Archivio di febbraio 2009

Radiografie – The Reader, di Stephen Daldry

giovedì 26 febbraio 2009

 



    Dopo moltissimo tempo torno a vedere un film in sala. L’occasione è un inatteso pomeriggio di libertà con Giada.  Valutiamo tra film troppo lunghi e film impresentabili. The Reader ci sembra un’ottima idea, ha tanti punti d’interesse compreso l’acceso dibattito che ha sollevato in America. Mi trovo al crocevia di tre sale mentre aspetto Giada. Sono esattamente tra Questo piccolo grande amore, Space Chimps e The Reader. Osservo la gente passare. E’ uno spaccato d’Italia.

    Fiotti di brufoli, adrenalina e risate entrano in Questo piccolo grande amore, papà (più che mamme) e bimbi mano nella mano corrono verso Space Chimps discutendo se i popcorn li prenderanno all’intervallo o si possono avere già ora. Teste bianche e discorsi impegnati salgono le scale verso The Reader. Sospesi tra qualcosa che non siamo ancora e qualcosa che non siamo più, entriamo a vedere il film di Stephen Daldry.

    Ricostruzioni. Epoche, costumi, luce. Modi e mode. Impeccabile. Diciamo che ormai uno se lo aspetta, determinati film hanno un budget che garantisce un buon lavoro formale. Ma la prima ora – quasi – se ne va senza che accada veramente nulla di importante. Un ragazzo vomita per la strada e viene soccorso da una signora. Tra i due nasce una relazione. Il resto è televisione e banalità, e uno si accoccola in poltrona sperando che qualcosa accada e facendosi coraggio con il pensiero dei film che stanno proiettando nelle altre due sale.

    Ma il problema secondo me è profondo. Perché mi metto a pensarci e a parte pochissime eccezioni, non ricordo film d’epoca che avessero sul serio uno sguardo. Nel senso, meraviglioso C’era una volta in America,  ma dove finisce la regia vera e propria in tutti gli altri casi, dove e quando si necessita di uno sguardo vero, di un punto di vista intenso e potente, come dovrebbe sempre avvenire ? Si esaurisce – mi pare – troppo spesso nello sforzo di ricostruire, di rendere credibili quegli anni. E quasi sempre accade che il pubblico di quei film – le teste bianche soprattutto, poiché ne hanno buon diritto – riducano il loro commento al fatto che effettivamente si sentiva il sapore di quegli anni o viceversa.

    E’ possibile fare un film d’epoca che non sia solo un’operazione da museo ? Non lo so e francamente mi interessa poco come filmaker perché i film d’epoca sono costosissimi, e l’unico film d’epoca che potrebbe permettersi un filmaker come me sarebbe ambientato in un’era post-atomica, nella quale fossero rimasti un uomo una donna e un secchio. Detto questo, il film a un certo punto, verso il midpoint del secondo atto, dà il primo segno di vita. Una cadenza narrativa forte, nella quale il protagonista rientra in contatto con la donna che ha amato e la vede sotto una luce nuova.

    Il film comincia qui. Ma anche Giada conviene che cominciare un film dieci minuti prima dell’intervallo pare brutto. Inizia qui perché nella prima ora non c’è alcun conflitto centrale, è tutto un lunghissimo establishment sulla scoperta del sesso e dell’amore e sulla vita di quegli anni. Poi finalmente accade qualcosa, la donna viene processata perché partecipe con responsabilità dell’orrore dei lager. Lui la osserva dal pubblico, e questo è il momento migliore del film: farà qualcosa, rischierà qualcosa per aiutarla ? Si farà vivo con lei ? Finalmente una zona di conflitto centrale ed equilibrato. E tuttavia, minato da un equivoco. 

    La storia si presenta chiaramente come la storia di lui, ma l’ostacolo grosso, la vicenda importante, è la vicenda di lei. Purtroppo lo si vede molte volte: quando il centro focale del film non coincide con il centro drammatico, non funziona mai. Il film si apre: il dramma vero va in una zona d’ombra e sotto i riflettori non succede niente. E’ il problema di The Reader, ottima ricostruzione – forse – di una storia che non c’è.

    Una presenza luminosa, però, è quella di Kate Winslet. Sono passati anni da Titanic, la bellezza splendente di allora è trascorsa e in parte fatta trascorrere dal trucco volontario – e non sempre felice – del film. E come tutte le più grandi attrici, la Winslet sa invecchiare nella vita con intelligenza e con grazia. I tratti sono più duri e il controllo della sua recitazione è assoluto. E’ stata capace di entrare veramente anima e corpo in un modo di fare cinema e in un mondo lontanissimi. Su di lei si vedono le durezze, le costrizioni, la repressione. Niente di descritto, niente di facile. Dal primo all’ultimo momento è presente al proprio personaggio con una luce tutta speciale che fa di lei l’unico vero faro, l’unica perla autentica di questo film.

Lo spunto di oggi – Il terzo che fonda l’uguaglianza

lunedì 23 febbraio 2009

 



    In questa famosa immagine “relativista” del secolo scorso si può vedere il ritratto di una vecchia coi capelli bianchi o di una giovane con i capelli neri, dipende da come guardi un particolare… Naso della vecchia o mento e guancia della giovane?

     Proseguo il percorso all’interno del saggio di Maria Teresa Russo, Oltre il Presente Liquido, con un frammento del contributo di Gabriella Cotta, Docente di Filosofia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma.

    “In realtà il relativismo culturale, al contrario di quanto professa, si situa in una ben precisa opzione filosofica, che viene difesa strenuamente, a dispetto del proprio presupposto di totale apertura, non accettando altro che posizioni che condividano i propri presupposti teoretici individualistici e autoreferenziali ai quali, solo, riconosce dignità. Ciò che non ha e non avrà mai, in quest’ottica, pari dignità, è la posizione filosofica metafisica che a questa visione si oppone radicalmente.

    Il relativismo culturale, che da una parte rischia di polverizzare ogni regola comportamentale, proponendo prospettive etiche deboli, frutto sempre negoziabile di accordi occasionali, dall’altra, si presenta in modo affatto intollerante e non rispettoso della differenza altrui, non ammettendo opposizioni filosofiche e culturali diverse dalla propria. Nell’affermazione della libertà più vasta possibile del desiderio, che è il luogo che ci individua nel nostro particolarismo più radicale, non c’è posto per uomini che leggano se stessi nell’ottica della propria relazione costitutiva con Dio o con l’essere. Ma a questo punto, neppure con l’altro.

     La tutela della libertà e il riconoscimento del valore dell’individuo sono un vanto della nostra civiltà, ma lo sono finché si pongono in una relazione con Altro – sia esso Dio o l’essere – rispetto a cui tutti riconoscono somiglianza, partecipazione o debito. Solo nel rinvio a un terzo che fonda l’uguaglianza tra individui e, contemporaneamente, la particolarità di ognuno, è possibile la convivenza relazionale e non la mera composizione di interessi.

    Nel momento in cui libertà e individualità perdono ogni radicamento fuori di sé, espungendone ogni possibilità dalla propria costituzione ontologica, si gettano le basi – sotto la parvenza dell’affermazione della più ampia libertà – dell’incomprensione completa di chi non è come noi, e si creano le basi di sentimenti di intolleranza verso chi rifiuta l’infinito caleidoscopio di un molteplice indifferenziato ed autoreferenziale come luogo del vivere e dell’essere.”

     Il rinvio a un terzo che fonda l’uguaglianza, dice la Professoressa Gabriella Cotta. Non riesco a togliermi dalla testa questo pensiero. Perché questo terzo che non siamo né tu né io è qualcosa che stabiliamo insieme o è qualcosa nel quale ci troviamo immersi ? La tua versione di questo mondo è semplicemente una versione diversa dalla mia o – come direbbe Bruner – ognuno di noi crea il mondo in cui vive e ne ha la versione più ragionevole, che differisce dalle altre non perché sia diversa ma perché pertiene a un mondo diverso ?

    Per quanto ci riguarda, si tratta di capire se le riflessioni di Gabriella Cotta e di Paola Ricci Sindoni ci aiutano ad arricchire la nostra consapevolezza di narratori di storie. Per ora mi rigiro nella mente questo terzo che fonda l’uguaglianza…

Lo spunto di oggi – Donne straordinarie: Paola Ricci Sindoni, Hannah Arendt.

giovedì 19 febbraio 2009

 



       Man mano che invecchio mi rendo conto che raccontare storie non può prescindere dalla percezione del contesto in cui le si racconta. Così quando incappo in un testo che mi dà uno sguardo forte sul momento che passa, sono sempre felice e lo condivido volentieri. Quello che cito è un intervento di Paola Ricci Sindoni, professore ordinario di Filosofia morale nella facoltà di Lettere dell’Università di Messina. Nella foto, Hannah Arendt, di cui Paola Ricci Sindoni parla nell’estratto.

       “Il vero pericolo nascosto, e per questo più subdolo e insidioso all’interno delle attuali dinamiche del vivere sociale, è individuabile, secondo Hannah Arendt, nel collasso delle capacità umane di “giudicare”, nel rifiuto cioè delle persone di operare una valutazione critica della politica dentro lo spazio aperto del discernimento morale. Tale deficit – a suo avviso – finisce con il condurre verso il grande male oscuro dell’indifferenza, della progressiva perdita di assunzione di responsabilità per la porzione di mondo in cui si vive.

        Di fronte a questo vuoto sociale sembra oggi imporsi perfidamente non tanto il totalitarismo ideologico, come ai tempi di Hannah, quanto la legge ossessiva del mercato. Incapaci di affrontare le sfide e i problemi, che sorgono dai difficili rapporti sociali, donne e uomini si rivolgono ai beni mercantili, ai servizi e ai pareri degli esperti; si affidano ai mezzi prodotti in serie, per riempire i loro corpi di “personalità” socialmente significative, di consigli medici e psichiatrici per guarire le ferite lasciate da precedenti e future sconfitte, di agenzie di viaggio per scappare in luoghi inconsueti, che si spera possano fornire circostanze più adatte alla soluzione di problemi consueti.

       In questa perdita di vigore antropologico si assiste impotenti alla colonizzazione del futuro, così che le spinte utopistiche, così necessarie alla gestione della pratica politica sembrano ormai spente o tutt’al più collocate nell’alveo più sicuro della mera concertazione economica e finanziaria. La nostra era ha divorato la genuina anima dell’utopia, di progetti capaci di farci orientare realisticamente, ma anche idealmente il nostro futuro; siamo immersi purtroppo nell’epoca del collasso, dell’appiattimento, dello stordimento.

       In un contesto analogo, reso ancor più drammatico dall’insorgere del nazismo, l’allora giovane Hannah matura la sua passione per la politica, intesa come amor mundi, amore del mondo, al cui interno la capacità di iniziare relazioni significative improntate alla novità, sembra costituirne il segreto più fecondo.”

       Il testo da cui traggo queste righe è inserito nella raccolta di saggi: Oltre il presente liquido, a cura di Maria Teresa Russo. Tornerò sia su questo volume che sui temi che solleva. Mi sembra bello, per ora, lasciar risuonare le parole di Paola Ricci Sindoni.

Radiografie – Intervista col vampiro, di Neil Jordan

lunedì 16 febbraio 2009

 

 

    E’ un po’ di tempo che sto percorrendo e ripercorrendo le tracce del cinema di Neil Jordan. Perché di lui mi piace moltissimo la sua indagine profonda, talentuosa e ogni volta imprevedibile sulla natura della nostra identità e sulle strade che percorriamo per prenderne o perderne coscienza. E’ arrivato il turno di Intervista col Vampiro, film che confesso non avevo mai visto.

    Ancora una volta sorpreso dalla sua capacità di illuminare e di muovere la macchina, stavolta sono rimasto assolutamente sbalordito anche dalla sua capacità di guidare gli attori. Soprattutto nel caso di Tom Cruise ritengo che questo film rappresenti un punto di recitazione inimmaginabile. Ricordo il lancio pubblicitario, un battage notevole, con un certo folklore anche a livello di pubblico – si raccontava di gente svenuta durante la proiezione e altre amenità del genere. Di fatto l’effetto di questo film fu enorme.

    La vicenda si snoda intorno a una delle due paure recondite dell’uomo: non a quella della morte, ma a quella della perdita dell’identità. Non poteva che essere così: quale altro modo avrebbe avuto Neil Jordan - sempre in cerca di definizioni e ridefinizioni delle nostre identità – di occuparsi di horror se non attraverso i vampiri ? Il vampiro ci morde, ci succhia del sangue e non ci uccide necessariamente, ma il suo morso sancisce senza speranza la perdita della nostra identità. Non essere mai più quel che si era significa un po’ morire a se stessi.

    Qui assistiamo alla vicenda di due quasi immortali. E proprio l’impossibilità di morire, o di tornare umani, costituisce la forza e la natura di questo racconto ma forse ne è anche il limite. Si tratta infatti di una guerra tra i due personaggi e di ognuno dei due nei confronti della propria condizione esistenziale. Un conflitto ultimativo che però in realtà non può risolversi. Il lavoro di Neil Jordan è fantastico. Ne ha fatto un finissimo lavoro d’immagine, mai solo estetico ma denso di valore come sempre. Però…

    Però un conflitto sta in piedi quando è necessario ed equilibrato. Se non è necessario la questione si risolve senza confliggere, se non è equilibrato si chiude subito in favore del più forte. Il problema – meraviglioso – è: che senso ha la vita se non sei più tu, se non puoi più avere relazioni, se non puoi più morire ? Che senso hanno le donne più belle se non ti piacciono  più, i sapori più raffinati se non li avverti ? Solleva – dietro il gioco dei vampiri – qualcosa di tremendamente concreto e autentico. Che senso ha vivere senza se stessi, anche non essendo vampiri ?

    Se tutto il mondo è per te (se è così) la tua libertà migliore è quella di riceverlo, di rispondere a questo regalo di qualche anno che è questa vita con queste relazioni e questa natura. Tolta  la possibilità di rispondere alla vita vivendola, la mera sussistenza biologica non ha alcun senso. Ovvio che il tema possa acquisire significato solo e lo spettatore fa tanto di spostarlo dall’alveo della metafora e se lo riconduce in qualche modo a sé e alla propria interiorità.

    Un film sulla solitudine, intenso nelle svolte ma mai sufficientemente teso. Perché la tensione arriva solo dall’equilibrio e dalla necessità dei conflitti. Oltre a non essere risolvibile il conflitto fra i due vampiri, Brad Pitt e Tom Cruise, non è nemmeno risolvibile il conflitto fra ognuno di loro e la propria vita. Possono eventualmente darsi la morte - operazione comunque complessa data la loro resistenza a tutto, ma non possono uscirne vincitori e il rigore della vicenda impedisce di pensare a soluzioni con maghetti dell’ultimo minuto che aggiustano l’inaggiustabile.

    Ne consegue un’occasione di cinema secondo me parzialmente mancata. Perché forse in questa chiave si sarebbe potuto interpretare il film come una tragedia greca, con un senso del fato e dell’ineluttabile, senza cioè credere formalmente così tanto alle schermaglie dei due vampiri, ma mostrando il tempo infinito che si stendeva e si stenderà sopra di loro per sempre. Mostrando il vuoto della vita vissuta senza vivere, forse lavorando sui silenzi e sulla sottrazione anziché sull’aggiunta progressiva degli effetti e degli stacchi.

    Ma una cosa sulla quale insisto molto con i miei allievi è che ascoltare è già riscrivere dentro di noi. E’ inevitabile quindi che il film di Neil Jordan dentro di me sia diventato un altro film. Forse è proprio un punto a favore, non un limite. Di certo questo è un regista che non ti consente mai riflessioni ed emozioni di superficie. E’ un coraggioso, che crede nei film che fa indipendentemente dall’appeal che possono avere. Torno quindi a riflettere tra me e me sul nesso che c’è tra la vita di tutti i giorni e la metafora ferita di questo racconto…

lo spunto di oggi – La lezione

giovedì 12 febbraio 2009

 

 

    Ricevo un invito bellissimo. Assistere a una lezione di semiotica. Mi è porto da un collega dello IED, Raffaele Solaini. Mai stato ad una lezione di semiotica in tutta la mia vita. Sono curiosissimo. Mi presento con il mio portatile, dietro il quale posso nascondermi al fine di meglio sparire tra gli allievi. Ho già un armamentario pronto per l’uso: bella zio, questa lezione spacca un casello! Ma la pettinatura non aiuta la mia impresa che rischia di rivelarsi vana. Così, mi accomodo palesemente fuori corso fra i miei episodici compagni di banco. E Raffaele inizia a parlare.

    Senza pensarci inizio a scrivere appunti, per la prima volta a scuola con un portatile su cui segnare le idee, che con un colpo di mouse saranno pronte per essere sistemate, tagliate, riutilizzate. Non mi rendo conto del tempo che passa, e la prima ora vola letteralmente. Un’ora nella quale scopro le seguenti cose. Quando è definitivamente troppo tardi perché mi possa sistematicamente servire, scopro di aver imparato a prendere appunti velocemente in modo selezionato ed essenziale. Non solo. Finita la lezione ho scritto cinque pagine carattere 11 piene zeppe. Ho in mente tutto o quasi, credo. Perché ora che non posso più farlo, forse ho anche imparato a studiare. Certamente è diversa la fame. Dentro di me ho un vero rammarico per non poter assistere alla prossima lezione, dove si promettono sviluppi intrigantissimi delle cose che sono state dette.

        Non so nulla di semiotica, e quel che ne ho sentito oggi mi ha acceso diverse luci dentro. E’ come se ci fossero percorsi che lontani dal set hanno ragionato su quello che avviene sul set. Sul perché la macchina è messa lì anziché là. Sul fatto che un sistema di scelte è una strategia. Che non si vede in quanto tale ma che – in quanto strategia – dall’alto della sua invisibilità detta le regole del gioco e conferisce senso alle parole e alle cose. Mi torna in mente quando a scuola ci andavo io. E credo che mi siano passate davanti infinite meravigliose strade senza che io le vedessi. Per lo meno fino al liceo incluso. Forse poi, dalla Paolo Grassi in avanti, ho iniziato ad amare davvero quello che stavo imparando. Oggi è tutto più semplice nella mia mente: amo quello che mi insegna qualcosa di me e del senso che c’è intorno.

    Anche insegnare mi piace a condizione di imparare in diretta con i ragazzi. Si fa per fame, perché tendiamo a capire cosa siamo e che continuiamo a scoprirlo. Quando Raffaele dà la pausa mi sembra tempo perso, e quando ricomincia a spiegare mi rendo conto che il suo discorso tocca la spina dorsale della comunicazione. Ci sono tante cose anche molto simpatiche e decorative che si possono dire sul tema. Curiosità gossip dati e statistiche. Poi c’è un modo di osservare la struttura profonda di tutto il macello che ci circonda. In qualche modo di spogliarlo, di riconoscerlo. E’ come un thriller, nel quale a rischio della vita si cerca la verità.

    In questi anni ho studiato su testi molto diversi. Oggi ho avuto davanti a me una persona che mi spiegava delle cose. E ho capito che è sempre un regalo. Un’energia e una serie di possibilità aperte che nessun testo per quanto interattivo può dare. Allora mi sono chiesto – se è vero che si impara ad imparare – quali siano le cose meravigliose del mio presente che mi sto certamente perdendo…

Il silenzio di oggi

martedì 10 febbraio 2009

       Oscuro le righe pubblicate ieri sul caso di Eluana Englaro. Facendo – con rispetto – ciò che ieri auspicavo soltanto. Silenzio.

Lo spunto di oggi – Si sa mai

giovedì 5 febbraio 2009

 



       E’ un semaforo che conosciamo tutti, nella zona. Si tratta di attraversare a piedi la circonvallazione. Ma mentre per un verso la cosa è estremamente agevole, per l’altro è quasi impossibile. Imperscrutabili terzi tempi semaforici rendono gli stessi trenta metri da una parte un’amena passeggiata e dall’altra una mission impossible da concludere in pochi secondi. Chi deve affrontare la mission impossible conosce molto bene le due piccole oasi di cemento in mezzo alla strada, che fanno da tana in mezzo al gioco. Su queste i dannati del verso sbagliato si accalcano e riflettono sull’ineluttabilità del destino, schivando da un lato l’autobus più multietnico della città, dall’altro le auto e sulla diagonale ben due tram che curvano incidendo le ruote sui binari e i loro acuti nei timpani. Si potrebbe vendere fuffa di qualsiasi tipo,  su quelle oasi: la gente adora comprare quando è disperata.

        Il vigile non so bene che funzione svolga lì in mezzo. In questi giorni indossa una divisa bianca, scartabella il suo blocchetto per le multe, osserva. Non l’ho ancora visto fare nulla. Ogni tanto scrive qualcosa, prende mezzo appunto. Più volte ho ipotizzato un sudoku. Non pare che questo vigile serva un granché, però è lì, si sa mai. Ecco, ci sono i giorni del si sa mai. Ci si può costruire una carriera sul si sa mai. Tra chi attraversa dal centro verso la periferia camminando tranquillo e chi fa il contrario sfoderando performance da urlo, c’è lui. Sta lì in mezzo, senza guardare – mi pare – né gli uni né gli altri.

       Pagato lui, pagato l’ingegnere del traffico che ha stabilito i tempi semaforici, pagata la farmacia che strategicamente ha preso posto all’angolo, pagati gli ortopedici e i geriatri per i quali incroci gestiti così sono vere e proprie  manne, la vita scorre tranquilla. Una volta proprio un vigile a quell’incrocio visse un momento di straordinaria intensità. E’ successo circa tre anni fa. Una golf gira a sinistra tagliando di netto la circonvallazione, e il vigile… fischia. Guida un ragazzo disperato: la sua dobermann sta per partorire e perde liquido. Giace in braccio a una ragazza, sui sedili posteriori. Il vigile è inflessibile. Multa. Patente e libretto. E che si muova ad accostare che ingombra.

       Il ragazzo lo implora di non fargli perdere tempo, i cuccioli sarebbero nati in un giro di minuti, la cagna sta malissimo, i liquidi escono e insomma la questione è di vita o di morte. Ma il vigile senza fare una piega risponde che non è possibile mettere a rischio la vita degli altri cittadini per far partorire il suo cane. Sollecitato su questo punto il guidatore scende dalla macchina lasciandola in mezzo alla circonvallazione, con i clacson inferociti, i tranvieri frustratissimi perché han fatto tutto il giro pensando alla loro curva preferita e adesso non possono prenderla in velocità, le tane – oasi di cemento ormai stipate di gente che non si decide a muoversi per non perdere l’epilogo.

       La questione si sposta su un più civile e pertanto inudibile dibattito. I due argomentano, discutono e gesticolano, mentre la dobermann credo abbia le doglie e la gente è sempre più creativa: ora si vocifera del cane e di cosa bisogna fare in questi casi, altri obiettano che però un cane in natura partorisce dove partorisce, e chi se ne frega se si trova ad un incrocio. Mi aspetto che qualcuno sentenzi che però anche la dobermann poteva prendere precauzioni. Tifosi del vigile e tifosi del cane. Tutti  discutono sulla natura ambigua dell’amore. Per me rimane più ambigua la natura del semaforo, ma tant’è. Di fatto il padrone così accalorato perché non c’era un minuto da perdere, adesso si perde in chiacchiere con il vigile integerrimo.

       Inutile entrare nelle ragioni e nei torti. Si rischia di diventare tifosi e questo non aiuta mai ad attraversare davvero gli incroci. Penso soltanto che un giorno attraversi facile, un altro correndo, un altro ancora partorendo, guardando e giudicando o patendo e sudando. Attraversi quell’incrocio ma non è mai la stessa superficie. Pavimento un giorno, soffitto quello dopo, muro tra una settimana. Sempre tu, mai nello stesso punto e mai fermo. Attraversi anche se non vuoi. Portando o portato. Passante o vigile. Si sa mai: ogni volta che passa una macchina con a bordo un dobermann che deve partorire, il vigile è essenziale.

       

 


Lo spunto di oggi – Senza natura per natura

lunedì 2 febbraio 2009

 



       Prendo la metropolitana, sono le cinque e mezza e il traffico di superficie è un disastro. Attraversare la città da parte a parte è affare di almeno un’ora. Come al solito sottovaluto la mia gloriosa metropoli: in superficie è un disastro e sotto credo vogliano solidarizzare. In ogni modo arrivo. Emergo in una nube umida e ghiacciata. Ho qualche minuto a piedi prima di arrivare alla riunione. Mentre cammino penso che non passa più questo inverno. Auto parcheggiate, fermate, lampioni. E su un lampione, fiori tenuti stretti da scotch. Una foto, varie parole scritte. Ma ho fretta, butto solo l’occhio.

       All’uscita dalla riunione è anche peggio, il freddo è più intenso, il buio è sceso e la stanchezza aumentata. La mia testa è abitata dai pensieri su quello che ho sentito e detto, sul senso di tutta l’esperienza che si stava discutendo. Ma ripasso di lì, davanti al lampione. Eccolo davanti a me, nella fotografia. Un ragazzo che sorride. Un foglio stampato al computer: penso a te che non sei più…  Poche righe firmate: mamma. Poi, sotto, una pagina di quaderno a righe scritta con una grafia femminile, dolce. La fidanzata. Non leggo niente però. Guardo questo quadro davanti a me, un foglio sigillato intorno al palo: dolore su ferro nella nebbia.

       Non leggo perché quel che c’è scritto è scritto in molti altri punti della città. Punti di lutto in mezzo alla vita che scorre. Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, scriveva Gertrude Stein, combattendo i facili tramonti e le stanche romanticherie di una poesia che stava morendo. Un lampione, invece… Sui bordi delle fotografie e delle lettere per quel ragazzo cingono l’assedio foglietti rettangolari incollati: cercano box, lavoro, monolocali, si offrono per pulizie, corsi, compagnia. Cercano cani smarriti, offrono ricompense. Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, un lampione è un lampione, una bacheca, una memoria. Alla fine, un lampione è niente è niente è niente.

       Come tutto il resto dello spazio e del tempo attorno a noi, anche il lampione sta diventando luogo neutro buono per tutto, palude nella quale un lutto appena vissuto e un’inserzione si equivalgono e si contendono lo stesso metallo. Mentre cammini telefoni, mentre telefoni guardi la strada dal cellulare che è anche navigatore, l’oggetto con cui guardi la strada è lo stesso con cui ascolti la musica, scatti le foto, fai di conto, prendi appunti e appuntamenti. Meno oggetti, più polivalenti. Bello. Credo valga anche per i posti di lavoro. Liberi professionisti sempre meno professionali e sempre più liberi. Filmaker riciclati in docenti in critici in blogger. Eccomi qua, presente.

       Non ci sono luoghi e tempi per una cosa o per l’altra. C’è tutto e sempre per qualsiasi cosa. Un’idea è anche la sua contraria, la storia si riscrive con i sondaggi, le prove più evidenti sono del tutto opinabili. Viviamo in un tappeto che con la scusa di recepire tutto in realtà non percepisce nulla. Sul lampione  foto, lettere, domande e offerte si affastellano fintamente rivaleggiando, in realtà complici dell’unica cosa che stiamo silenziosamente facendo: tritare tutto nell’indistinto frullato dei significati. Che ebbrezza questo minestrone, che leggerezza azzerare ogni traccia dell’universo simbolico da cui proveniamo. Telegiornali che diventano fiction, fiction che sembrano reality, giudici che diventano politici e politici che fanno i giudici. Il lampione prende tutto e ammazza tutto perché di niente si può più dire quello che è.

       To be or not to be. La mamma attacca sul lampione la sua memoria e lo fa con una convinzione. Quella del dolore per chi non è più. Tracce di identità che si risveglia di fronte al lutto.  To be or not to be. Quando chi scriveva lavorava sul conflitto perché erano ben polarizzate le identità. Le possibilità. I desideri. Le azioni. Tutto un mondo che non c’è più. Una rosa è tutto è tutto è tutto. Una rosa è niente è niente è niente. Riprendo la metropolitana. Linea verde. Almeno di questo sono certo.