Archivio di maggio 2008

Lo spunto di oggi – Pausa

giovedì 29 maggio 2008

 

 

 

    Un momento di lavoro un po’ più intenso del solito mi costringe a una pausa su questo blog. Ci rivedremo tra un mesetto o giù di lì. Grazie come sempre a tutti quelli che mi lasciano un segno scritto o un’idea detta a voce.  O che partecipano anche silenziosamente a questo piccolo percorso discontinuo e traballante.

    Per chi volesse, ripeto l’invito all’Enoteca Ronchi di Milano, in via San Vincenzo 12, nelle sere del

  • 3, 10, 12, 16 giugno 2008
  • dalle 20.30 alle 23.00.

    Parleremo di cinema e guarderemo cinema cercando di rintracciare idee “sottostanti e inapparenti”… o forse più semplicemente parlando di noi, del nostro guardare e del nostro guardarci dentro.

    Auguro a tutti di leggere, vedere, sentire cose splendide, dentro e fuori. Un abbraccio a tutti. A presto.

     

Il libro di oggi – Due parole su L’uomo che cade, di Don Delillo

lunedì 26 maggio 2008

 

 

 

     

    Che senso ha prendere un fatto recentemente accaduto, universalmente noto e di portata storica, e popolarlo di personaggi prodotti da un atto puramente creativo ? Alla fine è un romanzo ? O è l’interpretazione personale di un autore su un fatto realmente accaduto ? Oggettivamente, sembra, le torri erano due. Soggettivamente – per vittime e carnefici – le torri erano una alla volta. Per nessuno uguali, né la prima né la seconda, né la torre sud né la torre nord.
    Il romanzo – poiché così è definito – di Don Delillo è una specie di magnete. Crea due campi in fortissima attrazione. L’interiorità e l’esteriorità dell’esperienza, come sempre nel suo lavoro. Quel che ti avviene fuori e quel che significa dentro di te. Delillo mette i suoi personaggi prima, durante, dopo l’attentato. In casa, nelle torri, sull’aereo. Il suo è un meraviglioso e ardito tentativo di raccontarci l’irrisolvibilità della Storia nella somma delle nostre storie.
    Tutti compresi nello stesso Destino e irrimediabilmente separati in storie uniche e del tutto diverse. Non per divisione di razza, non per differenze culturali o economiche: anche tra marito e moglie; uno era dentro e l’altra fuori, e ci sono solchi che si scavano tra le persone, e che nemmeno le più tenaci volontà sono in grado di ricucire con la comprensione. Questi solchi non sono necessariamente aperti da conflitti, ma dalla pura e semplice differenza dei punti di vista.
    Delillo ha l’abilità di mostrarci queste distanze e la loro inevitabilità attraverso lo spazio: dentro o fuori, sopra o sotto, vicino o lontano. Ma d’altra parte attraverso il prima, il durante e il dopo, ci mostra anche la distanza tra il punto di vista di ieri e quello di oggi all’interno della stessa persona.
    Non solo tra noi ma dentro di noi ci sono linee, soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono man mano che capiamo e rielaboriamo. Il nostro io scivola spericolatamente sul piano inclinato delle sollecitazioni, dei fatti, delle nostre idee in continua trasformazione.
    Tutto questo può apparire scoraggiante, dispersivo, alienante. Invece Delillo segue così da vicino il mutare e il divincolarsi dei personaggi principali in questa vicenda, che per quanto lontani fra loro e da se stessi nei diversi momenti della storia, sono tutti e sempre vicini a chi legge. Frutto di un talento che più che inventare plot originali sa scoperchiare verità difficili, L’uomo che cade ci mette nella condizione di leggere le azioni dei personaggi non come volontà positive o negative ma come strategie difensive dal dolore. Ogni cornice morale viene fatta saltare per lasciar spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti: terroristi, mogli, mariti, amanti, figli.
    In questo ci ritroviamo, solidarizziamo persino con il terrorista più determinato. Non condividiamo l’azione ma ne riconosciamo dentro di noi il movente profondo. Al volgere dell’ultima pagina, con l’immagine di una camicia che vola dalla torre, non mi viene in mente nient’altro da dire che: grazie per averlo scritto.

Il libro di oggi – L’uomo che cade, di Don Delillo

giovedì 22 maggio 2008

 

 

 

    “Ogni volta che vedeva un filmato degli aerei Lianne avvicinava un dito al pulsante di spegnimento del telecomando. Poi continuava a guardare. Il secondo aereo che spuntava da quel cielo azzurro ghiaccio, era quella la sequenza che le penetrava nel corpo, che sembrava scorrerle sotto la pelle, quella fugace accelerazione che trasportava vite e storie, le loro e la sua, quelle di tutti, in un’altra distanza, al di là delle torri.

    I cieli che conservava nella memoria erano drammi di nuvole e mare in tempesta, oppure la lucentezza elettrica prima del tuono estivo in città, sempre legate alle energie dei fenomeni atmosferici, di ciò che c’era lassù, masse d’aria, vapore acqueo, venti da ovest. Questo era diverso, un cielo terso carico di terrore umano in quegli aerei sfreccianti, prima uno, poi l’altro, la forza dell’umana determinazione.

    Keith si mise a guardare con lei. Ogni singola disperazione impotente stagliata contro il cielo, voci umane che invocavano Dio, e che orrore immaginare tutto questo, il nome di Dio sulla lingua degli assassini e delle vittime al tempo stesso, prima un aeroplano e poi l’altro, quello dei due che sembrava quasi l’omino di un cartone animato, con occhi vividi e denti, il secondo aereo, la torre sud. (…)

    Keith disse: – Sembra ancora un incidente, il primo. Anche da questa distanza, da fuori, con tutti i giorni che sono passati, io lo guardo e penso che è un incidente.

- Perché non può che essere così. 

- Non può che essere così, – disse lui.

- Il modo in cui la telecamera sembra quasi sorpresa.

- Ma solo la prima volta.

- Solo la prima, – disse lei.

- Il secondo, quando spunta il secondo aereo, – disse Keith, – siamo già tutti un po’ più vecchi e un po’ più saggi.”

 

    Ho finito il libro di Delillo e voglio condividere questo stralcio senza inquinarlo con i commenti. Lo farò tra qualche giorno. Oggi mi sento solo di dire: leggetelo.

Lo spunto di oggi – La banca

martedì 20 maggio 2008

 

 

 

 

 

    Era un sacco di tempo che non ci pensavo più. Ma la pizza con Vittorio Moroni mi ha rispolverato la memoria. Vittorio è un filmaker valtellinese che vive a Roma. Ha girato due lungometraggi molto belli di cui ho amato incondizionatamente il primo, “Tu devi essere il lupo”. Mi telefona una settimana fa e mi dice che passa da Milano per un lavoro. Così, ci troviamo per due chiacchiere e qualche parere su La durezza dell’acqua, che si è appena letto.

    Quando due filmaker si trovano a parlare ci sono per lo meno venti minuti di default per le lamentele economiche. Qui le tralascio però, perché i discorsi sulle varie Film Commission che dovrebbero funzionare e non esistono nemmeno, su quella del Piemonte che funziona però soltanto se sei piemontese, su quella lombarda che a dispetto della Lega è come l’Araba Fenice, senza nemmeno bisogno del permesso di soggiorno perché non soggiorna proprio… questi discorsi, dicevo, hanno solo il potere di deprimere e non portano mai idee concrete. Ma intanto che si sollevano questi pianti in attesa di pizza, mi viene in mente un fatto che poi mi dimentico di raccontargli.

    E’ il 1998, ho 30 anni… e lavoro da 5 anni con il Ser.T. di Limbiate Mombello. Dopo due spettacoli al Portaromana, giro il mio primo cortometraggio: Caino. Ci lavoro molto con i ragazzi, e la sceneggiatura riesce semplice, ingenua ma con una sua coerenza e con una sua forza. Totalmente inesperto di produzioni, mi reco in una banca in centro a Milano, una di quelle che ha fama di avere sensibilità per i progetti a fondo perduto, a scopo culturale, sociale, umanitario e tutto ciò che di più commovente si può scrivere in un manifesto pubblicitario di una banca.
Chiedo 10 milioni di lire, ma non so a chi, per cui telefono e prendo un appuntamento con l’uomo che decide se sì o se no.

    Quando entro sono positivamente colpito dalla sua età: giovanissimo, in un ufficio chiaramente direzionale, e apparentemente davvero interessato. Gli racconto dei ragazzi, delle difficoltà, della sensatezza del progetto, dello sforzo di raccontare qualcosa di diverso da se stessi per persone abituate a parlare sempre dei propri drammi, ecc.
Mi ascolta e poi mi guarda in silenzio. “Bello. Che bel progetto…” Bene, penso, è fatta. Ma non avevo ancora visto niente. Senza giri di parole il giovane dottore mi punta con lo sguardo:

  •  “Ma quindi tu sei un regista regista ?
  •  “Sì.. Una volta sola è abbastanza”, scherzo inopinatamente ottimista.
  •  “Caspita, pensa che era il mio sogno… no perché sai anche io faccio teatro eh ? Adesso ho messo su un musical”.

Ti pareva…

  •  “Bello ! E che cosa esattamente ?”
  •  “Ah è una cosa fantastica: Forza Venite Gente, con tutto l’oratorio.”
  •  “Complimenti ! E dove posso vederlo ?”
  •  “Eh, è appunto questo il problema. Ma visto che tu sei un regista vero forse ci puoi aiutare: non è che mi metteresti in contatto con qualche circuito o qualche sala di Milano ?”

    Uno può prepararsi a sentirsi dire no, può immaginare – se proprio ha tempo da perdere – di incontrare in banca un potenziale concorrente ed essere nelle sue mani per il finanziamento. Ma come può un filmaker immaginare che sarà la banca a chiedere aiuto a lui ? Eppure andò così. I dieci milioni non arrivarono mai, il film si fece. Da allora non ho più cercato produzioni. Ma si trattava di corti. Adesso che la meta è il lungometraggio, anche questo modo di sopravvivenza è finito.

    In banca… no, non ci sono più tornato. Hai visto mai che stesse provando Jesus Christ Superstar con la Anni Azzurri’s Royal Dance Academy

Lo spunto di oggi – Melog, di Gianluca Nicoletti

sabato 17 maggio 2008

 

 

 

    L’altra mattina ho ascoltato una puntata di Melog (Radio24, tutte le mattine dal lunedì al venerdì), di Gianluca Nicoletti. Quando riesco lo seguo, perché a mio avviso ha sempre spunti che vanno al di là delle pure e semplici provocazioni. E lo sforzo che Nicoletti compie per osservare i meccanismi della comunicazione più che le cose che vengono comunicate, è proprio ciò di cui oggi abbiamo bisogno, e che altri fanno con maggior risonanza di pubblico e maggior furbizia.

    Un esempio: Michael Moore, talentuoso e furbissimo, solleva coperchi proibiti ma confeziona ciò che ha sollevato in lavori che rientrano a tutti gli effetti nella godibilità del grande pubblico. E pertanto il suo, più che un lavoro sui meccanismi della comunicazione è un lavoro che si insinua in questi meccanismi, e che lungi dal tentare di scardinarli li utilizza per fare il proprio percorso distributivo.

     L’altro giorno Nicoletti ha affrontato un tema urgente: da una parte la ragazzina quattordicenne uccisa dai compagni nel pozzo dopo essere stata violentata, dall’altra un recente documentario sui giovani di cui ha messo in onda stralci di dialoghi. L’una cosa e l’altra sembravano non parlare dello stesso pianeta. Il documentario mostrava sbiaditi e superficiali conflitti parentali, iniziative di volontariato anch’esse stereotipate ed evanescenti, mentre i telegiornali guarnivano con i dettagli più raggelanti il piatto del giorno.

    Nicoletti a un certo punto si chiede, ascoltando gli stralci del documentario: “Ma saranno poi questi i conflitti dei giovani oggi ?” Domanda sacrosanta. Che però apre un problema di metodo. E’ vero che certamente non sono quelli i conflitti più forti dei giovani d’oggi: andare dalla preside a chiedere se si può appendere un poster, parlare genericamente dei conflitti quotidiani con i genitori ecc. Ma è pur vero che molti giovani li vivono, e che sbiadita è un po’ tutta quest’epoca.  Certo la storia del pozzo ci interroga più aspramente. E’ istintivo, il gesto è brutale. Però non si può giudicare né tentare di capire un’epoca dai suoi estremi, e se facessimo documentari solo sugli omicidi nei pozzi non faremmo giustizia dei giovani ugualmente.

    Come se ne esce ? Non si devono raccontare i ragazzi quotidiani e normali ? Oppure non si devono raccontare gli omicidi ? L’una cosa è più vera dell’altra ? Personalmente credo che il problema così sia mal posto. Perché il punto è il nostro sguardo. Il pozzo non funziona al pari della scuoletta di “regolari”, se rimangono guardate da fuori.  Il problema non è, secondo me, raccontare o meno che tre ragazzini hanno ucciso una ragazzina. Il problema è capire, raccontando l’episodio, che cos’hanno fatto quei tre ragazzini dentro di sé. Che senso ha avuto per loro. Insomma, entrare in uno sguardo che non è il nostro, farci spiegare dal ragazzino le ragioni della sua ragione. Ascoltarlo. Guardare con i suoi occhi.

    In questa chiave  la domanda di Nicoletti, se siano davvero quelli dei liceali perfettini i veri problemi di questa generazione, perde un po’ di significato: non nel senso che non sia lecita – anzi, lo è del tutto e Melog è una fucina di intelligenza – ma che non è la domanda decisiva. Quella decisiva – credo – è se noi riusciamo in questo momento ad assumere lo sguardo dei ragazzi, a lasciare il nostro punto di vista per il loro. Se riusciamo a costruire un ponte. Sui liceali perfettini, o sui ragazzi del pozzo.

     

Lo spunto di oggi – Un incontro felice

mercoledì 14 maggio 2008

 

 

 

 

    No, non era nei programmi parlare così spesso di vino. Ogni tanto però la vita è curiosa e fa accadere incontri inaspettati e felici. Come quello avvenuto l’altra sera con l’Enoteca Ronchi. Parlare di cinema e vino è risultato più organico di quanto personalmente mi aspettassi, e pare che la sensazione sia stata reciproca. Forse quelli che bevono il vino conoscendolo profondamente e quelli che guardano il cinema cercando di capirlo, non hanno atteggiamenti così diversi. Si tratta di ascoltare tutti i retrogusti di una storia, di non accontentarsi mai di quello che si vede e che si sente. O meglio, di come si sa vedere e sentire.

    E in effetti il lavoro è molto più su noi stessi e sul nostro saper ascoltare che non sul vino o sul film in sé. Sta di fatto che si è pensato di proporre, a giugno, 4 incontri di solo cinema, cui l’enoteca presterà lo spazio. Situazione ancor più strana: fra bottiglie di ogni provenienza e di gran pregio, far tacere i cavatappi e parlar d’altro… 

   Confesso che sono divertito ed emozionato da questo piccolo esperimento, che mi spinge a riorganizzare i pensieri e a scombussolare i piani consueti.

     Le serate saranno:

  • MARTEDI’ 3 GIUGNO 2008, ORE 20.30 – 23.00
  • MARTEDI’ 10 GIUGNO 2008, 0RE 20.30 – 23.00
  • GIOVEDI’ 12 GIUGNO 2008, ORE 20.30 – 23.00
  • LUNEDI’ 16 GIUGNO 2008, ORE 20.30 – 23.00

    presso l’Enoteca Ronchi, in via S. Vincenzo 12, a Milano. (Tel. 02 – 58.10.35.59 per info e prenotazioni).

Grazie ancora a Luca Giovanelli e all’Enoteca Ronchi per l’amicizia e la passione che mettono. 

 

Lo spunto di oggi – L’Apocalisse, subito.

giovedì 8 maggio 2008

 

 

 

    224. E’ il numero sentenziato dalla macchinetta per me. Prima di fasciarci la testa vediamo a che punto sono arrivati. Ma la risposta non sarà buona, lo capisco perché la posta è stracolma, di più. E sono al 122. 102 numeri, 102 bollettini, telegrammi o vaglia prima di me. Sportelli numerati: 6. Dipendenti attivi oltre il vetro: 2. Fanno 50 persone a testa prima che uno dei due chiami me. Anche se ci mettessero un minuto a persona…

    Allora ti metti a guardare. Sedie disponibili: 20. Anziani in piedi: incalcolabili causa millimetrico ma costante ciondolamento. Dico bene, qualcuno si arrenderà no ? Magari una decina, farebbero già 45 persone a testa. Perché dall’altra parte della città mi comincia la riunione. Però se mi guardo intorno capisco che a tutti inizia una riunione. O una visita dal dentista. O un colloquio con il professore. Due anziani parlano a voce polemicamente alta: e quello là, quel biundina là d’un comunista con l’orecchino, che stava là sensa fà nient… el sarà in vacansa !

    Mi dico che se non faceva niente anche se non c’è non ci cambia niente. Oppure qualcosa faceva, e allora il problema è l’orecchino. Che, penso divertito, in alcune idee di mondo dev’essere comunista di per sé. Da dietro il vetro uno dei due impiegati prega i due signori di parlare più piano, che non riescono a lavorare. Il fatto è che lui si deve sgolare perché noi lo sentiamo, e quindi qualche dubbio sulla serenità del soggetto inizia a serpeggiare fra noi 100 amici al di qua. C’è chi lo bolla come maleducato, chi come povero pezzo di rifiuto organico. Propendo invece per l’ipotesi del fine antropologo in fase di sperimentazione su cavie inconsapevoli. Pavlov con l’ochetta gli fa uno spiffero e a pochi metri da noi certamente il gruppo di controllo veleggia alla media di 5 utenti sbrigati al minuto.

    Poi entra lei. Giovane. Carina anche se un po’ volgare.  Ha due cani al guinzaglio. Molto belli, ma molto giovani e entusiasti di vivere. Per loro la posta in quelle condizioni è una tentazione tutta da annusare, e quindi tirati tra il fiuto e il guinzaglio, latrano, uggiolano, mugolano e insomma alla fine abbaiano francamente. Infastidita a morte dalla questione spunta l’altra. Bionda occhi chiari, sui 45. Vestita bene e pulita ma con una luce alterata negli occhi.

    Lancia un grido lacerante. Poi: “Qui è tutto pieno di diavoli ! Qui è tutto pieno di diavoli !” Bene, mi dico, questo va sul blog. “E brava tu ! Brava ! Con i cani ! Ci sono le leggi lo sai almeno questo o no ?” La ragazza con i cani finge indifferenza. Ma l’altra non si arrende e moltiplica i decibel, con estrema soddisfazione del vecchietto tacitato poc’anzi, che guarda compiaciuto il dipendente oltre il vetro e gli si legge negli occhi “Tiè!”

    “Vai via ! Vai fuori di qui con quei cani !” La ragazza a questo punto non può più fingere indifferenza e noi 120 (il numero degli amici nel frattempo cresce, ormai pensavamo di aprire un social network) la guardiamo in attesa di risposta. Lei ha un’alzata di ingegno puro. Si fa calmissima e si avvia verso la sua antagonista: “Lo sa signora che io sono proprio contenta per lei ? Perché se questi sono i suoi problemi significa che non ne ha di più gravi nella vita”. Affermazione alquanto inaspettata in effetti, che ha il terribile difetto di distrarre i due operatori che rallentano il loro lavoro.

    L’altra non si dà per vinta ed esce con il gran finale: “Tuuu ! Tu sei un errore di Dio degenerato in femmina !” Tutti ci guardiamo e ormai nessuno più ricorda se si trovi lì per un bollettino o per un vaglia, la Posta è un girone dantesco, Virgilio e Beatrice se la spassano al di là del vetro con i nostri bollettini in un sacco di spazio e noi siamo dannati all’eterna attesa con soli 20 posti a sedere, due cani e un vecchietto di destra. Un signore con il giubbotto di pelle nero le si avvicina prima che la ragazza possa risponderle o che peggio lo facciano i suoi cani, e cerca di calmarla. “Su dai, signora, siamo tutti un po’ nervosi…” L’idiota viene detronizzato così: “Tu prova a toccarmi ed è subito Apocalisse”. 

    Poi quella dei cani va a prendere aria. Tanto la cosa non sarà veloce. L’altra si siede e ogni tanto si fa ancora sentire a voce alta.

    Grazie alle Poste Italiane, che ci offrono ogni volta molto più di quello che ci aspettavamo.

     

     

Lo spunto di oggi – Cinema e Vino

lunedì 5 maggio 2008

 

 

    Ho sentito il mio amico Luca Giovanelli parlare di vino quasi per caso. E non sapendone nulla, ne sono rimasto affascinato. Perché partendo dall’equazione “buoni vini in bei posti”, Luca ti porta passo passo a sentire nel sorso tutto il lavoro, il clima, la luce, il sapere di secoli di storia. In effetti Luca non parla di vino. Forse è questo che mi piace così tanto.

    Poi, gli viene un’idea. Tentare una serata di dialogo fra vino e cinema. Entrambi momenti di esperienza forte, entrambi laboriosi e a volte oscuri percorsi di preparazione in vista di un risultato finale. E mi ha coinvolto in questo esperimento azzardato ma stimolante, che mi ha costretto a pensare da nuove prospettive il cinema e il fare cinema.

    In tutto questo, mi sento solo di dire che il vino sarà ottimo!

    L’incontro avverrà giovedì 8 maggio alle 20.30, all’Enoteca Ronchi in via S. Vincenzo 12, a Milano. (Tel. 02 58103559 per prenotarsi). Chi avesse voglia di berci su, venga con noi…

Il libro di oggi – Spingendo la notte più in là, di Mario Calabresi

giovedì 1 maggio 2008

 

 

 

    “C’è un modo di coltivare la memoria insopportabile, commemorazioni in cui per ore si ripetono riti burocratici di una noia irritante: mille ringraziamenti barocchi, un profluvio di aggettivi del tipo ‘barbaramente ucciso nel fiore dei suoi anni da vile mano assassina’. Dicono di voler tenere viva la memoria, ma questo è il modo sbagliato, soprattutto se si parla davanti a dei ragazzi delle scuole: li vedi che si annoiano, non capiscono niente, inondati da nomi e citazioni di cui non conoscono il contesto, di cui non hanno nessuna idea.

    ‘I giovani hanno il dovere di sapere… devono ricordare… ‘ Ma allora raccontate loro qualcosa che valga la pena essere ricordato. Quando mi capita di partecipare a questi incontri, scelgo di parlare di mio padre come di un uomo normale, non di un eroe o di un marziano, di raccontarne debolezze e curiosità. Bisogna spiegare che gli eroi erano persone comuni, ma con la caratteristica di avere passione infinita per le cose che facevano, uomini con cui sia possibile identificarsi, che amavano il loro lavoro e lo facevano con scrupolo.”

    Il libro di Mario Calabresi si legge tutto di fila. E ha la proprietà di portarci dentro quei giorni attraverso il punto di vista ora di un bambino, ora di un adolescente che cerca di capire cos’è successo quindici anni prima alla sua famiglia, ora di un uomo maturo che vuole ricomporre la memoria e forse anche trovare una pace.

    La chiarezza di questi punti vista che cambiano di volta in volta nel piano del racconto, lungi dal confondere aiuta, fa sentire vive e vere le cose. Mario Calabresi è del 1970, e racconta di aver frequentato spesso la sala video della Sormani di Milano. Consultava metodicamente i microfilm con i giornali dei giorni dell’omicidio, e dice di averci anche visto del gran cinema, ad esempio Truffaut. In quegli stessi anni – ne abbiamo due di differenza – bazzicavo anche io la stessa sala. Chiedevo prima un libro, l’opera con testo a fronte della versione che ci era stata assegnata per il giorno dopo, latino o greco che fosse. La copiavo, la studiavo, e poi andavo di sotto in sala video, a vedere…. Truffaut.

    Mi fa effetto pensare che magari siamo stati lì insieme, che chissà forse ci siamo “rubati” qualche film a vicenda. Perché fa effetto pensare che la storia ci possa essere passata accanto. Ti colpisce quando pensi che eri lì mentre delle cose di cui non sapevi nulla stavano accadendo. Prendere coscienza. Collocare una vicenda in un tempo e in uno spazio precisi. Le emozioni più sottili sono comunque sempre ancorate a un dove e a un quando. Questa forse è la memoria di cui Mario Calabresi parla.

    Sì, è un libro intenso e pacato. Mi sono messo a cercare sulla rete il nome di Luigi Calabresi, e naturalmente viene fuori di tutto. Per cui, alla fine uno che in quegli anni era appena nato, non può che farsi un’opinione da lontano. Pare evidente che il commissario non buttò il povero Pinelli dalla finestra, ma quali fossero i suoi metodi e se fossero troppo duri è per me materia inaccessibile.

    Ciò che è accessibile e molto bello è il tentativo di un figlio di ricostruire senso e memoria alla propria vita, a quella delle persone a lui care. Perché un personaggio è sempre alla ricerca del senso, dell’organizzazione degli eventi in un filo che tenda a un fine. E soprattutto “Spingendo la notte più in là” mi lascia una sensazione forte – non di quegli anni ma degli anni successivi, nei quali ero abbastanza grande per ricordare – e cioè che fosse tutto più vero. Che le cose che avvenivano fossero sulle strade, nelle piazze, nelle scuole. Nessun rimpianto per quel clima, dal mio punto di vista. Ma per il contatto con la realtà sì, moltissimo. E forse questo libro centra qualcosa di importante: raccontare una storia oggi ha anche il compito di riavvicinarci alla vita vera, quella che sempre più sfugge al nostro contatto. Spingendo il monitor, internet, la televisione, più in là.