Archivio di giugno 2009

Lo spunto di oggi – Atalanta, III beat

lunedì 29 giugno 2009

 



     “(…) Capitava, di quando in quando, che un cacciatore scorgesse tra gli alberi una ninfa e tentasse di inseguirla. Allora Atalanta (se era toccato a lei) fuggiva come una cerva e ben presto l’incauto cacciatore, col fiato grosso, era costretto a fermarsi. Ma non tutti i cacciatori si stancavano così presto. Povera Britomarti, per esempio, quando Minosse la sorprese arrampicata su un ulivo e la pregò dicendo: – Non mi sfuggire, io sono un re nella mia città e tu sarai regina se mi sposerai.

    Minosse si aspettava che Britomarti gli rispondesse, non che balzasse a terra e schizzasse via, gettando l’arco per correre più leggera. Subito però egli la rincorse chiamandola (…). Alla fine Britomarti si trovò in cima a una roccia altissima, (…) non seppe, o non volle, fermarsi, mentre già Minosse la incalzava, e cadde senza un grido. La pescarono, più tardi, due vecchi marinai, e le diedero sepoltura sulla spiaggia. (…)

    La misera fine di Britomarti rattristò grandemente Atalanta, e provocò una svolta nella sua vita. Da quel giorno, infatti, essa cercò l’occasione di vendicare la sua compagna. Doveva essere una vendetta esemplare. Tutta la Grecia ne avrebbe parlato. (…) Giungevano intanto, dalla lontana Calidonia, strane notizie. Si diceva che un terribile cinghiale devastava i campi, faceva strage di animali domestici e spaventava le popolazioni. (…) Più di un cacciatore era partito per ucciderlo, ma nessuno era tornato a casa. (…)

    “Quel cinghiale – disse Diana – ha appena cominciato la sua opera. Io stessa l’ho scatenato sulla Calidonia, per castigare re Eneo.” (…) Il re, a quanto si dice, (…) si era semplicemente dimenticato di Diana all’epoca dei sacrifici primaverili (…). Re Eneo (…) chiamò a raccolta tutti gli eroi di Grecia, promettendo ricompense e onori a chi lo avesse liberato dalla fiera. (…)

     Atalanta udì il bando una sera. (…) “Ecco la mia occasione” – pensò. – Io ucciderò il cinghiale, e umilierò quei fanfaroni. Dopo che avrò ucciso quel cinghiale rivolgerò le mie frecce contro di loro. Oh, non starò ad ucciderli, mi basterà di vederli scappare come topi. Sono sicura che Diana approverà il mio progetto.” Diana esitò prima di permetterle di partire.  “Tu non conosci gli uomini, - disse, – essi sanno essere malvagi, a volte.

    Ma poi aggiunse: – Sei nata tra loro, anche se essi ti hanno ripudiata. E’ giusto che ti misuri con loro. Va’, ti lascio libera. 

- Libera ? Ma io tornerò da te subito dopo. E’ qui che voglio vivere…

- Tornerai ? Non so. Sarai tu a decidere. Ti lascio libera. Puoi tornare o restare. Se troverai che vi sono cose migliori della caccia, e più belle dei boschi in cui sei cresciuta, seguile.

- Tornerò, – ripeté Atalanta, che non poteva capire quei confusi discorsi. Afferrò l’arco, fischiò al cane e partì correndo.

Qualche giorno di riflessione…

 

Lo spunto di oggi – Atalanta, lettura del II beat

giovedì 25 giugno 2009

    E’ grande il ruolo di quest’orsa. Perché rappresenta il re e la regina senza la pesantezza della ragione e della cultura. L’orsa è senza vincoli, è puro istinto. Questo beat ci mostra tutto ciò a cui rinunciano il re e la regina. Da una parte c’è un sovrano che si rifiuta di farsi identificare come padre di femmine, dall’altra un’orsa che non si fa problemi a diventare madre di essere umano. Dopo un inizio tremendo e violento ecco una scena di grande dolcezza. Soprattutto a dare dolcezza è la velocità buona dell’istinto materno, l’immediatezza che scaturisce nell’incontro tra due esseri viventi. L’orsa arriva prima dell’aquila. La madre prima del predatore. Una madre sa proteggere prima che il killer arrivi. E’ questo che suona come una sinistra condanna per la madre naturale di Atalanta: una donna che aveva capito e immaginava già prima, e che si è lasciata portare via una figlia.

    Poi, la freccia di Diana. Un’arma è un prodotto dell’intelligenza, quindi della cultura. E’ pensiero applicato alla materia, è presa di distanza tra noi e ciò che vogliamo. Atalanta ha sempre cacciato come l’orsa le ha insegnato. Con le mani, le unghie, con i denti. Con il contatto corpo a corpo. Questo è il momento fulminante in cui la freccia dell’adolescenza passa vicino a lei e sancisce la fine della vita vissuta in completa aderenza con le cose e con una mamma. La freccia è intenzione, bellezza e pericolo. E’ l’età veloce che si sta aprendo per lei.

    E siccome diventa adolescente, si distingue e si distacca da ciò che l’ha cresciuta e  lascia mamma orsa senza nemmeno tornare a salutarla. E’ una chiamata. Costruita in modo magistrale da Rodari. Prima l’avvento improvviso, alle spalle, di questa freccia che è un nuovo tempo sconosciuto. Il  panico: Atalanta scopre di poter essere sorpresa, di essere diversa da come si pensava.  Poi quando è faccia a terra, spaventata a morte, la carezza che sente lieve sui capelli. Pericolo e dolcezza, rischio e amore: l’adolescenza è iniziata. Diana in realtà non ha nulla da insegnarle che lei non sappia già: sa già cacciare, sa vivere da sola. Ma la promessa è più specifica: non si tratta di ciò che si sa fare, ma di ciò che si sa di essere. E’ una promessa di identità: farò di te una cacciatrice.

    E’ la costituzione, il riconoscimento e lo sviluppo di un’identità la grande vicenda dell’adolescenza.  Non si tratta di cambiare radicalmente – è e resterà cacciatrice – ma di diventare consapevoli di ciò che si è. Il destino di Atalanta è di scoprire il senso profondo del nome che porta: A-talanta: di egual peso. Ma è soltanto una bambina e il discorso in questo momento le sfugge ancora. 

    Splendido, nella scrittura di Rodari, il cambiamento netto e al tempo stesso invisibile di Atalanta. Accade come di solito per gli adolescenti, i cui cambiamenti sono improvvisi e irrevocabili, enormi e naturali allo stesso tempo. Quando un personaggio cambia in modo così forte non cambia solo lui, cambia tutto il suo modo di configurarsi il mondo, e quindi cambia tutto per noi che vediamo attraverso i suoi occhi. I climi sono più rarefatti, c’è un inedito bisogno di bellezza, di velocità. Rodari la chiama fierezza. La fierezza implica percezione della propria immagine. Prima e dopo la freccia della bellezza, prima e dopo la chiamata ad un’identità, ad una consapevolezza. Prima e dopo la presa di distanza dalle cose dagli altri e persino da se stessi. Dal tempo del corpo che sei a quello del corpo che hai.  Prima ci stavi dentro e lo abitavi, ora lo guardi lo plasmi e lo giudichi.

    Atalanta è ufficialmente teenager.  

(continua)

    

Lo spunto di oggi – L’Atalanta, II beat

lunedì 22 giugno 2009

 



    “Ma Atalanta non era finita in un nido di aquilotti affamati. Quando l’aquila si era calata a ghermire la preda, attratta dal colore vivo della coperta, la cesta era già vuota. Un’orsa, prima dell’alba, era uscita in cerca di cibo per i suoi piccoli. Trovò la bimba addormentata, la raccolse tenendo le fasce tra i denti e la portò nella sua caverna. Questo è quello che raccontano gli antichi ed essi dovevano ben sapere come andarono le cose.

    Una folta pelliccia bruna l’aveva riscaldata quando aveva freddo. Aveva lottato per gioco con gli orsacchiotti, rotolandosi tra l’erba e le foglie. Aveva imparato con loro ad acquattarsi per sfuggire ai cacciatori, a riconoscere gli animali amici, a schivare le fiere nemiche. (…)

     Un giorno mentre scherzava con una lepre e l’acchiappava con le mani per metterle paura, udì il sibilo di una freccia e si gettò faccia a terra, immobile. Strano. I cacciatori non l’avevano mai colta di sorpresa, prima d’allora. (…) Una carezza le sfiorò dolcemente i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle, ma non era la goffa e affettuosa zampa di mamma orsa. Questo fu l’incontro di Atalanta con Diana, dea della caccia e signora dei boschi. La fanciulla alzò gli occhi e quello che vide decise della sua vita.

    Vide una giovinetta vestita come un ragazzo, con la tunica corta al ginocchio. Anche i suoi capelli erano corti, un cespuglio selvaggio con cui il vento giocava liberamente. (…) Ma soprattutto, Atalanta vide l’arco che Diana reggeva in una mano, le frecce infilate nella faretra che portava sulla spalla seminuda.

    Vieni - disse Diana – farò di te una cacciatrice. Non c’era già più bisogno di dirlo. Voglio diventare come lei, aveva giurato Atalanta a se stessa. E senza nemmeno salutare l’orsa che le aveva fatto da madre seguì la dea.”

Qualche giorno per riflettere sul questo secondo beat…

 

Lo spunto di oggi – L’Atalanta, I beat.

giovedì 18 giugno 2009


    Ci piace da subito quest’Atalanta. Come ci piacciono gli eroi che partono in difficoltà. Doppiamente orfana: di natura – la madre che scompare probabilmente morta – e di cultura – il padre che la rifiuta. Una partenza così è solida, ci schiera con chiarezza e con forza. Mette i nostri occhi subito all’interno di quelli di Atalanta. E ci lascia con una sola domanda: come sopravvivere.  Si sopravvive a qualcosa di tremendo sperando in un futuro che magari non si vede nemmeno. E’ lotta pura, puro presente.

    Atalanta non viene rifiutata per qualcosa che ha fatto ma per quello che è. L’aberrazione è in lei. Non ha commesso errori, è l’errore. Ma la cosa che mi colpisce di più e prima di ogni altra in questa scena d’apertura, è che il protagonista è il re Jaso. In una storia che si intitola Atalanta la prima scena vede protagonista un altro. Ed è importante che sia così. Perché il percorso di Atalanta sarà  proprio quello di cercare di diventare protagonista della propria vita, e dato che noi desideriamo inevitabilmente ciò che non abbiamo, è naturale che la sua vita cominci dalla parte opposta: essere buttata fuori, rigettata dal proprio destino.

    Il protagonista è sempre quello da cui provengono le azioni determinanti, Atalanta è neonata  e quindi la protagonista della prima scena non può essere lei. In quest’esordio Atalanta subisce e basta.  Protagonista assoluto è Jaso. Che dice una cosa fondamentale quando viene a sapere che si tratta di una femmina: Non voglio vederla. E certo che non la vuole vedere. Mi risuona molto questa battuta. Somiglia a tutte le volte che mi trovo di fronte ad una novità che mi spiazza.

    Un bambino che nasce rappresenta l’inedito, la sorpresa, solo che oltre a rappresentare il nuovo ridefinisce in modo nuovo tutto ciò che esiste. Jaso stesso, per esempio, verrebbe ridefinito come padre di femmina. E quest’immagine di sé lo stomaca e lo disorienta. Non vuole vedere. Non la bambina: non vuole vedere se stesso padre di una bambina. Perché lo sguardo di Jaso è puntato solo su se stesso. E’ bellissimo il dialogo di Rodari in questa prima scena, perché il re parla di sé soltanto. Non c’è spazio per lei, Atalanta nasce chiusa in un angolo e sbattuta fuori, in una recondita e sperduta provincia dell’ego di Jaso. 

     L’elemento drammatico della scena è quindi il rifiuto di un’altra identità, di una nuova possibilità di essere nel mondo da parte di Jaso. E’ Jaso che rinuncia a un nuovo se stesso. E’ la tragedia di un uomo che rifiuta il cambiamento per… pregiudizio. Parola intensa e usata troppo facilmente, questa. Pre-giudizio è quando giudichiamo prima di conoscere davvero. Senz’altro si adatta bene a questa situazione, ma pregiudizio per me è anche quando facciamo precedere il giudizio di altri al nostro e lo sposiamo a priori.

    Tutta la Grecia avrebbe riso di Jaso, tutta la Grecia giudica di sua figlia prima di lui e al posto suo. Non c’era popolo – per quanto piccolo – che non avesse un re o un sovrano, e quindi un re con un figlio maschio. L’idea di quello che gli altri – nostri specchi – avrebbero detto di lui lo terrorizza. E’ quello che ci succede ogni volta che essere noi stessi ci porrebbe in conflitto con il mondo di cui facciamo parte. Quante volte si ha davvero il coraggio di contraddire la scatola che contiene ? Spesso si preferisce confermare e avallare un mondo che non piace piuttosto che affrontare il rischio e la fatica di una guerra. 

    Avere un’opinione propria, difendere un amore, lottare per un valore. Sono prese di posizione, identità, assunzioni di responsabilità. Significa essere padri di un pensiero, di un’idea, di una configurazione interiore del mondo. Jaso non è pronto per questo. E si appoggia al pre-giudizio già servito condito e condiviso di tutto il resto del mondo.

    Poi c’è la madre. Conosce il suo uomo, ma conosce soprattutto il suo ruolo. Non può che piangere. Atalanta lasciata in un bosco la convoca fortemente a una presa di posizione. E lei decide di sparire. Non combatte, non gioca la sua vita su questo. Niente. Scompare e nemmeno la storia si occupa più di lei. Nel vedere questa coperta rossa presa negli artigli dell’aquila, la madre di Atalanta capisce che Atalanta è morta. Non perché l’aquila ne possa aver fatto cibo per i suoi aquilotti, ma perché il re Jaso ha deciso così. E’ morta perché una cultura la vuole morta, e anche se fosse miracolosamente sopravvissuta sarebbe morta al rapporto con lei, con  sua madre. Non sono le aquile a uccidere le relazioni, e non è nemmeno la morte. Siamo solo noi quando siamo in scacco della paura.

    Padre e madre sono dunque molto simili. Prospetticamente centrati su se stessi, incapaci di accogliere una novità che li avrebbe ridefiniti in modo nuovo. Ultima nota che mi colpisce: le rivoluzioni interiori cominciano quasi sempre dall’accettare un punto di fragilità, di debolezza in noi.  Atalanta è ciò che è fragile, una neonata da difendere contro la natura e contro la cultura. Ogni volta che non accettiamo questo punto di fragilità e non lo aiutiamo a crescere, condanniamo il bambino che è in noi – e che ci potrebbe ridefinire – a morire in mezzo a un bosco. Condanniamo noi stessi a non crescere.

    Ecco quindi gli elementi portanti di questo esordio narrativo. Una bambina viene al mondo, ma il fatto è per noi una lontana eco: centrale sarà il modo di viverla di Jaso, paragonabile ad un attacco di un potente esercito nemico. La difesa del regno, dell’identità, la negazione della fragilità, la sospensione di ogni affetto. La convulsione. Le contrazioni del parto e quelle del vomito. Atalanta è nata.

Lo spunto di oggi – L’Atalanta

lunedì 15 giugno 2009

 



    Poco tempo fa un allievo mi aveva dato una suggestione. Visto che durante le lezioni è possibile passare una certa quantità di tecnica e una piccola dose di esperienza, quello che fatalmente manca nei corsi è il tempo creativo, il montare e smontare, rivedere, approfondire e correggere che costituisce poi la dimensione più concreta e più vera della costruzione di una storia.  Vorrei assistere dal di dentro a un percorso creativo condotto con le logiche che ci hai spiegato.

    Rimuginavo sull’impossibilità di soddisfare questa richiesta quando Anusc mi fa una proposta di lavoro molto singolare per me. Scrivere il testo di uno spettacolo per bambini che andrà in scena a Milano fra un anno circa al Piccolo Teatro. Anusc significa Teatro Gioco Vita di Piacenza, il più importante gruppo di teatro d’ombre italiano. Stimolato dal linguaggio che devo imparare e dall’esperienza così diversa, accetto. E la cosa mi fa venire in mente il mio allievo. Voglio tentare di rispondergli almeno in parte, condividendo in diretta in queste settimane il lavoro di costruzione del testo, passo passo.  Niente di tecnico o di difficile,  niente da “aula”. 

    Il testo di partenza è “Atalanta”, nella riscrittura di Gianni Rodari. Comincio semplicemente: dopo averlo letto per intero considero la prima scena, cerco di capire che cosa mi dice. Qui il riassunto essenziale del primo evento della storia, citato dal testo di Rodari.

    “Della madre di Atalanta sappiamo soltanto che era una regina, ma una regina infelice poiché non poteva dare un figlio al re, un erede al trono. A quei tempi, in Grecia, non vi era città grande o piccola che non avesse il suo re (…). Il regno di Jaso non era, in sostanza, molto più largo di un lenzuolo, ma il suo orgoglio di sovrano non aveva confini. Quando la balia gli portò Atalanta, nata da pochi minuti, non volle nemmeno vederla.

-Via, – gridò pestando i piedi per la rabbia. E sputò sul pavimento: – Una femmina…

- Una principessa, – si provò a balbettare la balia.

- Non voglio principesse, io. Voglio un figlio vero, un maschio, un cacciatore, un guerriero. Non permetterò che la Grecia rida di me, che chiami la mia casa una casa di femmine. 

(…) chiamò il più fidato dei suoi servi e gli ordinò:

- Stanotte, quando tutti dormiranno, prenderai quel mostriciattolo, lo metterai in una cesta, lo porterai in cima alla montagna e lo abbandonerai. (…) Il servo obbedì, perché non poteva fare diversamente. (…)

    La mattina dopo un’aquila fu vista volare reggendo tra gli artigli una coperta rossa. La balia riconobbe la coperta. Alla regina fu detto che un’aquila aveva rapito la sua bambina dalla culla. Forse così avevano voluto gli dei. A quei tempi la gente era pronta a dare la colpa agli dei del male che faceva o subiva, ma la regina pianse a lungo, in silenzio. Essa non credeva alla cattiveria degli dei, e conosceva bene suo marito. Di lei la storia e la leggenda non dicono più nulla. E’ possibile che la poveretta sia morta di dolore.”

    Qualche giorno per rimunginare questo primo beat…

 

Riprendendo il filo…

martedì 9 giugno 2009

 



    …dopo questo periodo intenso e lontano, ho la sorpresa di un gruppo di persone che mi propone di fare 4 incontri di cinema. Una proposta che mi restituisce la possibilità di confrontarmi con  diversi punti di vista e con diverse domande. Ogni volta che succede cresco un po’. Sono certo che sarà così anche stavolta. Metto di fila i dati di cui dispongo.
 
Gli incontri saranno nelle seguenti date:

Martedì 30 giugno, Venerdì 3 luglio, Domenica 5 luglio e Mercoledì 8 luglio.

L’orario è sempre dalle 20.00 alle 22.30.

L’indirizzo è Via San Michele del Carso, 1 a Milano.

Il costo è di 80 euro.

Mi comunicano inoltre che questa volta il numero massimo di partecipanti sarà di 10 persone. 

Chi volesse esserci, può lasciarmi una mail o chiamare direttamente l’organizzazione al numero: 335 – 143. 53. 41.

A presto…