Archivio di gennaio 2009

Lo spunto di oggi – Mozart, KV422. La parte silenziosa delle cose.

giovedì 29 gennaio 2009

 



        Momento di consegna. Si scrive dalla mattina alla sera e alla sera si rilegge. Sono sempre felice di trovarmi in questo tipo di guai. Certi tipi di problemi sono la vita che vorresti sempre e quando ti capita ringrazi il Cielo. Naturalmente la giovane coppia del piano di sopra ha appena comprato e deve fare i lavori, oltre a troppa gente che va e che viene a tutte le ore. Quando i muri non bastano a isolare ricorro alle cuffie. In questi giorni è toccato a Mozart separarmi dal mondo e proteggermi all’interno del film.

       I concerti sono messi in una cartella infinita, con un ordine di esecuzione che lascio volutamente casuale. Tutto Mozart. Può pescare quello che vuole. Isolo almeno una variabile: solo i concerti per pianoforte e orchestra. Alla fine ho capito che sono quelli che mi aiutano di più mentre scrivo. Sfilano tranquilli e fanno il loro lavoro. Poi c’è qualcosa che scompiglia le carte e invece mi ferma. Troppa intensità, troppa modernità, come passare di colpo a parlare di qualcosa che sta avvenendo ai giorni nostri.

       E’ il concerto n. 20 KV 422  in re minore. L’attacco del primo movimento è un colpo al cuore,  un’inquietudine palpitante che lavora sottovoce e non ti molla. E’ la città che Mozart non aveva mai visto, è il cemento livido di tutto l’inverno, è la nostra voglia di cielo stanca di mesi. Ma soprattutto – ed è quello che mi sconvolge più di tutto – è adrenalina pura. Il palpito cresce e diventa un piano inclinato che sta in bilico tra momenti struggenti, picchi di euforia e svolte romantiche brevi e inattese.

       Mi informo e scopro che Mozart per questo concerto non aveva scritto la cadenza. La cadenza è la parte solistica che precede la coda del concerto. Significa che Mozart la affidava al talento del pianista. Significa anche che il centro del suo lavoro si era spostato: non più accenti sul virtuosismo solistico ma un più ampio, complesso, stratificato e innovativo piano musicale. Un’orchestra accresciuta e soprattutto dialogante. Timbri diversi e mondi lontani entrano in dialogo come non era mai successo prima. Tutto un secolo sarà influenzato da questo concerto. Beethoven se ne innamorerà perdutamente, e scriverà la cadenza non scritta da Mozart, che è quella che oggi viene normalmente eseguita.

       E’ questo il salto di pensiero che mi fa più impressione. Tutto un mondo di piani e di rapporti sonori preparato con strategia e passione, tutto un universo pensato con una sapienza quasi divina, che lascia una possibilità, un varco, un non scritto. Un vuoto che rende questo concerto sempre possibile. Sempre aperto al pianista, a quella sera, al suo talento, alla sua forma, al suo umore. Possibilità infinite, infinite storie rese possibili dal passo indietro di Mozart.

       Il concerto scorre e lo sento quasi irridere il nostro senso estetico così diminuito e rimpicciolito, compiaciuto del controllo di ogni dettaglio della pelle e del tutto avulso dai movimenti di profondità, dalle prospettive veramente rivoluzionarie che sono possibili quando si sta a contatto con la parte silenziosa delle cose.  Troppa luce, in questo concerto. Sveste le nostre tecnologie e i nostri know how con una grazia impietosa. Non ho la cultura sufficiente per capire se l’esecuzione che ascoltavo era con la cadenza di Beethoven o del pianista. E forse questa è la condizione che Mozart ha scelto per me prima che Beethoven ci mettesse le mani.

       Una lezione. Creare storie è creare mondi, e oggi mi sembra che i mondi migliori siano quelli che rendono altri mondi possibili. I film che ti fanno uscire con sguardi spiazzati e spiazzanti, e-mozionati, smossi. Ora torno alla sceneggiatura: almeno altre tre scene entro sera. Ma non riesco a non pensarci: tredici minuti e mezzo di primo movimento, nove di secondo, sette e mezzo di terzo. Mezz’ora di luce su tutto il secolo successivo. Da non credere.

       

       

Il libro di oggi – Contro la comunicazione, di Mario Perniola

lunedì 26 gennaio 2009

 



       “L’attacco devastante e demolitore che la comunicazione porta alla tradizione avviene attraverso una strategia di incorporazione onnicomprensiva che mira ad annullare perfino la percezione di un conflitto. Sbaglia chi vede nella comunicazione una scelta consapevole  dell’effimero, del provvisorio, del momentaneo, perché essa pretende anche di essere durevole, costante e perfino immortale. L’organizzatore del seminario sulle nuove tecnologie si autocelebra in un lussuoso libro le cui copie sono numerate e fuori commercio. Il capo di partito che si smentisce continuamente si attribuisce un ruolo storico provvidenziale. La galleria del tycoon dell’arte contemporanea si presenta come un’esposizione permanente.

       Perciò i fautori della tradizione, che si appellano ai valori, alla classicità, al canone, vengono spiazzati da questi funamboli, da questi giocolieri, da questi acrobati che vogliono anche farsi eternare nel bronzo e nel marmo. E chi dice che non ci riescano ? C’è sempre una caterva di ingenui pronti a scrivere la storia dell’ultima idiozia, a solennizzare le stupidaggini, a trovare significati reconditi nelle bazzecole, a fare entrare nell’insegnamento di ogni ordine e grado anche le sciocchezze, pensando di fare un’opera democratica e progressista, di andare incontro ai giovani e alla gente, di realizzare l’incontro tra la scuola e la vita.

        La comunicazione perciò sembra mettere fuori gioco i valori non opponendosi a essi, ma appropriandosene. Se si vuole combattere efficacemente la comunicazione su questo piano, bisogna lasciare da parte la metafisica e l’etica: il fondamentalismo religioso e filosofico appartengono ancora all’età ideologica e sensologica, in cui ci si riconosce in una sola “verità”. I predicatori e i profeti, in buona o in cattiva fede, devono ancora mantenere una certa coerenza di discorso, della quale i comunicatori fanno a meno.

       Infatti i comunicatori possono, per così dire, in ogni momento rubare la parte ai radicali e agli intransigenti, trasformarsi in un baleno da colombe in falchi per diventare successivamente qualcosa di intermedio e tingere tutto del colore “can che scappa”. (…)

       L’essenziale non è restaurare i vecchi valori (impresa comunque molto laboriosa), quanto sbarrare la strada ai fautori della società cognitiva,  rifiutando ogni discorso sulle grandezze e sui valori e prospettando l’universo della comunicazione, cioè un mondo senza giudizi e senza prove legittime, nel quale i forti, dotati di poteri non specificati (e spesso non specificabili perché illegali), hanno subito la meglio sugli altri.”

        Non conoscevo Mario Perniola. Questo suo testo è una vera e propria avventura del pensiero: emozionante, necessaria, acutissima.  Spesso inquietante ma sempre molto aderente alla realtà di cui siamo tutti testimoni. Se vi capita, lasciatevi portare dalle sue parole. E’ davvero un testo stupendo.

Lo spunto di oggi – “Sii solo e sarai nessuno.” William Shakespeare

giovedì 22 gennaio 2009

 



       Siamo lì che parliamo di lavoro, nella trattoria non c’è più nessuno tranne due ragazze al tavolo in fianco. La mia interlocutrice riceve una telefonata. Di quelle insistenti. Fa smorfie, ammicca, la telefonata non sembra molto gradita, ma insomma tant’è. Non si dovrebbe origliare ma il discorso delle due ragazze del tavolo accanto mi intriga. Una delle due si sente un bersaglio. Né la mamma né il papà né il compagno fanno qualcosa per lei. Anzi, sembra che tutti le sparino addosso. Una congiura,  un disastro.

        Tra me e me penso che personaggi così siano meravigliosi. Reggono mondi pesantissimi sulle loro spalle, e i racconti che fanno della propria vita sono sempre epici e disperati, e la realtà ha una singolare proprietà: ruota tutta intorno a loro. E ce l’ha con loro. Inutile attendersi una ricostruzione di punti di vista diversi, che ne so magari il padre… la madre… il compagno… Anzi più la ragazza affonda nelle pieghe della vicenda, più risulta incomprensibile come una banda di psicopatici malintenzionati si sia raggrumata intorno a lei. La sua voce è secca e tagliente e spara insulti come fa la pigna con i pinoli appena tocca terra.

        E poi c’è questo termine: un bersaglio. Mi sento un bersaglio. Penso tra me – intanto che la mia commensale manifesta crescente insofferenza per la telefonata e si avvoltola in una conversazione che somiglia sempre più a un boa costrictor – penso, dicevo, che il bersaglio abbia la caratteristica di essere passivo. E’ il centro dell’azione di chi tira ma non produce nessuna azione. E penso che quel drive non sia mai favorevole al racconto di una storia. Perché vede da una parte sola. E non può fare nulla.

       Il bambino racconta così. Il bambino cammina per la strada e  quello che vede lo vede attorno a sé nella convinzione di essere al centro di tutto quel che accade. Tutto è rivolto a lui, tutto fa riferimento a lui. Da un adulto ci aspettiamo uno sguardo polimorfo, capace cioè di cogliere la molteplicità dei moventi e degli sguardi. Invece la ragazza tira dritto in modo sempre meno credibile. Anzi, a un certo punto solidarizzavo con il povero compagno che secondo me è in odore di santità o giù di lì.

       Eppure questi personaggi sono affascinanti. Sembrano usciti da una tragedia greca, li vedo stagliarsi come gli eroi dei film bellici, Bruce Willis di Porta Romana, Silvester Stallone di viale Sabotino. In realtà l’unica cosa che esce chiara dai loro racconti è che non si rendono conto, direbbe Bruner, della struttura reale dell’evento di cui hanno fatto parte. Perché lo riconformano sistematicamente a partire dal fatto che loro ne sono il centro e – in quanto centrale – il loro punto di vista non contempla l’esistenza di quello altrui.

       Questo tipo di narratore dice di sé molto di più di quanto le sue parole non dicano della storia che sta raccontando. Dice tutto quello che non riesce a vedere e a sentire. Un’altra volta mi viene incontro l’evidenza che raccontare è innanzitutto ascoltare. Portare con sé. Esprimere il giro che il tutto ha compiuto dentro di noi. E’ restituire. Riorganizzare. Ricostruire nessi. Ed essere pronti a riceverne. E’ una grande infelicità questo ego. Credo che ognuno di noi ne abbia una fabbrica personale che funziona più o meno a pieno ritmo. Una fabbrica di muri che riduce la rotondità e la forza delle nostre storie, di quelle che viviamo e di quelle che raccontiamo.

       Un allievo proprio l’altro giorno mi obbiettava che raccontare è esprimere il proprio punto di vista, non quello degli altri. Ha ragione. Ma il punto di vista è – alla lettera – il punto da cui vedi. Non il punto da cui parli. Ci torneremo su…

       

Lo spunto di oggi – Cellule

lunedì 19 gennaio 2009

 



       – Lei signora penso che alla sua pelle ci tenga, giusto ?
       – Ci può giurare.
      – Ecco. Allora deve provare ad immaginare il vento, l’acqua, lo smog, come se fossero un’invisibile carta vetrata che continua  a sfregare sulle sue guance in ogni momento del giorno e della notte. E ad ogni passaggio uccide nell’attrito una quantità indescrivibile di cellule.
       – Mamma mia.
       – No non si deve preoccupare. Il nostro corpo provvede a registrare le vittime e a sostituirle con delle cellule nuove. Nella stessa quantità, nello stesso posto, con la stessa qualità.

       L’autostrada è quasi vuota. Notte infrasettimanale sulla Milano – Venezia. C’è neve intorno, ma la strada è perfetta. Un po’ di nebbia quando si aprono campi. In momenti così bui, quando l’inverno celebra il proprio trionfo incontrastato, le strade sembrano spazi tremendi, attraversati fuggevolmente da luogo chiuso a luogo chiuso da chi ne è costretto. Devo fare benzina e anche scaldarmi con un caffè. Non avrei voglia di fermarmi ma non posso evitarlo.

       E’ una piccola area di servizio, camion fermi con le tende chiuse. Mi sono sempre chiesto come si possa riscaldare un abitacolo in notti così. Dentro, l’autogrill è quasi deserto. Pago il caffè alla cassa poi vado al banco e chiedo che sia decaffeinato.

       – Ah… sarebbero cinque centesimi in più. Te lo faccio lo stesso.

       Non è italiana, e dalla pronuncia direi che non è nemmeno qui da molto. Cinese. Fuori dal mondo, come me in quel momento, e quando sei fuori dal tuo mondo ti resta solo l’essenziale: chi sei, cosa vuoi.

       – Posso tornare là – indico la cassa – credo di averli cinque centesimi.

       Lei sorride, fa no con la testa, il caffè è già in preparazione.  Siamo in tre. L’uomo alla cassa, la barista cinese e io. La carta vetrata di oggi è passata con durezza su di noi. Anche se l’uomo alla cassa parla e sorride. Deve essere di quelli che hanno una battuta o una parola gentile per ogni cliente anche quando c’è una lunga coda. Mi sono sempre chiesto se le persone così abbiano una famiglia tanto calorosa alle spalle che riversano nel mondo un’affettività ricaricata e debordante, o se abbiano invece un disperato bisogno di famiglia e di affetto e lo cerchino in ogni contatto estraneo simulando di distribuirne.

       Cellule. Ma lo specialista alla radio non ha detto – forse nei laboratori dermatologici questo è fuori tema – che le cellule si sfiniscono sulle autostrade con la pioggia e le code, e si devono rigenerare di notte nei camion parcheggiati nelle aree degli autogrill. Che il saldo quotidiano tra distruzione e rigenerazione non è mai un saldo pari. Che non c’è nessuna luce che possa illuminare nuovamente la piega delle rughe di queste fatiche. Nessuna Italia rigenererà il viaggio della barista cinese, nessun sonno restituirà ai camionisti qui fuori uno sguardo vergine dalle nebbie e dalle nevi notturne. Si scrive tutto, nero su bianco, carta vetrata su pelle.

      Il dermatologo ha finito. Giornale radio. Forse Israele concederà una tregua. Forse un cessate il fuoco di tre ore per ragioni umanitarie. Soccorsi, rigenerazione, restituzione di acqua, servizi, cure.  Cellule. Correre a recuperare i danni sapendo che il saldo sarà comunque negativo. Duecento, trecento, ottocento persone morte non verranno sostituite. Il loro meraviglioso sistema di ricostruzione di se stessi è finito. Ci sono storie che si chiudono senza prese di fiato nemmeno in autogrill nemmeno di notte nemmeno in un camion.

       Il nostro DNA silenzioso lavora. Costruisce millimetricamente l’arco della nostra esistenza e sa di noi molto più di noi. Passa un aereo e penso che riprese aeree non potrò farne mai, costeranno sempre troppo per un film mio. Penso a quello che deve vedere da lassù: una grande vena nera e vuota, con qualche globulo rosso e qualche globulo bianco che la percorre. Microscopici elementi di vita che ricostruiscono, mettono riparo al giorno che è passato. Ci sono sempre quei cinque centesimi risparmiati o persi da una parte o dall’altra. Le cellule della notte vivono di luci al neon e complicità veloci. Servono a ricordarsi del giorno, a continuare a sperare che arrivi.

   

Il libro di oggi – La mente a più dimensioni, di Jerome Bruner

giovedì 15 gennaio 2009

 



       “Noi stiamo vivendo una rivoluzione culturale che modella la nostra immagine del futuro in un modo che nessuno, per geniale che fosse, poteva prevedere mezzo secolo fa. Si tratta di una rivoluzione le cui forme noi non siamo in grado di percepire, anche se ne avvertiamo fin d’ora la profondità. Corriamo il pericolo di annientarci con armi di inimmaginabile potenza e non riusciamo a sopportarne il pensiero, perché ci sembra non ci sia nulla che possiamo fare per scongiurarlo. Di conseguenza, siamo in preda ad un profondo malessere, un malessere da mancanza di futuro.

       E’ difficile per qualsiasi teoria dello sviluppo umano far presa sull’ “immaginazione culturale” di persone atterrite dall’idea che possa non esserci un futuro: una teoria dello sviluppo è infatti, par excellence, una teoria del futuro. In circostanze del genere, possiamo forse aspettarci che emerga una teoria dello sviluppo abbastanza forte da plasmare una realtà nuova ? Negli anni a venire, avremo delle teorie dalla portata modesta e dagli interessi circoscritti; teorie prive di concezioni ambiziose delle nostre future possibilità.

       Come maturare competenza in un campo specifico, come affrontare un problema o un dilemma: sono queste le teorie dagli orizzonti circoscritti che sono di scena oggi. Il loro pregio è di andare incontro ai bisogni quotidiani delle società tecnologiche, offrendo loro un futuro fatto di routine. Io penso, però, che si tratti di uno stadio di transizione.

       Se e quando supereremo l’occulta disperazione in cui viviamo oggi e ci sentiremo di nuovo capaci di frenare la corsa verso la distruzione, si farà strada, probabilmente, una teoria dello sviluppo di tipo nuovo. A motivarne l’elaborazione sarà il problema di come creare una generazione nuova che sappia impedire al mondo di dissolversi nel caos e nell’autodistruzione. Io credo che l’interesse centrale e specifico a cui risponderà sarà quello di come portare il giovane ad apprezzare il fatto che i mondi possibili sono molti, che significato e realtà sono creati e non scoperti, che la “negoziazione” è l’arte di costruire significati nuovi mediante i quali gli individui possano regolare i loro rapporti reciproci.

       Dello sviluppo umano, io credo, non ci darà un’immagine che collochi tutti i fattori di cambiamento all’interno dell’individuo, del bambino isolatamente considerato. Se qualche cosa l’abbiamo imparata dall’oscuro periodo storico in cui ci muoviamo, è che l’uomo, di certo, non è “un’isola completa in se stessa”, ma un membro della cultura che eredita e che poi ricrea. Il potere di ricreare la realtà, di reinventare la cultura, è – come noi arriveremo a riconoscere -  il punto dal quale una teoria dello sviluppo deve avviare la propria analisi della mente”.

        Sì, è un libro che consiglio…

Lo spunto di oggi – Un buio adatto per…

lunedì 12 gennaio 2009

 



        Poi va a finire che in ogni ambiente ci ritagliamo il nostro ruolo. Anzi, ognuno  di noi diventa il ruolo che gli affibbiano. Quasi sempre conquistato sul campo, quasi sempre frutto di una sottile e istintiva mediazione tra come noi ci percepiamo, tra quel che pensiamo di essere profondamente, e quell’insieme di attributi, qualità, pregi e difetti che gli altri utilizzano per definirci rapidamente. La persona che portiamo in giro non coincide mai esattamente con la nostra identità, ma la portiamo in giro lo stesso perché in qualche modo bisogna pur vivere.

       In casa mia, sono quello delle luci. Entro e con un riflesso automatico abbasso quasi a zero le quattro alogene simmetriche che costituiscono la diffusa del soggiorno – cucina, e accendo la lampada che arriva bassa sul tavolo su cui mangiamo, beviamo il caffè, studiamo… Naturalmente sono quello delle luci nel senso che quando entro  pare che in casa non si veda più nulla. L’altra mattina, sotto la potente nevicata, Francesca si mette al suo tavolino a disegnare. E’ decisamente al buio, e le propongo di accenderle la luce. Quella che arriva da fuori è quasi zero, e quel punto è anche più scuro.

       Alla mia richiesta Francesca mi ferma: – No, c’è un buio adatto per vedere bene.

        Che meraviglia questo buio adatto per vedere bene. E’ come un silenzio adatto per ascoltare.  Ho voluto le luci di casa in questo modo proprio perché avendo uno spazio senza muri ho sentito il bisogno di tagliarlo, di definirlo con la luce. Ma soprattutto perché essendo le persone più importanti delle cose, le ho pensate illuminate da una luce vicina, stagliate su un fondo in penombra. Quando sono sedute a tavola, le persone sono attorno a quel che stanno per mangiare, che sarà la loro forza di domani, e mentre mangiano si scambiano le idee di oggi, che sono l’esperienza del giorno che è trascorso. Passato e futuro si rincorrono nei volti e nei corpi, nelle parole e nel cibo di chi si siede a quel tavolo e che rappresenta il presente.

       La luce deve dire anche attraverso il buio e la penombra. Di solito quando si sente dire una casa con una luce stupenda alla fine si capisce che per stupenda si intendeva semplicemente tanta. Invece Francesca… mi ha offerto una sintesi precisa di quello che cerco: un buio adatto per vedere bene.  La de-finizione delle persone e delle cose, che nel corso del tempo è sempre ri-de-finizione, ad opera delle parole e delle immagini. In questo caso della luce. Perché ogni persona che ci sta di fronte, nel momento in cui la guardiamo è anche un’immagine.

       Un silenzio adatto per sentire bene, un’assenza adatta per toccare davvero, una morte adatta per cogliere meglio la vita, un dolore adatto a far spazio alla nostra capacità di essere felici. Nella mia vita ci sono alcuni testi che sono stati e sono dei fondamenti. Per un teatro povero di Jerzy Grotowski, La notte oscura di Giovanni della Croce. Mistici, anche nel senso più laico. Gente che ha sottratto molto più che aggiunto, cercato di capire molto più che spiegato, cancellato molto più che scritto. Gente di pochi riflettori e di molta – e adatta… – luce.

       Francesca continua il suo disegno, indifferente al fatto che io le abbia alzato la luce. Penso alle personalità che non siamo e che ci portiamo in giro, penso alla confusione tra tanta luce e bella luce, penso all’irrimediabile convinzione diffusa che la luce sia una questione estetica.  Penso al ridefinirsi millimetrico di quello che siamo, che diventiamo e ricordiamo. Troppe suggestioni tutte insieme. Una confusione. Adatta a vivere…

Radiografie – L’ospite inatteso, di Thomas Mc Carthy

giovedì 8 gennaio 2009

 



       Selezionato al Sundance Film Festival, al Moscow Film Festival, al Toronto International Film Festival, all’Edinburgh Film Festival, vincitore del Deauville Film Festival,  sommerso da una pioggia di riconoscimenti per la regia e per l’interpretazione del protagonista, Richard Jenkins. In Italia manco a dirlo è uscito sottovoce nonostante il resto del mondo lo abbia celebrato senza mezze misure. Un film delicato, è la definizione che ho sentito e letto di più. Da un certo punto di vista è vero, nel senso che i personaggi sono tutti ammantati di un’educazione, di toni, di una cultura del sapere e della vita assolutamente speciali. Non che la cosa giovi particolarmente alla credibilità di questa storia di vita normale, ma convive positivamente con il mood del film.

        Una sceneggiatura con una certa quantità di dialoghi, quindi con qualche rischio di teatralità. Non facile da girare, e soprattutto non facile da girare con semplicità, come ha fatto Mc Carthy. Quello che mi interessa osservare è come Mc Carthy sia riuscito  nell’intento di rendere cinema una storia quotidiana, di evitare come dicevo il rischio del teatro, come ha fatto a non essere banale rimanendo a contatto con la vita vera e con una storia che – eccetto il fatto di trovarsi in casa due immigrati clandestini – scivola per le soluzioni più normali e prevedibili.

       Innanzitutto c’è una distanza che i personaggi tengono sempre fra loro. Nelle diverse angolazioni, il film è permeato dalla discrezione. Convivenze, confessioni personali, emozioni profonde. Tutto con estremo senso del pudore. E potrebbe essere proprio questa la chiave del film: il pudore salverà il mondo, perché rispetta gli spazi altrui non giudicandoli e ottiene rispetto per i propri. Ma la forza del film sta – anche – nel fatto che lo stesso pudore lo tiene la macchina nei confronti dei personaggi. Un pudore che è misura, controllo estremo della distanza. Non fruga mai, Mc Carthy. Non è che siccome ha a disposizione una macchina allora entra senza bussare dappertutto. Rimane in una relazione lieve, attenta, come lieve e attenta è la recitazione di tutti gli attori.

       Ci sono, poi, dei passaggi francamente poco credibili, che confesso che mi hanno tenuto distante – a mia volta – dal film. Non ho creduto alla reazione pacata del padrone di casa alla scoperta che il suo appartamento era abitato e nemmeno all’assenza di una minima indagine su chi avesse dato loro le chiavi e imposto loro un affitto. Questo francamente – e non solo – mi ha convinto poco, perché quando stai radente alla realtà devi essere anche fondato nelle svolte profonde. Però questi passaggi poco convincenti sono riassorbiti da qualcosa di più ampio e potente. Il linguaggio.

       E’ vero che la macchina si muove poco ed è molto sobria, ma proprio per questo, avvalendosi di un’ottima fotografia, mantiene un’eleganza assoluta, di quella silenziosa, mai ostentata, che non si fa vedere. E come la ricchezza dei ricchi veri è spesso invisibile, la ricchezza di spirito è spesso la sobrietà, il non apparire. Usare la macchina senza farci capire quanto sei bravo a usarla, fotografare senza farci urlare alla fotografia, recitare senza farci vedere il tuo patrimonio tecnico e il tuo talento. Ecco, questo film è tutto così. 

       Un’operazione non solo di cuore, ma in gran parte di cervello. Perché avviene questo: che attraverso l’uso di uno stile molto preciso e coerente, molto vicino alla realtà ma mai coincidente con essa, la nostra percezione si fa specifica, e affiniamo il palato ad una storia che usa il realismo con distacco, la cronaca come parabola, l’immediatezza come simbolo profondo. Una finta semplicità in realtà difficilissima da realizzare.  

       Questo per dire che a volte le sceneggiature non andrebbero lette per quello che sono ma per quello che diventeranno. Bisogna più guardarle che leggerle. Bisogna sentire quale mano ci condurrà dentro quella storia, fra quei dialoghi.  C’è troppa separazione in fase di analisi, certe volte, tra sceneggiatura e regia. Molte sceneggiature funzionerebbero con un certo sguardo, e diventerebbero degli ottimi film, per altre vale il discorso contrario. In ogni caso è un film che consiglio, a chi avesse voglia di un percorso tenue e delicato, che però gli si muoverà dentro.

Radiografie – L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza, di Cao Hamburger

lunedì 5 gennaio 2009

 



      Vincitore di due International Film Festival, quello di Rio e quello di San Paolo, selezionato dalla rassegna di Robert De Niro, il Tribeca Film Festival di New York, e dal Festival di Berlino del 2007, questo piccolo film è uscito in Italia Venerdì 6 giugno 2008. Ancora una volta prima di parlare dei film degli altri vien da pensare alla stortura del nostro sistema. Far uscire un film con così tanto ritardo e all’inizio di giugno significa aver completamente disinvestito su un percorso di cinema non commerciale, e non aver più nemmeno la voglia di competere e di inventarsi strade alternative di comunicazione, neanche da parte di chi questo film ha il merito di averlo portato in Italia.

      Cao Hamburger sceglie per il suo film un bambino bravissimo. E fa ruotare tutto il peso della storia sulle sue spalle, sui suoi sguardi, sui silenzi, e anche su quella fisicità acerba e riconoscibile dell’infanzia quando sta per confluire nella preadolescenza, che fa dei ragazzini qualcosa di universale e inconfondibile.  Tutto bellissimo, inutile stare a perderci parole, tanto vale vederlo. Ma essendo questa una radiografia, mi piace cercare di capire perché, nonostante sia veramente un ottimo lavoro, il film è rimasto un piccolo film, come molti lo hanno definito.

        Mauro, il protagonista, viene lasciato davanti alla casa del nonno dai due genitori, che “vanno in vacanza” come molti in quegli anni, perseguitati dal regime militare in quanto comunisti. Il nonno, però, è morto poche ore prima senza che i due genitori lo sappiano, e inizia per il povero bambino tutto un percorso di crescita fatto di un appartamento vuoto e di vicini di casa che sono degli illustri sconosciuti. Ci sarà spazio per tutto: per il percorso trionfale del Brasile ai Mondiali del 1970, per le prime cotte, per nuovi amici. Tutto narrato molto bene ma… tutto in attesa che i genitori ritornino.

       Il desiderio principale del protagonista è lì: che mamma e papà tornino a prenderlo, come avevano previsto, per i mondiali o per lo meno entro la finale. Ma la finale arriva – quella per noi dolorosa, vinta dal Brasile contro l’Italia – e i genitori ancora non si vedono. E’ qui che il film rimane piccolo. Perché la spina dorsale di una storia è la relazione che c’è fra un personaggio e ciò che gli manca per arrivare ad essere o avere – entro la fine  – qualcosa di completamente diverso rispetto all’inizio della vicenda. Se non c’è percorso, insomma, non c’è proprio storia. Ma per raggiungere un obiettivo, soprattutto per quello principale, occorre che il protagonista si adoperi, insomma che ci sia equilibrio fra lui e gli ostacoli che gli si parano di fronte. Se non c’è equilibrio, non c’è conflitto possibile.

       E’ questo il caso del film di Cao Hamburger. Il nostro piccolo Mauro può solo aspettare e sperare. Intanto vive cose, incontra persone, cresce a suo modo, ma l’asse della storia rimane ferma, bloccata in un’attesa il cui esito non dipende da nessuno. Senza movimento su quella linea, la vicenda non parte, non diventa drammatica, sebbene ci si senta coinvolti – eccome – dalla Grande Storia, dal Brasile di quegli anni e dalla lotta per la libertà. Ma nessuna scatola ambientale o storica esterna può sostituire la forza del dramma interno. E per dramma non si intende una sofferenza, ma un’azione che tenta di combatterla. Dramma significa letteralmente azione.

       E’ questo, secondo me, che fa uscire dal cinema quasi contenti ma non del tutto travolti. Perché  non abbiamo lottato mai sul fronte principale, e alla fine, proprio all’ultima scena la madre rispunta, sola, e riparte con il ragazzino. Sul padre, la battuta più bella del film: siccome era famoso per i suoi ritardi, la mamma dice a Mauro che papà è in ritardo. E Mauro rielabora così: “Ci ho pensato molto, e alla fine mi sono convinto che esiliato è uno che fa così tanto ritardo, ma così tanto ritardo, che alla fine non arriva più”.  Una grande idea poetica che chiude il film con una forte carica suggestiva liberandolo dalle soluzioni a volte pretestuose dei film di formazione, che alla fine spesso mostrano un personaggio dire cose di estrema saggezza tutte di colpo.

            Si tratta di scelte, ovviamente, e il film di Cao Hamburger verrebbe snaturato da un bambino di dieci anni che si attivasse in un mondo adulto per ritrovare i propri genitori. Non avrebbe senso e il film probabilmente non può essere che così. A volte si scelgono strade narrative anche consapevoli di alcune fragilità. Forse la fragilità, il sottovoce, sono le uniche vie per dire alcune cose in un certo modo. Perciò non credo proprio che si possa parlare di errori, anzi, un film così lo fa chi sa fare cinema. Diciamo che forse questi anni non sono particolarmente fausti per chi cerca di parlare piano.

Lo spunto di oggi – 2010, l’anno del contatto

domenica 4 gennaio 2009

de332

Intanto che le scuole e i progetti didattici proseguono, un accenno di quello che avverrà in aprile e di cui sono ansioso ed entusiasta… qui. Spero che Atalanta possa incontrare nella sua corsa innumerevoli bambini e scambiare con loro più di un’esperienza. Era molto che non scrivevo per il teatro, anzi moltissimo. Così questo 2010 mi sembra davvero l’anno del contatto. La scommessa è stata reciproca e almeno per me il percorso è stato sorprendente e del tutto nuovo. Grazie ad Anusc e al Teatro Gioco Vita di Piacenza. Arrivederci in teatro…