Archivio di aprile 2009

Lo spunto di oggi – Ci vediamo presto

lunedì 27 aprile 2009

 



    Bene, dopo una preparazione di un anno e mezzo è arrivato il momento di un lungo impegno lontano da casa. Fino alla fine di giugno non potrò seguire questo piccolo blog. Anche se spero di trovare qualche spiraglio per farmi vivo ogni tanto, perché poter condividere riflessioni e spunti con chi ha la gentilezza di seguirli è stata una fortuna per me. Mi auguro che questo sarà un tempo sereno per tutti, che tutti possiamo leggere ascoltare intuire e raccontare cose belle e che tutti possiamo cambiare il nostro sguardo in qualcosa di nuovo.

Abbraccio tutti. Ci vediamo presto…

 

Radiografie – Wall – E, di Andrew Stanton

giovedì 23 aprile 2009

 



    Grazie alla voglia di rivederlo dei miei figli, ho avuto la possibilità di recuperare uno dei film più attraenti tra quelli che come sempre mi ero perso. Ormai sapevo molte cose di Wall – E. Soprattutto mi avevano detto di questo primo atto quasi senza battute. Un po’ incredibile per essere un film per bambini. Ma il primo atto è in effetti così, con pochissime battute, e man mano che scorre mi stupisce proprio questo: come riesca ad essere un film per bambini. Anche non volendolo caricare di eccessivi significati, anche non volendo pensare che certe atmosfere risuonino nelle loro valenze metaforiche a livello cosciente per un bambino, rimane che la desolazione della Terra abbandonata e ridotta a deposito di rifiuti per tutto quel tempo è di fatto un peso narrativo enorme.

    Però, funziona. E più va avanti più senti che funziona dentro e che lavora su qualcosa di autentico. Questa Terra nella quale nessuno vive più e le relazioni sono quindi impossibili, nella quale altro non resta che stoccare i rifiuti di relazioni gestite male con gli altri e con l’ambiente, ha poco a che vedere con un luogo esteriore credibile e molto, invece, con uno interiore che conosciamo bene. E’ un panorama di solitudine, un cuore aperto davanti a noi, nel quale qualcuno si muove. Un pezzo di metallo sporco e malridotto. Ma comunque un corpo, una presenza con un compito che esegue senza porsi problemi: lo stoccaggio dei detriti.

     Wall E ha pezzi di scorta che usa per riparare se stesso, si ricarica, fa manutenzione di sé. E’ un po’ ammaccato, è sporco, è materico. Anche il sound design sottolinea ogni passaggio della sua fisicità. Finché un giorno arriva Eve, la sonda mandata dagli umani ormai fuggiti da molti anni per vedere se sulla Terra le condizioni siano tornate vivibili. Eve cerca qualcosa di vivo, una piantina, che possa dare questa conferma. Ci appare bianca, sibilante, con testa e braccia scollegate dal corpo, unite da una sorta di campo magnetico. E’ fluttuante, elegante, leggera, veloce. E’… un’anima. Quanto di più lontano da Wall – E, quanto di più complementare a lui.

    Il corpo recupera il rapporto con il proprio spirito e da questa danza relazionale nasce finalmente un essere completo. La fisicità di Wall E permette a Eve di entrare in contatto con il pianeta, e alla fine anche di trovare ciò che cerca. La piantina – appena trovata – viene introdotta da Eve dentro di sé, e un led luminoso ne segnala la presenza interna al suo corpo: fulminante immagine di un concepimento, di una relazione felice che dà vita a una vita, è una delle scene cardine del film. La vita ricomincia perché sulla Terra sono ricominciate le relazioni. La piantina esiste perché viene vista da Wall – E e riconosciuta come importante da Eve. Le cose esistono nella misura in cui le realizziamo.

    Si gioca qui il cuore della storia: il mondo ha bisogno che l’uomo stia lontano per molto tempo, deve disintossicarsi dall’uomo per poter ritornare vivibile. Ha bisogno che altri generi, non quello umano, riscoprano le relazioni autentiche. Un piano narrativo così congegnato mette i bambini nella condizione di non riconoscersi negli uomini e di riconoscersi, invece, nei due piccoli robot. E.T. faceva più o meno lo stesso gioco quasi trent’anni fa. Con il passaggio intermedio del bambino. Qui invece non ci sono più ponti, non ci sono intermediari. Ma i trent’anni che sono passati da E.T. sono stati decisivi in questo, oggi computer e robot sono parte della nostra quotidianità.

    La scintilla che scocca per l’incontro tra due esseri viventi – perché di questo si tratta nel gioco del film – illumina anche gli esseri umani ormai disumanizzati. Ridotti a meri consumatori, atrofizzati nella loro capacità di essere curiosi,  alienati dalla propria fisicità e ormai stranieri ad ogni tipo di contatto diretto, vedono il mondo attraverso schermi e ubbidiscono a freddi comunicati emessi dagli altoparlanti. In tutto questo sembrano anche divertirsi, sono presi da telefonate e divertimenti, ma non sono più in grado di incontrarsi davvero. A causa del disordine che Wall-E provoca, gli schermi saltano e le mani degli uomini riscoprono il contatto. Alla fine è un film sul recupero della memoria, e quindi di noi stessi.

    E’ proprio il nostro piccolo eroe, prima del finale, a dover attraversare lo stesso percorso sul quale ha condotto gli altri. Disattivato, scarico, quando grazie a Eve viene riattivato, non ricorda più chi è né come si chiama. Alla stregua degli uomini, anche la sua memoria di sé rischia di diventare detrito da stoccaggio. E’ il contatto fisico con Eve che lo riaccende, che lo riattiva dove nessun chip potrebbe far nulla. Perché – come è giusto che sia – lo spessore del film sta anche nel fatto che questo piccolo robot non sia un eroe senza macchia e senza paura, ma uno come noi, anche più debole di noi, che perde se stesso alla stregua degli altri. E che viene salvato dalla relazione, si identifica grazie alla relazione. E’ con questo contatto e con questo risveglio che il film si avvia alla conclusione. Memoria, identità. Guardo scorrere i titoli di coda, altra piccola chicca, e mi viene in mente una cosa semplice: noi siamo l’esperienza dell’altro che ci tocca.

Lo spunto di oggi – Giorgio Ruffolo, l’ideale impossibile

lunedì 20 aprile 2009

 

     Pesco dalle carte appoggiate sulla scrivania, tra le cose “da leggere” che si accumulano impietosamente. Questo è uno stralcio di un articolo apparso su Repubblica il 9 marzo 2009, intitolato “L’economia e il ritorno alla morale”. Mia madre me l’aveva passato e adesso che riesco a guardarlo mi rendo conto che si tratta di un pezzo importante, e mi piace ri-condividerlo qui, con chi magari l’avesse perso allora.

    “Trent’anni fa un giovane economista inglese, Fred Hirsch, poi immaturamente scomparso, pubblicò un libro intitolato I limiti sociali dello sviluppo. Era un libro elegante e intrigante, che affrontava allora il cuore di quello che è poi diventato il problema della crescita. (…) Hirsch era un disincantato economista liberale e non incline alle prediche. Ma sapeva bene che le due forme tipiche del capitalismo, l’impresa e il mercato, non possono tenersi insieme se non sulla base di una legittimazione morale: che può essere la pietas cattolica, la grazia calvinista o la simpatia di Adam Smith. Ciascuna di queste “passioni”, religiose o laiche, pone limiti al comportamento egoista. Limiti logici, prima che morali: come quello dell’impossibilità che tutti possano “stare meglio degli altri”. Quei limiti impediscono che il comportamento egoista, varcando i limiti della logica, diventi distruttivo.

    Ora, proprio questo è avvenuto nelle due grandi crisi che hanno investito il capitalismo moderno, quella degli anni Trenta del secolo scorso e quella attuale. E’ avvenuto che l’avidità e il successo individuale sono stati eretti a principio collettivo: l’ideale impossibile che tutti possano stare meglio degli altri. Il che ha indotto istituzioni severissime, come le Banche Centrali, a praticare politiche di indebitamento sconsiderate, che a loro volta incoraggiavano comportamenti irresponsabili scorretti o criminosi da parte di amministratori, dirigenti, consulenti, di ogni ordine e grado.

    E’ significativa l’analogia tra guasti ambientali e guasti morali dell’economia. Entrambi discendono dall’insostenibilità di comportamenti distruttivi: degli equilibri naturali nel primo, degli equilibri etici nel secondo caso. Ma questa insostenibilità non è il risultato di una patologia del sistema. E’ invece il frutto di una esasperazione della sua logica. La logica del capitalismo è l’accumulazione. La quale è per natura illimitata. Si dovrebbe dire, più propriamente, sterminata. Ed è una logica impossibile, quindi illogica.

    E’ la logica della sterminatezza che sta alla base sia dei disastri ambientali che di quelli finanziari. E dovrebbe essere venuto il momento di opporre a questa logica dissennata l’etica dei limiti. Di combattere la vergogna criminale dei paradisi fiscali. Di limitare la “creatività” delle scommesse finanziarie. Di rallentare i movimenti di capitale speculativi. Di reintrodurre politiche dei redditi che proporzionino lavoro e produttività. Di introdurre misure di decenza nella sfrenata corsa delle rendite manageriali. Di osservare proporzioni programmatiche nella dinamica rispettiva dei consumi pubblici e di quelli privati. 

    Insomma, di realizzare una “moral reentry” dalla follia che ci ha condotto a questo passo. E che non riguarda solo l’economia, ma anche e soprattutto la politica. (…)”

 

Lo spunto di oggi – Interpretare

giovedì 16 aprile 2009



    Leggo da un testo di cui parlerò più avanti che Adorno scrisse: “Interpretare una lingua vuol dire comprenderne il significato, interpretare una musica significa fare musica”. Naturalmente mi colpisce subito il nesso con l’interpretazione di un personaggio in un film. Il nesso che non va mai perso di vista, continua l’autore, è quello fra senso e decorso. Il senso di ogni singolo fatto della nostra vita che interpretiamo  concretamente come  protagonisti, e quello che interpretiamo come esegeti di noi stessi. Cercare il senso in ogni evento, vivere il decorso degli eventi in piena consapevolezza.
   
    Trovo questa una mirabile sintesi di qualcosa intorno alla quale continuo a girare senza mai riuscire a stringere: il legame profondo che c’è in una storia fra gli eventi che muovono la trama e il loro incidere nell’interiorità del personaggio. Mi sembra che sia un percorso di maturazione, in una storia come nella vita.

     E’ un periodo in cui tutto mi parla in questo modo. L’altro giorno Giada mi riferisce qualcosa che uno psicologo del suo ospedale ha detto circa la morte. Temo di non essere preciso perché era di un’esattezza luminosissima: non bisogna mai fidarsi – mi pare dicesse – di chi si avvicina alla propria morte con una serenità priva di emozione, di chi dice che ha accettato, che è tutto a posto e che va bene così. Quella sembra serenità, ma rischia di essere solo una difesa. La serenità va bene ma non scollegata dall’emozione per qualcosa che ci riguarda interiormente in un modo così definitivo e incisivo.

    E’ vero che succede. Interpreti del senso della nostra vita, assenti dai fatti che ne costituiscono il decorso. Paura? Inconsapevolezza? Pigrizia? Non so. Ma so che a volte la pancia viene tenuta lontana, filtrata, rifiutando così ogni valore interpretativo all’emozione. Quando un personaggio è inconsapevole vive le proprie emozioni come l’impulso sufficiente  a compiere qualsiasi azione: odia qualcuno quindi lo tratta male, ama qualcuno quindi tenta di piacergli. Nel percorso di crescita che è destinato a vivere, lentamente trasforma il suo modo di vivere le emozioni: da semplice impulso a dire e fare a ricezione profonda di quello che gli succede dentro.

    Forse  quando smettiamo di considerare ordini quelli che le emozioni ci trasmettono, quando cominciamo a leggere le emozioni come informazioni preziose, è un momento chiave, un tempo magico davvero della nostra crescita. Forse quello è il momento in cui diventiamo capaci di interpretare il nostro modo di interpretare la vita. In cui eroe e mentore si toccano dentro di noi in un equilibrio mai stabile, esposto allo schiaffo dell’imprevisto e del divenire, quando diventiamo – come direbbe Fossati – preparati a cadere e a tutto quello che si impara.

     Sono quasi le sei di mattina. Dormono tutti. Vedo la luce di quest’alba d’aprile entrare dalla finestra e tagliare come un rasoio i contorni delle cose. C’è una bellezza trasparente in ogni dettaglio. Oggetti lasciati in disordine, oggetti inutili che in momenti così diventano necessari: la biro sul tavolo non è mai stata così vera, né mai così lontana dal suo essere semplicemente una biro. E’ parte di questa bellezza che passa, è memoria, è già una frazione di identità. Senso e decorso. E’ solo una biro sul tavolo. E’ senso, è decorso.

    

    

Lo spunto di oggi – Fermo restando

lunedì 13 aprile 2009


    Luca Coscioni diceva che questo è uno strano paese, nel quale il Presidente del Consiglio fa i miracoli e il Papa le leggi. Assisto anch’io come tutti al rovesciarsi di qualunque cosa nel suo contrario. Terremoti materiali e semantici dalle imperscrutabili conseguenze. Sulle macerie a L’Aquila piombano gli autori del nostro cinema, armati di camera e tanta tanta sensibilità.

    Un terremoto – questo semantico – perché di registi e macerie era fatto anche il nostro neorealismo, e la realtà era così forte che si imponeva da sola al racconto. Oggi le macerie non sono più di mattoni. Prima ancora di finire la loro corsa verso il suolo sono già format, speciali, palinsesti, lungometraggi, docufiction.

     Osservo tutto questo fermento in attesa di assistere agli struggenti film realizzati in quei drammatici giorni. Limito le parole e rinuncio alle immagini, rimanendo ancora una volta disorientato dall’ambiguità dei segni quando le “scatole” che li contengono sono malate – o mi sembrano tali. Forse è una posizione comoda, me ne rendo conto. Ma – sinceramente – non me ne viene un’altra.


Lo spunto di oggi – Un violinista nella metro

giovedì 9 aprile 2009


 



    L’amica Leila mi inoltra questa mail che circola un po’ in questi giorni. Una volta tanto, sulla fiducia dell’amica, decido di leggerla, contrariamente a quanto faccio di solito con le mail inoltrate a catena. E’ il resoconto di un esperimento del Washington Post. E  l’ho trovato estremamente interessante.

     “Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.
Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia.

    Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo
dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi
continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo guardò l’orologio e ricominciò a camminare.
Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo.

    Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.
Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne’ ci fu alcun riconoscimento.
Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari.

    Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell
fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.
Questa è una storia vera. L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.
La domanda era: “In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”.
Ecco una domanda su cui riflettere: “Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?”.

Lo spunto di oggi – Chi è di scena

lunedì 6 aprile 2009

 



    Arrivo di notte, poco dopo la mezza, inutile dire del clima e del freddo. Il navigatore mi guida indifferente all’ambientazione spettrale nella quale mi sto muovendo.  Paesino vicino a Bologna, campi e stradine con fossi. Un agriturismo. Poco sopra la mia testa si leva in volo un magnifico aereo pieno di lucette e finestrini al di là dei quali c’è già un posto lontanissimo. In questo gli uomini sono superiori agli Dei: gli uomini sono dentro ai dolori, gli Dei al di sopra. Erodoto, se non ricordo male. Congedo così l’aereo e torno alla mia stradina incerta. Si tratta di trovare il numero 30 in un deserto. Non è che non trovi il 30, è che non c’è traccia nemmeno delle 29 costruzioni che un 30 lascerebbe immaginare.

    Il navigatore asserisce che siamo arrivati, ma davanti a me c’è un cancello sinistro in mezzo a uno sterrato sul quale campeggia un bel 28. Se i numeri partono dal centro basta uscire un po’. Eh… ma come si fa a uscire dal centro di un deserto ?  La questione si fa esistenziale e decido di buttarmi. O di qua o di là. E mi va bene, ecco il 30. Altro cancello desolato. Come Brad in Rocky Horror Picture Show avanzo piano. Mi hanno lasciato le chiavi accanto al cancello sotto il citofono. In una busta. Di buste ce ne sono due. Penso epico: l’altro non è mai riuscito ad arrivare. Ma io sono qui e arriverò fino in fondo.

    L’agriturismo è oltre il cancello, riprendo la macchina, mi fermo davanti. Apro la porta di ferro con la prima chiave. Un cartello scritto a mano con grafia femminile e aggraziata: chiudete senza sbattere e sinceratevi di aver chiuso. Apro una seconda porta, finalmente in Reception. Altro cartello aggraziato scritto a mano: In caso di necessità, se è notte potete bussare alla stanza 1. In ogni caso quando partite lasciate la chiave della camera sul banco.

     Corridoio dopo tre scalini. Cartello: Ricordate di non arrecare disturbo. La mia camera è la 2, e davanti alla porta della 1 ci sono un paio di pantofole. Faccio più piano che posso per non disturbare, indifferente al nuovo aereo che sta transitando a pochi metri dal nostro tetto. Apro la porta della mia camera: se ogni cosa vuoi trovare, al suo posto la devi lasciare. Manofelice se la sverseggia di rima. 

    La mattina dopo sono in teatro. Riprese dello spettacolo per ragazzi. Piazzo la camera, provo i settaggi minimi che si possono provare in queste situazioni. Arriva l’uragano dei bimbi. Dopo qualche minuto si palesa il boss della sala e delle attività teatrali locali. Mi raccomando bambini: la pipì l’avete fatta a scuola, adesso non vi scappa più, e se vi scappa la tenete fino alla fine dello spettacolo, va bene ? Stupito dal piglio rimango in ascolto.

    E sulle poltrone del teatro si sta seduti normalmente, altrimenti chi è dietro non riesce a vedere. Perciò nessuno si alzi o faccia cose strane ci siamo capiti ? Schiena diritta appoggiata allo schienale che è lì fatto apposta.  L’occhio non può non andare a un bambino piccoletto dotato di carattere quel giusto, che si mette esattamente nella posizione indicata e mostra alla maestra la sua inevitabile vista su schienale davanti. E se avete domande da fare… E se avete fame… E se c’è qualcosa che non capite…

    Agriturismi, teatri. Luoghi di riposo e di riavvicinamento alla terra e alla parola.  A contatto con l’orto cento metri sotto la pioggia di carburante dell’aereo che decolla ogni dieci minuti. Libero di vivere un’avventura inchiodato alla sedia e trattenendo la pipì. Vita rurale con regole da condominio scritte sui muri con rime malferme. Mi hanno detto che in quell’agriturismo hanno tolto il bancomat. Troppo costosa la gestione, e non ci sono molti clienti. Nemmeno a teatro. Riparto pensando che forse non è solo crisi. Forse ci sono alcuni valori – la cultura e la natura – di cui abbiamo bisogno ma che maneggiamo male.

    Il punto è che non riusciamo a non addomesticare. Addomestichiamo l’emozione dei bambini di fronte alle storie, addomestichiamo la Natura e la condotta che vi si deve tenere in favore dei cittadini che vogliono “viverla”. Le leggi della natura come mi sono state raccontate da chi l’ha vista quand’era diversa – andare a scuola con gli zoccoli nella neve come mia suocera, pescare trote come mio padre su torrenti oggi avvelenati – non hanno a che fare con il bon ton.

    Il teatro rappresenta, la natura vive. Se addomestichiamo la vita va da sé che ne addomestichiamo anche la rappresentazione. La cultura di cui ci stiamo nutrendo mi sembra sempre più precotta,  fatta di bocconi standard per bocche standard. Dieta indifferenziata perché dell’addomesticare fa parte l’omologare. Ci vuole pesce che non sappia troppo di pesce, uova che non sappiano troppo di uova. Idee che non sappiano troppo di idee…

Lo spunto di oggi – Piovono fiori dal cielo, II parte

giovedì 2 aprile 2009



    Mio padre è dimagrito. Molto. Abbracciandolo riesco a toccarmi le mani. Mai successo. E’ ringiovanito, scattante, adrenalinico. Capisco dopo. Mi sveglio una notte e sento odore di ferro. Lo trovo sulla poltrona che sta pulendo una pistola. “Cosa fai con la pistola?”
“Niente, la sto pulendo. Tu vai a letto.”
Ha rinnovato il porto d’armi. Sparava bene quando faceva il militare. Poi una scheggia gli ha bloccato il mignolo destro. Ma spara bene anche adesso. Al poligono. Io sono contro le armi. Una pacifista. La prof di lettere dice che sono un animale politico. Vado alle assemblee, ma capisco poco.
    Non sempre riesco a mettere insieme le cose.
Mio padre tiene la pistola chiusa in un borsello marrone. Lo porta con sé, lo afferra con una mano, tenendolo per una cinghietta. Non sempre lo prende, a volte rimane nell’armadio dietro ai vestiti. Io so dove è, mio fratello più piccolo no. Penso di prendere quel borsello e di buttarlo via. Penso anche altre cose. Quando entra in macchina lo appoggia sul sedile a fianco. È talmente inarrivabile che non riuscirebbe neanche ad aprire la cerniera per prenderla, neanche a togliere la sicura.

“Finirei per farmi male da solo. O per far male a qualche collega…”. Guido Rossa

    Vado al tennis. Con la racchetta in mano taglio nei prati, cammino veloce, poi corro. Dietro di me qualcuno. Mi sta seguendo, è sempre più vicino, si mette a correre. Poi quando mi giro per guardare dov’è, lui si ferma di colpo. Io proseguo e arrivo. Affannata. La sera racconto a casa. “Va tutto bene”, mi dicono. “Fa il suo lavoro.” E scopro che tutto quello che sto dicendo e facendo è sempre sotto lo sguardo vigile di qualcuno. Che mi segue, origlia, verifica le mie telefonate. Arrossisco e mi sento violata.
    “Quando le cose si devono fare, si fanno…” Guido Rossa

Stava su le notti. A scandagliare nomi e cognomi nelle liste. A cercare quelli più vicini alla pensione, quelli senza figli, quelli che… Diceva: “Quando le cose si devono fare, si fanno”. Un direttore sporco di grasso, che si ostinava a rovinare fazzoletti bianchi e pantaloni eleganti. Perché in fabbrica ci stava e conosceva le persone per nome. Non è l’uomo che si vuole colpire ma la divisa.

“Ho visto Berardi…” dice Guido Rossa.

Piovono fiori dal cielo. Li lanciano al passaggio della bara. L’odore della pipa di Lama in mezzo al freddo e all’umido è quasi l’unica cosa che mi ricordo. Poi la faccia di Berlinguer. Poi gli ombrelli, talmente tanti e neri che come corvi mi oscuravano il cielo. E pioggia, tanta. E tante mani. E tanti che ancora non capiscono, come me. E fiancheggiatori, simpatizzanti, amici, sostenitori, spalleggiatori, linguelunghe.

    Lo Stato. I Comunisti. I poveri, i quadri, i dirigenti, i direttori. I figli e le madri. Mi guardo intorno. Non distinguo le facce, i pianti, gli applausi.

“Se il gesto civile di Rossa non fosse stato troppo isolato; se attorno si fosse formato un cemento per sorreggerlo;…” Luciano Lama

Quando entro a scuola tutte le mattine è quasi l’ora. Il momento in cui la radio e la televisione danno il bollettino di morte. A volte rimango sospesa ad aspettare. Altre volte telefono a casa. Qualche volta vengo chiamata in presidenza: “Tuo padre sta bene. Non è lui”. Il suo collega, un giudice, un giornalista, un politico, un suo collega, un giudice, un operaio, un magistrato.
“Gambizzato”
“Morto”
“Rapito”

    Pietà l’è morta.

“Tutte le mattine fai la stessa strada- gli dice un compagno di lavoro- guarda che questa è gente che deve colpire perché non può lasciarti. Bruceranno la macchina, ti spareranno, per questo non ti possono lasciare così come un altro perché tu sei un operaio che ha fatto una cosa che loro non perdonano”.

Mio padre avrebbe dovuto essere seduto lì. Al posto di guida della sua Triumph Dolomite Sprint. L’hanno fatta saltare in aria con una bomba. Lui era dentro un minuto prima. Quello dopo l’avevano richiamato al telefono. Era mia madre. L’angelo dei padri passava da quelle parti. E’ uscito dall’abitacolo e rientrato in stabilimento per rispondere al telefono. La macchina è saltata. Lui si è salvato. Quella sera non è rientrato a dormire. Ho visto la sua faccia al telegiornale.

    Mi ha telefonato Marta. “Tranquilla, non è morto.” Sì è ancora vivo.

Un Blog. Uno tra i tanti. Insignificanti. Noiosi. Menosi. Ridondanti. Melensi. Specchio dei tempi. Inutili. Su un Post qualunque, un messaggio perso nella rete, leggo ancora di quel giorno. Il titolo:
Le figlie degli operai.
Pagina commovente su Guido Rossa, la sua morte, la figlia. Operai, figli di operai, operai… i figli degli operai, operai… i figli degli operai, gli operai. Provo a rispondere e mi ritrovo a dire ancora le stesse cose. A leggere e sentire ancora le stesse cose. Una pagina senza archivio. Uno slalom tra pentimenti ed ergastoli. Vetero invecchiati e vetusti, senza riscatto e con la faccia al contrario.
Ancora le parti. Niente, neanche la storia, la vita, la filosofia e l’impegno riescono a cancellare le appartenenze. Gli schieramenti. Le postazioni. Anche la paura. Quella non la dimentichi.

Telefonate anonime. Domande, continue. La mia età. Quella della mamma. Dove vado a scuola. Dove lavora. Quando torna papà. Dov’è in questo momento. Minuti veloci poi giù la comunicazione. “Non devi dire mai niente.” Non dirò mai più niente. Lo giuro. Né quando sono nata. Né il nome di chi mi sta vicino. Non rispondo più. Non dirò più niente.

    Sabina Rossa, apprendo, è stata eletta terza nella lista dei Ds al Senato. Nella sua terra, la Liguria. Da figlia pensa che “…per quanto riguarda me, come figlia, non sia valsa la pena”.
Un padre colpito dai nemici della libertà.

Mi chiedo se quel giorno, io più piccola di lei, avrei potuto distinguerla da me, da tutti quelli che sapevano di non dover dire nulla al telefono, di non dover temere le pistole, cresciuti che si deve fare quello che si deve fare. Protetti e abbandonati dagli angeli.
Sì che avrei potuto. Io ero ancora quella della paura, lei quella dolore.

 
    I corsivi:
* Antonio Negri, Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli
* Giancarlo Feliziani, Colpirne uno educarne cento, Limina
    Il racconto è stato pubblicato in “L’Italia si racconta 60 anni di Repubblica”, Arcilettore edizioni.