Archivio di ottobre 2009

Lo spunto di oggi – Female To Male

giovedì 29 ottobre 2009

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Leggo della nuova versione del Grande Fratello. Pare che l’evento stavolta sia costituito dalla presenza tra i concorrenti di una donna che vuole diventare uomo attraverso un intervento chirurgico. Immagino la riunione nella quale la strategia è stata messa a punto:  priorità, target, obbiettivi. Audience. Poi tutti a casa soddisfatti: anche per quest’anno i nostri creativi hanno dato il meglio di sé.

Il punto che mi colpisce non è la questione sessuale, perché che funzioni per l’audience è cosa nota da molto prima che fosse noto il concetto di audience. Diciamo che la questione è abbastanza ripetitiva: giocare al limite del legale, stuzzicare senza passare il guado, a volte anzi passarlo e poi spiegare di essere stati male interpretati. Insomma, esistere in qualche modo, fare rumore.

In un tempo che confonde tutto ci si distingue solo toccando gli estremi, e tra l’altro condividere che cos’è estremo consolida ciò che implicitamente consideriamo normale. E’ questo che ferma la mia attenzione. Mi viene da considerare la donna che vuole diventare uomo semplicemente il pacchetto di un’operazione velenosa. Perché in ballo c’è una persona che si prepara ad affrontare un cambiamento intimo, di identità profonda, sconvolgente a livello psicofisico.

Forse chi ha ideato la versione di quest’anno avrà immaginato che tutti noi saremmo stati lì per vedere che cosa dice, come si comporta e magari anche che cosa ci fa vedere o che cosa ci mostra di saper fare la donna che vuole diventare uomo. Se così hanno pensato certamente non hanno sbagliato, dato che da dieci anni hanno i loro bravi ascolti. Ma mi viene naturale ruotare la questione per fissare bene cos’è che trovo abominevole nel tutto.

Una storia funziona quando porta in sé qualcosa nella quale chi ascolta si riconosce. In questo caso non molte donne si potranno riconoscere nella protagonista, ma tutti gli esseri umani si potranno riconoscere in lei per ogni volta nella quale avrebbero voluto cambiare e non ne hanno avuto il coraggio, la forza; oppure per tutte le volte che questa forza l’hanno avuta e hanno fatto le spese delle loro scelte e dei loro cambiamenti profondi.

In questo noi ci possiamo proiettare.

Il punto è che questo non è un film e anche qualora fosse una vicenda sceneggiata a nostra insaputa lo sarebbe – appunto – a nostra insaputa. Quello che ci viene proposto, quindi, è essenzialmente un modo di guardare. Guardare un cambiamento lacerante in corso d’opera. Senza la consapevolezza della storia, la realtà così nuda e cruda perde la sua capacità di rimandare a noi stessi e ci rimanda esclusivamente a quella persona lì, quella sullo schermo, ai fatti suoi. Perché al posto delle scelte narrative drammatiche c’è soltanto il bello della diretta.

Questo modo di guardare non è quello degli spettatori che dall’inizio dei tempi si riunivano nei teatri e poi nei cinema “per ascoltare insieme una parola da accogliere o da respingere”, come diceva Paolo Grassi. C’è una riduzione di noi da esseri umani che percepiscono a guardoni, da persone con un’intimità a individui con dei piccoli segreti. Vengono offesi il nostro saper cambiare e il nostro saper guardare.Viene svilito il nostro riconoscerci con solidarietà anche nei personaggi più lontani da noi.

Voler cambiare sesso è un ottimo esercizio di sguardo per me che non ci ho mai pensato. Conoscere un personaggio così sarebbe un’esperienza nel senso in cui citavo l’altro giorno dal libro di Laura Boella: fare esperienza di un’esperienza che non è la mia. Così il lavoro sul mio atteggiamento di spettatore e più in generale di essere umano che vive in una comunità di esseri umani è ambiguo e disonesto, perché aggira la mia consapevolezza e mi conduce ad essere ciò che non sono, mi induce a guardare come non vorrei guardare.

Soprattutto, mi divide dal personaggio che ho davanti. Anziché solidarizzare e mettermi nel suo sguardo lo spio, lo osservo, lo giudico. Passa un modo di vivere insieme che non è più vivere insieme. La vera vittima non è la donna che vuole diventare uomo, ma io che senza saperlo vengo defraudato del mio sguardo e di una parte della mia umanità. In questo senso, non nel tema del sesso e della pruderie, questo programma mi sembra che abbia poco di grande e poco del fratello.

Lo spunto di oggi – Diversamente lettore

lunedì 26 ottobre 2009

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Mi è capitato già molti anni fa e mi ricordo ancora lo stupore che provocava in Antonio e me. Antonio è un amico che allora mi seguiva come assistente in uno spettacolo andato in scena al Portaromana – teatro magnifico raso al suolo e trasformato in splendente edificio. Cercavamo notizie sul labirinto di Creta, sul Minotauro e su Teseo e Arianna. Le versioni si stratificavano, c’erano differenze, sfumate o fondamentali. C’erano frammenti sui papiri, altre piste da esplorare… e lì facemmo caso alla questione.

Prendi un libro, un libro per esempio di storia della letteratura greca – come nel nostro caso. Trovi una cosa importante per il tuo lavoro. Vai alla bibliografia e scopri che forse viene sviluppata ancora meglio in un altro volume. Lo chiedi alla Sormani, la biblioteca dove hai preso il primo libro. E quasi sempre lo trovi. Poi nella bibliografia di questo secondo testo c’è un terzo volume che ti interessa. Lo chiedi ma quello non lo trovi. Nove volte su dieci il terzo rimando non lo trovi.

Fu per quello che prendemmo un treno e ci ritrovammo alla Nazionale di Firenze. Sono grato a quello spettacolo per mille ragioni e questa è una di più: la Nazionale di Firenze, che da allora non ho mai più rivisto e che fu un’emozione inaspettata e fortissima. Ogni dettaglio, dal silenzio ai tavoli di legno con lampada personale, al clima generale. E trovavamo tutto quello che cercavamo.

Oggi ho un servizio magnifico organizzato da La Feltrinelli.it. Seduto al computer scruto i volumi con facilità e con efficacia assai maggiore. Mediamente acquistati on line costano meno e si trovano con probabilità più elevate che non andando fisicamente in libreria. Insomma, solo vantaggi.

Però La Feltrinelli va oltre. Quando ordini un volume, ti mette in relazione con persone che hanno gusti simili ai tuoi. In questo modo svolge anche una funzione di social network e mette in contatto vite e culture di gente che condivide molto senza saperlo. Se lo ritieni puoi lasciare un tuo profilo e altri lettori ti possono contattare. Quando fai i tuoi ordini, ti si apre una finestra che ti dice: “Ci sono 153 lettori con gusti simili ai tuoi”, per esempio. Se vuoi puoi contattarli e conoscerli. Bene.

Cerco tre libri. Non sono facilissimi da trovare ma alla fine La Feltrinelli me li manderà.   Eseguo l’ordine, metto i tre libri nel carrello e clicco. Attendo qualche secondo. Ancora qualcuno. Boh, forse la connessione oggi è peggio del solito. Ecco, sta caricando. Ora la finestra si apre: “Non esistono lettori con gusti simili ai tuoi”.

Non so come dire. Ti senti un po’ un diversamente lettore. Non ne esistono altri così. Sei indeciso tra il guizzo d’orgoglio che dà sempre la scoperta della propria unicità e la paura  dell’emarginazione e chissà – magari – prima o poi della persecuzione, perché oggi come oggi La Feltrinelli conosce il mio caso specioso e lo sa il cielo se mi vorranno ancora nel loro social network.

Nel prossimo ordine  inserirò un paio di best seller. Voglio almeno duecento amici con gusti simili ai miei, riempirò anche il mio profilo finora desolatamente vuoto. Parlerò del mio passato di lettore difficile e della lotta che ho fatto per uscirne. Già assaporo lunghe discussioni in merito ai legal thriller più venduti dell’estate…

Il libro di oggi – Sentire l’altro, di Laura Boella

giovedì 22 ottobre 2009

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“In realtà, non ci sono solo io, da una parte, e, dall’altra, la gioia, il dolore vissuti da un amico. Si sta aprendo piuttosto lo spazio di una nuova esperienza, che attrae e coinvolge sia me sia l’amico. Il contenuto del mio vissuto emotivo infatti non mi appartiene, è la gioia, il dolore di un altro, eppure lo sento e lo vivo interiormente, non “come se” fosse il mio dolore, la mia gioia, al contrario, lo sento e lo vivo e quindi lo accolgo dentro di me “come” il dolore dell’amico.

Questo è il miracolo e il paradosso dell’empatia: faccio esperienza interiore di un’esperienza che non è la mia, vivo un sentimento che non è il mio. Che cosa significa questo? Che cos’è l’empatia se non si traduce nel provare lo stesso dolore, la stessa gioia? Ma anche: che cos’è l’empatia, se non consiste nel “sapere” che cosa sente l’altro? In realtà, empatia non vuol dire gioire, soffrire insieme all’altra, all’altro, e nemmeno avere un’esatta nozione delle ragioni e della cause del sentire altrui.

Empatia vuol dire allargare la propria esperienza, renderla capace di accogliere il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione tra me e l’altro, l’altra. Empatia è “rendersi conto”, cogliere la realtà del dolore, della gioia di altri, non soffrire o gioire in prima persona o immedesimarsi. Può accadere, spesso accade, che in un secondo tempo intervenga una partecipazione emotiva nella forma del gioire, del soffrire insieme. Ma ciò può avvenire solo se c’è stata empatia, se l’orizzonte della mia esperienza si è ampliato, e ha accolto il dolore, la gioia, di un’altra, di un altro.

L’empatia attesta dunque la possibilità della circolazione o comunicazione dell’esperienza, non perché due soggetti diventino uno, si confondano o trovino un’analogia e un’identità misteriosa, ma perché è possibile avere accesso alla realtà vissuta di un altro essere umano.

Mettere in rilievo la distinzione tra me e l’altra, l’altro, vuol dire una cosa molto importante: la scoperta della realtà di ciò che vive un’altra persona è il centro e il fondamento primario di ogni relazione. L’empatia ha tutta l’intensità del sentire, non è una forma di conoscenza intellettuale, benché possieda un valore “cognitivo” molto speciale, che consiste nel “rendersi conto” dell’esistenza dell’altro, ossia in una comprensione primaria che è sapere di non essere autosufficienti, bensì limitati e aperti a qualcosa d’altro.”

Un testo intenso e a tratti travolgente. Un viaggio dentro di noi e soprattutto fra di noi. Bello, bellissimo.

Lo spunto di oggi – Buon sangue non mente

lunedì 19 ottobre 2009

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Venerdì sera. Borbotto ancora e mugugno tristemente sulla “Paolo Grassi”, su Milano e la sua politica. E come al solito latro tutto il mio disappunto. Samuele sta studiando i Celti e Giada mi assicura che leggere una paginetta del suo testo di storia mi aiuterà a sentirmi un po’ meglio. Detto fatto, Samuele mi porta il suo testo e mi sottopone la cosa. In effetti conoscere le proprie radici fa star meglio, se non altro uno si spiega alcune situazioni, “Paolo Grassi” inclusa. Mi sembra carino poter condividere le origini di cui in Lombardia si va giustamente fieri.

“Con l’età del ferro l’Europa iniziò a diventare il centro della civiltà umana. Le invasioni delle tribù indoeuropee popolarono il continente, e da esse nacque un nuovo grande popolo: i Celti. (…)

Erano un un popolo particolare senza dubbio: essi erano spaventosi a vedersi e ancor più da affrontare in battaglia. Erano sempre in movimento, incapaci di star fermi a lungo in uno stesso luogo, ma allo stesso tempo erano attaccati alla terra e capaci di lavorarla.

Amavano vagabondare, erano avventurosi e desideravano mettersi alla prova con tutti e con tutto. Amavano moltissimo bere (la loro bevanda preferita era la birra) e passare le serate facendo grandi banchetti. Si vantavano moltissimo: con i loro racconti volevano impressionare chiunque, amici e avversari, ed erano sempre pronti alla sfida e alla battaglia.

Dicevano di non aver paura di nulla e di nessuno, ed era certo vero: erano grandi, grossi, dai capelli chiari che pettinavano all’insù con enormi baffoni spioventi. (…) La loro sola paura era… che il cielo potesse cadere sulla loro testa. Erano infatti molto spaventati dai temporali!

I loro sacerdoti si chiamavano druidi. (…) La sapienza dei druidi era racchiusa in lunghi canti poetici che venivano imparati a memoria, perché i celti si rifiutarono sempre di usare la scrittura. Per la loro religione i Celti praticavano sacrifici umani e credevano nella magia. (…)”

Ecco, appunto.

Il fatto di oggi – Good night, Milano, and good luck

venerdì 16 ottobre 2009

Inoltro il testo che i ragazzi della Paolo Grassi hanno redatto alla fine delle battaglie.

Voglio ringraziarli pubblicamente – come già fatto di persona – per l’atteggiamento franco, diretto, leale che hanno sempre tenuto.

Cosa succede alla Scuola Paolo Grassi

Luglio – ottobre 2009 storie di arroganza e distruzione.

  • Il 21 luglio il Consiglio di Indirizzo della Fondazione Scuole Civiche Milano non riconferma il direttore della Scuola Paolo Grassi Maurizio Schmidt dopo soli due anni di direzione e senza addurre motivazioni di alcun tipo.
  • Lo stesso 21 luglio la Fondazione pubblica sul proprio sito internet il bando per la nuova direzione, evidentemente preparato in precedenza.
  • Il 23 luglio docenti e studenti della Scuola comunicano alla Fondazione con un documento il loro sconcerto per questa decisione e la loro forte preoccupazione riguardo all’avvio dell’anno scolastico 2009-2010. Inoltre chiedono a Maurizio Schmidt di ricandidarsi.
  • Il 31 luglio, una settimana dopo la decisione di non riconfermare il direttore, il Consiglio di Indirizzo della Fondazione decade e viene nominato il nuovo Consiglio.
  • Tra luglio ed agosto sottoscrivono l’appello di allievi e docenti numerosi esponenti del mondo del teatro e della cultura tra cui Sergio Escobar, Maurizio Scaparro, Paolo Rossi, Marco Baliani, Gabriele Vacis, Elio De Capitani, Toni Servillo, Danio Manfredini, Emma Dante, Moni Ovadia, Serena Sinigaglia, Anatolij Vassiliev e molti altri.
  • Dall’1 settembre la nuova direttrice ad interim della Scuola è la Dottoressa Anna Fellegara, direttrice vicaria della Fondazione Scuole Civiche di Milano.
  • Il 7 settembre si chiude il bando indetto dalla Fondazione. Maurizio Schmidt, sostenuto da allievi e docenti ha ripresentato la sua candidatura. Gli allievi si mobilitano e fanno due presidi, uno di fronte alla sede della Fondazione e uno fuori da Palazzo Marino chiedendo la riconferma di Maurizio Schmidt almeno per un altro anno a salvaguardia della continuità didattica. In seguito gli allievi vengono ricevuti dall’Assessore alla Cultura Finazzer Flory il quale dichiara che è necessario tenere in considerazione le voci degli allievi.
  • La Dottoressa Anna Fellegara decide di avvalersi come coordinatore didattico della Scuola del Professor Gaetano Sansone, docente della Scuola di Cinema e Televisione. Gaetano Sansone risulta però allo stesso tempo candidato alla direzione della Scuola. Gli allievi non riconoscono il ruolo di Sansone trovando profondamente scorretto che uno dei candidati svolga, prima dell’esito del bando, un ruolo di direzione all’interno della Scuola.
  • Nel corso di settembre gli allievi organizzano presso la Scuola il Festival delle Pre-Occupazioni. Durante le serate si susseguono diversi artisti che portano la loro solidarietà e dialogano con il pubblico. Tra gli altri partecipano: Moni Ovadia, Elio De Capitani, Serena Sinigaglia, Compagnia delle Furie, Mimmo Sorrentino, Compagnia Alma Rosè, Compagnia Expoi, Arianna Scommegna, Eugenio Allegri, Renato Sarti, Paolo Rossi e la Compagnia Babygang, Lella Costa e Ottavia Piccolo.
  • Gli allievi incontrano alcuni Consiglieri del Comune di Milano, tra cui il dott. Mardogan, presidente della Commissione Cultura, il quale fa proprie le rimostranze degli studenti e auspica una soluzione a breve del problema con un ritorno di Schmidt alla direzione della Scuola almeno per un altro anno.
  • Lunedì 5 ottobre la Fondazione, con un comunicato stampa inviato contemporaneamente all’Ansa e alla Scuola Paolo Grassi, comunica che il Consiglio di Indirizzo non ha trovato soddisfacente nessuno dei binomi candidato-progetto che si sono candidati. La decisione è quella di affidare un interim di direzione al dott. Bua, direttore della Fondazione Scuole Civiche nel frattempo rientrato dall’aspettativa che lo vedeva vacante da diversi anni. Inoltre si assicura che la Scuola partirà con regolarità.
  • Lunedì 12 ottobre il dott. Bua convoca docenti e allievi e comunica che richiede la collaborazione dei coordinatori (chi non sarà disponibile sarà sostituito), perché costruiscano la programmazione dell’anno, inoltre richiede che il Prof. Massimo Navone (che non è disponibile a tale richiesta) sia il coordinatore dei coordinatori. Comunica inoltre che si avvarrà di un consulente esterno per guidare il processo che dovrebbe portare la Scuola all’interno dell’AFAM, ovvero la trasformazione della Scuola in Università.
  • Martedì 13 ottobre la Commissione Cultura del Comune di Milano convoca il Dott.Paolucci, presidente del Consiglio di Indirizzo della Fondazione, e il Dott Bua per una seduta specifica sulla situazione della Paolo Grassi. Consiglieri di maggioranza e opposizione chiedono duramente le motivazioni che hanno portato alla non riconferma di Schmidt, le motivazioni della presenza di uno dei candidati, il Prof. Sansone, all’interno della Scuola in qualità di coordinatore didattico e indicano nella riconferma di Schmidt per un altro anno l’unica soluzione possibile per garantire il prestigio della Scuola. Paolucci e Bua rispondono scaricando le responsabilità sul Consiglio di Indirizzo precedente e sulla Direzione precedente.

Questi sono solo alcuni dei fatti più significativi e ufficiali occorsi da luglio ad oggi.

In questo breve resoconto non traspare adeguatamente l’arroganza della Fondazione Scuole Civiche che dopo diverse richieste formali di incontro da parte dei docenti ( la prima delle quali risale a metà luglio) li convoca solo il 12 di ottobre.

Non traspare la violenza con cui la Fondazione Scuole Civiche procede allo smantellamento di quanto costruito negli ultimi due anni, tra cui l’Ufficio Sviluppo guidato da Mimma Gallina che viene raso al suolo.

Non traspare che la Scuola non è ancora partita, potrà partire d’ufficio a breve ma, a livello di progetto didattico, l’anno è stato bruciato.

Non compare il percorso di dialogo che gli allievi hanno sempre mantenuto aperto con la Fondazione e che è stato costantemente disatteso dall’atteggiamento e dalle scelte della Fondazione stessa.

Non traspare l’umiliazione dei docenti storici della Scuola, quasi tutti dopo molti anni ancora con contratti a progetto, messi in discussione, a cui non viene garantita la partecipazione ai Consigli di Corso (che diventano incontri tra 2 -3 docenti), tanto meno la possibilità di insegnare in questo anno scolastico pronti a finire sulla lista dei buoni o dei cattivi.

Non traspare nemmeno l’umiliazione degli studenti che si vedono sottratto e gettato al vento, un anno di formazione, in un periodo di crisi in cui l’unica via d’uscita è la competenza, la qualità, l’alta professionalità.

Si intravede, tra le righe, facendo un collage tra questo e ciò che succede nel resto del Paese, la china lungo la quale la Scuola, come tante altre Istituzioni Culturali, sta scivolando spinta a forza da chi fa dell’ignoranza, dell’insensibilità, dell’ottusità strumento di conquista.

Lo spunto di oggi – Lo scoglio, il carrello, Vernicefresca e Milano…

lunedì 12 ottobre 2009

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Cammino avanti e indietro lungo il marciapiede. E’ molto tempo che non mi capita di gironzolare con la macchina in spalla. Sono qui per un backstage, è un bar molto in di Milano. Mi appartengono poco i bar, mi appartiene poco Milano: abbiamo tutto, penso. La gente comincia ad arrivare.  Impeccabili all’ora dell’aperitivo dopo una giornata d’ufficio. Ci sono decorazioni fatte con fiori finti. Mi viene da pensare a quando la serata sarà finita, all’uomo stanco che li raccoglierà, li rimetterà nell’imballo e li porterà nel prossimo bar per la prossima serata. Il fiore finto è senza difese: senza profumo, senza qualità specifiche. La sua qualità è la mano dell’uomo che l’ha fatto.

Mentre passeggio mi telefona Silvia. Silvia sul mio cellulare è senza cognome: Silvia Vernicefresca. La sua voce mi trascina ad Avellino, a tre giorni di training con un gruppo di giovani attori con i quali ho passato moltissime ore in pochissimo tempo. Eccomi in autostrada sotto la nevicata, poi nei ristoranti – ogni sera uno diverso – per assaggiare le specialità del luogo. Eccomi a parlare con Max di Gomorra, sul quale non abbiamo nemmeno un’idea in comune.  Eccomi in aereo con l’Italia tutta bianca di neve.

Il mio orecchio ascolta le voci del gruppo, mi salutano tutti.  Mi hanno chiamato perché festeggiano l’apertura della nuova sede.  Bellissima – dicono. Mentre li ascolto vedo la gente che si accalca al buffet sul banco bar. Penso di essere metà da una parte metà dall’altra, tra Milano e Avellino. E mentre lo penso mi passo il polpastrello del pollice sulla nocca del medio. Non c’è più segno di cicatrice, ora.

E’ stato durante l’ultimo bagno di quest’estate, con Samuele.  Abbiamo girato, guardato, ci siamo indicati pesci e scogli, e uno strano fondale di sabbia che sembrava spostarsi sotto di noi tirato dalla corrente. Un lungo giro. Sono andato troppo sotto riva, il mare non era tranquillissimo e mi ha spinto contro uno scoglio. Mi sono graffiato la nocca del dito medio, appena un po’ di sange e nessun dolore. Accidenti, che scemo, non ci si avvicina così alle rocce quando il mare si muove.

Due giorni dopo sono a Milano, Esselunga. Sto facendo la prima spesa, un sacco di roba per far ripartire la casa dopo le ferie. Accosto il carrello già pieno e mi schiaccio il dito contro lo scaffale, esattamente sulla nocca del medio. Risento quel piccolo bruciore e torno là, vicino allo scoglio, con Samuele vicino, il fondo di sabbia che si muove, qualche sarago carino che ci passa sotto e la luce del sole che filtra a colonnine sott’acqua.

Cammino ancora fuori dal bar, ascolto nel frattempo Max che mi conferma la sua felicità per la nuova sede di Vernicefresca. Con l’occhio controllo l’inizio della serata, una parte del cervello è all’Esselunga e un’altra in acqua, con il mare che si muove e gli scogli un po’ troppo vicini. In più c’è un’altra parte, come un osservatore dentro di me, che contempla il divaricarsi delle strade e le percezioni sovrapporsi e sommarsi.

Mi chiedo dove io mi trovi realmente. Mi chiedo in quale tempo. Mi rispondo: presente, in ognuno di questi luoghi. Il tempo è ogni momento e tutti i momenti sono qui. Lo scoglio è a Milano, nel mio pollice che lo cerca sul medio. Quanti luoghi ci sono in un luogo ? Quanti tempi in un tempo ? Qualcosa in tutto questo mi rende semplicemente felice. Non so cosa sia, ma glie ne sono grato.

Lo spunto di oggi – La 25° ora

giovedì 8 ottobre 2009

Grazie a Chiara Omero e alla Redazione de La 25° ora, di La7, che hanno permesso ancora una volta a Un inguaribile amore di incontrare il pubblico.

Un abbraccio a Cesare, Stefania, agli amici di Sottosopra, a Roberto Tronconi e ad Emilio Giliberti che hanno aiutato e reso possibile questo piccolo film.

La puntata è visibile, con proiezione integrale del corto, a questo link, mentre per salutare ancora Cesare e mandargli un saluto o un sostegno, basta rivolgersi qui.

Radiografie – Eva e Adamo, di Vittorio Moroni

lunedì 5 ottobre 2009


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Vedendo il film di Vittorio mi vengono in mente un po’ di cose in disordine e le dico così come sono perché mi aiuta a rimetterle in fila. Un primo aspetto ovviamente è quello della bella notizia – che vivo con un filo di senso di colpa – che anche con pochissimi mezzi si può fare del cinema e lo si può fare con una grande qualità di significati e di linguaggio. Altro è dire che poi questo cinema così intenso possa – nei suoi modi video e poveri – sedurre un numero sufficiente di spettatori in sala e ripianare i costi produttivi. Ma questa scommessa per un filmaker è spesso un postulato di partenza.

La povertà di mezzi, dicevo. Che non diventa mai miseria, è fatta ragione di stile e di rigore. E con questo anche la televisione viene un po’ sbugiardata: si potrebbe girare meglio tutto, anche le news. Ma la cosa che mi tocca di più di questo film è il cuore con cui le storie sono state scelte, avvicinate, penetrate con un bisturi affilato e gentile. Mi rendo conto che rischia di essere un’affermazione retorica, però le cose hanno il valore che gli diamo, e dare valore significa in qualche modo amare. In Eva e Adamo c’è un campionario divertentissimo, commovente, inquietante, sorprendente dell’amore e dei suoi derivati attraverso i quali diamo valore alle cose.

Su tutte queste diversità si stende lo sguardo sereno, amico, controllato e partecipe di Vittorio. Nessun giudizio, nessun commento. Ma anche nessuna distanza “giornalistica” da chi viene ripreso e nessuna distanza “d’autore” rispetto a chi guarda. Definirei questo film – che si presenta come documentario – un autentico documentario d’avventura, se mai esistesse il genere. Un’avventura in un luogo che può essere lontanissimo da noi e che ognuno di noi si porta dentro: il cuore con  le sue assegnazioni di senso e valore.

Parlando con Vittorio gli ho mosso soltanto un’obiezione: tutte le storie sono fortemente connotate, quasi estreme nelle diverse direzioni e questo rischia di diminuire il senso dell’indagine nelle vie dell’amore in questo tempo: non si può analizzare un’epoca a partire dai suoi estremi e dalle sue eccezioni. Poi mi sono risposto da solo: a parte il fatto cinematografico per cui gli estremi sono più divertenti, ciò che dà a una storia il suo significato è una danza fra chi racconta e chi ascolta.

Se una vicenda è estrema, gli occhi con cui Vittorio la guarda sono una guida proprio a questo tempo che stiamo vivendo: disincanto e dolcezza, precisione chirurgica e in ogni caso speranza. Esercizi di sguardo di cui sono molto grato. Mi giunge oggi la notizia che il film ha conquistato un’altra settimana al Palestrina di Milano e sarà in sala fino a domenica prossima.