Archivio di settembre 2009

Un invito veloce: Eva e Adamo, di Vittorio Moroni

mercoledì 30 settembre 2009

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Sarà un caso, subito dopo aver parlato della struttura eccessiva delle sceneggiature, del loro scarso contatto con la vita che conosciamo, eccomi in sala al Palestrina a vedere il nuovo film di Vittorio. E’ in programmazione ancora fino a domenica, poi forse per un’altra settimana e forse no. E’ la triste situazione del cinema veramente indipendente italiano, anche nei casi meglio riusciti. Ho visto ieri sera questo film e desidero parlarne con calma tra qualche giorno. Intanto però avviso e invito davvero ad andarlo a vedere. Perché diverte, commuove, sorprende, rimette in contatto con se stessi, ci fa guardare ogni cosa per un momento con occhi nuovi.

E’ la dimostrazione che la vita basterebbe guardarla a fondo piuttosto che inventare strane storie improbabili. Forse non dovrei sorprendermi di aver visto questo lavoro proprio adesso, perché quando il cinema è ispirato non si sa come ma ti dà esattamente quello di cui avevi bisogno.

Vi potrà capitare per un biglietto a prezzo modico di entrare in sala con una mela e un fotogramma del film. Cinema che nutre e che si fa toccare. Grazie a Vittorio, davvero. Un’esperienza bellissima.

Cinema Palestrina, via Giovanni Pier Luigi da Palestrina, 7 – Milano.

Lo spunto di oggi – Sottolivello

lunedì 28 settembre 2009

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Mi capita per le mani La verità è che non gli piaci abbastanza. Lo vedo, e penso che forse sarebbe anche interessante analizzarlo. Proprio per la sua fragilità narrativa e il suo appiattimento verso la televisione che mi fanno risuonare sinistre sensazioni. Alla fine del film – con tanto di star nel cast – concludo che la novità è che adesso le comedy non le sanno fare più nemmeno loro, gli americani. E decido di non dedicare alla cosa nemmeno una radiografia perché alla fine credo che siamo stufi.

Stufi di storie mal raccontate, lesionati nelle capacità percettive per esempio dei tempi narrativi: impazienti nelle attese e insoddisfatti nella velocità. Come si trova una misura narrativa oggi ? Normalmente insegno che i famosi tre atti sono ormai sostituiti – per alcuni – da sette piccoli atti di un quarto d’ora l’uno. Cambiano un po’ gli accenti, il film ha più cadenze, più ritmo, e in qualche modo sta nei palinsesti televisivi tarato con i tempi degli inserzionisti pubblicitari.

Posso dire ? Che noia. Forse abbiamo bisogno di storie meno evidenti, meno clamorose,  meno strutturate. Abbiamo bisogno di normalità, e quindi di verità, di personaggi che rispetto alle roboanti impalcature dei film americani siano appunto sottolivello, come dice l’amica Sabrina. Che trovino la felicità in una vita normale.

Non so dove possa portare questo discorso. E confesso un filo d’ansia nel caso in cui mi trovassi ad abbandonare una logica che oggi è distorta ma che ha le sue radici in Aristotele. Rimangono alcune cose, però. Rimane che in una storia mi devo riconoscere, altrimenti non mi interessa perché non mi riguarda. Per riconoscere non intendo identificare: non sono mai stato in un hotel completamente vuoto per tutto l’inverno con la mia famiglia, ma se vedo Shining sento dentro di me il percorso emotivo in modo molto chiaro.

Rimane che se è vero che esistono 37 strutture profonde narrative, dalle quali si possono ricavare infiniti plot, è comunque evidente che sono i personaggi quelli che non finiremo mai di raccontare. Sono gli esseri umani ad essere sempre più ricchi, imprevedibili e insondabili. Ecco perché La verità è che non gli piaci abbastanza è deludentissimo: perché affronta una commedia romantica dimenticandosi del cuore dei personaggi, appiattendo ogni interiorità sotto le righellate del timing e dei punti di svolta. Posso ripetere ? Che noia.

Poi vedo The Wrestler. Leone d’oro proprio un anno fa. E anche se nei modi stropicciati e sofferti della regia di Darren Aronofsky, la struttura è solida, classica e potente. La storia non è nuovissima – appunto – e il percorso abbastanza prevedibile. Però Mickey Rourke ci mette la faccia e il cuore, e risolleva dall’interno con qualcosa di veramente speciale un film che sarebbe abbastanza canonico – riprese a mano incluse. Però vuol dire che è possibile dare ancora senso alle storie raccontate con un inizio uno sviluppo e un finale.

Solo abbiamo bisogno di ritornare in contatto con noi stessi. Di guardarci dentro e ricominciare ad essere sinceri. Abbiamo bisogno di smettere di produrre i film per i festival, per la critica, per il pubblico che si vuol tener bestia perché più redditizio… abbiamo bisogno di riavvicinarci a noi stessi, e di farlo raccontandoci in modo semplice e chiaro. Con le parole che ci vogliono. E con i silenzi di cui abbiamo bisogno per capirle.

Sottolivello sa di rinuncia. Ma non lo è, Sabrina ha ragione. E’ il livello che è andato troppo su e adesso non somiglia più alla vita: storie inutilmente adrenaliniche, sovrastrutturate, piene di seduzione verso il pubblico… basta. Non ti viene più voglia di raccontare, perché diventa una mera questione di prodotto. E quando scrivi una commediola sentimentale come La verità è che non gli piaci abbastanza questo viene fuori in un modo impietoso.

Forse bisogna tornare a guardare la gente, in silenzio. La moltitudine degli uomini e delle donne pieni di senso, pieni di storie.

Lo spunto di oggi – La lepre

giovedì 24 settembre 2009

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Un lavoro insolito, per me. Per un’azienda che vuole diventare leader nel suo settore e spera di farcela quest’anno. Si tratta di metaforizzare la cosa con un film di presentazione. Un sorpasso. La scelta cade su un circuito nel pavese, nel quale provano anche le macchine di F1. Il luogo è Vairano di Vidigulfo. Tre case e il circuito. Ci vado insieme al boss dell’agenzia di riferimento, un tipo simpatico, che trova il lato bello delle cose e ha una particolare predilezione per la sfida e l’adrenalina.

Non so molto di auto, per la precisione quasi niente. Ricordo che una sera ero a cena dal mio amico Luigi, moltissimi anni fa, e sua moglie Lella aveva come al solito fatto meraviglie in cucina. Avevo appena cambiato la macchina ed era parcheggiata lì fuori. Un loro amico presente alla cena mi chiese di che colore fosse. Mi sembra… azzurra - dissi. Scoppiò l’ilarità generale ma onestamente non ci avevo guardato bene, poteva essere grigio o verdino.

La mia salvezza è Roberto, il mio direttore della fotografia, il quale guarda sempre il Gran Premio insieme alla sua mamma ottantacinquenne. Naturalmente lui sa tutto di come un gran premio andrebbe ripreso. Ma abbiamo solo un giorno a disposizione, di cui solo mezza giornata sulla pista. Non mi fido, chiedo di fare un sopralluogo prima dello shooting. Eccoci lì a passeggiare, a fare un giro in auto della pista. E’ in mezzo al verde, e intanto che mi guardo la pista non posso non pensare che basterebbero pochi chilometri fuori da quest’inferno decadente di città per stare davvero un po’ meglio.

Mentre passeggio e guardo le curve e mi spiegano le distanze minime a cui si possono tenere le camere, da dietro una pila di pneumatici posti come sicurezza poco fuori la pista, salta fuori una lepre. Si ferma per un momento, a due metri da me. Terrorizzata. Mi guarda e io la guardo con lo stesso stupore. E’ bellissima, ma ho più di una ragione per credere che lei non stia pensando la stessa cosa di me. Difatti è un lampo, uno scatto improvviso e un secondo dopo la sto perdendo all’orizzonte. La vedo filare via a una velocità che non avevo mai visto in natura.

Il direttore di pista mi racconta che una volta stava provando una vettura e gli è saltata fuori la lepre dal prato, in fianco all’auto. Hanno percorso fianco a fianco una parte di rettilineo e ha fatto la prova per vedere a che velocità corresse la bestiola: 75 km/h. Continuiamo i giri di pista e ne saltano fuori altre due, e rimaniamo a guardarle schizzare via, di una bellezza fuori misura, che si fa fatica a seguirle con lo sguardo anche in spazi ampi. Ero venuto per veder correre delle macchine, ma la lepre non me l’aspettavo proprio. Il paradosso di tre persone che camminano in un circuito automobilistico e iniziano a parlare degli animali che vivono in quella zona, del gesto inconcepibile di sparare e dei danni provocati dagli animalisti che – mi dicono – hanno voluto reintrodurre le volpi con il brillante risultato che i fagiani selvatici sono stati sterminati e con la conseguenza che adesso le stesse volpi sono costrette a razzolare nella spazzatura.

Non so, non mi intendo di caccia né di fauna lombarda. Però mentre cammino mi viene in mente che avevo letto in rete una cosetta esilarante sulla lepre. La cerco, la trovo. Eccola qua. Buona lettura.

La lepre corre come un’ossessa in mezzo al bosco, e improvvisamente incontra il cerbiatto sbracato sotto un albero che si fa una canna.
“Che fai, sei matto? Qua in mezzo alla natura, all’aria pulita, ti fai le canne? Dai, alzati e corri con me che ci alleniamo!”
“Hai ragione”, fa il cerbiatto, lascia il mozzicone e si mette a correre con la lepre.
Mentre corrono incontrano la volpe, strafatta di cocaina.
“Pazza! – dice il cerbiatto – siamo qua in mezzo alla natura e sniffi la coca? Vieni a correre con noi, che ti ossigeni i polmoni!”
“Avete proprio ragione”, risponde la volpe e si mette a correre con loro.
Più in giù incontrano il lupo, che sta tagliando un po’ di eroina con la siringa pronta.
“Ma non ti vergogni? Siamo qua in mezzo alla natura e tu ti buchi? – gli fa la volpe – Vieni a correre con noi, che ti ossigeni i polmoni!”
“Ma andate un po’ a quel paese! – risponde il lupo – Possibile che ogni volta che la lepre prende l’ecstasy, ci dobbiamo mettere tutti a correre come scemi nel bosco?!?”

Lo spunto di oggi – La vespa

lunedì 21 settembre 2009

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E’ piena estate. Torno a casa e Giada mi chiama verso il balcone. Guarda, guarda qui. Mi fa vedere – dietro la finestra chiusa – la poltroncina per bambini che sta sul terrazzino. La poltroncina è fatta di legno ed è parzialmente ricoperta di una tela imbottita. Nell’interstizio tra tela e legno si è infilata una vespa. La si può vedere puntando una minitorcia dritta nel punto. Un muso notevole che guarda fuori. Una sorta di calabrone. Beh – dico – se quello è un nido bisogna eliminarlo in qualche modo.

Ci facciamo venire un’idea. Prendiamo un sacco di cellophan trasparente che abbiamo nell’armadio e rapidamente ci chiudo dentro la poltroncina. Faccio un nodo. Con il caldo che c’è, il balcone sotto il sole, rapidamente la temperatura interna salirà così tanto che il problema sarà risolto. Odio provocare una morte così, ma non so come fare e un nido di vespe dove giocano i bambini è fuori discussione.

Il fatto è che quando chiudo il sacco e ci guardo dentro la vespa non c’è più. Se è un nido le altre saranno dentro, forse mentre prendevamo il sacco dall’armadio la vespa è uscita. Forse è andata a prendere da mangiare. Che ne so, non so nulla di vespe e poco di animali in generale. Però è un fatto che dopo qualche minuto la vespa – enorme – torna in balcone e comincia a ronzare. Gira intorno alla poltrona e non riesce a raggiungere la tana ovviamente. E’ furiosa. Torna, si allontana e torna.

Non posso farne a meno. Il film di una donna che esce di casa avendo lasciato i due figli da soli per dieci minuti. Quando torna, per qualche motivo non può più rientrare, e i due figli là dentro hanno i minuti contati. Una furia che rimango a contemplare senza trovare il modo di risolvere.

Due giorni dopo la vespa è sparita. Viene rotto il sacco e troviamo una quantità di piccole vespe annidate – morte – tra la tela e il legno. Che storia – penso. La mamma disperata da qualche parte, o impazzita, chissà. Passa ancora qualche giorno e dato il sole che picchia dritto in casa esco in balcone per sciogliere i tendoni legati con il nastro rosso. E quando sciolgo il primo nastro, dal tendone che si apre cade a terra tutta l’impalcatura di un altro nido. Una quantità di materiale soffice, piccoli fili, una specie di lana presa chissà dove. Ancora lei. Aveva proprio deciso che quello sarebbe stato il luogo. Perso un nido con i suoi abitanti aveva iniziato a ricostruirlo. Ecco perché non ronzava più furiosa. Ancora una volta il destino vuole che mentre il suo nido viene devastato, lei non ci sia. Ma torna, eccome se torna. Smarrita, confusa, piena di rabbia. Gira per il balcone tutto il giorno, inarrestabile. Il messaggio che non può stare lì non ha possibilità di passare dalla mia testa alla sua. E chissà quale sarà il suo che non può arrivare a me.

Un mese dopo sono in puglia. Un caldo africano. Nel taglio violento di luce del primo pomeriggio, l’accappatoio di Samuele brilla con colori sgargianti. Eccone un’altra. Una vespa enorme bazzica sull’accappatoio steso. Attratta dai colori – penso. Mi avvicino piano, voglio vedere cos’è che sta facendo con così tanta dedizione. E scopro che sta sfilando pazientemente dall’accappatoio tutti i pelucchi colorati che riesce a tenere. Quando è carica parte per chissà dove. Purché non vada sul nostro balcone a Milano – penso. Ma rimango a guardarla, e ancora adesso l’accappatoio di Samuele ha le chiazze di tessuto rosicchiato dalla piccola belva. E’ uno spettacolo magnifico. La costruzione di una casa.

Vedo le foto di questi giorni sul giornale e penso che se tra la vespa e noi non c’è  tutta questa distanza, forse nemmeno una mamma irachena e una mamma italiana sono così lontane.  Sì sì, è un pensiero banale.  Ma la natura è chiarissima.

Lo spunto di oggi – Atalanta 2.0

giovedì 17 settembre 2009

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Mi fermo all’incontro con Meleagro, lasciando in sospeso e – spero – provocando la curiosità per come andrà a finire la vicenda di Atalanta. Ma non posso, prima di concludere, non fare uno step di collegamento tra quello che ci siamo detti sul conto di Atalanta e almeno una prima stesura del testo.  Farò questo passaggio sulla prima scena, sull’inizio della storia, di cui non richiamo l’analisi perché si trova su questo stesso blog sotto i titoli di Atalanta, I beat e Lettura del primo beat.

Il primo elemento forte è la nascita di Atalanta, sola, contro tutto e tutti. Dev’essere passato con chiarezza e coinvolgimento a un pubblico di bambini, pena la mancanza di empatia.  Devono sapere per chi tifare e sentire il loro stomaco nel suo. Al tempo stesso la storia di Atalanta non è la storia di una bambina che nasce con un padre cattivo, ma la storia di una bambina che nasce in un mondo “cattivo”.  Cioè malato, alterato, e più grande ancora di suo padre e di sua madre. Ecco perché la scena inizia così….

SCENA 1. EST. NOTTE – DAVANTI AL PALAZZO DI JASO

Buio improvviso. Fragoroso rumore di tuono. Lampi ripetuti illuminano i pochi elementi di scena. Vento, sempre più forte, che sbatte i teli degli schermi (di proiezione delle ombre, n.d.r.). Il sound design ci sommerge con il suono di uno scroscio improvviso e furioso. Nella tempesta, calano due lenzuoli che vengono agitati dal vento. Sui due lenzuoli  compaiono le sagome del SERVO e del RE JASO.

Questo inizio ci immerge di colpo in modo traumatico in un mondo agitato. E’ qualcosa di simile all’esperienza che deve avere Atalanta. Per di più, questo mondo agita anche chi ci abita, e difatti le prime immagini che vediamo del re Jaso e del suo servo sono sbattute dal vento, travolte anch’esse e per niente padrone della situazione. Un mondo in cui c’è un forte disequilibrio fra le forze. In un’immagine sola raccontiamo  lo squilibrio fra gli essere umani e il pianeta e lo squilibrio fra gli umani stessi, tra un servo e il suo re. Nasce in questa obliquità Atalanta, il cui nome significa: di egual peso. Non si pensa che un inizio così possa essere razionalizzato dai bambini nei significati che noi ci vediamo: si pensa invece che le luci, il suono, la dinamica, possano coinvolgere il bambino e metterlo nella condizione più vicina possibile a quella di Atalanta.

SERVO – Maestà… maestà !!!

JASO – Melete, finalmente ! Che notizie mi porti ?

Iniziamo in svantaggio rispetto ai personaggi. Il re è in attesa di qualcosa e noi non sappiamo di che cosa. Questo fa salire la nostra ansia e il nostro senso di inadeguatezza, dobbiamo rincorrere le parole per capire di che cosa si sta parlando con tanta agitazione.

SERVO – Ah beh… che… c’è… c’è il temporale maestà…

JASO – Lo so che c’è il temporale, balordo di un servo! Dico di mia moglie: ha partorito ?

SERVO – Sì maestà, fortissimo !

JASO – (stranito e irritato) Ha partorito fortissimo ?

SERVO – Ma no: è un temporale fortissimo! Giuro che a memoria d’uomo…

JASO – Giuro che a memoria d’uomo non si ricorda un servo più tonto di te! Vuoi dirmi della regina o no ?

Il genere è lo sguardo che si dà alle cose, va chiarito subito. E’ come una sorta di libretto di istruzioni per un gioco. Un filo di ironia bisogna farlo passare perché questa è una scelta di ottica che è stata presa sulla storia di Atalanta ma – intanto che passa – la scena deve mantenere adrenalinico il conflitto. Per cui servo e padrone, un potente e un sottomesso, litigano all’interno di un mondo in tempesta.

SERVO – Ah già… la regina… Beh, in effetti sì, ha partorito. O per lo meno: tecnicamente ha partorito.

JASO -  Tecnicamente ? Che significa tecnicamente ? Avanti ! Ti ammazzo se non parli !

SERVO – No no, per carità… sua moglie ha partorito ma… ma come dire… suo figlio è venuto fuori… una figlia.

Sul silenzio di Jaso una serie di lampi e tuoni in rapida successione.

JASO – Oh questa poi… eh eh eh ! Ma dimmi un po’: ti sembro forse un uomo da figlia femmina io ?

SERVO – Nooo… voi ? Voi siete… un uomo da… figlia… maschio, maestà!

Mi fermo qui, per ovvie ragioni di discrezione su un testo che deve ancora debuttare.  Nel loro primo scambio, Jaso e il servo cominciano a parlare del temporale e man mano si spingono a parlare di loro, poi dell’intimità di una donna che deve partorire, infine dell’intimità e della solitudine di un uomo che riconduce tutto questo disordine, lampi, pioggia, parto e aspettative deluse, esclusivamente a se stesso. La scena è concepita come un imbuto che porta tutta la vastità del caos dritta nel cuore di Jaso.

E’ una scena nella quale i presenti sono solo uomini.  Ma i fatti stanno accadendo altrove, la storia si sta scrivendo in altre stanza, ed è una storia di sole donne: madre, figlia e probabilmente un paio di serve. La vita viene costruita ed edificata da parti molto lontane da quelle in cui gli uomini ne parlano. E gli uomini leggono la storia scritta da queste donne esclusivamente in funzione di sé e di quel che pensano di essere e rappresentare.

Ecco gli intenti ed ecco il passaggio dall’analisi al testo, anche se su un piccolo frammento e nell’esecuzione di un semplice artigiano come il sottoscritto. Mi rendo conto che forse la promessa al mio allievo non è stata integralmente mantenuta, ma in questo momento su Atalanta non posso dire nulla di più.

Atalanta vi aspetta in scena a primavera…

Lo spunto di oggi – Lettura del V beat

lunedì 14 settembre 2009


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Siamo nella sala del trono di Altea, e sono una di fronte all’altra due regine che esprimono il potere di due regni diversi. Altea ha il potere di dare la morte al proprio figlio, e di fatto è quello che sta facendo da molto tempo. Atalanta ha il potere del futuro, se di per sé potere significa possibilità di fare. Ha le speranze, le mete, i traguardi tutti da inseguire. Ha così tanto tempo davanti a sé che non vede nemmeno tutto quello che vorrà in futuro.
Due regine, due regni, due poteri. E qualcosa in comune: Meleagro.

E’ proprio su Meleagro che si accende il diverbio. Qui davvero per Atalanta giunge il momento di scoprire che ognuno vive nel mondo che i suoi occhi costruiscono. Che le cose sono il senso che noi gli diamo. A un primo approccio, Altea in questo caso sembrerebbe avere ragione: insomma chi di noi non si sarebbe scagliato nel fuoco per togliere quel tizzone ? E chi di noi non lo avrebbe custodito per sempre gelosamente ?
In realtà la maledizione non è nelle parole delle Parche, ma proprio nello sguardo di Altea.

Il tizzone rappresenta Meleagro, e le Parche dicono soltanto che quando avrà finito di bruciare morirà. Chi non vorrebbe avere una vita così ? E’ il miglior augurio che si possa fare a una persona: vivere intensamente tutta la vita per tutto il tempo che le è dato, e morire avendo tutto attraversato e sentito. Vivere comporta di bruciare, dare calore, fare luce. Morire avendo attraversato la vita: che benedizione ! Il problema mi pare – oggi più che mai – è morire non avendola nemmeno sfiorata, non essendosi fatti toccare da nessuno e da niente.

Ma… c’è la mamma. Che già dai tempi dei greci sembra indagata per eccesso di controllo. Vivere comporta il rischio di morire. Non correre questo rischio significa essere già morti. E’ quello che avviene a Meleagro. Il potere di tenere in vita deraglia facilmente nel potere di tenere sotto controllo. Tenere sotto controllo significa facilmente tenere lontani da quelli che riteniamo pericoloso. E sul senso del pericolo si dipana la seconda parte del conflitto, anche se apertamente le due donne non ne parlano mai. Se Altea fosse davvero preoccupata per la vita di Meleagro gli impedirebbe di andare alla caccia del cinghiale. L’animale sta facendo strage in tutto il regno, lo scontro potrebbe essere letale.

Eppure di questo Altea non si preoccupa. Altro, invece, la turba. Non la morte del ragazzo, ma l’allontanamento del ragazzo da sé. L’uscita dal suo raggio di influenza, la perdita di controllo e di potere su di lui. In altre parole: l’avvento dell’amore, della passione per un’altra donna: il fuoco. Non c’è dubbio che Altea ci veda lungo. E’ una donna di un’altra età e di grande esperienza, le basta uno sguardo a capire. Vede lungo ma non vede vicino, non vede dentro di sé. L’unica persona che sta tentando di difendere tenendo al proprio collo la chiave dello scrigno, è se stessa.

Difatti minaccia di bruciare il tizzone qualora Meleagro perda la testa per una donna diversa da quella che lei sceglierà. E’ qui che esplode il senso profondo della profezia delle Parche. Non era una profezia ma un invito: lascialo vivere. Ecco Atalanta scoprire – dopo i molti paesaggi esteriori – i primi paesaggi interiori.

Eccola basita e sorpresa, ginocchia abbronzate che escono dal vestito come una ragazzetta. Sente che qualcosa non va nel discorso di Altea, sente che non può condividerlo. Ma non ha ancora la capacità di capire perché, né di rispondere come vorrebbe. Ecco una maternità ribaltata fare capolino nella sua conoscenza: da mamma orsa che la tiene in vita, ad Altea che detiene la vita. Da dono ad abuso, da istinto a cultura. Atalanta è arrivata nel mondo degli uomini.

… a oltranza …

sabato 12 settembre 2009


La Paolo Grassi ieri sera

La Paolo Grassi ieri sera



Gli allievi ieri sera

Gli allievi ieri sera




Renato Sarti. Ha presentato "Mai morti"

Renato Sarti. Ha presentato "Mai morti".

L'intervento di Paolo Rossi

L'intervento di Paolo Rossi



Paolo Rossi lavora con un'allieva

Paolo Rossi lavora con un'allieva


Lo spunto di oggi – Atalanta, V beat

giovedì 10 settembre 2009

 



    – Siedi, – disse poi  la regina ad Atalanta. – Ti debbo parlare. Atalanta sedette, aggiustandosi la tunica sulle ginocchia.  – Di dove vieni ? Perché sei venuta ? – cominciò bruscamente la regina.    – Ma…
    – Sì lo so, sei qui per la caccia. Questo è quello che si racconta. Ma a me non la dai a bere. Sono troppo vecchia per credere alle favole. 
    – Signora, io non capisco…
    -  Capisci, capisci. Sei mia ospite, e non posso buttarti fuori di casa mia, perché sarebbe un’offesa agli dei. Ma sarò schietta con te: non azzardarti ad alzare gli occhi su mio figlio. (…)
    -  Signora, esclamò Atalanta, balzando in piedi piena di sdegno. – Sono qui a caccia di un cinghiale, non di un principe.
    Altea la scrutò a lungo in silenzio. 
    – Mio figlio dovrà sposare chi dico io, – riprese poi. – E tu non sei quella. Non voglio per casa donne che sappiano maneggiare l’arco e che preferiscano la caccia ai fornelli di cucina. Voglio donne vestite come si deve…
    Atalanta si guardò le ginocchia abbronzate che uscivano dalla tunica.
    – Non ho mai pensato a sposarmi, – disse – non ci penserò nemmeno ora, non ci penserò mai.

    – Meglio così – disse Altea. – Mi auguro che sia la verità. Ad ogni modo sappi che io ho un mezzo infallibile per farmi obbedire da Meleagro. Non sperare di allontanarlo da me, di metterlo contro di me. La sua vita è nelle mie mani. Quando nacque, le tre Parche sono venute a danzare intorno alla sua culla. (…) …io le feci entrare perché l’ospitalità è sacra, le ristorai e le feci servire di tutto quello che desideravano. Avevano freddo ed io ordinai che si accendesse un gran fuoco nel camino. Io le avevo riconosciute, al di là di ogni dubbio. Ma non potei rifiutarmi di mostrare loro il mio bambino, quando chiesero di vederlo. (…) Esse gli fecero molti complimenti, gli danzarono intorno per farlo sorridere, ma intanto cantavano un’orribile cantilena della quale non potrò mai scordare le parole. Dicevano: E quando quel tizzone si sarà consumato, del bel Meleagro il filo sarà tagliato. Così cantando esse indicavano un tizzone acceso. Il fuoco lo aveva quasi tutto consumato. Restavano ancora pochi centimetri di legno, meno del palmo di una mano.

    La regina Altea si alzò, si diresse verso la parete, ne aprì uno sportello e ne tolse uno scrigno d’oro che posò sul tavolo. Da una catena che portava al collo staccò una chiave e se ne servì per aprire lo scrigno. – Guarda – ordinò la regina, con voce imperiosa. Atalanta guardò. Nello scrigno non c’era altro che un tizzone spento. (…) – Non appena ebbi compreso quello che dicevano le Parche – mormorò Altea – mi precipitai sul camino e ne tolsi con le mie mani il legno acceso. Bruciandomi le dita lo spensi nella cenere, soffocando fin l’ultima scintilla. (…) Meleagro è vivo perché io lo tengo in vita, Meleagro è mio, è mio !

    (…)… il principe Meleagro entrò ridendo nella stanza. – Atalanta, – disse, – la caccia sta per cominciare. Vieni, o crederò che tu sia in visita da mia madre per imparare qualche punto di ricamo. Atalanta lo guardò commossa. Era alto, forte e schietto, i suoi capelli erano biondi come l’oro dello scrigno, i suoi occhi fondi e brillanti come tizzoni accesi. (segue)

 

 

… ieri sera alla Paolo Grassi…

martedì 8 settembre 2009


Maurizio Schmidt

Maurizio Schmidt


Gli allievi della Paolo Grassi ieri sera

Gli allievi della Paolo Grassi ieri sera


Moni Ovadia

Moni Ovadia


Elio De Capitani e Serena Sinigaglia

Elio De Capitani e Serena Sinigaglia

Il fatto di stasera – Aggiornamenti dalla scuola

lunedì 7 settembre 2009

    …in diretta dalla scuola…