Archivio di ottobre 2008

Il libro di oggi – La Fabbrica delle Storie, di Jerome Bruner

giovedì 30 ottobre 2008




 
     “La cultura umana, di qualunque tipo, è per sua natura una soluzione data alla vita in comune non meno che, più nascostamente, una minaccia e una sfida a coloro che vivono nel suo ambito. Per sopravvivere, una cultura ha bisogno di mezzi per risolvere i conflitti d’ interesse inerenti alla vita in comune. Uno di questi mezzi sono i sistemi di scambio (per usare il vecchio termine di Lévi-Strauss): i miei servizi per i tuoi beni o per il tuo rispetto o che altro.

       Un altro è il ‘gioco serio’ (prendo a prestito la felice espressione di Clifford Geertz): modi di rappresentare e rimuovere micidiali conflitti di desideri in un elaborato rituale, come nel famoso combattimento di galli a Giava, così vivacemente descritto da Geertz. O, in mancanza di ogni altra cosa, inventiamo un sistema giuridico e diamo presumibilmente a ciascuno il suo giorno di giustizia in tribunale.

       Nessuna cultura umana può operare senza qualche mezzo per trattare gli squilibri prevedibili o imprevedibili alla vita in comune. A parte tutto il resto, ciò che una cultura deve fare è escogitare dei mezzi per tenere a freno interessi e aspirazioni incompatibili. Le sue risorse narrative – racconti popolari, storie antiquate, la sua letteratura in evoluzione, perfino i suoi tipi di pettegolezzo – servono a convenzionalizzare le ineguaglianze che essa genera, tenendo così a freno i suoi squilibri e le sue incompatibilità”.

       Jerome Bruner è un autore che ho scoperto da poco e che ritengo emozionantissimo. Perché come pochi altri è ossigeno per il cervello e un grande aiuto a leggere anche il contesto nel quale ognuno di noi esercita il proprio lavoro. In altre parole, ci fa lavorare meglio, ci dà la sensazione di far parte di qualcosa. Credo che  questo non abbia prezzo. Sì, è un libro che consiglio.

L’invito di oggi – Il dissoluto

lunedì 27 ottobre 2008

Intelligente, ironico, disilluso. Divertente e doloroso. Un lavoro bellissimo. Adesso, a Milano.

Lo spunto di oggi – Dieci anni

giovedì 23 ottobre 2008

 

 


       Il receptionist dell’hotel mi guarda con aria complice. Noi non siamo mica così pignoli. Faccio solo una copia, anche se è scaduta non mi interessa. Sorrido e annuisco, me ne sono appena accorto e devo correre ai ripari. Comunque se no ho la patente. Ma il receptionist è già sparito con la mia carta d’identità.

       Già, la patente… Piuttosto quando scade la patente? Rapido consulto: estraggo il documento rosaceo segnato dagli anni, con le paginette che stanno insieme per abitudine più che per consistenza del materiale. 26 ottobre 2008. Non c’è alternativa: scuola guida e appuntamento.

       Qualche sospetto avrei dovuto averlo subito. L’uomo della scuola guida mi dice 85 euro certificato medico incluso prima ancora di salutarmi. Faccia vedere, alludendo al documento in questione, con la perizia di un dentista quando ti dice Apra. Estraggo il brandello e la butto sul ridere: Un po’ diverso dalla foto,  vent’anni fa… cambiato pettinatura. Lui mi guarda, mi valuta, non ride:  Sì, ma il documento è ancora in buone condizioni, inutile sostituirlo. A quel punto guardi il brandello nelle tue mani e pensi, anzi ne hai la certezza, di essere messo peggio di quella roba lì. E quell’uomo al di là del bancone ha inteso consolarti e aiutarti a prendere almeno quel che c’era di buono.

       Freud mi dice di attendere qualche minuto. Nel frattempo se vuole può accomodarsi. Dico no, preferisco stare in piedi, e penso tiè, mi reggo ancora sulle gambe.  Una mamma con la faccia da notte in bianco è abbandonata su una sedia guardando il traffico al di là del vetro. Il bambino dorme nel passeggino.  La porta della scuola guida si apre, entra un signore anziano – molto più di me. Si guarda intorno: Signora, tocca a lei. La mamma ringrazia, si alza e fa per prendere il bambino. Se vuole, il bambino può lasciarlo qua. Lei lo guarda esausta e stupita: Ha due anni e mezzo. Noi uomini sappiamo diventare catastrofici quando cerchiamo di essere gentili.

       Qualche minuto e la porta si riapre: Signore, tocca a lei. Memento mori, penso. Vengo introdotto in un cunicolo a piano rialzato. E lo rivedo lì, dieci anni dopo. Me l’ero dimenticato ma eccolo davanti a me: l’oculista della scuola guida. Sta immobile, capelli bianchi occhi senza sguardo. L’unico movimento che fa è con le dita della mano sinistra, spostando la bacchetta sulla lavagna luminosa. Sembra annichilito nello stanzino illuminato al neon. A tratti è impressionante la sua immobilità. Il signore davanti a me le sbaglia tutte.  Le D diventano B, le P diventano F e via dicendo. Chissà cosa ne sarà delle inversioni a U, penso. Ma poi mi convinco che sia tutta una trappola: il vero test consiste nell’accorgersi o meno che l’oculista è finto. Un automa, non c’è altra spiegazione a quella fronte verdognola e indifferente a qualsiasi evento.

       Ma lui non fa una piega. L’oculista senza sguardo tira dritto. Chiama a sé l’amico falco che mi precede. In silenzio prende un foglio e lo timbra. Poi cambia timbro. Inchiostro. Timbra. Altro timbro inchiostro e timbro. Alla fine mette una sigla prendendo in mano con smisurata fatica la biro. L’uomo mi dà un’occhiata furba andando via, sembra che voglia dirmi: non farti fregare, è cirillico.

       Poi tocca a me. Bacchettina su lavagnetta, mi chiede due lettere e basta. Mi domanda se penso di vederci meglio a destra o a sinistra. Non saprei. Uguale, credo.  Lui sospira. Non gli è piaciuta la risposta. Rimane un attimo in sospeso, il mio “uguale” diventa biblico: in quello stanzino tutto è uguale. Il neon fa tutto uguale. La routine fa tutto uguale. Le lettere sulla lavagnetta sono tutte uguali, perché anche se sono diverse non hanno mai formato nessuna parola. Sono rimaste là, da dieci anni. Poi l’oculista si riscuote. E’ il momento di passare all’azione. Timbri.

Radiografie – Step up, di Anne Fletcher

lunedì 20 ottobre 2008


       Ho visto questo film particolarmente lontano dalle mie frequentazioni, cercando alcune cose per il mio lavoro.  E devo dire che alla fine ne sono rimasto sorpreso. Non mi fermerei a meditare troppo sulla sceneggiatura e sul suo impianto, e nemmeno sulla regia, che mi pare non aggiunga granché a quanto già visto sul mondo della danza. Anzi, spesso ho rimpianto proprio quanto già visto…

       Ma ci sono un paio di cose che mi hanno colpito. Un momento della trama: un ragazzo allievo della scuola artistica, musicista, ottiene una scrittura per un lavoro. Ma la scrittura è solo per lui, non per il suo amico che con lui faceva gruppo. Il giovane musicista accetta e le due strade si separano. Questo costa un grande dolore a tutti, ma al ragazzo scritturato costa anche la relazione con la propria fidanzata, scandalizzata dalla scelta di accettare una chiamata importante lasciando indietro un amico.

       Nel film non c’è traccia di ironia, e quel che viene raccontato ha un livello solo, quello empatico più facile e ridotto. Per cui tutto, regia musica montaggio e recitazione, tende a farci vedere il giovane musicista come egoista e scorretto. Assisto perplesso alla vicenda, perché non ha nulla in comune non solo con le scuole artistiche, ma con il resto del mondo. Cinema e teatro non sono due mondi di santi e benefattori, ma se c’è una cosa che ho sempre osservato sono gli abbracci di tutti quando un giovane viene chiamato a qualcosa di grande. Magari poi scattano invidie e gelosie, ma nessuno è così matto da chiedere al proprio compagno di rinunciare a quello per cui sta lavorando duramente magari da anni.

       Un altro punto del film. Il nostro protagonista – che deve passare 200 ore di servizio sociale nella scuola d’arte a causa di atti vandalici – vi trova la ragazza della vita. Insieme preparano il saggio di diploma di lei, e naturalmente questo comporta che le 200 ore di condanna diventino poche. Gli amici lo aspettano per le partite di basket ma lui non arriva più. Reazione degli amici: rottura. Non si può compromettere un’amicizia per una donna.

       Rimango sempre più desolato sulla mia poltrona mentre passa il film. Perché personalmente non chiedo mai a una storia di lasciarmi anche un messaggio, è proprio una cosa che mi annoia e mi sembra sleale: non si racconta una storia con un secondo fine. Se vuoi dire qualcosa  dilla e basta: che ci inventi su una storia a fare ? Ma – dato che c’è – entro anche nel merito del messaggio che viene veicolato a caratteri cubitali da Step Up.

       Valore assoluto sembra essere l’amicizia. Il punto è cosa viene veicolato per amicizia: un legame totalmente privo di comprensione per il destino e la strada dell’altro. Non c’è traccia di ascolto in questo tipo di relazione. Non c’è traccia di sapersi mettere da parte perché l’amico sta vivendo qualcosa di importante, che sia lavoro o che sia amore. Pericolosa, estremista idea di affetto… che scorre sulle note di una musica che scimmiotta una libertà e una genuinità invece del tutto compromesse se la costellazione dei valori affettivi è quella che viene mostrata.

       Mentre vedo i titoli finali mi chiedo che effetto farà – a lungo termine – la semina di una cultura così egocentrica e reazionaria. Mi domando se non stiamo assistendo alla preparazione di qualcosa di preciso: allo spostamento delle emozioni da quel che ci succede dentro a quel che ci succede intorno, con la conseguenza che abbiamo sempre più bisogno di cose musiche oggetti e persone, in una scientifica eliminazione del silenzio e della nostra capacità di ascoltarlo.

       

A proposito di corsi

domenica 19 ottobre 2008


       Alcune persone mi hanno chiesto – e le ringrazio – qualche notizia riguardo a prossimi corsi in studio da me. Purtroppo non mi sarà possibile realizzarne almeno fino a gennaio. Lavori in corso nei locali e lavori in corso per me, che si sovrappongono in un unico cantiere.

       Non perdo la speranza di qualche serata a parlare di cinema all’enoteca Ronchi, se ci sarà modo. O dovunque mi capiterà andare. Nel caso avviserò come sempre. Grazie ancora a chi si è interessato a questi incontri, speriamo di vederci comunque prestissimo.

       

Lo spunto di oggi – Prima l’uovo

giovedì 16 ottobre 2008

 

 

 


Francesca

       saltella intorno al lettone mentre tento di rifarlo in fretta per portarla a scuola. Gestire tre anni e mezzo di  bionda ricaricata dalla notte è facile come tenere una bottiglia d’ alcool sui fornelli. Intanto che ripiego il lenzuolo e cerco i pigiami mi dispensa una perla della sua saggezza:

- …e allora il pulcino diventa tuorlo.

       Il mondo che va al contrario, insomma. Come il Cineocchio di Vertov, come l’assunto di base di Memento. Il pulcino diventa tuorlo. Il piccolo animale gira sperduto per il pollaio, e mentre tiro su la trapunta me lo vedo incrociare il tacchino: Lo sai che c’è ? Io non sono ancora nato.  E il tacchino infastidito: Sei messo male bello: stamattina hanno cucinato tua madre!  E’ formidabile quando l’assurdo compare nella narrazione di una storia. Perché rende evidente che il dato puro e semplice non esiste mai. E’ stato frantumato e ricostruito dalla mente e dal cuore di chi racconta. E la storia non è storia del dato bensì quella del suo essere ricostruito. Il dato ricostruito vale di più di quello semplicemente riprodotto, perché reca in sé il valore dell’esperienza attraversata.

       Il pulcino diventa tuorlo non dice niente né del pulcino né del tuorlo, ma dice molto di Francesca e del suo aver scomposto e ricomposto al contrario l’elemento narrativo. E’ anche uno degli spiragli da cui prende vita l’umorismo: la nostra capacità di dis-organizzare il mondo e la vita in un racconto. Non raccontiamo mai le cose, raccontiamo sempre il nostro punto di vista sulle cose. Non finisco mai di capirlo. Per cui, ridendo:

- No Francesca, non è  il pulcino che diventa tuorlo.

       Lei mi guarda, stupita. Poi si riprende:

-Ah già: è la gallina che diventa tuorla.

      Ecco una lezione. La misura del micidiale. Che nel caso dell’umorismo sta nel balance perfetto tra convenzione e spiazzamento. Se Francesca non avesse tenuto il nesso tra tuorlo e pulcino / gallina, avrebbe fatto saltare quel tanto di convenzionale che ci vuole per rendere la realtà del racconto congruente con la realtà di chi lo ascolta. Se d’altro canto avesse detto Ah già, è il tuorlo che diventa pulcino, non avremmo avuto niente da raccontare perché il suo punto di vista sarebbe rientrato completamente nella convenzione.

         La scrittura è lì, davanti a noi. Chiunque ci parli ci insegna leggi profonde per cui dobbiamo solo preparare gli occhi e la mente. Il cinema deborda nella vita quotidiana, e la vita è tutta buona la prima. Come si fa ad essere così semplici, così immediati in operazioni tanto sofisticate come quella che Francesca ha compiuto ? Come diceva Bergonzoni: vi ringrazio della domanda, e spero di ringraziarvi presto anche della risposta…

Lo spunto di oggi – Se.

lunedì 13 ottobre 2008
       Pietro
lavora con gli assicuratori da molti anni. E’ un abile ed esperto coach per loro. Comunicatore, stratega, e soprattutto curioso. Non sai mai dove potrà andare a finire il discorso perché il suo pensiero è ramificato, inaspettato. Mi propone di passare due giornate con il suo gruppo. Accetto con entusiasmo naturalmente. A parlare di storie. Ma la domanda che aleggia nell’aria è questa: come pensi che possa servire la narratività a un gruppo di assicuratori ? Farfuglio qualcosa e il discorso si sposta sui programmi.

        Poi ci penso mentre torno a casa e mi dico che il pensiero narrativo è di tutti. Se è vero che la nostra storia è il senso che le diamo, è come ce la raccontiamo. E’ anche un modo di dire.  La vita è come ce la spieghiamo. Ma la cosa è anche rivolta al futuro. Ogni volta che diciamo “se” e facciamo un progetto, raccontiamo una storia che speriamo di veder realizzata o di realizzare.

       Non riesco a non pensare – come al solito – che il tutto derivi dalla paura. Perché raccontare significa aver compreso, aver reso dicibile, aver controllato. E comunicarlo significa non doverci fare i conti da soli. Allora se per esempio la storia sul futuro che può raccontarsi un bambino è fatta di avventure sulla luna, imprese ardite e gol nelle finali mondiali, le storie degli adulti hanno margini di oscillazione ben al di qua del possibile. E’ un’inversione curiosa questa: i bambini si perdono nelle praterie delle possibilità infinite senza vedere gli ostacoli della realtà e i parametri che essa pone. Gli adulti fanno il contrario. Terrorizzati dalle possibilità che sono troppe, imprevedibili, destabilizzanti a volte in modo anche letale. E se un aereo su un’autostrada…

       Tutto sta in un’intonazione della voce: nel modo di pronunciare la parola “se”. Progetto o paura. Speranza o sfiducia. Che cos’hanno di diverso gli adulti dai bambini ? Una diversa quantità di storie a disposizione. Quelle passate. La cosiddetta esperienza, o la “saggezza” dell’ultima canzone di Fossati. Ecco cosa li differenzia. Perché modelliamo il futuro sul passato, le storie possibili su quelle già vissute, la vita da vivere sulle storie raccontate. Doveva essere il contrario e invece è così: la vita si plasma sulle storie che raccontiamo. Forse per questo le storie dei bambini – di quelli fortunati -  hanno più spazio: perché hanno ricevuto meno no. Perché mancano le altre storie con i loro fantasmi e i loro steccati.

       L’assicuratore ti assicura rispetto a ciò che il passato ci insegna poter avvenire in futuro. Vediamo se riusciamo a passare due giorni in cui ci esercitiamo ad assicurarci dai danni che queste storie passate creano sempre nella nostra capacità di dire “se” senza paura. Ma ho paura di doverlo ancora capire io !

       

Lo spunto di oggi – L’acqua e la luce

giovedì 9 ottobre 2008

       L’altra mattina,

accompagnando Samuele a scuola. E’ una mattina da primavera fuori corso, una giornata smontata da quella parte del calendario e rimontata alle soglie dell’inverno. Un regalo. Tutto nuvole nere e un varco difficile proprio dove sta passando il sole.  Un abat jour gigantesco posato sulle case di Milano sud.

        Continuo a guardare la fonte di luce, perché l’effetto che dà è talmente innaturale che non si può non notarlo. Difatti Samuele – Che bella luce – Visto che si è attivato da solo, cerco di capire fino a che punto osserva davvero le cose. Hai ragione, molto bella. Ma secondo te che cos’è che la rende così bella ?

       Che viene dal basso. Giusto, che viene dal basso. E che cos’è che la fa venire dal basso ? Samuele non ci pensa su – La strada bagnata. In  realtà la strada è solo umida di pioggia già caduta. Ora non piove, è tiepido e la strada è una scia di luce sulla quale le macchine viaggiano come astronavi. I fari si moltiplicano, i semafori riverberano intorno le loro scansioni temporali a colori. Esistono un mondo reale e uno riflesso sotto i nostri piedi.

       E perché diciamo che ci piace la luce dal basso ? Samuele non sa dire – Non lo so, perché è bella.  Gli dico soltanto E’ vero, perché è bella. E penso che non glie lo devo dire, perché l’esperienza della bellezza che ci folgora senza spiegazioni è una delle chiavi della felicità cui ogni uomo avrebbe diritto. Ci dice segretamente di un accordo profondo tra il cuore e quello che c’è intorno, tra la nostra vibrazione personale e tutto ciò che è condiviso dagli altri.

       Ma per me questa folgorazione è sempre più rara. Non quella della bellezza: ma quella della bellezza che resta tale senza spiegazioni. Non ci riesco più. Non posso non pensare che la luce dal basso toglie il peso delle cose, lava le ombre della stanchezza sotto gli occhi, stacca da terra i nostri piedi, soffia sulla strada rendendola una lastra di possibilità in movimento.  Ci mostra come saremmo vivi senza il peso della vita, ci fa puro spirito fluttuante, ed è per questo che sembra fermare il tempo. Non ci rende più giovani perché ci toglie le rughe dal viso: ci rende di altra natura perché ci tira fuori dal tempo. Da questo tempo.

       Samuele entra a scuola correndo con la cartella che gli rimbalza sulle spalle.  Più che la luce è l’età che non glie ne fa sentire il peso. Poi, sulla strada del ritorno, l’angolo tra le nubi si chiude e inizia un diluvio senza rimedio. Violentissimo, un mezzo nubifragio, anche se solo di qualche minuto. Hanno rimontato il calendario, mi sa. Attraverso lentamente sotto l’ombrello le strade e il parchetto. Mamme che corrono all’impazzata, macchine che iniziano a suonare, congestione. Bentornato a Milano, bellezza. Corse dappertutto per un buon posto in coda. Felice di essere a piedi.  Arrivo fradicio. Cerco un altro paio di jeans. Giada esce con Francesca. Accendo il computer e inizio a lavorare. Come se facessi veramente parte di questo tempo.

Lo spunto di oggi – Il Rimedio

lunedì 6 ottobre 2008

Ivano Fossati

       è tornato. Ogni volta che scrive una canzone il mondo migliora un po’. Non fa eccezione questa. Da giovane mi avevano insegnato che quando un personaggio litiga con un altro fa della retorica, quando litiga con se stesso fa della poesia. Sono passati vent’anni e ancora devo capirlo bene.

       Questa canzone è un aiuto. Un uomo alle prese con il proprio orgoglio e con la propria esperienza dei fallimenti – la cosiddetta “saggezza” – e assiste al rovinoso andamento della propria vita. E’ in quel fondo che si può autenticamente toccare la speranza. Nella più nera desolazione.

       A un certo punto arrivi a dirtelo: se c’è un rimedio… qualunque cosa. Se c’è un rimedio passo sopra al mio orgoglio, al buon senso, all’esperienza dei fallimenti. Qualunque cosa se c’è un rimedio, se la vita può essere aggiustata. E’ un grido che invoca buon senso, ribalta priorità.

       Una sua nuova, strepitosa canzone. Una volta sentivo ammirazione per personaggi capaci di questi lavori. Oggi li leggo più come dei doni. E sento verso Ivano Fossati una profonda gratitudine. Come ogni narratore sincero, anche lui mi riavvicina a me stesso.

  

Più lontano della luna, più lontano del mio cuore
Sono sempre le stesse parole che si scrivono sui muri
Mi hai fottuto un’altra volta coi tuoi baci al veleno
Vorrei essere cattivo
Ma quello che siamo è quello che abbiamo
E quello che abbiamo si vede
Più lontano della luna
Anche più lontano di un’altra città
Del mio amore dovrai spogliarti
Dovrai spogliarti ora
I bambini stanno bene
Per loro ogni giorno è differente
Ci mancavi alla tua festa
Ma quello che siamo è quello che abbiamo
E’ come la gente ci vede
Che vita è questa, che vita è stata
Mai più saggezza, mai più
Se c’è un rimedio io corro da te
Senza una mano che mi sfiori
Io corro da te
Se questo orgoglio è un gran sentimento
Come la gente dice
Io non sopporto di giorno e di notte
Il male che mi fa
Che vita è questa, che vita sarà
Mai più saggezza, mai più
Se c’è un rimedio io corro da te
Senza una mano che mi sfiori
Io corro da te
Un campo di grano e lo spazio profondo
Sono tutta una strada
Senza una luce ti devo cercare
Oh povero me
Nessuno sa, nessuno mi vede
Che corro da te
Mai più saggezza, mai più
L’amore è forte, Dio lo sa
Se ci vorrebbe fedeltà
L’amore è grande e io sto qua
In una città lontana
In una città straniera
Che vita è questa, che vita sarà
Mai più saggezza, mai piu’.

Ivano Fossati – Il rimedio

 

Lo spunto di oggi – Celtx

giovedì 2 ottobre 2008

 

 

 

       Ho una grande gratitudine verso il team di CELTX. Perché in tutti questi anni hanno continuato a lavorare su un software meraviglioso, che permette a chi scrive professionalmente di farlo con comodità, chiarezza, precisione. Lo hanno migliorato nel tempo con versioni tradotte in tutte le lingue, anche in italiano. 

       Lo hanno reso gratuito. Chi vuole lo può scaricare nella lingua e per il sistema operativo che preferisce.

       Ora hanno un’idea, e la mail che mi hanno inviato – e che metto in copia qui sotto – ne  è la spiegazione: CELTX propone, a chiunque lo voglia, di inviare uno script, un piccolo film, un testo, qualunque cosa, per aiutare la lotta contro la malaria.

       Si tratta di convincere la gente che lo vedrà a versare 5 dollari per acquistare una zanzariera che può salvare la vita. La nostra creatività e il nostro talento contro un killer da 3 milioni di vittime l’anno. Noi ci associamo a questa lotta. Direttore della fotografia, musicista, sceneggiatori. Naturalmente anch’io. Chiunque abbia un pensiero, un’intuizione, un’idea anche se la trova orribile, me la mandi. Siamo pronti a lavorare per migliorarla, se ce n’è bisogno, e a girarla.

       Nessuna vergogna per le idee da buttare. Ne abbiamo i cassetti pieni. E per quanto terribile possa essere un’idea, non lo sarà mai come la malaria. Qualcuno ha voglia di lavorare con noi ?

Questa la mail di CELTX:

Will you choose to make your media matter?

3 million people die of malaria each year.

Help Celtx fight
malaria by putting your creativity and talent to use.

Create a video, ad, comic book, play, or anything to inspire
others to donate $5 to buy a life-saving bednet.

Get engaged now at http://pc.celtx.com/camstudentschallenge

THANKS!
The Celtx Development Team -
Sheila, Laurie, Tony, Simon, Greg, Steve, Chad & Mark