Archivio di giugno 2008

Lo spunto di oggi – Men at work

lunedì 30 giugno 2008

 

 

 

    Domenica mattina, autostrada della CISA. E’ il 15 giugno ma sembra novembre. Quattordici gradi, nuvoloso, suggestivo ma del tutto inappropriato al momento. Devo arrivare a Santo Stefano di Magra. E non mi funziona il satellitare, per cui mi devo fidare di indicazioni scritte a mano per trovare una via. Alla radio fanno due conti sul prossimo futuro.

    Rispetto a 40 anni fa la popolazione mondiale è quasi raddoppiata: da 3,5 miliardi a quasi 7 miliardi di persone, dicono. Le risorse energetiche vanno esaurendosi e allora si utilizzano coltivazioni per produrre carburanti. Con il dettaglio che le coltivazioni sarebbero destinate ad uso alimentare. Va beh, mi dico, il pianeta deve scegliere se mangiare al buio o morire di fame con la luce accesa. E tra l’altro, le macchine per il raccolto funzionano  sempre con il carburante.

    Se le cose vanno avanti così, intorno al 2050 – dicono – sarà carestia. Perché nemmeno tutti gli organi d’informazione culturale sono coesi. La Chiesa continua a raccomandare di fare figli e di pregare per chi muore di fame. L’opinionista ha molto a cuore questo punto. Continuo a guidare per le curve dolcissime: intorno poche case, prati, roccia. Un grande silenzio e un cielo basso basso di temporale in arrivo.  

    Devo chiamare a casa. Il satellitare non ne vuole sapere e non posso sbagliare, arriverei in ritardo. Dall’altra parte le voci dei miei genitori, cartina alla mano, mi indicano la strada, l’uscita. Ho letto recentemente che il prototipo della semiotica è l’uomo che cammina, simbolo dell’uomo che percorre la propria esistenza. Perciò i genitori che mi indicano un’uscita rappresentano un mentore…  alla mia veneranda età, penso.

    Poi ci sono i lavori. Men at work, prestare attenzione. Inizia a piovere, e in un attimo diluvia. Arrivo alla curva segnalata, e c’è un uomo vestito di arancione. Sposta sacchi. Con una lentezza che dice tutta la fatica. Lui a rallentatore, io in macchina. E di colpo siamo tutti lì. Una storia che scivola sul piano dell’altra: lui che lavora, io che passo veloce, i miei al telefono che dicono nomi di strade. E tutt’intorno campi. E sette miliardi di persone in aumento costante. E preti che invitano a fare figli, e opinionisti che gli abbaiano dietro.

    Siamo tutti men at work. Non si sa a preparare quale sentiero. Siamo in sette miliardi a non sapere quale sia l’uscita giusta da questa orribile strada, ma i miei hanno un telefono solo e al pianeta mancano dei genitori veri. Guardo camionisti e pescatori alleati in una disperata lotta per il costo della benzina, sento i conti economici degli amici e faccio i miei, ascolto tre minuti a caso di informazione… e penso solo alla guerra. Non so dire perché. Forse perché prima di morire almeno si lotta.  Perché milioni di persone non moriranno senza aver prima detto la loro. E lo faranno in una lingua chiara ed efficace.

    La CISA scorre, l’uomo lavora sotto l’acqua, io guido e la radio parla. C’è un’ansia sottile che sta diventando parte dei ragionamenti che sento in giro. Una domanda crescente di senso. Che strada ci stanno preparando ? Che strada stiamo collaborando a costruire ?

Lo spunto di oggi – Quello che non era accaduto

mercoledì 25 giugno 2008

 

 

 

    Cammino con Francesca nel parchetto davanti a casa. Stiamo andando al nido estivo, dove passerà la sua giornata. L’aspettano cose precise che già conosce, un percorso avventuroso e tranquillo fatto di compagni, di giochi, di pranzo e di nanna.  Mentre attraversiamo il vialetto del parco ci accorgiamo  dell’anomalia: un albero è caduto, probabilmente durante la notte. E’ del tutto evidente che non sia stato tagliato, perché la caduta è selvaggia, la spaccatura del tronco scomposta.

    Il vialetto è interrotto,  e la cima dell’albero ha violentemente frustato cadendo la panchina davanti alle altalene. Dall’altra parte delle fronde si intravedono altre persone. Quasi tutte con bambini. Un uomo con giornale sotto braccio e chiavi della macchina in mano, si è fermato a guardare. Ha un giubbotto di renna e una camicia bianca. Ha l’eleganza della vita d’ufficio, e ha ancora addosso il saluto della moglie sulla porta. E rimane a guardare l’albero. Come noi, come me.

    Il primo uomo che vide piovere non poteva immaginare di cosa si trattasse. Però con il tempo avrà collegato le cose, e avrà stabilito che ogni volta che vedeva piovere, la terra era bagnata. Una notte quest’uomo sarà andato a letto con il cielo stellato, e si sarà svegliato la mattina dopo con la terra bagnata e senza pioggia. E avrà compiuto un’operazione complessa: avrà ricostruito. Avrà pensato che nel tempo del suo sonno doveva aver piovuto. C’è qualcosa di quell’uomo negli astanti. Bloccati e stupiti, tutti proviamo silenziosamente a capire cosa possa essere accaduto. Come fa un albero a cadere in un parco così, senza un temporale a giustificarlo, senza una causa evidente ?

    Ma davanti agli occhi di tutti, con i bambini per mano e nei passeggini, sta anche un’evidente paura. Oltre a ricostruire facciamo mute ipotesi fin troppo evidenti: la possibile catastrofe, le persone della nostra vita quotidiana che sono tutte passate lì davanti, dove adesso è distesa l’enormità dei rami e delle fronde. Mille volte noi stessi con i bambini che sono lì e che trovano la cosa semplicemente bizzarra. Ecco un esempio perfetto – ho pensato – di evento interno più forte dell’evento esterno. Francesca mi guarda: “E adesso da dove passiamo ?” – “Di là”. Giro il passeggino e lei rassicurata: “Potere di Flora !” (una delle Winx).

    Girando intorno ho l’occasione di guardare gli altri, che stavano dall’altra parte. E ho capito che era lì, fortissimo, evidente, davanti a noi: quello che non era accaduto.