Archivio di agosto 2008

Radiografie – Hard Candy, di David Slade

lunedì 25 agosto 2008

 

 

 

    E’ successo quest’estate. Due amici mi invitano a cena, e mentre mangiamo, Paolo mi chiede se conosco Hard Candy. Confesso di non averne mai sentito nemmeno parlare, così mi consiglia di guardarlo.  Non mi racconta nulla, perciò quando lo guardo non so davvero di cosa si tratti. E dal piano di realtà del mio divano, vengo letteralmente risucchiato da un’apertura che ridicolizza tutto quello che impariamo sulla tecnica della sceneggiatura e che – peggio – mi capita di insegnare. Ma il cinema, lo dico sempre in aula, è il luogo in cui si ama il senso delle regole violando le regole.

    Hard Candy inizia con una chat. Il testo semplice – ma scritto con precisione senza pietà – ci dice di una ragazzina che sta per incontrare un uomo. Pesco subito i miei riferimenti più recenti: Misterious Skin, The Woodman,  La Bestia nel Cuore. Altri più remoti, il corto di qualche anno fa, Foglie di Cemento. Solo che questo non somiglia a niente. Due personaggi da subito, in piena relazione. Uno studio fra gatto e topo, predatore e preda. La partita è in essere. E senza contesto, quasi avulsa da tutto. Il computer virtuale e poi dopo poche scene la casa dell’uomo, nella quale si svolgerà tutta la vicenda.

    Tutto quello che siamo abituati a configurare come inizio è gettato, non serve. In piena relazione dal primo secondo, lui e lei. Niente presentazioni, niente background. In realtà poi le cose che devono essere comunicate lo sono eccome: l’epoca, la classe sociale, l’età, il livello economico. Arriva tutto, ma tutto veicolato attraverso il loro scambio di parole scritte, dette, non dette. Di sguardi. Non vorrei passare l’idea di un film d’atmosfera furbetto. Non c’è inquadratura che non sia ancorata al senso. In alcuni momenti la progressione dei personaggi e la loro evoluzione sono avvitati secondo per secondo.

    Insomma, magnifico. Scritto, girato, montato, recitato in modo semplicemente superbo. E finché non è finito tu sei lì, dimentico di tutto, a vedere la violenza che ognuno porta dentro, microscopicamente rappresentata sullo schermo. A vedere tutte le magagne che nascondiamo sotto il pavimento della coscienza, le cose che non accetterebbero gli altri e che non accettiamo nemmeno noi. Senza pietà. Con tutta la furiosa, ruggente bellezza che ogni forma di seduzione porta con sé, mai disgiunta dal dolore di chi ne è sedotto senza poterla afferrare.

    E non mi va di parlare della cosa più clamorosa: che in Italia il film non è mai uscito nei cinema, non è mai stato distribuito. Lo si può vedere in dvd, era stato anche doppiato in italiano. Non mi va di parlarne perché bisognerebbe parlare dell’Italia e preferisco parlare di cinema.

    Cinema, appunto. Cinema violento, violentissimo. Un film duro e a tratti raccapricciante. Teso in una bellezza fotografica levigata ma stavolta finalmente necessaria alla situazione, funzionale ai personaggi. Ma per stomaci forti, è bene avvisare. La tensione della vicenda però, non è da thriller del videonoleggio. E’ uno scandaglio su molte cose: sulla vendetta, sulla legittimità di reagire a continue violenze che arrivano da tutte le parti scagliandosi contro qualcuno in particolare. Sulla capacità che abbiamo di nasconderci chi siamo negli aspetti che non ci piacciono. Sulla banalità delle nostre originalità. Su come siamo schiavi della nostra voglia di libertà. Su come ci perdoniamo ascrivendo alle nostre infanzie tutte le responsabilità. Un film spietato. Un trapano.

    Però…

    Non posso negare di aver sentito anche cose diverse. Ma le scrivo a livello personale, non sono relative alla qualità di questo film. Se posso dire, credo che noi oggi abbiamo sì bisogno di metterci sotto esame, come sempre. Di guardarci con meno assuefazione, con più rigore, più amore per la verità, e quindi con poco lusinghiere conclusioni su noi stessi, magari. E va bene. Ma se accendo la radio in macchina per il GR, mi viene da pensare che la vera memoria che abbiamo perso è la memoria di quanto possiamo essere straordinari. La fiducia nella inesauribile capacità di costruire e sperare che abbiamo dentro. Dopo le bombe i muri vengono ricostruiti, i morti sepolti e le famiglie lentamente  riavviate alla vita.

    Se posso dire, questo film è magnifico. Veramente. Ma dentro di me si fa strada la voglia di un cinema che senza ignorare il male e i dolori – anzi – sondi i motivi per cui vale la pena di sopportare sia l’uno che gli altri.

Ho molto amato… chi mi ha fatto sorridere

giovedì 21 agosto 2008

 

 

    Questo è cinema italiano. Profondamente italiano e assolutamente cinema. Pippo Mezzapesa è semplicemente bravissimo…

http://www.youtube.com/watch?v=V_hK2sSYiUY 

Ho molto amato… chi ha scritto storie più vere del vero

lunedì 18 agosto 2008

 

    Qui ci vuole un minimo di inglese perché non è sottotitolato. Ma la vicenda, anche per chi non capisse nulla, è del tutto chiara e si può seguire. Certo, con il testo è meglio… E questo film è poesia pura. 

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=ZiRHyzjb5SI

Ho molto amato… chi ha guardato intensamente la realtà

giovedì 14 agosto 2008

 

 

Questa è stata un’emozione. Uno che sa ascoltare, guardare, aspettare davvero.

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=Ibh4VhiBuTI

Ho molto amato… chi mi ha dato moltissimo in un lampo

lunedì 11 agosto 2008

 

    Non so se poi da queste modalità sia naturale evolversi verso il cinema. Ma forse questo è già cinema…

 

http://video.libero.it/app/play?id=989f29e33b988a44a5689bb094490f8f

Lo spunto di oggi – Piccolo Grande

giovedì 7 agosto 2008

 

 

 

    Spero che questi corti siano valsi la pena del tempo, per chi avesse scelto di vederli. Per me sono stati e sono – alcuni soprattutto – dei veri riferimenti. Altrettanti ne condividerò dopo queste due parole, da qui a settembre.  Ma parte del mio percorso sono state anche le riflessioni che mi è capitato di fare in questi anni un po’ con tutti. Innanzitutto con Gigi, il mio musicista, perché quasi sempre presente ai festival e nelle occasioni in cui c’era tempo, luogo e clima per ragionare seriamente su quello che stavamo facendo e che ci si muoveva intorno. E poi con moltissimi altri, registi, autori, critici, selezionatori…

     La prima cosa che mi viene da dire è: dove va a finire tutto questo cinema ? Perché non diventa grande ? Perché autori di corti formidabili fanno così tanta fatica a realizzare lungometraggi altrettanto belli, o anche semplicemente a realizzare un lungometraggio e basta ? Perché vinciamo con l’under 21 e perdiamo con la nazionale ? Cosa si rompe in mezzo ? Ci sono molte risposte esterne, e sono tutte validissime e dolorosamente vere.

    Perché con un cortometraggio sei libero dai vincoli delle grandi produzioni, delle distribuzioni, delle quote SKY, perché i tempi di un cortometraggio ti permettono di girare una storia quando ancora la senti viva dentro di te. Perché i cortometraggi li metti in una busta e li spedisci, e i festival di tutto il mondo possono decidere di selezionarli o meno. Senza intermediari. Senza politica. Senza pregiudizi. Perché non sono regionali. Vivi lontano dall’impero romano ? Non hai relazioni con le case di produzione, con i giri giusti, con quelli che muovono le cose ? Non fa nulla, un corto lo giri assolutamente nello stesso modo.

    Tutto questo è vero, ed è una strozzatura che uccide. La considerazione che viene guardando questi film è di un’evidenza schiacciante: perché il livello di questo cinema corto non è minimamente paragonabile al livello  dei film in sala ? Perché qui ci si emoziona, ci si stupisce, si pensa, si soffre, e in sala si ha sempre la sensazione di consumare un prodotto ? La domanda è sempre la stessa, e me la sono fatta decine di volte in questi anni: dove va a finire tutto questo cinema ?

    Credo che ci sia anche un motivo interno, sono sincero. Ognuno di noi ha la sua storia e non si può parlare per gli altri. Ma spesso escono film italiani su temi paralleli ad altri film, europei o americani che siano, che arrivano quasi contemporaneamente. Si ha di frequente la possibilità, se si vuole, di fare qualche confronto, nella mente. E sempre di più viene fuori – secondo me – che il nostro cinema fa fatica ad andare fino in fondo. A spingere le storie verso le loro conseguenze ultime. Verso la loro verità anche indicibile se è il caso.

    Ciò che nel corto viene fatto quasi senza rischi, e quindi con sana incoscienza, nel cinema lungo viene mediato, ammorbidito, televisivizzato.  Quello che potrebbe costituire la nostra identità, che sarebbe la nostra vera identità, viene smussato per non creare conflitto con nessuna alterità. Sembra più importante la complicità tra autore e pubblico che il rapporto di ognuno di noi con la verità che vede. E questo è un clima culturale. Sono molli e attorcigliati su se stessi i nostri film – parlo di tendenza, non di singoli casi sui quali a volte si viene felicemente smentiti – sono sbiaditi e autoreferenziali anche i nostri romanzi – idem per i singoli casi.

    E’ come un ragazzo che cresce male il nostro cinema. Da adolescente, con la furia e la foga e l’idealismo degli adolescenti, dice tutta la verità che vede con le parole che gli appartengono senza paura di dispiacere eventualmente a qualcuno, da adulto invece che imparare a guardare e dire la verità in modo più acuto e riflessivo, capisce che non conviene tanto dire la verità, quanto fare le cose in modo piacevole.

    Dice pochissimo della vita, il nostro cinema. Dice molto di se stesso. Per questo ritengo fondamentale guardare i corti più belli. Perché è come un adulto che si mette di fronte a se stesso e che ripassa la propria storia. Per capire dove si è perso. Per rientrare in contatto con sé. 

Ho molto amato… chi mi ha parlato della nostra vita

lunedì 4 agosto 2008

 

    … e ancora questo, un film così inarrivabile per me… quante volte ci ho pensato da quando l’ho visto ? ogni volta che mi sono posto problemi di polarizzazione dei personaggi, di sintesi, di semplicità. Loro sono due fenomeni. Davvero.

 

http://www.independentexposure.com/title/2324/Habitat.html