Archivio di marzo 2009

Lo spunto di oggi – Elisabetta Bucciarelli, Piovono fiori dal cielo

lunedì 30 marzo 2009

 



    Posto in due puntate un racconto di Elisabetta. Nel quale dice la verità sulla propria vita e sulla propria esperienza dell’infanzia. Mi ha molto colpito, come sempre in questi casi mi viene in mente quel che dice Peter Del Monte: “Cercate lo stile e troverete la morte, cercate la vita e troverete lo stile”. Buona lettura, per me ne è valsa decisamente la pena…

 
PIOVONO FIORI DAL CIELO
(mai come adesso)

     6.30 del 24 Gennaio 1979. Guido Rossa, operaio sindacalista dell’Italsider di Cornigliano, saluta la moglie e la figlia sedicenne per recarsi al lavoro.
Viene ammazzato pochi minuti dopo, al volante della sua Fiat 850.
Volevano gambizzarlo ma uno dei killer torna sui suoi passi. Indietro, verso Rossa che forse, in una pozza di sangue, sta pensando di averla scampata. Rompe il vetro della macchina e spara due colpi al cuore.

“Colpirne uno per educarne cento”. Brigate Rosse.

Circa tre mesi prima Guido Rossa aveva denunciato Berardi, postino e fiancheggiatore delle B.R. attivo all’interno dell’Italsider, morto suicida in cella.

    L’autore materiale dell’omicidio è il brigatista Dura che il 28 marzo 1980 verrà ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia nel covo di Via Fracchia, insieme ad altri terroristi.

“Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività continua di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi ritrovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna”. Toni Negri
27 Gennaio 1979. Fa freddo. Sul treno il riscaldamento non va.

    E’ sabato, ho saltato la scuola. Nessun compito in classe nessuna interrogazione. Si poteva anche andare. Salto anche la partita di pallamano. Mi scoccia ma non si può dire. Ragazzina superficiale. Sono seduta in seconda classe, il treno è pieno. Mio padre ha scelto un regionale, da Milano a Genova fa tutte le fermate. Lui è vestito elegante, come se andassimo a un matrimonio, io troppo leggera come sempre. Le scarpe aperte di gennaio. Il cappottino. Un paio di jeans e un maglione. Ho i capelli lunghi, legati in una coda. Nessuna borsa. Non mi trucco. Non fumo. Mio padre guarda fuori dal finestrino, gli occhi all’orizzonte. Vede il mare e come quando ero piccola io o piccolo lui. Mi dice: “Ecco il mare”. Alzo gli occhi e vedo che sta piovendo. Acqua all’acqua penso.

    “Né il dolore dell’avversario mi colpisce: la giustizia proletaria ha la stessa forza produttiva dell’autovalorizzazione e la stessa facoltà di convinzione logica”. Toni Negri

Fa freddo. Mio padre stasera non dormirà a casa. Sono molti mesi che non dorme nel letto con mia madre. Dice che sono “I sabati delle Giuliette”. Ma non si lavora mica di notte, penso e non dico. Non so neanche dove dorma. Ogni tanto telefona. Di solito lo rivediamo il lunedì sera. Ma non è detto. Forse c’è qualcosa che non va con mia madre, ho troppi problemi col latino per occuparmi di loro e c’è già mio fratello da seguire. Ieri gli ho trovato una rivista pornografica nella cartella. Non so cosa fare, dovrei dirlo a mio padre.

    Magari domani.

“Non bisognerà, nei prossimi anni, nei prossimi mesi, temere di entrare nelle fabbriche, come reparti del lavoro produttivo sociale, per imporre agli operai di fabbrica, comperati illusi mistificati dalla pratica riformista, per imporre loro il riconoscimento della centralità del lavoro produttivo sociale. Essi ne fanno parte, non sono né sopra né sotto né a fianco: ci sono dentro essi stessi, devono riconoscerlo. Devono rientrare a far parte di quell’avanguardia del proletariato da cui riformismo ed eurocomunismo li hanno esclusi!” Toni Negri
E’ arrivata una telefonata.

    La donna dice “Ciao cara, sono un compagna di scuola di tuo papà puoi passarmelo per favore?”. Ho risposto: “No, papà non c’è”. Dice ancora: “Ma lavora all’Alfa tuo papà vero?”. “Sì all’Alfa” dico io. “Ma non sai quando torna?” chiede lei. “Verso le otto, anche più tardi” rispondo“Sempre alle otto?” richiede. “Non sempre”. “E al mattino, quando esce?”, si è fatta meccanica, vuole ottenere risposte che io non riesco a dare, o almeno non con la precisione necessaria, mi incalza. “Non so di preciso, alle sette e mezza”. “Tutti i giorni?” “Quasi sempre…”, “Dì a papà che ho chiamato, intesi?” “Va bene” chiudo e capisco che non conosco il suo nome. Nessun nome. Non me l’ha detto. Dico alla mamma. Lei mi fa ripetere tutto, quando torna, alle otto più o meno, lui ascolta poi mi guarda: “Se dovesse chiamare qualcuno tu non sai dove sono”.
“Ho capito che in questa società ci vuole ben più fegato a essere coerenti tutti i giorni con i propri ideali. E questo l’ho capito in fabbrica, negli anni difficili per noi comunisti, osservando certi compagni che in nome dei loro ideali mai si erano piegati alle prepotenze e alle angherie: avevano più coraggio loro attaccati a un tornio che io sulle grandi vette del Nepal”. Guido Rossa.

    Davanti a casa c’è un uomo biondo, con gli occhi azzurri come il ghiaccio. Da quando c’è lui non ci sono più spacciatori e non si trovano siringhe a terra. Periferia di Milano, case popolari a riscatto. Geometri, periti industriali, ragionieri. Figli di immigrati. Contadini. Artigiani. Uomini di fatica, ma con la rivincita sociale nei figli, che hanno studiato, che muovono le braccia ma anche la mente. Mio padre è uno di quelli.
L’uomo biondo ha una mitraglietta in vista. A tracolla.

    L’angelo dei padri, aspetta il mio tutte le mattine. Aspetta che esca dal portone, che sorrida, che entri in macchina, blindata. Poi sale sulla sua e lo segue. Questa mattina la macchina blindata, Alfetta duemila color panna non c’è. Mio padre se ne accorge guardando dalla finestra. E’ sicuro, era parcheggiata proprio davanti a casa. Non c’è più. L’hanno rubata. Prima dell’arrivo della mitraglietta. Stanotte. Le coscienze si lavano così. Con macchine blindate e mitragliette.

“Se qualcuno telefona e cerca di me, tu non sai dove sono”. Guido Rossa
(continua)

Lo spunto di oggi – Stratford on Avel e la durata del tempo

giovedì 26 marzo 2009

 



     Ci sono tempi che non sono mai riuscito a considerare né per la loro durata né per la loro distanza. Come il lenzuolo su cui dormi è solo la base dei sogni che fai, il tempo che scorre a volte è del tutto separato dall’intensità della vita. L’Italia da sopra è una serie di montagne ostinatamente innevate, è una sequenza di quella che città sarà, quante case ci saranno più o meno su quella collina, quanti chilometri circa quella strada… Perché non riesco ad abbandonarmi allo spettacolo senza contare case e chilometri, senza voler controllare tutto… non lo so, so che morirò così perché alla fine uno impara a conoscersi.

    Si va a 750 km orari causa un po’ di vento contrario.  Chissà se fosse a favore. Comunque ci abbassiamo su Napoli e il tempo si fa livido, nero. Ci comunicano che fuori è freddissimo. Possiamo ammirare la costiera amalfitana. Il mare è verde scuro, gli scogli rosso intenso. E’ di una bellezza da non credere. Dio l’ha creato d’inverno quel mare, poi – siccome l’uomo è un po’ lento a capire -  va a farci le ferie in agosto e d’inverno va in in montagna in cerca di guai.

     Silvia e Rossella mi aspettano all’aeroporto, e sotto una nevicata con raffiche mi accompagnano fino ad Avellino, dove incontrerò Vernicefresca, una meravigliosa, vitalissima scuola di teatro. Mi ci ha portato Max, facendomi il grande regalo di due giorni di riflessione con dei giovanissimi intorno ad alcuni fondamentali del racconto. Durante il viaggio mi riferiscono di una scuola che cresce nonostante la sordità cronica, grave e volontaria delle istituzioni locali. Fin qui tutto il mondo è paese e Avellino non fa eccezione. Che l’Italia vada avanti per la gente e non per i governanti penso che l’abbiamo capito proprio tutti.

    Il gruppo però è formato in modo anomalo. Tredicenni e ventiquattrenni condividono lo stesso corso. Sì, ho capito bene: lo stesso corso. Sono preoccupato per le parole che bisognerà usare. Come si fa a pensare che un ragazzetto delle medie e uno che fa l’università… ma ad Avellino mi accoglie il sorriso di Max, sempre serafico anche quando la situazione non ha niente di rassicurante. Lui ride e scherza, dice di non preoccuparmi e di fidarmi. Fidarmi di che ?

    La mattina dopo, primo giorno di lavoro. Alaska conclamata. Ho fatto 800 km per inseguire la neve. Eccoci qui, loro così eterogenei e io anche di più. Dopo quasi un’ora di lavoro fisico mi accorgo che non ci stiamo capendo. Fanno i compiti, niente di più. Comincio a premere un po’. Voglio vedere un branco di squali che viene avanti, invece vedo occhi che vagolano dappertutto. Non c’è una reazione immediata. E’ qualcosa di silenzioso e di graduale. Ma… cresce in modo implacabile. I tredicenni hanno la leggerezza della loro età e la determinazione dei killer. Alla fine diventano un gruppo veramente, gli adulti forse sono un filo più consapevoli.

    Inizia la parte di teoria. Una parte sterminata. I killer sono lì davanti a me, i tredicenni come gli altri seguono parola per parola e – cosa che mi lascia letteralmente sbigottito – fanno domande pertinenti, precise e con la ferma determinazione di capire fino in fondo. O sono effetti sconosciuti della diossina, o questo gruppo è il frutto di un lavoro straordinario. La sera al ristorante parlo con Nadia, la fondatrice e il cuore pulsante di Vernicefresca.  Nadia ha circa 45 anni, sposata con due figli, uno dei quali è uno dei tredicenni. Benvenuto a Stratford on Avel, mi dice. Tra i monti dell’irpinia serpeggiano un’ironia e un’eleganza che non ti aspetti. Nadia è una donna che conosce tutta l’amarezza e ha deciso che bisogna avere troppa passione per averne abbastanza.

    Il picco è per il giorno dopo, secondo e ultimo di lavoro. Affrontare qualche fondamentale sulla costruzione emotiva e psicologica del personaggio. Qualche esercizio un po’ forte, qualche passaggio che so già che sarà delicato. Dico a Max, continuando a non fidarmi: ecco Max, se succederà qualche casino, succederà adesso. Il lavoro chiede la messa in gioco – per forza – della propria emotività e di se stessi. Chiarisco che si tratta solo di una possibilità e che nessuno è costretto a farlo. Sto quasi per chiudere il momento, impaurito dai possibili sviluppi. Mi basta aver spiegato il percorso. Ma Max vuole rompere anche questa barriera. Fa l’esercizio per primo. Buca un muro. 

    E’ la volta del gruppo. I tredicenni cominciano piano e sembra finire subito male. Qualche lacrima, non è un lavoro facile. Poi sempre di più, tutti uno a uno vogliono passare da questo esercizio. Molti di loro vanno in difficoltà, ognuno di loro finisce contento di averlo fatto.  Il gruppo degli adulti si ferma, quasi in osservazione di quel che sta accadendo. Avevo davanti un branco di squali. Alla loro età non sarei stato in grado di fare quello che hanno fatto. Molto raramente mi è capitato di confrontarmi con un gruppo così forte, e comunque mai in contesti scolastici o civili. 

    La cena dell’ultima sera è quella della stanchezza, ma è una stanchezza così sana che sei felice di sentirla. Poi ci sono Silvia e Rossella che hanno preso in mano quel che Nadia ha fondato, 22 e 24 anni, sorriso da fatine e determinazione da Rambo. Avellino e il suo Comune forse continueranno a non sentire che esiste Vernicefresca. La sordità è l’ostacolo che incontra chi ha qualcosa da dire. L’ostacolo che il personaggio deve affrontare è il rovescio della sua identità. La mattina dopo riparto. L’aereo si stacca da terra e penso sempre che certi giorni siano lenzuola sotto i nostri sogni…

Lo spunto di oggi – Mostri in mostra

lunedì 23 marzo 2009

 



    Apro internet e arrivo direttamente sul sito dell’ansa, settato da me come pagina d’apertura. C’è Josef Fritzl  a volto scoperto, circondato da dieci poliziotti che lo proteggono dai fotografi. Qualche giorno fa era apparso seminascosto. Gli zoom si erano prodigati per trovare la linea tra il suo viso e l’interno della cartelletta che lo nascondeva, ed erano riusciti a cogliere qualcosa. Mano ferma, occhio preciso. Ora – di sua sponte – appare senza alcuna copertura in volto, gli occhi bassi. E naturalmente il mostro mostra una faccia assolutamente normale.

    Ci sono due cose che mi colpiscono. La prima è il suo cambio di atteggiamento. Il suo smettere di mascherarsi, di nascondersi. Perché è un movimento interiore, un cambiamento, e di solito il cattivo non lo immaginiamo capace di cambiare, non ce lo vediamo proprio avvezzo a riflessioni e ripensamenti. Mi sono chiesto cosa avrà pensato. Cosa si sarà detto di quelle immagini deprimenti che frugavano negli spiragli per cogliere il suo volto. Cosa avrà pensato di tutta quella voglia di vederlo in faccia ? Me lo chiedo perché è sempre una sfida per i narratori provare ad assumere un punto di vista socialmente non condiviso da nessuno, almeno non in modo evidente e scoperto.

    La seconda cosa che mi colpisce è il cordone umano che gli sta intorno. Ce ne vogliono dieci. Che in parte lo contengono e in parte lo proteggono, pareti umane di quell’antico labirinto di Creta che è sempre lo stesso e che erigiamo intorno alle zone più cupe e insondate di noi.  Un moderno Minotauro che si muove nei corridoi del tribunale. Polivalente, ambiguo questo muro umano. Non si capisce bene quale sia la ragione precisa per cui lo abbiamo eretto. Quella giuridica è del tutto evidente. Ma quella simbolica mi sembra alquanto intricata. I poliziotti sono dei nostri, e fanno da zona di decontaminazione. La divisa gli impedisce di essere infettati, la divisa è l’istituzione, è la forza dello stato e della nostra normatività. I poliziotti sono uomini come noi ma hanno una divisa che li fa diventare ciò che rappresentano. Sono noi più l’argine della legge e della forza.

    Torno a chiedermi il vero significato di assumere un punto di vista così difficile. Perché quel che fanno le fonti d’opinione più moderate in merito – il perdono, la comprensione, la compassione, la pietà - e quel che invece fanno i più  – la rabbia, la certezza della pena, i vari ‘vorrei vedere se fossero stati figli tuoi’ eccetera – sono accomunate da un fatto: rimanere distanti e distinte da lui. Perdonare o condannare significano sempre rimanere distinti. Non è questo che fa un narratore. Si tratta di cambiare inquadratura.

    E’ da lì che mi è nata la domanda. Dall’inquadratura rubata del suo volto. Non è difficile vedere la faccia del mostro, basta uno zoom. E’ molto difficile, invece, vedere il mondo con gli occhi del mostro. Improvvisamente avere davanti le pagine sfuocate della cartelletta, la penombra. E soprattutto non si tratta di affrontare il delitto e di perdonarlo o condannarlo. Si tratta – se si vuole assumere il punto di vista di un altro – di riuscire a configurarsi un mondo nel quale quei delitti siano fisiologici con la vita. Nel quale quegli atti siano la migliore delle possibilità di sopravvivenza.

    Ecco cos’è che è difficile. Non tanto il farsi un giudizio. Il giudizio è quel cordone umano che ci separa dal problema. Ma entrare nel mondo in cui quei delitti siano accettabili, sentire tutto che gira in modo da indicare in quelle attività una risorsa buona. Smettere di guardare lui, cambiare inquadratura e cominciare a guardare con i suoi occhi. Né condanna né perdono per chi racconta storie. Nei personaggi si entra e basta. Né giusto né sbagliato, perché giusto o sbagliato sono sempre tali rispetto a te: solo vero o falso, solo vivo o morto. Destabilizzante, pericoloso. E me lo chiedo: fino a che punto ho il coraggio di abbandonarmi allo sguardo di un altro?

    

 

Il libro di oggi – Girare difficile, di Steven Katz – II parte

giovedì 19 marzo 2009



    “Dopo pranzo vanno avanti con le riprese ma il produttore non è ancora soddisfatto dei dialoghi.  Il regista fa alcune modifiche e si ricomincia a girare. Sono le 14:20. Nella parte finale delle riprese, l’attore nel ruolo del detective ha problemi a muovere la sedia con le ruote nella giusta posizione e, anche quando ci riesce, ha l’aria di aver faticato molto.

    Si decide quindi di abbassare la sedia e di metterla su un dolly, dei macchinisti dal pavimento lo guideranno fino alla posizione desiderata. La sedia è stata montata e i tecnici provano il movimento alcune volte: il sistema funziona ma è inaffidabile. A questo punto si verificano dei problemi nella registrazione e si deve sostituire un cavo. Dopo questa correzione, il regista comincia a pianificare altre riprese. Sono le 15:30. Gira 12 riprese, fa alcuni aggiustamenti e ne fa altre 10. Se includiamo quelle della mattina arriviamo a 27 riprese complessive.

    Lo sceneggiatore arriva sul set e ascolta una delle riprese, la prima che funzioni dall’inizio alla fine. Fa notare al regista che una delle battute contiene un errore. Il regista, il produttore, lo scrittore e il supervisore dello script discutono per 15 minuti se l’errore sia o meno significativo, e alla fine decidono di cambiare la battuta. Sono le 16:30. Quando cominciano a riprendere, il dolly colpisce il piede dell’attore mentre si inclina in avanti, lui si chiede se stia sanguinando, e nel farlo perde concentrazione.  Il regista propone una pausa.

    Dopo l’interruzione si ricomincia, e alla fine si ottengono due riprese utilizzabili. Alle 17:30 si inizia a organizzare la copertura, una fase che richiede correzione delle luci per ogni singolo primo piano. Alle 18:30 uno dei macchinisti chiede quale gobbo abbiano utilizzato per il primo piano del detective, in breve realizzano tutti che l’attore ha letto le parti di dialogo che erano state tagliate. Il regista esamina la registrazione per quindici minuti prima di individuare la parte in questione e si accorge che avevano smesso di registrare appena un momento prima di quella ripresa. Sono intanto le 19:20. Ripetono il primo piano. Le riprese terminano alle 20:35. E’ stata una giornata di 12 ore.

    Questa situazione, che sembra riguardare una troupe piuttosto disorganizzata, è chiaramente rappresentativa del tipo di sorprese che possono verificarsi sul set. (…)”

    

    

Il libro di oggi – Girare difficile, di Steven Katz

lunedì 16 marzo 2009

 



     Sto finendo di leggere questo testo, ma non intendo parlarne qui perché si tratta di un testo molto tecnico e difficilmente raccontabile in un blog. Però ci sono alcuni spunti, fra i vari movimenti di macchina che vengono spiegati, che meritano una lettura perché possono essere persino divertenti. Soprattutto, se qualcuno non ha mai visto un set, si può fare un’idea di quel che vi succede normalmente.

    Ricordo ancora – parlo di sei, sette anni fa – una discussione con Giada a causa di una mia telefonata: “Un quarto d’ora e abbiamo finito”. Arrivai a casa più di tre ore dopo. Lei mi chiese qualcosa cui non sono mai riuscito a rispondere perché solo facendoci un giro dentro lo puoi capire: “Spiegami com’è possibile – mi disse – che una persona ritenga di avere ancora un quarto d’ora di lavoro davanti, e invece ne ha per tre ore”. Ecco, Steven Katz ce ne fornisce una spiegazione concreta. Per oggi arriviamo fino all’ora di pranzo.

    “La troupe si riunisce alle 8:00 in studio. Il cast arriva alle 8:30 e le prove iniziano alle 9:00. A causa dei cambiamenti dell’ultimo minuto nello script, il regista può decidere di aggiungere alla scena alcuni dialoghi. Mentre gli attori aspettano di conoscere le nuove battute, i tecnici sistemano le luci. Le prove procedono lentamente perché gli attori non hanno familiarità con i nuovi testi e il regista continua a fare modifiche. Intorno alle 10:30 la scena comincia a prendere forma.

     Il regista si accorge che gli attori stanno acquistando lo stile necessario e decide che proseguire le prove danneggerebbe soltanto l’esito della loro performance. Le controfigure per la prova luci arrivano sul set e il direttore della fotografia sistema l’illuminazione. Sono le 10:45. C’è una breve prova di luci e poi vengono chiamati gli attori. Le prove di questa fase richiedono circa 20 minuti, ma è evidente che il movimento finale sarà molto impegnativo.

    Il regista comincia a stabilire le riprese effettive ma agli attori mancano ancora alcune battute così decide di appuntare i dialoghi su alcuni fogli. Alla fine riescono a realizzare correttamente la scena in una sola ripresa ma l’operatore perde la messa a fuoco. Il regista rivede la scena registrata e nota che la coreografia finale della mdp non è esatta. Lavorano quindi a correggerla e a provare la nuova messa in quadro. Sono le 13:00, è ora di pranzo.”

(Continua…)

   

Lo spunto di oggi – Al cinema

giovedì 12 marzo 2009

 



    Poi si fa silenzio. Quando si sono spente le luci, e i bambini devono ancora soffiarsi il naso o mettersi comodi,  gli adulti hanno ancora un sms da mandare o una caramella per la gola da scartare. Tutti quelli che sono seduti in sala – pena severe rimostranze da parte degli altri – si mettono a tacere per guardare il film. Non che sia stato così rapido arrivarci. Non lo è mai a meno di non abitare di fronte alla sala. Nel panorama di quello che viene proiettato ti eri prima messo a cercare se c’era qualcosa che ti interessava.

    Guardarsi in giro, cercare una storia che abbiamo voglia di sentirci raccontare. Non è detto che il film che vedrai ti soddisferà, e fa parte del gioco. Un gioco serio. Perché quello che nutriamo è un desiderio profondo, e i desideri profondi molto difficilmente vengono soddisfatti davvero. Se hai sete bevi e la sete ti passa, ma se hai il desiderio di vivere esperienze intense che ti rimettano in contatto con te stesso, non è detto che funzionerà. E’ la differenza che passa, come insegnano gli psicologi, tra desiderio e bisogno.

    Spinti da questo desiderio – ognuno il suo – ci ritroviamo in macchina, cerchiamo parcheggio, magari piove o siamo in ritardo o non abbiamo prenotato e non sappiamo se entreremo. Insomma, oltre che un processo di scelta c’è anche una fatica proprio fisica. Il tempo che sta attorno all’andare al cinema supera quasi sempre la durata del film. Ma ne vale la pena, dato che più o meno continuiamo a farlo.

    Dunque la luce si spegne e la storia comincia. E ognuno di noi si riversa con la propria aspettativa nella stessa storia. Condividiamo una cosa importante: il silenzio che facciamo per poterla seguire. Non è poco, significa che riteniamo – tutti – che quella storia valga la pena di essere seguita, anche se certamente alla fine i nostri pareri saranno i più diversi. Ma quel silenzio è qualcosa di simile, forse, a quel terzo che fonda l’uguaglianza, che non siamo né tu né io, e che ci permette di comunicare. La storia che ci viene raccontata.

    Nella quale, naturalmente, sia tu che io ci rispecchiamo in modi e con sentimenti diversi, ma  della quale entrambi sentiamo il desiderio. In sala tutti insieme contemporaneamente assistono a un racconto, in un silenzio che fa terreno comune ma al tempo stesso permette a ognuno di entrare profondamente nella propria intimità e nelle proprie emozioni, pur seduto braccio  braccio con il vicino.

    Forse qualcosa di buono, questo tanto vituperato relativismo ce l’ha lasciato. Nel senso che non riusciamo più a condividere né fede né certezze – non solo con gli altri, a volte anche con noi stessi: divisi e incerti nel midollo delle nostre idee. Però sappiamo ancora desiderare.

    Si tratta di capire che questo atteggiamento consolatorio perenne  della società – non sei mai solo, 24 ore su 24 per ogni cosa, dai negozi ai programmi televisivi a tutto il resto -  è in realtà un attentato allo spazio che ci serve per ascoltare davvero come si chiama il desiderio irrisolto che portiamo dentro. Credo che alcune cose in questo senso andrebbero rivalutate. Naturalmente, per quanto mi riguarda, ogni via di racconto dell’uomo su se stesso: dal silenzio materico della scultura alla forma volatile della musica.

    Questo terzo che fonda l’uguaglianza e l’individualità di ognuno di noi, forse, potrebbe essere cercato proprio nel nostro desiderare. Credo che il relativismo abbia avuto il merito di buttare giù le risposte e il difetto di nascondere anche le domande. Magari è lì che stiamo, in quello che non siamo ancora riusciti a capire e a sentire.

 

Il libro di oggi – Il tempo della mente, di Erica Cosentino

giovedì 12 marzo 2009

 



    “Nel 1968 il neuropsicologo Alexander Lurija scrive del caso di “un uomo che non dimenticava nulla”. S. era capace di ricordare lunghe serie di numeri o lettere in modo preciso, anche a distanza di diversi anni  dalla presentazione della serie; ricordava fin nel minimo dettaglio tutto ciò che gli accadeva: ma a causa di questa straordinaria capacità la sua mente era ingombrata da rievocazioni esatte ma inutili di eventi e informazioni di poca importanza. Ricordare ogni aspetto di ogni singolo evento non è produttivo; Lurija scrive del suo paziente:

    (…) egli vedeva come attraverso una nebbia sottile, ed è difficile dire cosa fosse reale, se il mondo dell’immaginazione, in cui viveva, o quello della realtà in cui altro non era che un ospite provvisorio…

     Paradossalmente, ricordare tutto è come non ricordare nulla; se ogni memoria è pertinente nella stessa misura, attiva e viva in ogni momento allo stesso livello, non c’è passato ma solo un eterno presente e l’individuo diventa incapace di decidere e di agire. L’oblìo è, allora, una caratteristica di adattamento della memoria: solo alcuni elementi di alcuni ricordi sono pertinenti in certe situazioni; le altre informazioni vanno perse ed è proprio questo criterio di selezione che ci consente di sfruttare l’informazione tratta dall’esperienza passata per decidere e mettere in azione i nostri piani.

     Una questione rilevante è, allora, come facciamo a operare una tale selezione. Le emozioni sono il meccanismo che spiega come la nostra memoria opera una selezione sull’esperienza, sia alla codifica (le esperienze emotivamente “forti” sono ricordate meglio), sia – soprattutto – al recupero.”

       Sto leggendo con enorme interesse questo libro, e mi soffermo su questo frammento. Perché mi sembra che in gioco non ci sia soltanto il funzionamento della nostra mente, ma più in generale le nostre idee di limite e di prestazione. Mi sembra che tutto ci spinga – certo, anche una quantità di storie raccontate in un certo modo soprattutto dalla televisione e dal cinema – ad identificare la massima prestazione più a livello quantitativo che sotto il profilo qualitativo. 

    Ma questa considerazione di Erica Cosentino, e cioè che proprio l’oblìo è un grande alleato nell’estrapolare e definire le cose importanti dal flusso di tutte le altre, mi richiama visivamente alla messa a fuoco e alla profondità di campo. Più importanza ad una cosa significa meno importanza a qualcos’altro. Una sottolineatura qui è un alleggerimento là. Un’economia narrativa non può accettare eque ripartizioni perché in una storia le cose non sono mai importanti tutte allo stesso modo, nemmeno quando fossero “grandi” uguali, perché il punto di vista le posiziona e le dimensiona in modi diversi. 

    Dietro a questa spinta alla performance su tutti i fronti, i nostri limiti stanno lì – poco pubblicizzati e gelosamente nascosti -  insieme a tutto quello che possono dirci dei nostri personaggi e di noi.

 

 

Radiografie – Frost Nixon, il duello. Di Ron Howard

lunedì 9 marzo 2009

 



    Quando vado a vedere un film di Ron Howard non so mai se mi piacerà ma so che sarà in ogni caso un buon film. Ogni volta mi dà un senso di affidabilità che non so definire. E’ un campione di tecnica ma anche di senso del cinema. Un senso sviluppato a 360 gradi, dalla sceneggiatura alla recitazione, allo shooting e al montaggio. E’ sempre cinema che sa di completezza e di forza narrativa. E questo film non fa eccezione.

    Frost Nixon è una prova singolare per il modo di girare di Ron Howard, perché lo costringe a misurarsi con un linguaggio che sfiora il documentario, mentre la sua indole più conosciuta è un’indole spiccatamente narrativa e di fiction. Da Apollo 13 a A Beautiful Mind, da Cinderella Man a Il Codice Da Vinci, con alterni risultati siamo comunque sempre lontani da una narrazione documentaristica. Proprio Apollo 13, storia vera e quindi papabile di essere girata a tiro di realtà, è invece sviluppata molto di più sulle corde dell’epica.

     Qui il gioco si fa duro, e la lingua di Ron Howard diventa essenziale, la macchina è molto controllata ma sempre fluida, se non a mano su steadicam. In ogni caso, molto vicina alla vita. Ecco che il lavoro si sposta – per dare respiro epico – sulla sceneggiatura che come in una tragedia greca che divide la storia in stasimi, scandisce la linea narrativa in giornate di intervista. Come dire: sceneggiatura regolata alla stregua di un rito, come un incontro di boxe combattuto a parole e suddiviso in round, e regia quasi leggera – in realtà molto abile nell’impostazione della recitazione: da oscar i due attori principali.

    Qui dove sembra vedersi meno, la regia di Ron Howard è ancora più sapiente che altrove.  Dopo la parentesi imbarazzante del Codice Da Vinci, è finalmente tornato su ragionamenti sottili e su piani narrativi sofisticati. Ma sulla sceneggiatura qualche cosa di strano mi è sembrato di vederlo, e secondo me è il motivo per cui questo film è piaciuto ma ha anche lasciato fredda una parte del pubblico. 

    Quando si racconta una storia vera, la difficoltà  è che i fatti li conosciamo tutti,  ma anche che conosciamo soltanto quelli, e che il dolore interno del personaggio, il suo fatal flaw, è sempre oggetto di interpretazione personale e quindi spesso opinabile. Se una storia è il racconto dell’esperienza, e quindi dell’elaborazione interna di un evento esterno, la parte più decisiva da scrivere è quella dei fatti che non conosciamo all’interno della storia che conosciamo già dai giornali.

    In Frost Nixon c’è lo stesso problema di Apollo 13. Tutto perfetto e abilissimo, ma mancano i drammi interni dei personaggi. E’ solo ad un certo punto che Nixon – ubriaco, poche sere prima dell’intervista decisiva – chiama al telefono Frost.  E gli dice al telefono qual è la sua sofferenza profonda. Non aver studiato ad Oxford, essere snobbato perché di Cambridge, qualcosa che nessun successo placherà e risolverà mai. Per di più, nell’ultima intervista Nixon cede, e riconosce di aver tradito il popolo americano. Questo lo fa diventare grande, vincente, lo fa diventare il personaggio che amiamo. Frost rimane chiuso nella sua faccetta da furbo, nel suo successo superficiale, senza nessun calore. Nixon fa un cammino, un percorso. Amiamo sempre chi cambia, amiamo sempre chi cede e modifica le posizioni precedenti. Questo fa di Nixon, apparentemente massacrato dal film, il vero grande eroe della vicenda.  

    Di per sé questo non sarebbe un problema di sceneggiatura. Va benissimo, è una scelta. Il pubblico però – coinvolto dal modo strepitoso in cui è portata avanti la narrazione – alla fine rimane anche lievemente disorientato. Non capisce più il panorama dei valori. Il che – aggiungo – potrebbe essere ancora una volta un pregio dello script. Il punto problematico è semplicemente che noi partecipiamo dell’azione di Frost contro Nixon, lo seguiamo nei suoi sforzi, nel suo percorso di sfida contro tutto e tutti, e poi alla fine ci rendiamo conto che dall’altra parte c’era l’uomo vero, che era Nixon il nucleo veramente drammatico e poetico del film. Tutto qui. E’ una costante dei film di Ron Howard: sono solidi, strepitosi e sono grande cinema, ma spesso sono come appoggiati male sul dramma dei personaggi, c’è spesso qualcosa che non funziona internamente fino in fondo.

    Rimane comunque un film da vedere. Assolutamente. Ci parla di Storia, di storie, fa cinema, emoziona, coinvolge, fa venir voglia di rimettersi a studiare. Meglio di così…

 

 

Lo spunto di oggi – Taxi

giovedì 5 marzo 2009

 



    Montorso Vicentino scorre fuori dal taxi. Capannoni in vetro e gasbeton, vigneti tagliati da strade nuove, una pianura di campi puntellata di autovelox e semafori. Qualcosa c’è ancora,  di quello che c’era un tempo, qualcosa è come dimenticato. Lui è al suo ultimo giorno di lavoro. Ci chiede la cortesia di fermarsi. Deve riconsegnare la licenza che ha affittato. Chiude con noi. Ha bisogno di dirlo, al mio compagno di viaggio e a me. Il mio compagno di viaggio è un attore giovanissimo, alto circa 1,90, fisico trasparente e lineamenti sottili.

    Così se Dio vuole anche questa è finita. Ha i capelli bianchi sporchi, spettinati. Non sa come scusarsi per la piccola deviazione. Faccio partire il tassametro tra un po’ così andiamo in pari.  Ma l’amico della licenza non c’è. Doveva aspettarlo lì ma non si vede. Se lo scusiamo  prova a passare in sede. E’ un commiato, e mi viene in mente che siamo dei privilegiati: l’inizio e la fine sono l’inaugurazione del tempo e la raccolta del senso. Fa un certo effetto essere il cliente di chiusura di tutta una storia.

    Non possiamo esimerci e annuiamo. Attraversa la strada correndo, le spalle curve di un uomo ancora troppo giovane per essere così stanco. Non sa come ringraziarci. Prima non sapeva come scusarsi ora non sa come ringraziarci. Mi guarda dallo specchietto. Un occhio verde che dev’essere stato capace di sguardi e che ora è letteralmente disarmato. E’ che qui è troppo dura. Troppo dura. Puoi stare in macchina anche un’ora e poi fare una corsa da sei euro. Con i tempi che corrono il taxi non lo prendono più.

     La nuova rotonda, poi un pezzo di ponte, poi un’altra rotonda nuova. Io prima avevo la licenza mia. Poi l’ho venduta, volevo aprire un’altra attività. Poi l’attività è andata male perché adesso va male tutto, e allora sono finito in una cooperativa per il lavoro. Ho fatto di tutto, i lavori peggiori che uno non vorrebbe fare mai. Poi sono riuscito a riottenere una licenza in affitto. E oggi l’affitto scade. Guardo distrattamente il mio compagno di viaggio, è serio e lo ascolta ma non sente il punteruolo nello stomaco che sento io. Non sono meglio di lui, sono solo più vecchio, e né io né il taxista siamo mai stati belli come lui.

    E poi non sembra ma certe cose cambiano anche le relazioni. Allora magari anche la moglie non ti sopporta più nemmeno per mettersi a tavola. Perché ho venduto quella licenza. Ecco cos’è: sono gli zigomi così tesi che lo rendono livido e vecchio. Ho cinquant’anni, cosa faccio? Cinquanta con l’aggiunta di tutti i silenzi. Cinquanta meno tutte le parole che non ci sono più, che non bastano a spiegare la depressione che lo costringeva a fermarsi, scusarsi con il cliente, chiamare un collega. Il panico della strada di cui non è mai venuto a capo. Lui e la moglie hanno perso i genitori in poco tempo e questo è stato il risultato su di lui.  Se non avessi venduto sarei morto.

    E’ stato coraggioso a vendere, provo io. Ha fatto bene.  Ha scelto di provarci. Se non l’avesse fatto magari oggi si accuserebbe di essere rimasto al palo, con un taxi che per quanto suo oggi avrebbe comunque reso di meno. E poi mi scusi sa, ma la partita non mi sembra finita. Ha cinquant’anni. L’occhio verde mi sbircia dal finestrino. Poco sotto ha un piccolo neo nella stessa posizione di De Niro. Ha portato migliaia di persone dove dovevano andare e ha smarrito la propria meta. Sento nello stomaco la possibilità continua che questo accada anche a me. E’ che così non si ha nemmeno tanta voglia di tornare a casa sa.  Sì, ho letto da qualche parte che in effetti per trovare la via di casa bisogna avere una casa.

     Aspetti ma lei diceva Montorso? No perché allora… oh mamma mia… Eravamo persi. Gasbeton e vigneti. Ovunque. Ci abbiamo messo un’infinità. Si scusa. Si scusa sempre. Anzi, non sa nemmeno come scusarsi. Trova un accordo di massima con il nostro cliente che lo paga, e dimezza la cifra. Mi sono perso, scusate. Prendo la valigia e il computer. Il cast di giovanissimi attori è pronto a iniziare le prove, madido di futuro. Ho ancora il tempo di uno sguardo: ci siamo persi insieme. E ora siamo qui.

      

Lo spunto di oggi – La scommessa di Nasreddin

lunedì 2 marzo 2009

 
 


    Ecco una storia esemplare di come una storia non sia mai soltanto una. Credo che non valga solo per i nostri racconti, ma anche per quello che viviamo ogni giorno. Se per un momento non ritenessimo la nostra storia l’unica esistente e il nostro punto di vista l’unico plausibile, il senso delle cose potrebbe cambiare o addirittura ribaltarsi… Questa è la saggezza di Nasreddin, eroe straordinario che ci richiama sempre a riesaminare le nostre certezze.

    “Mentre si lamentava come sempre della sua povertà, una sera Nasreddin diede una festa a casa sua, una festa tale che l’eco della sua magnificenza giunse all’orecchio del califfo. Questi mandò a chiamarlo e gli chiese quale fosse la provenienza del denaro occorrente per una simile festa. 

- Faccio scommesse e vinco, rispose Nasreddin.

- Ma che cosa scommetti ?

- Non importa cosa.

- Saresti disposto a scommettere con me ?

- Immediatamente, rispose Nasreddin.

- Dieci monete d’oro ?

- Dieci monete d’oro.

- E tu che scommetti ?

- Scommetto che domani mattina, quando ti alzerai, avrai un grosso foruncolo sulla natica destra.

    Scommessa fatta. L’indomani mattina, dopo una notte agitata, il califfo constatò, al suo risveglio, che non aveva niente sulla natica destra né su quella sinistra. Mandò a chiamare Nasreddin e gli comunicò che aveva perso la scommessa.
    Nasreddin chiese di poter verificare. E la cosa fu fatta. Il califfo si abbassò velocemente i pantaloni e mostrò le natiche a Nasreddin, che riconobbe di aver perso ritirandosi in silenzio.

    La sera stessa il califfo venne a sapere che Nasreddin dava una festa ancora più sontuosa della prima. Mandò a chiamarlo e gli chiese, abbastanza scontento, le ragioni di questa sorprendente allegria.

- Molto semplice – gli rispose Nasreddin – avevo scommesso cinquanta monete d’oro con il tuo visir e ho vinto.

- E che cosa avevi scommesso ?

- Che stamattina, se fosse venuto abbastanza presto e si fosse nascosto dietro una tenda, avrebbe visto il califfo mostrarmi il sedere.