Archivio di luglio 2008

Ho molto amato… chi mi ha fatto sognare e risvegliare

giovedì 31 luglio 2008

 

 

    Questa è una lezione di cinema, inteso come luogo in cui le più sottili emozioni diventino tangibili, azioni precise e cambiamenti precisi di situazione e di prospettiva.  E’ un film su cui riflettere molto quando ci si trova a scrivere di lui e di lei che guardano nel vuoto con tanti pensieri nella mente…  pensieri che al pubblico non arriveranno mai. Questo arriva a chiunque. Anche questo film, lo porto con me…

http://www.youtube.com/watch?v=KniV2OGwSms 

Ho molto amato… chi mi è sembrato demenziale e invece era geniale

lunedì 28 luglio 2008

 

Questo è un ottimo esempio di film che rimane piccolo se letto dal punto di vista del plot, e diventa grande se letto dal punto di vista del tema.

http://www.youtube.com/watch?v=uoOJm6znJjE

Ho molto amato… chi mi ha fatto entrare nella realtà profondamente

giovedì 24 luglio 2008

 

 

Vito Palmieri.

Gli sono debitore di emozioni profonde. E un film così non so chi altri lo saprebbe fare.

http://www.youtube.com/watch?v=fhr8mlytnWg

Ho molto amato… chi mi ha toccato il cuore.

lunedì 21 luglio 2008

 

 

    Voglio utilizzare questo tempo d’estate per condividere cose viste e amate infinitamente in questi anni nei festival in cui sono andato. Cortometraggi che hanno segnato il mio modo di pensare cinema, di sentire cinema. Alcuni, come questo che segnalo oggi, proprio di pensare e di sentire la vita. 

http://www.youtube.com/watch?v=ppAn0LNU_V8&feature=related 

Non si spaventi chi non sapesse leggere i sottotitoli inglesi della parte centrale. Non servono.

    Questo, per me, è cinema.

Il libro di oggi – Due parole su ‘Prima di sparire’ di Mauro Covacich

giovedì 17 luglio 2008

 

 

 

    Leggendo “Prima di sparire” ho pensato spesso al latte macchiato. Versi anche una piccolissima goccia di caffè nel bianco perfetto del latte e il suo colore cambia per sempre. Inseparabilmente. Così, mi dico, in ogni nostro personaggio e in ogni nostra storia, quel che c’è di nostro e quel che c’è di creato si mischiano, ed ogni cosa nostra dà luce alla storia e ogni cosa della storia dice di chi l’ha scritta.

     In questo lavoro di Mauro Covacich, un autore che ho amato moltissimo fin dall’esordio, il latte e il caffè restano separati. Non per un errore e men che meno per inconsapevolezza. Restano separati perché il libro racconta – tra le altre cose – proprio della difficoltà di scrivere un romanzo mentre nella vita reale dell’autore stanno accadendo importanti e dolorose rivoluzioni interne. Diciamo che il latte è la sua vita vera e il caffè il romanzo che dovrebbe scrivere, che di tanto in tanto fa capolino tra le pagine.

     Concettualmente non fa una grinza. Ma l’esperienza fisica della lettura e la percezione di una storia non hanno molto a che vedere con i piani concettuali. E se al fatto che latte e caffè restano separati si aggiunge che l’uno è assai meglio dell’altro, l’avventura diventa altalenante e difficile. La fiction, in parole povere, non regge quasi mai il confronto con la vita vera. In questo caso nemmeno per l’autore sono urgenti allo stesso modo, difatti alla fine il romanzo resta un romanzo non scritto, mentre il diario è appassionato e dettagliato.

     Due parti volutamente scucite, dove il volutamente non basta a renderle funzionali. Questo mi sembra di vedere per quanto riguarda la scatola e i piani narrativi di “Prima di sparire”. Ma ovviamente non c’è solo questo.

    Mauro Covacich rivolge verso se stesso la capacità di scandaglio e di analisi che solitamente sono la forza dei suoi romanzi. Gli aggettivi potrebbero essere tanti, e tanti ne ho letti al riguardo. Spietato, autentico, lucido. E via dicendo. A me viene in mente: preciso. Sono proprio i dettagli, gli scalini minimi del sentimento e delle emozioni. Precisionista, come si definiva Carver. Mentre lo si legge non si fa altro che pensare, “E’ vero accidenti, funziona proprio così. Questo l’ho sentito anch’io, è proprio così, caspita com’è detto bene qui !” E forse cos’altro si vuol chiedere a un autore se non questo: restituirci la vita riletta, e restituircela viva. 

    A me però qualcosa è mancato. Se ripenso alla tazza di latte macchiato, Covacich mi sembra un’ape che cammina sul ciglio del bicchiere, indecisa se lasciarsi tentare o scappare via dalla trappola, se la moglie o Susanna, se il romanzo o la vita, se una casa o se l’altra. E va bene che sia così: le storie vivono dei conflitti che le dilaniano. E nemmeno si chiede una risposta. Ma se un’esperienza è un percorso, quello che mi manca qui è un cambiamento di piano nella domanda. Attraversato e riattraversato più volte il dilemma, siamo sempre in preda al fremente desiderio fisico da una parte e al senso di colpa dall’altra.  E quel che spero sempre in un libro, in un film, e che ho sempre trovato in Covacich, è uno sguardo. Ecco, qui mi manca un salto nel modo di vedere le cose. Mi manca la capacità di un autore – che di solito lo sa fare benissimo – di portarmi via dal mio punto di vista dal ciglio del bicchiere, e di farmi vedere le cose in una prospettiva nuova, anche se non per questo risolutiva.

    Come vede le cose all’inizio così le vede alla fine, dimenandosi e compiacendosi più o meno sottilmente delle proprie incertezze, delle proprie non definizioni, del proprio star male.  Preciso nei dettagli, senza colpi d’ala per cambiare prospettiva e aiutarci a leggere diversamente – non so come, è quel che chiedo a un autore – la questione.

    Il rischio ? Un romanzo quarantenne per definizione. Attorcigliato intorno al proprio ombelico, per celebrare il quale sono convocate vite vere di altre persone – per similarità di ambienti alcune conosciute da me personalmente. Un modo di raccontare se stessi forse anche fulminante per la generazione in questione – di cui faccio parte in pieno – ma del tutto inefficace, temo, per chi oggi ha 30 anni o 50. In ogni caso, un libro come al solito scritto benissimo. Con una capacità di scolpire le immagini e le battute, di gestire i percorsi dei personaggi all’interno delle scene veramente esaltante.

    Alla fine, secondo di me si tratta del lavoro meno brillante di uno degli autori più luminosi del nostro panorama. E ovviamente, non vedo l’ora di leggere il suo prossimo libro. 

Il libro di oggi – Prima di sparire, di Mauro Covacich

lunedì 14 luglio 2008

 

 

 

    “Susanna guarda immobile la fuga alberata del viale. Si è rimessa le mani in tasca. Il rosso dei capelli, sciolti sulle spalle del giaccone, è una macchia d’autunno. – Che c’è ?

Sta ferma ancora un attimo, poi riprende a camminare. – Sai, è curioso che tu mi abbia detto questa cosa del romanzo proprio qui.

- Perché ?

- Beh, perché proprio su questo marciapiede io ho visto sparire Andrea Ragnini, – mi dice, sorridendo tra sé. La guardo aspettando che continui. Intanto incrociamo alcune tizie in tailleur che escono dal seggio, ancora comprese nel gesto, l’aria soddisfatta, la carta d’identità in mano. Le bandiere della scuola tremolano quasi fosforescenti a meno di cento metri.

- Era l’ultimo giorno della quinta. Io e Andrea Ragnini siamo stati compagni di banco per tutte le elementari, – dice Susanna – cinque anni insieme. Era un bellissimo bambino biondo, eravamo molto affezionati. Ci difendevamo a vicenda, sai quelle cose da piccoli ? Ecco, insomma, io fino a quel giorno non avevo immaginato la mia vita senza Andrea Ragnini. E invece quando siamo usciti, a mezzogiorno, e ci siamo messi a correre in mezzo al casino delle mamme e degli altri bambini verso le macchine dei nostri genitori, Andrea Ragnini mi ha detto: ‘Il prossimo anno cambio casa, andrò a scuola da un’altra parte, ciaoo’.

    E’ successo proprio qui. Me l’ha detto come la cosa più naturale di questo mondo. E anch’io, quando l’ho sentita, mentre correvamo uno accanto all’altro, l’ho trovata naturale. Chissà cosa nascondeva quella naturalezza. Voglio dire, avevamo dieci anni, non sapevamo come ci si saluta quando non ci si vede più per il resto della vita. Ricordo che mi ha distanziato e che mi ha fatto ciao con la mano ancora una volta, poi basta. Ricordo la cartella che oscilla sulle sue spalle e la testa bionda di Andrea Ragnini farsi sempre più piccola, fino a scomparire tra le macchine.

-Che modo perfetto di sparire, – dico.

- Forse anche il tuo romanzo se n’è andato così, – dice Susanna e mi riprende la mano.

- Sì, forse sì, – dico io.

Poi entriamo a votare.”

 

    Questo  è il finale dell’ultimo romanzo di Mauro Covacich. Lo trascrivo serenamente perché non vi è alcun finale da svelare che possa rovinare il libro. Lasciamolo depositare, come sempre, qualche giorno dentro di noi, ascoltando le parole…

Lo spunto di oggi – Galleria

giovedì 10 luglio 2008

 

 

 

    Non so perché mi venga in mente solo ora. E’ successo a metà gennaio. Ho cominciato a sentire Quadri da un’esposizione da molto lontano. Nel senso che da dove mi trovavo non se ne poteva evincere la provenienza.  Ma Quadri da un’esposizione sì. Da dove veniva lo sapevo. Dritta dalla mia infanzia. Dal cuore dei miei elettrici tredici anni, come una freccia luminosa e precisa nel silenzio dei miei quaranta.

    Avanzo piano e mi stupisco di sentire quest’emozione così, regalata dalla vita come fuori tempo e in uno spazio sbagliato, la Galleria tra Piazza Duomo e Piazza Scala, un luogo per me del tutto privo di suggestione come ogni altro luogo di Milano. Come se la vita si fosse dimenticata che me ne doveva un altro ascolto, come se l’avesse lasciato indietro dagli anni del Conservatorio e si fosse industriata per restituirmelo come poteva. Poi finalmente la vedo. La pianista.

    E’ una ragazza minuta, e le sue dita si muovono con fatica. Non sta suonando divinamente, le condizioni glie lo impediscono. Il freddo è siderale, sono i giorni più duri dell’inverno. Le sue mani hanno guanti neri con le dita tagliate alla falange. Le sue braccia non possono muoversi liberamente perché un cappotto le imbriglia in movimenti che sono solo l’ombra di quel che dovrebbero essere. Il freddo è padrone. Ed è padrona anche la fretta di andare ad aspettare un tram che aspetterà ai semafori che aspetteranno i vigili, perché stanno scendendo due gocce d’acqua quindi i semafori hanno i minuti contati.

     Però rimango colpito dall’immagine. C’è lei che soffre da contratto al piano, ma nei suoi occhi il contratto non c’è. Nei suoi occhi c’è lo sforzo immane di vincere il freddo, c’è Quadri da un’esposizione da restituire alla vita in questo socio-dramma travestito da città. E qui avviene il miracolo. In condizioni tali da rendere l’esecuzione ordinaria sostanzialmente impossibile, si realizza un’operazione del tutto sorprendente: che quel che non si può dire si può comunque evocare. Ecco cos’è: non sta eseguendo, sta evocando. Come ad un gruppo di sopravvissuti  in un’era postatomica, la ragazza ci ricorda com’era. Come doveva essere stato Quadri da un’esposizione quando il mondo era un luogo in cui si trovava la musica.

    Dove il presente è gelo, scatta la memoria. Quadri da un’esposizione quando la sentivo fluente misteriosa e piena di suggestioni molti anni fa, nelle aule del Conservatorio, con il sole di quelle primavere che entrava come una fucilata dai finestroni aperti. Mi giro e accanto a me – però seduto, con molto più coraggio di me – c’è un anziano. Molto anziano. Ascolta con gli occhi fissi lontano. I miei quarant’anni si difendono dai miei tredici e si domandano se l’anziano non sia per caso stincato sulla sedia dato che è immobile, ma il tredicenne si commuove e ribatte che il signore sta lì per un motivo più forte del freddo che sente. Un motivo che oggi non so ascoltare più.

    Devo andare. In ogni senso, mi viene da dire. Grazie alla pianista per questa visita nel mio passato. Per la sua esecuzione stentata e ferita. Mi ha riavvicinato a me stesso. Lei ha fatto già adesso quello che ancora devo riuscire a fare con il cinema. La fatica di dire può diventare la forza di evocare. Non ci avevo mai pensato.

     

     

Lo spunto di oggi – Torno subito

lunedì 7 luglio 2008

 

 

 

    E’ davanti a me in coda. Ha una bottiglia di vino bianco e un pacco di biscotti. Poi una scatola girata verso il basso per cui mi è impossibile capire di cosa si tratti. E’ vestita con una specie di tuta estiva a righine, con mille laccetti, i capelli biondi raccolti dietro. E’ un po’ sovrappeso e ha un portamonete morbido con lo zip, argentato, troppo grande per servire solo ai soldi. Chiede quanto costino le cuffie. Ah, ecco di cosa si tratta allora: cuffie stereo.

     Gira la scatola e mostra alla cassiera che il prezzo in effetti non c’è. La cassiera sta terminando di  aiutare il cliente precedente, per cui si porta avanti: “Non lo so ma non preoccuparti, lo passiamo e vediamo.” Ma la signora insiste, vorrebbe proprio sapere. Allora la cassiera approfitta di un magazziniere che passa di lì. Gli domanda a gran voce se sa cosa costino “queste” – agitandole con la mano. Il magazziniere risponde che non si ricorda, ma che gli sembra… poi farfuglia qualcosa che nessuno capisce bene ma che termina in modo evidente con un nove.

     E’ lì che avrei dovuto parlare. Perché era chiaro che non poteva essere soltanto nove, si era sentito che prima c’era qualcos’altro. La signora chiede: “Ma… solo nove euro ?” E la cassiera spazientita: “Guarda, un secondo e le passiamo così ti dico”. Finalmente le cuffie passano il laser rosso: 29,99. Ma tu guarda che prezzo idiota, mi dico. La cliente è in difficoltà e l’unica a non capirlo è la cassiera. Apre il portamonete e dice: “Beh senti, adesso prendo questi (vino e biscotti), poi per quelle passo più tardi perché adesso sono in bici, per cui magari non mi ci stanno e non riesco a portarle.”

    Non capisco se la cassiera voglia metterla in difficoltà – e allora è fuoriuscita da Diabolik ma urge rimettercela dentro – o se voglia aiutarla ma proprio non ci arrivi – e allora la speranza è l’ultima a morire ma qui ha scelto l’eutanasia. La cassiera spolvera il suo sguardo più severo e più complice al tempo stesso e le dice: “Tu però mi devi giurare che torni oggi eh ?” La signora è inchiodata. Tutta la fila freme. E mi commuove la civiltà veloce che viene fuori, per cui nessuno incrocia lo sguardo e nessuno commenta. C’è un’amorevole distrazione che è una delle cose più belle che mi sia capitato di vedere ultimamente.

     La signora è nel panico, un panico vero, serio, di persona lucida e responsabile, non un panico da ragazzina o da minus habens. E ribatte: “Come giurare… ? Ma scusa… non me le storni ?” Come in un film. La cassiera non sente: “Eh ?” La signora deve alzare la voce: “Non me le storni ??” La cassiera si rilassa: “Ma io non te le ho nemmeno battute. Ti dico solo che se torni oggi me le tengo qui così non devi fare la strada, e non ti faccio fare la fila. Vieni da questa parte e te le do. Però mi devi giurare di tornare, se no te le devo far rimettere a posto”.

    La signora ormai ha speso la parola, aveva detto che sarebbe tornata. E credo sia una cliente abituale. Un bel guaio. Allora annuisce: “Sì sì… torno torno.. però te le rimetto a posto, tanto ci vuole un momento e poi ce ne sono così tante che non me le finiscono di certo…” La cassiera la massacra di cortesia: “Ma sì ma se passi  tra poco è inutile…” – “Okay, okay allora. Passo dopo”. La signora paga il conto di vino e biscotti e si allontana dalla cassa. Tocca a me. Metto due chili di pasta sul tapis e attendo. La donna però torna indietro, con la faccia di vetro di un kamikaze quando tira il filo del giubbotto: “Senti però… te le rimetto a posto sai ? Mica per altro, però stasera è anche il compleanno di mio figlio, devo anche fare la torta… e se poi non ce la faccio ?”

    La gente è ancora sublime a volte. Nessuno sguardo, nessun muto commento. Penso e ripenso ma non trovo nulla che si potesse fare senza peggiorare le cose tragicamente. Però mi brucia. Se avessi semplicemente detto: “No, non è nove: o è diciannove o è ventinove.” Non dico la prontezza di aggiungere un “Costicchiano queste eh ?” ma almeno dire che avevo sentito una sillaba in più anche se non sapevo quale… allora mi viene in mente che mi posso raccontare mille cose: che è un momento, è un lampo, che non si può aver sempre la battuta pronta.

    In realtà so che dici quel che vedi. So che scrivi quel che vedi. E che se non dici o non scrivi quel che vorresti non è mai un caso: è un punto di vista, e ti piaccia o no è il tuo. Non sei posizionato come ti piacerebbe, come ti piaceresti. Non sei quel che ti piace credere, non vedi le cose come ti piace pensare di vederle. Non sei pronto. In qualche modo, sì: tutto questo ti rende… un essere umano a pieno titolo.

Lo spettacolo di oggi – Giovanni, il dissoluto in attesa di giudizio

mercoledì 2 luglio 2008

 

 

 

    Ieri sera mi è capitata la fortuna di girare la generale di “Giovanni, il dissoluto in attesa di giudizio”.  Debutterà stasera e sarà in scena fino a sabato. Mentre andavo mi chiedevo perché Gianluca e Marcela avessero sentito il bisogno di confrontarsi con don Giovanni. Le trappole sono moltissime, il mito è usato, usurato e abusato, le cose facili sull’argomento si sono sprecate. Perciò avevo più paura che speranza: perché non vedendo una strada sensata per percorrere la vicenda, ritenevo presuntuosamente che non ce ne fosse una.

    Invece.

    Lo spettacolo guarda il mito di don Giovanni da fuori, da dentro, tagliandolo e attraversandolo con occhi di volta in volta differenti. Testi diversi e di provenienze distanti si alternano e dialogano felicemente tra loro. Anche in questo poteva starci il rischio del solito spettacolo – citazione, nel quale l’unica cosa che viene fuori è quanti bei libri si è letto l’autore (quanti ne ho visti in questi anni…).  Invece qui non succede. Perché spesso – quasi sempre – i testi citati sono appoggiati sul carrello del personaggio che cresce, filano sulle ruote di una storia che corre. Che è quella che in ogni caso ti tiene lì, coinvolto nello sviluppo del personaggio e nel suo percorso.

     E’ uno spettacolo divertente e doloroso. Un padre che tiene corsi prematrimoniali in una parrocchia e cita pretescamente Benedetto XVI e i suoi discorsi su coppie di fatto, sessualità, matrimonio, castità… con un figlio che sta crescendo, in lotta e in coppia con i propri ormoni. Se vogliamo la linea non è nuova. Però qui è percorsa con intelligenza e con forza, perché è percorsa dall’interno dei personaggi. E diventa evidente quanto le due strade non siano nemmeno in conflitto: semplicemente non si incontrano.

    Alle parole di Benedetto XVI non rispondono altre parole: risponde l’urgenza della natura, che non fa polemiche e non ha ideologie: è se stessa semplicemente. Poi il ragazzo cresce, e tutto ciò che era scoperta, avventura, emozione limpida e coinvolgente, diventa ripetizione, stanchezza, disperazione. Certo che c’è la mancanza di un riferimento di senso che argini  il disastro e ripari dalla solitudine, ma questo riferimento sembra non trovarsi. Con un padre che rinuncia al proprio ruolo e si fa schermo con le encicliche, con tutta questa bellezza così facile da cogliere per Giovanni, sprofondiamo gradualmente nella catastrofe del padre e del figlio.

    Come ha potuto una generazione accettare incondizionatamente il libretto di istruzioni del Vaticano, che non ha mai tenuto conto della vita ? E come pensa di riuscire a trovare una strada per vivere quest’altra generazione, che rifiuta di collocare la parola futuro all’interno della parola progetto ? C’è una battuta intorno alla quale ruota il dilemma del non incontro tra due strade perdenti. E’ proprio di Benedetto XVI: “In questo l’uomo diventa simile a Dio: nella misura in cui diventa qualcuno che ama”. Fin troppo evidente l’equivoco che solleva, detta così potrebbe essere il manifesto della vita di Giovanni il dissoluto o il suo esatto contrario.

    Proprio sull’amore rimane la sensazione più desolante. E’ qui che brilla l’intelligenza della regia di Marcela, che Gianluca porta alla vita con grande talento e con generosità: la totale assenza d’amore. Un padre che ama Benedetto XVI più di suo figlio, un figlio che ama le donne più di se stesso e che alla fine non ama nemmeno quelle. Una rabbia latente e strisciante che scorre in tutti i personaggi.

    In questo l’uomo diventa simile a Dio, ripete Gianluca scandendo piano: nella misura… in cui… diventa qualcuno… che ama. E’ qui il disastro e – mentre giro – qualcosa ribolle dentro di me. Nel mio rozzo buonsenso mi trovo a pensare: in questo Dio è simile all’uomo: nella misura in cui scopre di essere qualcuno… che vuole… essere amato. Allora sì che Dio, Giovanni e suo padre, si ritroverebbero simili a pieno titolo e potrebbero finalmente comunicare…

    Ma è parola di Ratzinger. Per cui smonto la mia macchina e me ne torno a casa. E’ decisamente uno spettacolo che consiglio, l’indirizzo è sulla locandina qui sopra. C’è intelligenza in giro, c’è talento. C’è voglia di pensare e di parlare. E anche, moltissimo, di divertirsi. Per quattro sere, tutto questo allo Spazio 89 succede.