.

  • “Non mi crede nessuno ma fin da qualche giorno prima dell’incendio mi sentivo che le sarebbe successo qualcosa di brutto”.
  • “Le credo.  – la incoraggia Roberto – Quando capita a me cerco di non pensarci. Io credo molto ai sentimenti e ai presentimenti. Ma poi non li ascolto”

    Cinque minuti dopo, Lorena cammina per strada. Sole e vento freddo giocano a rendere la vita impossibile. Procede con una strana euforia verso l’ufficio, tra cose che ascolta senza credere, e cose che crede senza ascoltare.

    Lorena non l’ho mai vista. Ma Roberto era proprio lì, nel bar vicino al mio studio.  Nessuno l’ha disturbato mentre leggeva il Corriere. Ma lui era lì, per aprirmi la porta di una storia…

 

 

 

 

Radiografie – L’isola di Nim, di Jennifer Flackett

mercoledì 16 aprile 2008

 

     

 

    La scialuppa si sgancia dai cardini e piomba nel mare in tempesta. Alexandra sfida le onde per andare a soccorrere una bambina che si trova sola su un’isola. E’ il turning point del film, il momento in cui il personaggio di Jodie Foster cambia completamente il proprio modo di interpretare la vita. Abbandona ogni buon senso e si lancia tra i flutti, ponendo così fine alla propria resistenza a crescere, a rischiare esperienze, all’inedito, che l’aveva caratterizzata fin dalla prima scena.

    L’Isola di Nim è il percorso di crescita e di maturazione di una donna, autrice letteraria di successo, che finalmente riesce a vivere ciò che aveva avuto il coraggio solo di sognare. Avrà come mentore una bambina, Nim, che della vita ha già capito molto più di lei. Nim infatti è già stata visitata dal dolore – è orfana di madre – e a undici anni sa cavarsela da sola su un’isola deserta, tanto che il padre scienziato si allontana per più giorni in cerca di microorganismi.

    Accade in questo film quello che è già accaduto per altri prodotti della recente produzione di Hollywood.  Anche qui, difatti, c’è una forbice che finisce per separare il centro focale del film dal suo protagonista. I bambini, comunque divertiti e contenti per gli innumerevoli momenti spettacolari, si identificano in Nim, che non a caso è centrale anche nel titolo. Il fatto è che il vero percorso non lo compie lei. Le vere azioni, gli ostacoli, i veri desideri profondi e per certi versi autenticamente drammatici sono tutti nel personaggio di Jodie Foster. Che però non è focalizzata come protagonista.

     La bambina è la protagonista concettuale, la scrittrice quella drammatica. E’ sempre un mezzo guaio quando le due cose non coincidono. Perché i concetti rimangono senza la forza delle azioni (alla fin fine la bambina in tutto il film manda due mail e non fa altro che aspettare che qualche adulto l’aiuti: l’invenzione della difesa dell’isola che lei organizza con gli animali è un modo per conferirle un mordente che rimane solo esteriore). Ma soprattutto le azioni rimangono senza concetti, senza valore. Estetica, intrattenimento. Niente dramma.

     Jodie Foster, una donna che invecchia con un’intelligenza strepitosa, è sempre lei: tecnicissima, cristallina, millimetrica. Ma il ruolo è pensato in piccolo, il personaggio non respira perché troppo citato – lo è esplicitamente – su quello femminile del primo Indiana Jones. Anche là una donna, delle fantasie, una paura totale del mondo. Anche là un momento di rottura e di uscita verso l’avventura. Anche là la ricompensa dell’amore. Il precedente è pesante e se si calcola che fuori dal multisala si vede il nuovo Indiana Jones in arrivo…. viene da chiedersi se quest’America non stia pensando strategicamente a un certo tipo di contenuti: trovare l’eroe che è in noi, che è poi l’alzata tematica dell’isola di Nim, con il dettaglio che invece che essere “alzata” una volta sola e chiaramente, è ripetuta mille volte e pedantemente.

     Certo un’America che sprofonda verso una recessione che alcuni economisti danno già per conclamata, con una sfiducia che corre come il vento e un futuro poco sereno, guarda caso rispolvera l’eroe che è dentro ognuno di noi. La fiducia. Il non arrendersi. Coltivare la forza in noi stessi è anche un bel modo per non guardare troppo fuori. Sì è una favola, ma i segni di una paura vera ci sono tutti. La scrittrice decide finalmente di prendere un aereo, e la scena in cui i metal detector impazziscono e lei subisce una perquisizione e una confisca di molti prodotti che sono proibiti nel volo, fa pensare gli adulti e li fa uscire per un momento dal film.

    Forse oggi nemmeno l’America crede più che si possano raccontare favole. Non senza passare dal via, da quel minimo principio di realtà che occorre in ogni narrazione per quanto fantastica. Direi che questo è l’aspetto più interessante del film per un adulto che vi si rechi: la dimensione più risicata che persino Hollywood concede alla fantasia pura. E’ una considerazione che mi è venuta spontanea perché a fronte di un momento storico difficile, la reazione del cinema in altri tempi era stata del tutto diversa. I tempi del musical, i tempi dell’alleggerimento e dell’evasione a tutti i costi. Oggi sono fiabe, ma fiabe spezzate.

    Il resto, nonostante il divertimento ritmico e visivo, è televisione: ancora un bambino orfano, ancora una tematica ecologista nel senso più disimpegnato del termine, ancora una retorica familiare. Un’ultima citazione per la giovanissima attrice. Fa pensare davvero all’esordio di Jodie Foster bambina. E sembra che  in questo film si passi fra loro come un testimone, un destino. La bambina è bravissima e sono convinto che la vedremo crescere e che ci emozionerà ancora e di più. Ma chissà in quale panorama saranno l’America e il suo cinema. Chissà quali saranno le fiabe.

Lo spunto di oggi – Una lezione di sceneggiatura

lunedì 14 aprile 2008

 

 

 

    Passo dalla Comunità di Villapizzone, quella di Padre Filippo Clerici di cui ho scritto pochi giorni fa. Trovo quadernoni con pennarelli. Chi vuole lascia un suo ricordo di Padre Filippo. Allora sbircio, leggo qua e là. Qualcuno cita una sua frase, che non gli avevo mai sentito dire:

“Non si chiacchiera. O si parla, o si sta zitti.”

    Oltre a tutto il resto, una formidabile lezione di sceneggiatura.

Lo spunto di oggi – L’alba

domenica 13 aprile 2008

 

 

 

    Giro per la città e guardo i manifesti elettorali. Inutile entrare nel dettaglio. Ma mi vengono in mente alcune storie, e mi sembra il momento propizio per ricordarle. La prima non è proprio una storia, è semplicemente un detto indiano di grande saggezza. Dice che l’alba sorge nel momento in cui si riesce a distinguere un filo nero da un filo bianco. Il pensiero è bellissimo perché ci rimanda al fatto che l’alba è sempre un’alba per noi, e che sorge davvero solo quando i nostri occhi sono pronti a vederla.

    Sento voci, intorno a me. Che si dovrebbe votare questo, che invece quell’altro sarebbe meglio perché. Che comunque bisogna esprimere una posizione, magari turandosi il naso però… E abbiamo davanti tutti questi fili. Neri, bianchi, cose rosse, cose verdi… Stavolta  i miei occhi devono essere appannati, per me l’alba non vuole proprio arrivare e i fili sono indistinguibili. Con tutta la buona volontà mi metto lì, li ascolto per radio, li leggo, li sbircio su internet… macché.

    La seconda storia è altrettanto antica. Parla del figlio del dio Sole e della sua amante Pasifae, legittima moglie di Minosse re di Creta. Dal loro sventurato amore nacque il Minotauro, mezzo uomo e mezzo toro. Minosse avrebbe voluto ucciderlo, ma poiché in parte divino, dovette ripiegare sul geniale inventore Dedalo, e gli chiese di nascondere quel figlio di sua moglie alla vista degli uomini. Dedalo costruì un labirinto e ve lo rinchiuse.

    Oggi sono cambiate alcune cose.  L’essere che piace al 60 % degli italiani è mezzo destro e mezzo sinistro, mezzo anticomunista e mezzo ex comunista. A volte è così tanto mezzo e mezzo che sembra si tratti di due persone diverse. Fa parte della mostruosità ma non c’è da farsi ingannare: è proprio un essere solo. Ha infilato una porta USB nel muro del labirinto, ne è uscito e ha fatto entrare noi. Attende come il gatto con il topo: quella che ci mostra adesso è solo una demo di quello che farà.

    Poi c’è una terza storia. Non è finita molto tempo fa. E’ durata quarant’anni e l’essere che piace al 60 % degli italiani la ama moltissimo. Si chiama Democrazia Cristiana. Coming soon.

    Ecco. Confesso di ritrovarmi qui, con questi fili in mano. Ma non so quale sia quello nero e quale il bianco. Non so nemmeno se uno sia nero e l’altro bianco. E non è che non li abbia guardati con attenzione, anzi. Una frase però vince la semioscurità e brilla nel mio oblio. L’ho letta sempre su uno dei manifesti elettorali. “Gli indiani hanno accettato l’immigrazione nei loro confini. Ora vivono nelle riserve”. Augh.

Lo spunto di oggi – Padre Filippo Clerici

giovedì 10 aprile 2008

 

 

 

    Mi arriva una mail nella notte, la vedo di primo mattino. Padre Filippo Clerici è morto sul Grignone ieri pomeriggio. Padre Filippo Clerici, insieme a Padre Silvano Fausti, per molti anni ha dato a chi  lo ascoltava qualcosa di unico. Qualcosa che su questo blog vado sempre cercando, molti livelli più in basso: uno sguardo che cambi la percezione delle cose, che le renda fruibili, sensate, vere.

    Non amo parlare delle mie emozioni personali ma la grande pace che sento a questa notizia credo provenga dal senso che mi sembrava di cogliere nelle sue parole e in quelle di Silvano. Penso, che so, alla mia paura congenita della montagna, e quando ho saputo ho pensato: ti pareva. Non so cosa direbbe Padre Filippo ma sono certo che il suo sarebbe il sorriso consapevole e lieve che aveva sempre. Direbbe forse qualcosa tipo che il vero pericolo è essere lontani da Dio, per cui anzi, la montagna lo ha avvicinato alla vita.

    Penso a tutta la normale, necessaria ritrosia rispetto ai pensieri di morte e di sofferenza. E mi ricordo quando sentii raccontare, da Filippo e Silvano,  la resurrezione di Lazzaro. Da quattro giorni giaceva nel sepolcro e già mandava cattivo odore. Quei quattro giorni rimandavano simbolicamente alle quattro latitudini del mondo: nord sud ovest est. Significava che in tutto il mondo la morte manda cattivo odore. Che Gesù veniva a cambiare questo sguardo, non a far risuscitare un uomo che presto o tardi sarebbe morto di nuovo.

   Qui non si tratta di credere o meno, di essere o non essere cristiani, cattolici, praticanti o altro. Prima ancora di pormi il problema se crederci o no, sento che qui c’è uno sguardo che davvero frantuma il sepolcro nel quale il mio pensiero è rinchiuso. Destabilizzante. Minatorio. Sovversivo. Spiazzante. Chi se ne frega del miracolo, lascialo lì. Non è quello il punto. O meglio, non è Lazzaro il luogo del miracolo: è la tua testa, sei tu che guardi e capisci attraverso la storia di Lazzaro cosa sta avvenendo in te che la leggi. Altra cosa imparata da voi, caro Filippo, che ha cambiato il mio modo di leggere tutto. E continua a cambiarlo.

    Sento una grande gratitudine e la condivido su questo blog perché chi dona punti di vista autentici è un vero profeta, qualcosa di significativo nel magma dei canali satellitari, terrestri e pedestri.  E’ con il poco che credo di aver capito del vostro sguardo che mi unisco al vostro giorno di dolore e di festa.

     

Lo spunto di oggi – Viva l’Italia

mercoledì 9 aprile 2008

 

 

 

    Mi capitano questi interventi e mi sembra interessante condividerli su questo blog. 

    “Credo che in Italia ci sia un provincialismo di fondo, un problema di identità culturale degli italiani. Da almeno venti, trent’anni, cioè dal grande cambiamento degli anni ’60 e ’70, noi non abbiamo più avuto una cultura vera e propria, siamo una specie di paese colonizzato da tendenze e mode estere, non abbiamo idee interne su quello che è importante rappresentare della nostra vita. Quindi ce ne accorgiamo quando sono altri a farcelo notare ed è stato così per Nuovo cinema paradiso (It. – Fr. 1988, Giuseppe Tornatore), che prima di vincere l’Oscar in Italia era stato completamente snobbato, e Mediterraneo (It. 1991, Gabriele Salvatores) che ha avuto la stessa storia.
In Italia si aspetta sempre un professore che spieghi bene la lezione.

    Mi colpisce molto il fatto che negli ultimi anni tutti accorrono a vedere le mostre, mostre che poi diventano veri e propri eventi. È sicuramente una cosa positiva, ma dubito di quello che resta dopo la visita. La sensazione che ho è che la tendenza generale sia quella di consumare un evento culturale, per cui si va, si compra il catalogo e si torna a casa, ma senza un’elaborazione culturale reale di quello che si è visto.” Davide Ferrario.

 

    “…A furia di spernacchiare i film da festival, considerati noiosi e respingenti, e di predicare una fantomatica via nazionale alla spettacolarità americana, ci troviamo tagliati fuori del tutto: sconfitti nel confronto con Hollywood ma anche cancellati dal territorio del cinema d’autore”. Ed ancora: “…Ai film, soprattutto quelli d’autore, bisogna crederci. Sostenere i loro registi (anche con critiche negative quando lo meritano, ma non con battutine sarcastiche o facili luoghi comuni) e favorire la loro circolazione e conoscenza”. Paolo Mereghetti

 

    “A scanso di equivoci, il primo pezzo di carbone va a quei giornalisti e critici che a ogni giro di boa festivaliero decretano la morte e la rinascita del cinema italiano. A Venezia era morto con i film di Franchi, Porporati e Marra, dopo poco più di un mese era risorto a Roma grazie a Soldini e Mazzacurati. Né vivo né morto il cinema italiano è quello che è: ora sbagliato, ora riuscito”. Dario Zonta.

 

    “Credo che la colpa del provincialismo attuale del cinema italiano vada ricercata nella società italiana che si vuole supermoderna ma che è ancora molto ancorata al locale. Anche i registi italiani che amo di più sembrano poco curiosi di quello che accade nel cinema internazionale. Sarebbe utile ed importante poter fare vedere quello che avviene nel resto del mondo. Anche per me che sono affamato di opere nuove.

    Tutto ciò senza volere bandire quel bell’odore di soffritto che c’è nel cinema italiano che non va perduto, ma che non deve diventare un peso ed un freno. Io vengo da una generazione di cineasti abituati a concatenare il cinema che amavano a quello del passato. I miei amici ed io quando amavamo un film contemporaneo immediatamente ne trovavamo dentro la genealogia: un po’ di Renoir, un pò di Mitsogushi, un pò di Ophuls, oppure un pò di Bresson, un pò di Ozu e così via.

C’era sempre il rivedere tutta la storia del cinema, vertignosamente, in un attimo. In questi nuovi cineasti che mi piacciono e mi interessano c’è la rottura del cordone ombelicale col cinema del passato. Questa cosa tremenda che è la perdita di memoria che ci fa molta impressione nei giovani di questo momento, l’amnesia totale del passato, d’altra parte ha portato ad una cinematografia che non nasce dalla conoscenza del cinema, come nel mio caso.

    I giovani registi nuotano nel presente come noi non abbiamo mai saputo fare proprio perché non hanno più la memoria del passato. Se saranno renoiriani, mitsogushiani , fordiani o ophulsiani, lo saranno non per discendenza acquisita, ma per il magico ripetersi in loro anche di ispirazioni che si sono vedute in quei registi. Questa è una cosa straordinaria, perché porta una ventata di novità e di freschezza che oggi si ritrova in certo cinema americano indipendente, o in quello di Honk Kong, o di Taiwan o in certi registi africani .

    Il cinema si rinnova veramente perché viene reinventato. Non è più uno strascicarsi successivo di esperienze che sono derivate da altri. È un momento straordinario e io mi sento privilegiato per avere la possibilità di avere vissuto nel passato l’esperienza del cinema di avanguardia e oggi questa sua mutazione fisiologica.” Bernardo Bertolucci.

Lo spunto di oggi – Le nuvole che ci dicono il tempo

domenica 6 aprile 2008

 

 

 

    Giorgio ha 53 anni. La mattina si guarda allo specchio e intanto si aggiusta il nodo della cravatta con la precisione veloce dei gesti a memoria. E si piace. Un po’ sovrappeso però dai, un bell’uomo. Ancora abbastanza giovane e con una carriera perfettamente riuscita. Manager di una multinazionale alimentare, di proprietà di un’altra multinazionale con la quale mette in scena una finta concorrenza. Una vita sempre in giro per stare lontano con eleganza dal vuoto di casa.

    Ora però c’è Sofia. Con il piccolo Luca. Più che un incontro una magia. Dopo oltre dieci anni passati con la quasi anoressica Claudia a sperare l’arrivo di un figlio, dopo gli esami, le crisi, le speranze e gli sconforti. Alla fine era evaporato tutto, nessuna traccia di quello che erano stati e che avrebbero voluto essere Giorgio e Claudia. Una sera di ritorno dal cinema Claudia non si decideva a scendere dalla macchina e Giorgio fece il giro per aprirle la portiera da fuori. Ma lei abbassò il finestrino per dirgli che aspettava un figlio da un altro.

     Qualche anno di amiche veloci e di vuoto, poi era apparsa Sofia. Separata, con il piccolo Luca in braccio, lì in coda davanti a lui, alla Posta. Giorgio ride spesso di quell’incontro: lui manager di destra che si ritrova a dover ringraziare le inadempienze dello Stato per la sua felicità. Così, adesso, anche lui avrebbe avuto un figlio. La vita glie lo stava offrendo con l’amore in un solo treno.

    Adesso Luca ha 10 anni, una frangetta bionda luminosa come un campo di grano. E stamattina ha la febbre. Sofia gli sta accanto e come sempre in queste occasioni delega a Giorgio le mansioni più concrete e più spicce. C’è una corsia preferenziale tra madre e figlio nella quale lui non può e non riesce ad entrare. “Mettimi questa a lavare per favore, mi è caduta”. Giorgio prende la calza di Luca e va per metterla nel cesto della roba sporca. Ma intanto che ci va di nuovo la voce di Sofia lo raggiunge: “Ricordati il vetro e la carta”.

    Giorgio si ferma e prende i due sacchi. “Allora ciao”. Sofia non risponde, è china sulla fronte sudata di Luca. In ascensore, Giorgio ha tempo per sentire che Luca non è suo figlio e non lo diventerà mai. Che a Claudia e a Sofia sì, ma a lui no, la vita un figlio non glie l’aveva dato. Tanto valeva dirselo.

    Apre il cassonetto del vetro e scarica le bottiglie. E’ il turno della carta. E’ allora che si rende conto di avere ancora la calza tra le dita. La calza di quel bambino che lo chiama solo “Giorgio”. E’ un lampo. Butta con una stizza tranquilla anche i due sacchetti di plastica nel cassonetto della carta, e ci lascia cadere sopra anche la calza. Lascia ricadere il coperchio come fosse una pietra su uno scarafaggio, e si avvia. Fruga con le mani finalmente libere nelle tasche del suo giubbotto. Cerca le chiavi dell’Audi.

    E’ così che l’ho trovata stamattina, la calza. Sopra due sacchetti di plastica nel raccoglitore della carta. Non ho idea di chi ce l’abbia messa né tantomeno del perché. Ma in qualche modo deve pur esserci arrivata e quella di Giorgio è soltanto una possibilità.

    Le storie sono nei dettagli incongruenti. Capiamo il tempo che farà dalle nuvole, non dal cielo sereno. C’è un sacco di verità nelle cose fuori posto, nei fastidi, nelle contraddizioni. Calze nei cassonetti della carta. Non mi sarebbe venuto in mente. Mai.