Archivio di settembre 2008

Lo spunto di oggi – La rotonda

lunedì 29 settembre 2008

       L’uomo
stava per terra agitando le braccia per farsi vedere dalle auto che passavano. Ma veniva sistematicamente scansato e ignorato. La sua moto stava dalla parte opposta della carreggiata. L’incidente, in mezzo alla rotonda. L’uomo è un mio caro amico. Uno di quelli cresciuti come gli indiani, che sanno far tutto ma non hanno titoli scritti che lo dimostrino. Per capire il suo racconto, fuori dal suo magazzino di computer alle porte di Milano, immagino una camera rasoterra. Perché il racconto visto da in piedi non ha senso.

       Assumere un altro punto di vista con rigore. In questo caso un punto di vista fisico. Poi mi parla di tutta la situazione del lavoro, la crisi – da cui non si riesce a staccare il pensiero mai – le prospettive, l’età. Un paio di strade lasciate la bivio. Andare in un’altra città, in un’altra regione.  Forse potrebbe funzionare. A fare altro, a ricominciare altre strade con la moglie. Però… ci sono i mutui, alcune cose che ti legano qui, altre che ti spingono via. In bilico.

       E’ a questo punto che mentre mi racconta tutta la situazione rivedo l’incidente. Una macchina davanti a lui sembra voler uscire dalla rotonda, invece resta dentro. Un attimo. Luigi vola da una parte, la sua moto dall’altra. Il colpo va dritto sul collo e sbecca la settima vertebra. Il dolore non gli permette di muoversi. Le macchine lo schivano, e passano quei famosi dieci minuti. La moto è al di là della carreggiata.

       Insomma tutto considerato un bel casino. Quando il pensiero è messo all’angolo e non trova soluzioni soddisfacenti – c’è sempre speranza finché ci viene in mente qualcosa da dire, ma quando scende il silenzio arriva il panico e siamo ricondotti alla nostra impotenza – quando il pensiero ordinario smette, a volte mi si attiva per sopravvivenza, forse, il pensiero visivo. E ho visto il mio amico per terra in mezzo alla rotonda come dall’elicottero.

       Un uomo che ha indugiato un filo troppo a uscire dalla rotatoria, a prendere una via. Lui stesso dice che è un po’ di tempo che nella sua vita è tutto in sospeso. Penso alle volte in cui capita a me. Essere fermi, disarcionati, senza veicolo, senza prospettiva. Certe volte la vita ci regala fotografie memorabili e quintessenziali. Quel che capita fuori è specchio di quel che capita dentro. Ogni fatto è una parola e la vita un alfabeto. Non facile ma a volte fulminante.

       In questo caso è così. Un invito ad andare, a prendere la via, a smettere di girare in tondo e a partire. A passare prima della macchina che ci taglia la strada. Ce n’è sempre una e non si può farsi fermare da tutte quelle che passano. C’è un tempo in cui l’angolo di uscita dalla rotonda è il nostro e solo il nostro. In cui bisogna azzardare e andare. Mi colpisce come il fatto sia sempre riconducibile a un’immagine e come nell’immagine ci sia la radice del fatto. 

       Mi perdonerà Luigi di questa lettura visiva. Ma spesso ho sentito mia la sua caduta in moto. Si chiedeva se smettere di andarci o no. Secondo me non è la moto il punto. Il punto è smettere di avere paura. In questo so che il mio amico ed io abbiamo molto in comune.

Radiografie – Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen

giovedì 25 settembre 2008
       Quattro oscar, due registi geniali, l’attore di punta della nuova generazione. Impossibile che non sia un capolavoro e la locandina qui sopra sembra volerci togliere ogni dubbio. Leggo recensioni e pareri del pubblico. Un entusiasmo alle stelle. E poi, finalmente, vedo il film. Vorrei vederlo in modo meno condizionato, perché oltre a quel che ho già detto, c’è anche il fatto che a me i fratelli Coen piacciono moltissimo. Ironici, maniacali nella cura di ogni dettaglio, mai banali nelle soluzioni narrative. Per cui.

       Il film mostra subito che in effetti si tratta sempre di loro. Rivisitano ogni genere cinematografico con grandissima cultura e mettendoci sempre lo scarto di un’innovazione che è poi l’unico senso vero del rivisitare cose antiche. Colgono l’essenza del genere in questione e la arricchiscono con il senso del tempo che è trascorso, del nostro non poterci più credere come allora. Della guerra serpeggiante ovunque, della perdita di tante certezze. 

       Poi si cominciano a vedere gli attori, e anche in questo film i fratelli Coen lavorano nella direzione specifica che li distingue: la cura della recitazione in tutta la fisicità dell’attore. Ricordo qualche anno fa, al Genova Film Festival, era a cena con noi Mario Monicelli. Sentirlo parlare del suo cinema e del tempo che è stato è un’esperienza straordinaria. Ma una cosa mi colpì in particolare. Il problema della fisicità degli attori. Il cinema, dopo il neorealismo, ha scoperto il primo piano, le sue infinite possibilità di racconto intimo e non detto. Ha scoperto il dettaglio come esperienza visiva profonda. Tutto questo gli sembrava una bella cosa, ma quello che si sta perdendo a furia di primi piani, secondo lui, è proprio la capacità di recitare con tutto il corpo. Un patrimonio che se ne va, per cui oggi nei casting cerchiamo facce e non attori.

        Qui, i fratelli Coen lavorano di primissimi piani – qualcuno ha citato Sergio Leone – ma anche di figure intere. E gli attori sono coinvolti tutti, in cima Javier Bardem, in un lavoro da capo a piedi di grandissimo livello. Anche così i personaggi diventano veri: non è solo un fatto di scrittura. Però… il film non mi ha toccato. Mi è passato davanti in tutta la sua magnificenza, in tutta la sua valenza allegorica – il confine con il Messico, i soldi che muovono le persone senza mai darsi, senza mai restituire ciò che prendono alla vita, le relazioni sempre così difficili da vivere, perché la verità è che ognuno di noi è in un proprio mondo e vive con l’altro una relazione che non ha nulla a che vedere con quella che l’altro pensa di vivere con lui – in tutto lo splendore di una fotografia antologica.

       Ma qui si pone un punto da cui non si può prescindere.  Che cosa chiediamo a un film. Cosa ci aspettiamo dal cinema. La risposta non può che essere personale e specifica per ognuno di noi. Per me, il cinema è racconto di un’esperienza. Mi coinvolge se mi trascina tutto intero, pancia cervello e anima, in un percorso difficile e necessario di cambiamento e di crescita. Più spesso amaro che consolatorio, il cinema che racconta esperienze profonde è agli antipodi di questo film, nel quale è il teorema a farla da padrone. Un film a tesi: il denaro non paga. E sta rovinando il mondo.

       Avviene così proprio l’ultima cosa che ci si poteva aspettare: che i fratelli Coen facessero un film reazionario. D’altro canto, se i percorsi interni dei personaggi latitano, se sono macchine – per quanto meravigliosamente costruite – che eseguono le funzioni di un disegno, ciò che resta alla fine è solo la volontà cerebrale dell’autore. Solo una sorta di messaggio dato attraverso una storia esemplare. E’ una strettoia nella quale non sono mai riuscito a entrare.  Mi interessano molto le opinioni altrui, ma una storia chiede di occuparti il cuore, le emozioni, il tempo, per farti vivere un’esperienza. Questo è un fatto di passione, d’amore. Che c’entra cosa ne pensa l’autore del denaro, dell’avidità, della violenza? Mi interessa di loro, dei personaggi. Dei loro drammi. Di quel che hanno a che vedere con me.

       Credo che quando il cinema è fatto bene sia comunque grande cinema. E’ questo il caso. Ma  ognuno alla fine si riconosce per la famiglia di cui fa parte. E allora, mi trovo a riconoscere che nel film dei fratelli Coen non succede proprio nulla di tutto quello che mi fa amare il cinema.

       

Lo spunto di oggi – Cambiare

lunedì 22 settembre 2008

       Sbircio – rimettendo a posto la scrivania – tra gli appunti di lavoro di Giada. C’è una frase di Franco Basaglia del 1978….

“Cambiare significa pazienza, lavoro quotidiano durissimo, alleanze, naturalmente anche con chi governa, capacità di stare nelle contraddizioni, accettare la realtà.  

Avere un’idea di cambiamento che deve dare forza a un progetto. Un progetto da condividere, che deve rappresentare la rotta, la strada da percorrere, senza deragliamenti, senza compromessi.

Cambiamenti anche del nostro modo di pensare, di vedere, di attraversare la realtà….” 

       Mi colpisce moltissimo, perché alla fine raccontare storie è sempre raccontare storie di cambiamento. Ed è anche cambiare insieme alle proprie storie. Poi rifletto su come si sta raccontando oggi, soprattutto in Italia. E credo che ci sia sì voglia di cambiare, ma forse non in direzione di un progetto, del dare forza a qualcosa di comune. Penso al neorealismo e alle sceneggiature scritte a più mani. Ai racconti di Age e Scarpelli su quando si parlava, ci si confrontava, si costruiva insieme.  

       Qui però è tutto diverso. Nel neorealismo l’Italia si stava ricostruendo. C’erano fiducia, speranza, un progetto comune fin troppo chiaro, nel quale il cinema come ogni altra cosa era coinvolto. Oggi siamo in un piano inclinato, ci sentiamo scivolare lungo questa recessione contro cui nessun cinema può nulla. Dentro a questo rumore crescente, c’è un grande silenzio in realtà. Un’assenza di quella rotta di cui parla Basaglia. Come bisognerebbe fare, oggi ? Come se ne esce…

Lo spunto di oggi – L’allevamento

giovedì 18 settembre 2008
       Lo sponsor ha bloccato una parte del lungomare sul porto. Stand, monitor, un palco e relative luci. E’ il modo di accompagnare,  con gusto leggero e una regia sapiente, la regata dei giovanissimi di tutta Europa. Ragazzi francesi, spagnoli, inglesi, italiani e altri ancora, che si sfidano per due giorni di gare. Sto nel mio angolo per girare una parte del backstage dell’evento. Nello stand in cui mi trovo, una batteria di ragazze e ragazzi rifornisce i visitatori di omaggi sponsorizzati.

       Lui è un signore sulla settantina. Ha mille rughe che circondano due occhietti azzurri vispissimi. Ha un eloquio fluente, e un solo divertimento: uscire a pesca sulla sua barca. Naturale che – essendo lui curioso del mio lavoro e sognando io il suo divertimento – ci intratteniamo nei tempi d’attesa. Per me i tempi d’attesa vanno da un evento all’altro, da un’intervista all’altra. Per lui sono tutto il pomeriggio. Una delle domande previste è: “Un tuo sogno nel cassetto?” – Lui si diverte da morire: il sogno nel cassetto non me lo può dire perché c’è la moglie nei paraggi.

       Chiacchieriamo dei problemi di sempre: poco pesce, coste disturbate, acqua sporca. Gente che usa il mare come un luogo privato in cui si può fare quel che si vuole.  Intanto, la batteria formidabile dei ragazzi espone i gadgets in omaggio. La gente si avvicina, studia la situazione. La prima a capire che si tratta di omaggi è la figlia adolescente di una coppia ancora giovane. Obesi tutti e tre, caracollano avanti e indietro per gli stand. Ma quando la figlia spiffera la situazione, il loro sguardo lipidico si risveglia, aggancia la realtà e dà luogo ad una vera e propria mutazione genetica: nel giro di pochi minuti ci troviamo di fronte ad un agguerritissimo team di cavallette fameliche. La parola “gratis” è la chiave per risvegliare quanto di più vitale e ostinato riposi nelle profondità dell’uomo.

       Magliette, felpe, portachiavi galleggianti, maialini salvadanaio. Hanno fame di tutto. Razzolano felici roteando gli occhi e aumentando vertiginosamente il loro ritmo.  Poi arriva la coppia di mezza età. Professionisti. Impeccabili. Lui si piazza dietro la palma e le copre le spalle. Lei avanza difendendosi dietro un sorriso. Chiede gentilmente magliette, felpe e tutto il resto. Poi domanda se si può avere un bicchiere termico in più. Non si può, allora la signora saluta e si avvia. Arriva dietro la palma, si consulta rapidamente con il marito. E’ il turno di lui, mentre lei lo guarda seminascosta. Si avvicina e chiede… se c’è per favore un bicchiere termico.

       – Il problema del pesce che diminuisce è anche un altro – mi dice l’amico con la barca.
Il problema è l’allevamento. Orate, branzini. Qui fuori. Adesso poi proveranno anche le mormore.
- Le mormore allevate ? Questa poi…
- Sì, ci proveranno presto, l’anno prossimo pare.
Penso alle migliaia di pesci rinchiusi nelle reti.
- Ma perché sono un problema per il resto della fauna ?
L’amico ridacchia. Accidenti come si sa divertire alla sua età, è un prodigio bisogna che me ne ricordi quando sono triste.
- Perché? Perché i pesci cagano.
Mi metto a ridere.
- Ah sì, se ne hai puliti un paio lo sai. Ma perché dovrebbe essere un problema ?
– Perché il mare è fatto di correnti e di fondo, e di una popolazione media rispetto al territorio disponibile. Se migliaia di pesci vengono tenuti stretti stretti per anni, quanto stanno gli allevamenti, senza mai essere spostati… è come allevare infiniti polli senza mai pulire la voliera. La corrente non ce la fa a spostare gli escrementi. Diventano cumuli, montagne. Coprono tutto il fondo su cui si estendono. Muore tutto. Sotto gli allevamenti è pieno di escrementi. Metri.

       La mia faccia deve dire tutto. Perché lui ride e mi fa: non ci aveva mai pensato eh ?   Accenno alla mia telecamera: Eh… no.  E d’improvviso mi compaiono davanti i cassetti, gli armadi, gli sgabuzzini dei grufolatori da stand. Depositi di metri e metri di gadgets gratuiti. Liguria: famigliola di obesi trovata morta in casa. Si ipotizza un attacco di fuffa. Buttiamo giù tutto. Panini, coca cola, e poi notizie, telegiornali, partite, gossip, opinioni prese in prestito. E gadgets. Allevati e rinchiusi in attesa di essere pescati ingurgitiamo come le orate e i branzini. E – per citare l’amico – … caghiamo. Facciamo il fondo. Copriamo ogni forma di vita intorno a noi.

       La moglie del mio amico si aggira per gli stand. Perlustra famelica. Lui ride. Lui ha un sogno nel cassetto. Non lo realizzerà mai, si vede già da come la guarda. E’ tutta ironia. Ma il cassetto no. Deve starci un sogno. Deve starci un cassetto libero, a tutti costi, con il fondo pulito.

Radiografie – Irina Palm, di Sam Garbarski – II parte

lunedì 15 settembre 2008
       Naturalmente, come ogni eroe, anche la nostra protagonista rifiuta in un primo tempo la chiamata all’avventura. Ma qualcosa dentro di lei la costringe a ripensarci: il conto di quanti soldi guadagnerebbe. Quella sarebbe una strada: se lei – come si diceva – accettasse di non essere più lei. Se accettasse di morire per come si conosce e di rinascere per come non sospetta di essere.

       Fin qui il film di Sam Garbarski è meraviglioso. Semplice, necessario, rigoroso. Poi succede che i soldi arrivano, che il figlio li rifiuta quando ne scopre la provenienza, scandalizzato e offeso, per accettarli in seguito spinto dalla moglie, che da donna e da madre capisce profondamente di quale salto sia stata capace la suocera. A questo punto si scopre che il gestore del locale è in realtà un brav’uomo, che è tanto solo, abbandonato dall’unico amore della sua vita.

       Tra i due scocca una delle più improbabili scintille che io ricordi di aver visto al cinema, ma suona come giusto premio in due direzioni. Una per il personaggio, che ha tanto accettato di mettersi in gioco: insomma, a quanto pare non ci sono solo cattive notizie quando si decide di conoscere a fondo se stessi. L’altra per il pubblico, quello che fa i numeri nelle sale, che ci sta sì all’iperbole della simpatica e coraggiosa vecchietta ma che insomma, se poi c’è una redenzione del sentimento non va male e usciamo tutti più sereni. Viene il sospetto di un’attenzione cospicua alla compatibilità con i palinsesti televisivi.

       Mettiamo ad esempio che Irina Palm cominci a trovarci gusto… Non sembri una provocazione.  Lei è una persona in declino, le sue relazioni sono andate in fumo. I gemiti di quegli uomini le danno la sensazione di esserci, di essere anche fisicamente sentita. Diventa una star e quindi davanti al suo camerino c’è la coda (questo è già nel film). E’ il suo riscatto in barba ad ogni morale. Lei è finalmente, pienamente, autenticamente una donna viva. Non sarebbe stato più convincente ?

       Per la verità non sentivo il bisogno che Irina convertisse all’amore e al sentimento il gestore del locale. Perché in questo modo non mi sembra più una storia vera del nostro tempo. Irina Palm è un film che avrebbe potuto essere una memorabile parabola d’amore e di recupero di se stessi. E devo dire che alla fine, ai titoli di coda, ero dispiaciuto perché mi ero illuso di trovarmi veramente di fronte ad una storia coraggiosa e radicale. 

       Per dirla tutta: se fosse stato un film italiano avrei pensato che qui da noi come sempre è così: alla fine vince il buonismo e si fa cassa. Invece il discorso questa volta non vale solo per noi. Si dice mal comune mezzo gaudio. Ma non è vero. Mal comune, peggio per tutti.

     

Radiografie – Irina Palm, di Sam Garbarski – I parte

giovedì 11 settembre 2008

          Con i miei soliti tempi, quest’estate ho visto uno dei casi cinematografici dell’anno scorso. Scritto e girato radente alla realtà, ma con un velo di poesia che ne dà uno scarto importante rispetto ai rischi del morboso, del facile, del voyeuristico. La storia di una nonna che non ce la fa ad assistere impotente alla lenta morte per malattia del nipotino, e che decide di fare tutto quello che può per aiutarlo.  Anche quello… che non può. O meglio che non potrebbe se restasse fedele alla propria identità di una vita.

          Credo che lo spunto più bello del film sia proprio questo. Il trovarsi di fronte ad una situazione che nessuno dei presenti può cambiare, ma magari qualcun altro che al momento non c’è. E decidere di diventare quel qualcun altro. Il prezzo è altissimo. Relazioni, idea di sé, scale di valori. Quando si ribalta tutto non siamo mai soli rispetto agli altri: siamo soli anche rispetto a noi stessi, perché non ci riconosciamo più.

          Va di conseguenza che Irina Palm sia una potente storia di cambiamento. E’ interessante – per me – vedere come ogni volta che un film tocca qualcosa di importante e di vero,  ci sia sotto la stessa domanda: che cosa stiamo dando per scontato, nel nostro contesto, che se rimesso in discussione potrebbe riaprire la questione, ridare una possibilità ? E ancor più emozionante constatare come la risposta ci sia spesso impedita dalla paura di destabilizzare la nostra configurazione tranquillizzante delle cose.

          Nel caso di Irina Palm il problema è morale, oltre che di opportunità. Servono molti soldi, la nonna è una vedova e non lavora più, e per tutto il film gli altri personaggi non fanno che dire di lei: “Non sa far niente”. Il papà e la mamma del bambino guadagnano evidentemente troppo poco per poter offrire a questo figlio la possibilità di una cura efficace, che sarebbe praticata all’estero, molto lontano. 

          La situazione realisticamente è senza orizzonti. Si capisce che non è contemplata in questa famiglia l’ipotesi di andare a rubare, per cui non resta che una rassegnazione piena di rabbia inespressa, che finisce per dissanguare tutte le relazioni familiari. E’ qui, molto in anticipo rispetto alla struttura classica, che la nonna si mette in discussione: quando capisce che avanti così si muore, e che alla morte si può scappare – se si può – solo attraverso un ribaltamento di tutto.

          E’ uno scambio con la vita: sacrificare la vecchia identità della nonna contro la vita del bambino. Per una persona salvata, un’altra dovrà rinascere diversa da come era. Gli ingenui tentativi della nonna con le agenzie di lavoro interinale, ci fanno respirare la sua volontà di tentare contro ogni speranza, di sfidare la più palese evidenza. E’ vecchia, non ha qualifiche. E nemmeno si immagina cosa troverà là dentro, quando fa il suo ingresso nel locale a luci rosse sulla porta del quale campeggia una ricerca di hostess. E’ questo per lei l’antro della caverna più profonda, il punto di non ritorno: se accetterà o meno di masturbare uomini a pagamento.

          Momento cruciale, questo, che ci rimanda a qualcosa di ancestrale. Le due paure strutturali del cinema horror si affacciano in un film quasi aderente al realismo. La paura della morte, e la paura di perdere la propria identità. Che vivo a fare se io non sono più io ? Quando Edipo scopre la vera natura del proprio amore, si strappa gli occhi uscendo dal palazzo. Non possiamo vivere senza quel che siamo. E’ per questo che l’ingresso della nonna nel locale a luci rosse, e l’accettazione del posto di lavoro, hanno qualcosa del suicidio…

 

Lo spunto di oggi – Troppo mare.

lunedì 8 settembre 2008

 

 

 

           Le sei e mezzo di mattina. Esco di soppiatto con pinne, maschera, cintura zavorrata. Respiro piano, assaggio l’aria del nuovo giorno cercando di entrarci di sbieco, senza alterarlo. Non c’è nessuno in paese, e sulla spiaggia solo altri pescatori come me. Canne fissate nella sabbia dove tra un paio d’ore ci sarà la bolgia. Ma adesso – poco prima del sole – gli occhi divorano ogni cosa sbigottiti dalla trasparenza.

          Stamattina c’è un po’ di mare. Ho il sospetto che sia troppo per me, che ho appena iniziato a fare pesca subacquea e non ne so molto. Però la voglia è tale, e le occasioni così poche, che non si può rinunciare. Faccio il mio quarto d’ora per arrivare alla spiaggia di sassi. Poi mi preparo. E quando sono seduto, pronto ad entrare in acqua, due schiaffoni dalle onde mi rinfrescano le idee al riguardo. C’è davvero troppo mare per me. Non sono in grado. Se divento più bravo magari, ma adesso non mi fido.

          Rimango a guardare per una ventina di minuti da solo, in silenzio. E penso che quando c’è la meraviglia da vedere, siamo tutti in casa a dormire. E che questo forse non riguarda solo l’estate e non riguarda solo il mare. Che se si riuscisse a ribaltare un paio di priorità si aprirebbero spazi di movimento inimmaginabili, forse. Bene, ritorno.

          Nel tardo pomeriggio, il sole è a ponente sul filo della montagna. Manca poco al tramonto. I bimbi giocano sulla spiaggia e io sento al telefono l’amica Elisabetta Bucciarelli, di cui ho appena letto “Femmina Deluxe”, appena pubblicato. Le parlo di quel che secondo me sta coraggiosamente affrontando nel suo percorso di scrittura, di quel che non riesco ad affrontare io nel mio. E poi di quello che mi piacerebbe vederle fare in futuro. Insomma al solito: sfide con noi stessi per arrivare più in fondo alle cose. Come per ogni persona che lavora.

          E mentre chiacchiero mi viene in mente la scena della mattina. Perché poi, tornando, avevo visto che un paio di pescatori sub erano entrati e se la stavano nuotando in tutta tranquillità. Che per loro quel mare andava bene. E ho pensato che prima di entrare in una sfida avrei dovuto fare bene i conti. Vale anche per un film. Ci sono sfide che gli altri vedono facili, ma che non sono per me. Non da tutti i mari so difendermi. Non oggi perlomeno. Per cui mi viene spontaneo fare festa all’ultimo romanzo di Elisabetta, nel quale trova e scopre nuove chiavi di scrittura, toglie aspetti ormai vecchi di sé, insomma si butta in un mare poco conosciuto e sono sicuro che nel giro di qualche romanzo ne uscirà con splendide catture di profondità. 

           Poi ci sono altre situazioni. Situazioni nelle quali sei sulla riva, il mare è un disastro tra onde e sporco e freddo, eppure devi entrare. Non è nemmeno sempre vero che puoi stare a ponderare le tue forze e se te la senti. Questo per me è il lungometraggio. Si può stare anche a guardare quel mare. Ma poi bisogna entrarci…

Errore

domenica 7 settembre 2008
Ho commesso un errore nella moderazione di due commenti: uno di “Le” sul libro di Cristina Cattaneo ‘Turno di notte’, uno di Adriana sul libro di Mario Calabresi ‘Spingendo la notte più in là’. Prego entrambi di rimandarmeli se ne hanno il tempo, ho sbagliato il tasto e ora li ho persi. Ma erano invece un contributo al dibattito. Chiedo scusa.

Lo spunto di oggi – Ho girato un corto, ma… (II parte)

giovedì 4 settembre 2008
 
 
   …Qualcuno – pochissimi – riesce a girare il famoso lungometraggio. Lo gira coerentemente con i suoi corti o con quello che era la sua idea di cinema. Ne esce spesso un film d’autore, non facile, che raccoglie qualche premio ai festival ma che non sfonda in sala. Perché la sala non è il mondo dei festival. E se il primo film ti si gira contro, diventa molto difficile riuscire a fare il secondo.

    Qualcuno vira sul documentario. Alla fine si vive d’altro – corsi, film aziendali, backstage, spot – ogni tanto si gira un lavoro con tempi lunghissimi, perché il documentario non è prevedibile e organizzabile come un lungo, e finalmente si arriva ai festival. Dove vedi lavori anche bellissimi, con la presentazione di rito: “Quanto tempo hai girato per realizzare il tuo docu ?” E il regista: “Sono stati tre anni meravigliosi…” Solo una cosa sul mondo del documentario: qualche anno fa girarono un film strepitoso su un clown che andava per gli ospedali di guerra per far ridere i bambini. Non – riuscirono – a – venderlo.

    Alcuni smettono.  Come per un vizio, o per l’uscita da un’età infantile.

    Inutile negarlo, questo tempo sospeso è difficile. Poi però guardo dal di dentro di che cosa vive un filmaker. Storie. Artigiani, medici, professori, operai. E le loro famiglie, i loro problemi intimi, personali, sociali. Dilemmi da superare. Rischi da prendersi. Scoramenti ed entusiasmi. Ce li hanno tutti. Allora penso che in certi momenti non ci sia modo di sapere come risolvere un problema, ma sia altrettanto chiaro cosa fare. Non perché rappresenti la soluzione, ma perché non c’è nient’altro che si possa fare. E nel caso di un filmaker è: continuare ad ascoltare le persone con le loro storie. Non rigirarsi nel proprio problema perché più ti occupi di te, più i tuoi personaggi diventano piccoli e lontani. Più ti metti da parte, più riesci a farti avvicinare dalle storie e dai drammi altrui.

     Nonostante quello che l’imperante clima new age dispensa come consiglio – occuparsi del proprio benessere interiore, coccolarsi, coltivare la propria serenità, gestire le relazioni in modo che non ci feriscano, che mi sembra tanto la versione per bambini de “L’inferno sono gli altri” – credo che il punto decisivo per trovarsi siano proprio quegli altri là, con i loro inferni quotidiani, con le loro fatiche e la loro lotta. Quelli sì, con tutta la rottura di scatole che rappresentano, per chi scrive sono il paradiso.

Lo spunto di oggi – Ho girato un corto, ma… (I parte)

lunedì 1 settembre 2008

 

 

 

 

    E’ una battuta che ho sentito a un festival qualche anno fa. Meno stupida di quanto sembri. Ho girato un corto ma… era corto anche dall’altra parte. Dopo questo mese d’agosto passato a rivedere alcune cose che mi hanno accompagnato e formato in questi anni, mi viene una riflessione sul presente.

    Qualcuno ha scritto qui sul blog che si dovrebbe smettere di separare mentalmente i corti dai lunghi, che tutto sommato sempre di cinema si tratta, che un film può richiedere 5 minuti o 2 ore per esprimersi e che questo non significa che una cosa sia meglio dell’altra. Né che il corto debba necessariamente rappresentare solo una palestra per chi non è ancora in grado di fare un lungo.

     In realtà l’obiezione è più elegante che vera. La verità è che molti aspetti narrativi sono congeniti del lungometraggio. Lo sviluppo profondo di un personaggio non è contenibile in 3 minuti. C’è chi ha risolto i cambiamenti e i percorsi con idee geniali, con sintesi talentuose e sorprendenti. Ma del cinema fa parte il vivere un’esperienza, il convivere con un personaggio. Ci vuole tempo anche per il pubblico. Tempo di attesa, tempo di sorpresa, tempo di riflessione e tempo di emozione. Corto e lungo sono eccome due cose diverse.

    Tutto questo senza considerare i problemi produttivi, di cui non voglio nemmeno parlare perché sono evidenti a tutti. Fino alla differenza più grande tra corto e lungo: la distribuzione. Guardare Hard Candy per credere. Sentivo parlare il produttore di Fame Chimica circa un mese fa, ad una conferenza stampa. Diceva che il suo film non è riuscito ad avere mai una riga di recensione su una pagina nazionale di qualsiasi quotidiano. Distribuzione, critica. Se non ti guardano, se non ci credono, se per qualche motivo l’operazione non è rassicurante, anche se hai girato e montato, non esisti. E a quel punto ti ritrovi con un film nel cassetto e due anni inutili alle spalle.

    Vista così non c’è molta prospettiva. E forse questo è lo sguardo più vero.  Al tempo stesso  esistono il tuo presente e il tuo percorso passato: in qualche modo non si può fare a meno di esistere. L’uscita dalla strettoia – finiti i corti, irraggiungibili i lunghi -  va in più direzioni. Ne ho viste diverse intorno a me in questi anni…