Lo spunto di oggi – Per primi
giovedì 27 novembre 2008
Vale la pena di prendere coscienza del fatto che non tutto è comunicabile. Che la solitudine che sentiamo non è dovuta sempre a depressione: a volte è una lucida presa di coscienza del limite oltre il quale inizia il non detto che resterà non detto. Ho scelto un esempio semplice per parlare di questo ai ragazzi. Mai capitato di parlare per minuti e minuti del tuo malessere di fronte a qualcuno e renderti conto che non capisce ? Oppure il contrario: ascoltare per ore e sentirsi dire che non capiamo. Non c’è niente da fare. E’ che le parole sono necessarie ma non sufficienti. E che il quid che manca è assolutamente volatile. Si sente molto parlare della comunicazione non verbale, ma già il fatto che la si definisca in negativo ci dice di quanto poco ne sappiamo.
Il fatto è che come mangiamo solo ciò che è commestibile e a misura di bocca, come tagliamo una bistecca a pezzetti se vogliamo masticarla deglutirla e digerirla, così facciamo con i processi culturali e relazionali. Le parole dell’altro vengono ricondotte alla nostra dimensione di accettabilità prima di essere ingerite. La parola dolore, ad esempio, viene ricondotta alla nostra percezione del dolore, a ciò che noi conosciamo al riguardo, all’esperienza che ne abbiamo fatto. La parola è la medesima ma i risuonatori che muove dentro di noi sono i più diversi e lontani.
Ecco, per quei risuonatori non esistono parole. Non dolore ma che significa per noi dolore, questo è il punto. E qui la comunicazione diventa un atto di speranza, un salto verso l’ignoto meraviglioso dell’altro. Il tuo messaggio in bottiglia cammina sul filo sospeso tra le case senza rete sotto. Quella parte di te che aspetta trepidante l’incontro con l’altro, l’intesa, la comprensione profonda, è tutta lì, esposta al buio e alle intemperie. Cammina e rischia. Ma bisogna continuare a farla camminare. Parlare e ascoltare è un faticoso lavoro di approssimazione progressiva. Sappiamo che l’esito è spesso il fallimento. Ma si tratta del più luminoso fallimento di cui sia capace l’uomo.
Sabato mi sono ritrovato in una riunione lunghissima. Abbiamo lavorato su un problema di sceneggiatura dalle 4 e mezza del pomeriggio alle due meno dieci del mattino. Ci hanno portato da mangiare in loco così che potessimo non fermarci. E il problema qual era ? Non so se mi spiego, non so come dire, non so se mi capisci, non so se sai com’è quando, ma non ti è mai capitato di. Risuonatori che si fasano con fatica, continuamente. Ieri mattina tornando in autostrada verso casa, mi è venuta in mente una delle più belle definizioni di linguaggio che io abbia studiato. Il linguaggio è il pollice opponibile di cui si serve la mente per prendere la vita. Bellissimo. Il problema è prendere la vita…

Scivolano sulla pelle come creme per il sole, certi film. Magari succede perché c’è una regia liquida, e tutto acquisisce una fluidità millimetrica, senza incresparsi mai. Spesso i film così alla fine sono deludenti. Possono prenderti molto mentre li guardi, perché la piacevolezza ha un suo senso anche al cinema. Ma il più delle volte la rivela un’attenzione sbilanciata verso la pelle delle cose. Con conseguenze inevitabili per la profondità.
Things we lost in the fire è un’eccezione. Pur rifiutandomi sempre di attribuire qualità di genere, penso che un film così lo potesse girare solo una donna. Probabilmente invece è un uomo quello che ha tradotto il titolo per il cinema italiano: Noi due sconosciuti. Ogni tanto scopri che le cose vanno anche peggio di quanto pensi. Siamo un paese arenato in un tragico capolinea culturale e non perdiamo occasione per sprofondare un po’ di più.
Il film di Susanne Bier non è facile, e nonostante due carismatiche star si sviluppa attraverso una narrazione antistrutturale, con salti continui tra passato e presente. Quand’è così, la mente e il cuore dello spettatore sono impegnati a ricollegare, rimontare, ridare senso a ciò che gli viene comunicato con apparente disordine. Una scelta tutt’altro che commerciale all’interno di un cast di forte richiamo.
Il film ci racconta la relazione di amicizia profonda che nasce tra una giovane e bellissima vedova e il migliore amico del suo defunto marito. Il plot evita tutte le facili mine che stanno sotto una trama così. Nessuna storia d’amore tra i due, nessuna scena di sesso, nessuna svolta facile. Anzi, un virtuosismo di equilibrio fra componenti pericolose: sentimenti, emozioni, momenti drammatici, insomma un esercizio di misura.
Un problema che si pone in storie di questo tipo è identificare l’asse centrale. In altre parole, capire di chi sia la storia veramente. E’ la vicenda di lui o quella di lei ? Di lui tossicodipendente, aiutato in passato dall’amico defunto, o di lei, ancora innamorata e con due bambini piccoli tutti da crescere ? Perché la storia funzioni e le due vicende abbiano senso insieme occorre che i due personaggi provino la stessa sofferenza profonda. Non quella della morte dell’amico o del marito, ma il significato che ne danno, il peso specifico all’interno della propria esistenza.
E qui il film si fa rarefatto e prezioso. Perché seppur da punti di vista divisi e lontani, sia l’amico che la vedova si ritrovano per motivi diversi a non aver saputo accogliere la “lezione” lasciata in eredità dal loro caro: prendere il buono delle cose, come si ripete spesso nel film. Da lati opposti nessuno dei due accettava la vita, lei perché infelice se non sentiva di detenere il 100% dell’attenzione del marito, lui perché reso cinico dal proprio decadimento senza fine, dalle proprie ricadute nella droga.
Due persone lontanissime che scoprono insieme grazie ad una morte, di aver fin lì rifiutato la vita per come era. Percorsi diversi che però li svelano entrambi viziati e capricciosi di fronte ai mille fatti di ogni giorno. Non facile tragitto interiore, che li porta verso la capacità di trovare il buono persino nella morte di un caro. Anche qui, le trappole erano moltissime. Ma Susanne Bier è una troppo seria e fine conoscitrice delle profondità per caderci. Il percorso non si conclude, è in essere anche durante i titoli di coda. Il film si “limita” a raccontarci una capacità di evoluzione, una svolta di cui vediamo solo l’esordio.
Dicevo del cinema che solo le donne possono fare. Lo dico perché c’è una dolcezza nel film, una dolcezza formale, mai leziosa. E’ austera e materna. E’ radicale nella verità e consapevole nel suo essere soltanto un film. Mantiene il rispetto per chi guarda. Non urta, non strabilia, non seduce. Niente musiche facili, solo la sicurezza che dà la verità. Insieme a Mira Nair, Susanne Bier è una regista che sta mostrando da parecchi anni un altro modo di fare cinema. E che non può non entrare nel cuore.
Questi anni sono stati soprattutto una lezione di rigore. Tanto da poterla confondere, a tratti, con un corso di disillusione. E’ solo con il tempo che si impara che dietro il raschiare via ogni superfluo, dietro il non fidarsi delle parole troppo grandi o troppo facili o dette nei momenti troppo convenienti, è solo con il tempo – dicevo – che si impara a non vederci soltanto severità, ma un’autentica passione per le cose vere.
Non è che le lacrime e i sorrisi non vadano bene nelle storie. E’ che il dolore e la gioia che li provocano hanno un costo altissimo. Che se vogliamo che il pubblico ci si riconosca è necessario andare molto giù, dentro di noi. Anni fa avevo l’idea che scrivere e girare fossero questione di speleologia del cuore. In un certo senso è un pensiero che posso ancora condividere, ma se devo dare un’altra parola chiave della sua lezione direi: semplicità.
Esiste una superficie delle cose, disponibile per tutti, con la quale tutti interagiamo. Dalla quale sono già evidenti questioni più profonde senza bisogno di parole difficili. La vita quotidiana nella sua concretezza, la tangibilità dei sentimenti espressa in gesti, in azioni fisiche concrete. Semplicità è questo: un nesso diretto e lineare tra il movimento e ciò che lo produce.
La mia insegnante di cinema, come direbbe Truffaut, non ha a che fare con la vita del cinema, ma moltissimo con il cinema della vita. E’ un medico che ha poco a che fare con le cure e molto con il prendersi cura. Di lavoro non guarisce ma rimane accanto. Quando mi capita di prendere le sue mani, a volte dico che sono fatte per togliere il dolore dal mondo. Che storie vuoi raccontare a un medico palliativista ? Cosa può commuoverla in una fiction con tutta la morte che vede ?
Vive qui con me. Lezioni private tutta la vita sarebbero state troppo care. Abitando insieme giorno e notte, è naturale, due figli possono capitare. Con loro ho ripercorso da adulto quello che si fa da bambini piccolissimi. A un certo punto si gira la testa. Prima si guarda solo la mamma, poi si guarda verso la direzione del suo sguardo. Gli psicologi attribuiscono a questo momento la capacità di interpretare il funzionamento della mente altrui. Sono quindici anni che ci provo. Girare lo sguardo come fa lei verso la verità, senza paura per la paura che fa.
Oggi la mia insegnante compie 40 anni. Una volta mi ha detto che nel suo lavoro ha potuto notare come alcune persone credano che la vita sia un diritto, altre che sia un dono. E che questo comporta un modo di vivere e di morire diverso. Non so, è un’esperienza che non ho. Ma un’insegnante gratis – lo dice la parola – è certamente un dono.
Fermo al semaforo. In coda con quelli della freccetta verde all’incrocio. E’ un clan: abbiamo quindici secondi per passare, poi riprendono il sopravvento quelli che vanno dritti, poi quelli che arrivano dall’altra strada, poi i pedoni. Una marea di tempo, tutta una pagina politica al GR. Se qualcuno sgarra, si incanta un secondo e non sgomma appena può, viene subissato di clacson più precisi delle parole: ma dove credi di stare ? Bello, torna a letto che non è giornata ! Parti anatomiche, parentele, buona parte del Paradiso vengono convocati tutti insieme dal clan della freccetta, i reietti dell’incrocio.
Grazie al cielo sono secondo, per cui lo sguardo si riposa intorno. E sotto la pioggia passa lenta, senza cappello né ombrello, una ragazza bellissima. Spinge una sedia a rotelle. Seduto c’è qualcuno che non si vede, è ben coperto sotto una mantellina ben chiusa. Non vedo nemmeno la faccia. Però seguo il tragitto, entrano nel cortile della scuola media. Si tratta di un ragazzino, probabilmente. Un futuro tutto da spingere, e chissà cos’altro.
Perché lei era vestita così ? Che modo è di andare in giro sotto l’acqua ? Un maglione marrone chiaro, i capelli lisci castani, i jeans. Lenta e indifferente alla pioggia mentre tutti smoccolano. Mentre la General Motors forse fallisce con conseguenze catastrofiche per le borse, per chi ci ha investito, per chi ci lavora. Penso al libro che sto leggendo: una società comincia quando c’è un’idea di persona. L’idea di persona comincia quando ognuno ritiene di poter fare tutto quel che è nel proprio diritto, e finisce quando ognuno pensa di aver diritto di fare tutto ciò che è in suo potere.
E’ il potere che si inscrive nel diritto, non il contrario. Non ci avevo mai pensato e lo trovo bellissimo. E quella persona spinta sulla carrozzella cosa ne penserà ? E alla General Motors che ne dicono? E questo qui in coda davanti a me, il primo della fila, primus inter pares dei reietti ?
La vita scorre sotto questa pioggia, mi guardo intorno e penso che no, non è come il sole: la pioggia rende Milano ancora più disperante, vince lei. In più questi commenti degli esperti, che tutto sta andando giù, che la borsa è un disastro, tutto questo abuso di potere che si esercita sull’erosione del diritto degli altri… e credo che la chiave della giornata sia lei, la ragazza del maglione che attraversa davanti a me. Semplicemente, da parte a parte, spingendo chi deve verso dove deve andare, con l’inesorabilità e la calma di chi sa che non ci sono alternative. Un passo alla volta. Pioggia o non pioggia. Se piove ci bagniamo. Non ci sono altre strade, ha ragione lei.
Poi la freccetta ridiventa verde. Il tema della mia lezione di oggi allo IED è cambiare il punto di vista. In realtà sono loro che fanno lezione a me. Spesso con le loro domande, più spesso con il modo di ascoltare o di non ascoltare che hanno. Lezione sul punto di vista si fa anche attraversando la strada. Vado, che suonano.
Alla fine la cosa che ci diverte di più è riparlarne. Di tutto, intendo. Sia dei drammi che delle cose più divertenti della vita. Siamo curiosi di come l’hanno vista gli altri e ansiosi di dire la nostra. Eppure i fatti erano quelli per tutti. I meri avvenimenti stavano lì davanti a noi in tutta la loro chiarezza. In tutta la loro… chiarezza ?
La cosa bella del riparlarne è che in realtà ognuno di noi può riscrivere i fatti. La vita può essere ricostruita dentro di noi. E’ interattiva, in questo senso. Abbiamo un flusso di eventi davanti agli occhi, scriviamo una storia assolutamente privata dentro di noi. Significa che non tutto è così chiaro. Che c’è lo spazio per interpretare. Quello che probabilmente noi difendiamo come spazio della nostra libertà.
Finché si tratta della vita siamo tutti d’accordo, credo: ognuno di noi la riscrive come vuole e come può. Ma se prendiamo una storia le cose cambiano. Perché invece da una storia siamo stati abituati a chiedere chiarezza. Non capire ci infastidisce e ci irrita, e la cultura del messaggio impera soprattutto nelle scuole. Che messaggio vuole mandare l’autore… non è altro che l’ansia della professoressa di squartare, spalancare le interiora di un testo o di un film nel tentativo di non lasciare dubbi, di dominarlo, di prenderne un possesso intellettuale per cui finalmente l’abbiamo contenuto nella nostra lettura.
Questo credo tolga alla storia e al film – anche alla vita penso… – una delle loro migliori proprietà: quella di essere capiti man mano. La possibilità per noi di rileggere la nostra rilettura delle cose, di tornare sulle interpretazioni che avevamo dato, di riscrivere la riscrittura. La chiarezza totale e assoluta della comunicazione dei fatti e delle storie è quella che possiamo ammirare su tutte le reti nazionali, che siano fiction o telegiornali (c’è differenza ?). Verità semplificate ad uso spiccio e immediato, talmente chiare da non aver bisogno di alcun vaglio e soprattutto da non consentire nessuna rilettura o riscrittura interiore.
Liberi di capire quello che viene detto, non di non capirlo. Non di tornare ad interrogarci ancora e ancora su quello che ci viene presentato. Dipende anche da noi. La chiarezza semplificata è spesso quello che ci hanno abituati a chiedere agli altri e a noi stessi. Non conviviamo con il dubbio, con la parte in ombra, con la difficoltà di interpretazione dei fatti. Per questo penso che quando si fa un film – sia quando lo si scrive che quando lo si gira – sia un atto di rispetto non spiegare tutto. Consentire al pubblico quello che la vita consente sempre: che ognuno se ne vada con la propria riscrittura del nostro film. Che ognuno ce lo possa rispiegare. Che possiamo essere noi ad impararlo dagli altri.
Questa paura della lettura altrui ci toglie una delle scoperte più belle dello scrivere: che in realtà raccontiamo storie che non conosciamo a persone che le conoscono…
Prima di andare in ospedale ha lasciato dei biglietti sulla scrivania. Per ognuno dei componenti della famiglia. Biglietti nei quali ha raccontato la sua vita secondo lei. Sentiva che non sarebbe tornata e ha voluto salutare. Non so nulla del contenuto specifico di quei biglietti, ma mi sono bastate le parole di Gigi. “Ha scritto che ha vissuto per mio padre, che lui è stata la ragione della sua vita e che è contenta di aver vissuto così.” E mi basta quello che ne ha concluso lui. E cioè che quelle parole hanno cambiato il senso di quello che è successo, l’hanno reso quasi una festa. La mamma di Gigi, che è il musicista di tutti i miei lavori, è morta consapevole, grata, contenta di come ha vissuto. E ha voluto dirlo.
Queste parole lasciate sulla scrivania, trovate dopo che se n’era andata, mi hanno fatto pensare moltissimo. Non per il contenuto ovviamente, dato che non le ho lette, ma per il fatto che siano state scritte. Perché mi confermano qualcosa che sto cercando in questo periodo: il nesso tra il nostro raccontare e la consapevolezza che abbiamo di noi.
Una persona che ripercorre la propria memoria compie un processo di identificazione, costruisce la consapevolezza della propria identità, la rende possibile. Non c’è alcun fatto particolare da rivelare, e non credo ci siano rivelazioni eccezionali in quei biglietti. Ma c’è tutto uno sguardo, e lo sguardo – in queste occasioni diventa chiarissimo – assegna valore alle cose, le mette in fila per un verso o per il suo contrario.
La cosa meravigliosa è che aiutando noi stessi a comprenderci, parlando a noi stessi di noi, aiutiamo anche gli altri a capire. Forse vivere è fondamentalmente rivivere, se un evento si compie autenticamente solo quando ne diventiamo consapevoli. C’è tutto l’arco di trasformazione del personaggio in questo percorso verso la chiarezza, tutti i tragitti degli eroi che attraversano i mari verso le loro Penelopi , per diventare alla fine eroi di se stessi, vincitori delle proprie paure, conquistatori di libertà interiori prima che liberatori di popoli.
Quando le cose ci diventano chiare accadono miracoli. Non succede spesso. Nelle lacrime consuete in queste situazioni, Gigi aveva un sorriso per tutti. Ha stretto mani, abbracciato, fatto le smorfie che gli conosco da una vita quando intende dire andiamo avanti, o siamo sempre noi, siamo sempre qui. Gli si vedeva addosso la scia di una vita nitida, e perfettamente trasmessa.
Ci siamo detti che ci ha lasciato una lezione, Giovanna. Fare. Quando diciamo fare, con Gigi non abbiamo bisogno di specificare il cosa. Non abbiamo mai parlato d’altro. Giovanna è stata una donna che ha fatto tantissimo, concreta e dinamica fino in fondo, come l’hanno definita i suoi amici. E lo ha reso chiaro e scolpito decidendo di raccontarlo per iscritto. Ciò che era davvero dietro a tutto quello che faceva. Ogni identità è un’eredità, forse. E visto che oggi è il compleanno di Gigi, mi viene da dire che ogni eredità è un futuro che comincia.