Auguri.
mercoledì 31 dicembre 2008
Che il giorno più brutto del vostro futuro sia uguale al più bello del vostro passato.
Che l’anno nuovo sia nuovo. Un abbraccio a tutti.
Che l’anno nuovo sia nuovo. Un abbraccio a tutti.
Non fa eccezione stavolta. Porta un regalino a entrambi dimostrando di aver fissato bene chi sono anche se non li vede spesso, facendo una mossa che è proprio quella che si dovrebbe fare con un regalo: non ti ho regalato tanto, ma ti ho ascoltato e ho sentito che cosa sei. Così Francesca jr si è relazionata subito ai biscotti con pupazzetti scomponibili e ricomponibili annessi, e Samuele si è sentito riconosciuto nel suo libro sui dinosauri. Un lasciapassare si conquista così, credo. Ascoltando.
Poi credo ci sia un’altra ragione per cui Francesca piace tanto ai bambini. Perché racconta le cose in un modo magnifico. Le sue storie non sono frutto di costruzione e non hanno ambientazioni fantastiche, ma convocano il fantastico continuamente all’interno dell’immediatezza e del reale. E dicono: tutto è possibile, basta guardarlo bene. I bambini impazziscono ogni volta che un adulto concede loro la possibilità della possibilità. Ogni volta che un adulto rinuncia a usare il principio di realtà come una clava sul loro bisogno di spazio.
Stavolta, Francesca arriva con una notizia vera. La fine di un’attesa. Un percorso lunghissimo che abbiamo avuto il privilegio di seguire da amici: l’adozione di un bambino. Finalmente, dopo tre anni di percorso, di lavorìo continuo dentro e fuori, tra domande in carta bollata e domande sottovoce, è in arrivo Le Chen, a febbraio, quando avrà un anno esatto. Una bambina cinese. Mentre beviamo apfelsaft e parliamo di Le Chen, la punta dell’albero di Natale comincia a ballare. Anche la lampada sul mobile, in fondo alla sala. Poi la sensazione è evidente: è il terremoto.
Ci sono pochi momenti in cui la vita ci regala delle fotografie così incisive di quello che stiamo vivendo. Il linguaggio non è ciò che indica, e parlare di una cosa non è viverla. Ma il terremoto in quel preciso momento ha “fatto il futuro” davanti a noi scuotendo la nostra emotività, prendendoci di sorpresa. Come se ci avesse chiesto se eravamo consapevoli di quello che sarebbe successo e che succederà, se capivamo di che cosa stavamo davvero parlando. Consapevolezza. Mi ritrovo a dirlo oggi ai miei figli quando mi arrabbio: ma ti rendi conto di quello che stai facendo? E’ stato detto anche a me, ma non è servito. Non serve. Non siamo mai consapevoli, altrimenti cosa viviamo a fare? Viviamo per diventarlo, continuamente e lentamente. Ma rispetto alle esperienze che affrontiamo non lo siamo mai, altrimenti non le affronteremmo o non sarebbero esperienze.
Insomma ci sono alcuni segni che capitano in alcuni momenti, e che mi lasciano di stucco perché nascono cinema. Anzi, se lo fossero sarebbero cinema di quello troppo spiegato, troppo detto. Ma Le Chen sarà sempre saldata, per me, al terremoto di quest’anno. A qualcosa che ha scosso le fondamenta senza far crollare la casa ma risvegliando le persone che la abitano. Un avvertimento. Ogni persona nuova lo è. Solo che non sappiamo di che cosa. Per capirlo credo che possiamo solo ascoltare. Fare il regalo che fa Francesca: un piccolo oggetto scelto dopo aver preso la mira sul cuore.
Prenderanno un aereo e voleranno in Cina, Paolo e Francesca. E torneranno con Le Chen. In mezzo a tutto il resto che ci darà, il 2009 sembra volerci riservare questo. Ci sono strade che non si sarebbe mai pensato di percorrere. Anzi alcune di queste – ad averle conosciute prima – ci avrebbero dissuasi da ciò che invece abbiamo fatto. Qualunque storia uno racconti, la racconta seduto sulla storia che sta vivendo. Sapendo una parte e ignorando le altre. Avendo il potere di stare seduto su una sedia a bere apfelsaft, e affidato alla terra che trema sotto quella sedia. Consapevole che la consapevolezza è millimetrica, quotidiana e limitata. Che il mondo è quello che noi realizziamo del mondo, e questo mi spinge a guardare il diagramma del terremoto e a pensare che sembra un elettrocardiogramma in un momento di forte emozione. Paolo e Francesca possono sapere molto poco di quello che accadrà. Forse niente. Ma sanno che prenderanno quell’aereo. Non posso non sentire che è meraviglioso.
Ma nel film c’è di più. Perché quel che è cambiato, che è stato rivisto dal di dentro, è tra le altre cose la relazione tra la macchina e la realtà che ci mostra. Non assistiamo alla verità che si dipana di fronte a noi in campo medio, ma siamo condotti scena per scena con passo felpato e felino, da una macchina circospetta e indagatrice, piani sequenza a mano quasi sempre stretti, molto controllati. Sentiamo di essere intrusi e privilegiati in una realtà che se noi non fossimo lì andrebbe comunque avanti, che non è stata preparata per noi.
Siamo coinvolti perché la storia siamo noi, quelli siamo noi, il nostro tempo è questo. Non è pensabile non farne parte e la macchina di Garrone ci costringe alla vicinanza con tutta la bruttezza e la violenza. Il fatto è che nel film non c’è alcuna emotività. Nessuna sceneggiata all’italiana, nessuna concessione al pathos, la morte dei due ragazzini è quasi buttata via. E tutto questo sorprende e funziona a meraviglia. Perché ci rendiamo conto di essere coinvolti da vicino e tirati dentro ad un mondo che non ha alcuna percezione del valore delle vite umane, e quindi non si scalda troppo al riguardo.
Addosso a qualcosa di freddo. Con un lavoro difficilissimo a livello di dialogue coach: amalgamare la recitazione di attori veri e propri con quella di ragazzi e adulti che fanno semplicemente se stessi. Partita improba da giocare anche per Toni Servillo, che invece non recita per tutto il film, diventando uno dei tanti di quel mondo. Quanto non mi aveva convinto negli ultimi film, nei quali mi era sembrato che con una faccia sola avesse recitato tre anni a prescindere dalle storie, tanto mi ha sorpreso, colpito e risvegliato in Gomorra.
Esiste un tema linguistico che per noi italiani è cruciale. Non è tanto il fatto che sia un film in napoletano, quanto che si tratti di un film italiano non in italiano. Ci vantiamo – mai capito per quale ragione – di avere i migliori doppiatori del mondo (saranno i migliori doppiatori del mondo a doppiare in italiano !) e ho spesso sentito dire ah se recitassero direttamente loro invece che i nostri attori! Il problema è molto grosso, perché in italiano non esiste una convenzione recitativa al di fuori di quella della fiction televisiva o del film in dialetto. L’unica convenzione che abbiamo è quella della commedia all’italiana, che ormai sopravvive sempre peggio tra cinepanettoni e vacanze ai tropici. Ma per il resto l’unico modo nostro di recitare è la verità, mentre i doppiatori dei film stranieri parlano come personaggi da film.
Si tratta di tutto un mondo di toni, inflessioni, che in un attore drammatico in un film italiano sarebbero falsi, e che invece funzionano nel doppiaggio, quando raccontano una realtà diversa dalla nostra quotidiana. Questo ci toglie il terreno sotto i piedi, e Garrone ne è uscito rifacendosi ad un’altra lingua, ad un dialetto, con l’esito di risultare autentico e interessante e non piatto e buttato via come in altri casi italiani. Ma onestamente, devo dire, questa non può essere una soluzione che vada oltre questo film. Sulla recitazione e sulla nostra idea di recitazione dobbiamo lavorare, credo. E anche sui criteri di assegnazione delle parti…
La sceneggiatura era un altro grosso problema, perché i multitrama sono pericolosi, perché poi va a finire che mancano di un centro emotivo con cui identificarsi, perché si spiaccicano in quei ritratti ambientali da documentario venuto male. Qui invece è decisivo ogni momento. Perché è girato con un’intensità e una consapevolezza incredibili. Perché ognuno di questi personaggi è sorretto da un desiderio preciso e suo proprio. E questo origina azioni scandite, chiare, differenziate. Il mondo è quello che è ma nessuno dei personaggi che lo abitano è uguale all’altro. Allora tutto gira, è – come dicevo – illuminato dalla consapevolezza millimetrica del che cosa e del perché stiamo raccontando una storia.
Erano anni che un film italiano non mi piaceva così tanto, anni che non finivo di vedere un film italiano così completamente convinto e felice. E questa volta sì, forse per la prima volta, spero che Hollywood se ne accorga, perché davvero lo merita.
Per questo, dopo i primi tre minuti che mi chiariscono senza ombra di dubbi che il mio rapporto con la pellicola di Cuaron è prossimo allo zero, rimango a guardarlo cercando di capire dov’è che funziona. Perché un’allieva ha deciso di portare questo film all’esame. La storia ha la rara caratteristica di essere semplicissima e nonostante questo confusa. Clive Owen si produce in una performance di paresi facciale di cui fatico a ricordare l’uguale. Eppure l’idea c’è. Non è di Cuaron ma c’è. La terra patisce una sterilità ormai definitiva, non nascono più bambini, e il film comincia con la morte del più giovane abitante del pianeta, che muore a 18 anni.
Di temi se ne potevano sviluppare una quantità. Non so, dalla sfera ecologica a quella etica, dal senso del sesso a quello del sacro. Materiale che forse esiste nel romanzo di P.D. James, ma che senz’altro non è arrivato sullo schermo. In realtà questo film è a suo modo un esempio perfetto. Tocca di striscio tutto senza toccare mai lo spettatore, dice ma non dà, indica ma non prende. E un tema profondo non è dato da quel che si dice, ma dalla linea sotterranea che lega la fragilità interna del personaggio alla sua azione decisiva nel terzo atto. In altre parole, un tema emerge dalle azioni e dai desideri che le dettano, non dalle idee dell’autore.
Il personaggio di Clive Owen non prende mai decisioni, è sempre sospinto e condotto nella vicenda da forze più grandi di lui. E’ costretto dall’inizio alla fine e – faccia mogia e occhi pesti – fa tutto quel che non può fare a meno di fare. Compreso morire. E’ vero che rischia sempre la vita, ma mai niente di se stesso. Niente di interiore. E siccome non sceglie mai, nessun valore è messo in gioco. Puoi parlare di tante cose, ma il tema profondo non è mai un messaggio, è sempre una linea drammatica. Per cui questi personaggi così perfetti già dall’inizio, alla fine non ci dicono niente perché non ci somigliano e non hanno a che vedere con quel che conosciamo davvero della vita.
Eppure funziona. Alcune scelte sono coraggiose. Difficile decidere di far morire Julianne Moore dopo solo mezz’ora, ad esempio. Anticonvenzionale, sorprendente. Significa svuotare il film di una delle sue attrazioni alla fine del primo atto. Come pure la scelta di far morire lo stesso eroe nel finale. E’ vero, dà il senso del sacrificio ma alla fine restiamo proprio senza eroi. Questo è comunque un ardire dal punto di vista del mercato. E tutto sommato mi domando se sarebbe così facile trovare una star italiana disposta a morire dopo mezz’ora di film. Forse sì, ma è inutile dire che il clima da noi è diverso.
Torniamo al perché funziona. E’ girato bene, è fotografato benissimo – anche se cominciamo ad aver vitsto troppe volte questa fotografia raffreddata, verde azzurra e crepuscolare – è montato bene nel senso che il montaggio tiene un buon ritmo non facendosi sentire troppo. Insomma, la pelle è molto curata. Lo scheletro e i muscoli no. Ci dimenticheremo tutti molto in fretta di questo film, ma intanto ha venduto perché è come se bastasse avere il profumo delle cose al posto delle cose. E’ questo il punto.
Finché i film violenti e cruenti saranno questi, avremo una polizza a vita sulla nostra tranquillità. Finché l’orrore e il raccapriccio non sorgeranno dal profondo del cuore ma verranno solo dipinti dal di fuori, finché ci metteremo tutti tacitamente d’accordo che questi sono i film fortissimi che ci sconvolgono, saremo al riparo dalle cose inquietanti sul serio. Sono schermi, limiti convenzionali figli di questo buonismo e di questa facilità dilaganti. I figli degli uomini strizza l’occhio proprio al nostro non voler vedere, al nostro non voler sapere. Film così collaborano ad atrofizzare la nostra percezione del profondo, il nostro contatto con noi stessi. E – naturalmente – hanno successo.
In questo panorama narrativo appestato di maghetti, torri, anelli e draghi, la degenerazione fantasy della nostra civiltà sta ammorbidendo spigoli, semplificando la realtà, diminuendo la posta in gioco nei conflitti, smussando la verità fino a renderla entertainment. Ma la mia allieva verrà tranquilla a fare l’esame. Non è in gioco il film che ha scelto ma la sua capacità di guardare. E so che in lei come negli altri ragazzi ci sono attese e capacità più alte di quanto loro stessi possano pensare.

Fine di un tempo, mi viene da pensare. Ma non lo dico perché è inutile immalinconire un bambino per un aspetto che peraltro non rimpiango affatto. Parliamo dei regali che diminuiscono ma dentro di me parlo di mutui bollette e disperazioni senza rimedio. La difficoltà di tutti è drammatica, eppure… c’è qualcosa che mi piace moltissimo in questo avvicinamento teso, nervoso, livido e sinistro al Natale. Moltissimo. La città è un’altra. Finalmente sta pensando. Sarà anche solo arrabbiata, sarà disperata per il presente e per il futuro, ma è altrove. Finalmente altrove rispetto alla reattività da topo addomesticato. A schiaffi, a furia di torri che crollano, di banche che falliscono, di General Motors che non ne parliamo, a furia di promesse televisive sempre più divaricate rispetto alla semplice realtà quotidiana, a furia di borse che precipitano e rimbalzano e riprecipitano… forse stiamo capendo qualcosa.
Giada l’altro giorno lo chiamava un diverso senso di equità. E’ vero. E direi anche un diverso orizzonte interiore di possibilità. La gallina non vuole alcun rapporto con il contadino. Non è capace nemmeno di immaginarlo. E’ avvezza a vedere la mano che getta il pappone e ad attenderlo direttamente con lo sguardo a terra. Un giorno ho sentito dire che se il contadino allungasse la mano vuota, se facesse solo il gesto ma non gettasse niente, la gallina finalmente alzerebbe la testa a guardare cos’è successo.
Forse questo vuoto, questo interminabile e desolato tram che sfila via deserto, ci sta dicendo qualcosa di quello che potremmo essere. Non solo di quello che non abbiamo più. E’ un momento in cui ci viene data la straordinaria possibilità di fermarci a pensare. A sentire. Più che cercare di fare le stesse cose con meno soldi, tirando sulle piccole scelte in modo da poter continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto, credo che questo frangente ci stia invitando a fare proprio cose diverse. Non è questione di tagliare festeggiamenti – quelli sono tagliati da tempo e per moltissimi erano comunque fastidiosi – si tratta proprio di sentire questo silenzio nuovo e spiazzante in giro per la città in questi week end che dovrebbero essere di acquisti natalizi.
E per esempio leggere, ascoltare, guardare. Distolti da ciò che compravamo per sanare le nostre ferite identitarie, siamo costretti a sanarle in un modo diverso. Non siamo più imbottigliati in coda alle casse, e ci ritroviamo più ricchi di spazio e di tempo, le due condizioni all’interno delle quali si sviluppa l’arco dell’esperienza del personaggio, e quindi il nostro. Naturalmente la vita fa le cose per bene, quindi non sono solo i regali che non facciamo più. Stiamo facendo tutti una fatica terribile anche solo per far quadrare i conti necessari. Stiamo soffrendo moltissimo. Ci è chiaro di che cosa siamo più poveri, facciamo fatica a credere di essere anche più ricchi, perché non abbiamo ancora capito bene di che cosa lo stiamo diventando.
Ma è così. Questa città ammutolita sta precipitando fuori e crescendo dentro, e quando riemergerà si ritroverà in un’Italia diversa. Dobbiamo imparare a galleggiare sulla riga della necessità. Per la prima volta ho visto una prospettiva seria e profonda, ho sentito anche una promessa in tutto questo tempo nuovo che sta arrivando. Per la prima volta ho sentito nell’aria la voglia di uscirne insieme, e la voglia di prendere parte a questo laboratorio silenzioso e difficile. Succede quando c’è molto vento. Quando cambia l’aria.
Adesso Venezia è congelata, e anche se c’è sempre gente che fotografa, guarda, commenta e compra, c’è qualcosa di più silenzioso che è sceso sull’acqua e sulle strade. Sono qui per lavoro e i miei occhi sono diversi. Il ritmo è diverso. Vedo la gente che fa quel che facevo l’altra volta con Giada e i bambini. Tornare in un posto dove si è vissuto qualcosa è sempre molto rischioso. Guardi tutto come in dissolvenza fra questa volta e la volta prima. Per cui non capisci bene in che punto ti trovi, se quello che vedi è realmente diverso o se sei tu in un punto diverso.
La donna entra nervosa, sa che deve giocarsi tutto in un minuto forse meno. Sul suo curriculum ha scritto: Età 41, Dimostrata 30 – 32. Alla domanda precisa non risponde. Dice che oggi più nessuno dimostra l’età che ha, che siamo tutti più giovani di aspetto e che forse dovremmo ritarare anche la nostra percezione di quel che significa dimostrare un’età. La commissione si innervosisce, ne abbiamo 400 da vedere se facciamo un dibattito con tutti…
Mentre torno all’albergo a fine giornata penso proprio a lei, a quella donna dall’età meteorologica: 41, percepita 32. E mi chiedo perché l’abbia fatto. Perché innervosire una commissione tergiversando. Ovviamente perché non pensava di innervosirla ma di stuzzicarla, di rendersi visibile, interessante. E mi chiedo che cosa debba veramente fare una commissione che fa casting. Si tratta di valutare l’idoneità di una persona a ricoprire un determinato ruolo all’interno di un film. Per fare questo sarebbe molto meglio parlarsi in un bar, poi magari fare una prova. Insomma conoscersi, entrare in una relazione corretta. Ma quando sei sotto giudizio non ti si può chiedere di essere veramente quello che sei. E… nemmeno quando giudichi.
A parte il casting, penso che sia un po’ tutto così. La situazione in cui tu puoi essere veramente te stesso e l’altro anche, la situazione “depurata” dai condizionamenti, dalle strettoie, dagli interessi e dalle ipocrisie che rendono “funzionante” un modo di fare piuttosto che un altro… probabilmente non esiste. Passo un ponticello a gradini tra i vicoli, e l’acqua fuma la sua nebbia intensa ingiallita dal sole. E’ tutto freddissimo. Mi chiedo quanto sia navigabile per davvero il canale della comunicazione e della relazione. Se fossimo veramente noi stessi e non gli altri cento che ci serve o ci piace diventare… di che cosa potremmo liberamente parlare? E di che cosa parliamo in realtà quando parliamo d’altro?
Venezia è piena di maschere e di negozianti che ti giurano che le loro non sono fatte in Cina, che dei cinesi non se ne può più. Sorrido alla signora che mi incarta quella per Samuele: la sua maschera – si vede – è certamente autentica, come la mia. E alla stregua di quella che mi incarta, è la maschera che vende. Come me. Il ponte sul canale, quell’età dissimulata, quella posizione da esaminatore ad esaminata, quella città piena di gente e con gli appartamenti vuoti. Sono tutte queste cose che si dissimulano e si confondono, che rendono difficile navigare.
Torno sempre lì, alla fine, i miei allievi lo sanno: di cosa parliamo davvero mentre cambiamo discorso ?
Poi la mattinata finisce e torno alla macchina. Salgo, metto in moto. Davanti a me c’è un’aiuola di prato basso. Siamo fuori Milano, vicino ci sono i campi. Intanto che si sbrina il vetro rimango a guardare le foglie secche che oscillano sull’erba. Una attira la mia attenzione perché non si muove in modo congruente alle altre, anche se il colore è identico. A un certo punto è chiaro che si tratta di un animale. Scendo dalla macchina perché è tanto raro trovare forme viventi che non siano cani e gatti. Sarà un topo ?
Mi avvicino piano perché vorrei riuscire a vederlo bene e ho paura che scappi. Quando sono a un paio di metri non ho più dubbi: è un riccio. Appoggio piano i piedi e tuttavia ad ogni impatto con il suolo il riccio sente la vibrazione e si contrae lievemente. Non sembra ferito. Sta semplicemente lì. Lo sfioro con la punta della scarpa perché mi stupisce che stia così fermo, e poi sono tanto curioso di vedere il suo muso. Lui si contrae, diventa una palla tutta aculei. Si muove lentamente. L’ho spaventato, o forse lo era già.
E’ poco quel che fa per difendersi ma è evidente che non può far altro. Intravedo il suo piccolo muso: due occhietti neri e un nasino. Mi allontano di un metro e rimango a guardarlo. In tangenziale accendo la radio. Un signore telefona ad una trasmissione di economia. E’ esasperato. Sua madre stava morendo, e lui si è rivolto ad una badante extracomunitaria. Ha voluto assumerla regolarmente. La badante si è presa cura di sua madre finché la madre non si è aggravata ed è stata ricoverata. E’ morta. Nel frattempo la badante e l’uomo si sono innamorati. Sono andati a vivere insieme. Hanno una figlia.
Il permesso di soggiorno è scaduto. La compagna dell’uomo è in Moldavia con la bambina. Per un problema informatico sulla rete di Milano, la sua richiesta di rinnovo è arrivata in ritardo di 12 ore. Non c’è modo di far rientrare legalmente la donna. La bambina cresce lontano dall’uomo e l’uomo si ritrova completamente solo. Sta facendo di tutto ma pare sia un’impresa poco meno che disperata.
Fuori ci sono tre gradi. Quando arrivo a casa vado su google e cerco notizie. Avrei dovuto prenderlo con me. A quest’ora un riccio se è in giro è spacciato. Dovrebbe essere in letargo ma non lo sapevo. Sarebbe stato sufficiente portarlo a qualcuno che ha un piccolo giardino, il riparo caldo è facile da costruire, ci sono anche le istruzioni. Il nostro amico Mauro magari, poco fuori città. Lo avrebbe accolto senz’altro. Ma non lo sapevo. Forse era così lento per questo, per il freddo. Fa troppo freddo sui prati di Milano adesso, fa troppo freddo in tutta la Moldavia, troppo freddo per le linee internet che si bloccano e non arrivano in tempo.
Ho imparato che i ricci lasciano la tana del letargo solo se vengono disturbati da qualcosa. L’uomo tenta di spiegare, ma le parole non bastano. Cosa sono una figlia e una moglie lontane non può spiegarlo per telefono. Questione di tane. Forse noi siamo la nostra voglia di casa, di letargo, di parole. Siamo la nostalgia del nostro tempo sereno. Siamo il nostro spavento per la solitudine e la lontananza, siamo gli aculei dentro i quali ci proteggiamo, siamo la fatica di passare l’inverno, siamo i ricci che non abbiamo raccolto. E siamo anche il riccio buttato fuori dal suo giusto riparo. Ma siamo qui. A furia di respirarci addosso, magari il ghiaccio si scioglie.
E’ un allievo sincero e la domanda è molto più seria della risposta che posso dare. La domanda è: come possiamo essere sicuri del linguaggio ? Vediamo un film, capiamo la storia. Ma l’analisi del linguaggio non ha un riscontro definitivo. Veramente il regista con quell’inquadratura intendeva costruire quel senso ? Non siamo noi che ce lo vogliamo vedere ? Anche se la nostra lettura sembra molto coerente, chi ci garantisce che risponda alle intenzioni autentiche di chi ha scritto e diretto il film ?
Nessuno. L’unica risposta seria che conosca è nessuno. Nemmeno l’autore. Ma dobbiamo rassegnarci. Il linguaggio è un ponte e il ponte viene percorso, quando è percorribile, nei due sensi di marcia, che sono due punti di vista e due prospettive completamente diverse. Eppure continua a valere la pena del linguaggio e di tentare di usarlo. Anche se quasi certamente darà adito a fraintendimenti ed equivoci.
Di solito raccontiamo le storie che conosciamo a persone che non le conoscono. Non so, quel che abbiamo visto per strada, o la telefonata che abbiamo ricevuto. Se l’altro lo sapesse già ci sembrerebbe inutile ripeterglielo. Quest’abitudine della vita quotidiana ci fa pensare che sia sempre così. Lo è quasi sempre, in compenso è sempre vero il contrario: raccontiamo storie che non conosciamo a persone che le conoscono. Queste storie sono inconsapevoli, sono annidate all’interno della nostra comunicazione consapevole e forniscono agli altri informazioni di cui non siamo coscienti.
Ognuno di noi si fa un’idea dell’altro ascoltandolo. Non per quello che dice – per lo meno non solo – ma per quello che non sa di dire. Per quello che si vede di lui nel modo che ha di parlare. Per ciò che racconta di se stesso senza saperlo, mentre racconta ciò che sa di raccontare. Già si è riflettuto su questo punto anche qui: noi siamo portatori delle storie su noi stessi ben al di là della nostra volontà. Questo significa che nelle nostre storie c’è molto di più di quello che pensiamo. Molto più di quello che ci abbiamo messo. Molto altro rispetto ai nostri piani. Non solo per i narratori, anche per la nostra vita quotidiana è così. Ogni volta che salutiamo qualcuno non diciamo solo ciao, ma comunichiamo tutto il nostro mondo.
Ecco perché non potremo mai sapere fino in fondo cosa c’è per volontà dell’autore e cosa c’è nonostante l’autore. Possiamo solo dire che noi lo vediamo. E che se il nostro sguardo è orientato, forse abbiamo buone possibilità che quel che vediamo ci sia realmente. Leggere un film è fare questo. Una prova di connessione, un contatto con un mondo che ci invita ad entrare, e il tentativo di configurarne la natura. Aggiungerei solo che si va verso un mondo altro – com’ è sempre quello di un film – per conoscere innanzitutto il proprio. Perché il mondo alieno ci dice per contrasto qualcosa del nostro. E questo primo elemento di confronto avviene proprio sul terreno del linguaggio. Le singole immagini, le battute, i movimenti di macchina. Man mano che il film prosegue capiamo sempre meglio cosa vuol dire il regista quando fa quella tale scelta o quell’altra.
Parallelamente alla favola che ascoltiamo, impariamo il linguaggio che ce la sta comunicando. Parallelamente al linguaggio che ce la sta comunicando impariamo la logica a priori di chi ci sta raccontando la storia. Capiamo di lui, di noi, dei personaggi. C’è un solo punto morto in tutto questo: quando si è certi di aver capito. Quando si vuole essere sicuri.
E’ un problema di approccio, credo. E’ che Lumet si accosta a un materiale umano altamente infiammabile come quello di questa storia, con il rigore quasi freddo di una mentalità scientifica. Più il materiale è incandescente più la sua mano è impassibile. Bruner dice che chi guarda il mondo con occhio scientifico indaga la vita cercando nessi di necessità causale: la mela cade per la forza di gravità. Chi guarda il mondo con occhio narrativo lo indaga cercando nessi intenzionali: le cose avvengono perché le persone hanno desideri e compiono azioni.
Cosa avviene quando una mentalità scientifica incrocia una storia ? Avviene che gli uomini compiono le azioni che compiono perché ubbidiscono a leggi naturali e inevitabili, e più che nessi intenzionali assistiamo a nessi causali. Così uno cerca nella memoria dove aveva già sentito un clima così, e arriva dritto alla tragedia greca. Alla necessità che regola gli eventi. All’ineluttabilità.
Grande recitazione, grande umanità, con picchi acutissimi di scrittura, come quando – parlando della madre appena morta – un personaggio rinfaccia a suo padre di non averlo mai amato quanto il fratello. Addirittura gli rinfaccia la propria bruttezza. Insinua il dubbio di non essere figlio suo, tanto è brutto rispetto agli altri familiari. E’ proprio lui che ha ordito il devastante piano della rapina che porta alla morte della madre. E si coglie in quel momento tutto il suo desiderio di trascinare anche suo fratello e la sua famiglia intera nella bruttezza di cui si sente parte. Una volontà distruttiva che sentiamo inevitabile e implacabile.
Per il resto il film è algido e calcolato, cerebrale e tesissimo. Coinvolgente come il Bolero, con una partenza sommessa ma un andamento implacabile. Un titolo perfetto che ne incarnava il senso narrativo: “Prima che il diavolo sappia che sei morto“. Per noi diventa “Onora il padre e la madre”. Continuiamo imperterriti nel nostro suicidio culturale. Invece quel “prima” del titolo era una chiave, perché il film scandaglia i momenti che precedono i fatti determinanti, e quando sono avvenuti torniamo indietro e rivediamo, ristudiamo, tentiamo ancora di capire se davvero non era evitabile il disastro passo per passo. Dal momento che sarebbe prevedibile e noioso rivederli tout court, li rivediamo da altra angolazione, a partire da un’altra linea narrativa che incrocia la precedente e così via.
Before the devil knows you’re dead è l’opera di un ingegnere con un cuore che pulsa per la vita e per i drammi che porta con sé. Un film spietato, cattivo. Non una storia ma solo il suo epilogo. E’ un terzo atto dilatato che precipita all’inferno, ma che precipitando ci mette sull’avviso – come fa la tragedia greca – di ogni spigolo di noi rispetto al quale non siamo sensibili a modifiche o cambiamenti. Rispetto al quale agiamo non come persone libere dotate di intenzioni, ma come fenomeni di pura natura e di nessuna cultura. Prevedibili e condizionati, senza orizzonti.