Pausa tecnica
giovedì 26 novembre 2009Una breve pausa di 15 giorni. Ci sentiamo prestissimo. Buon lavoro a tutti…
Una breve pausa di 15 giorni. Ci sentiamo prestissimo. Buon lavoro a tutti…

Scartabella e riordina, sposta cose con foga, lo sguardo basso, i muscoli contratti dal freddo. Azioni che si intravedono nei frammenti di luce elettrica arancione che gli piovono sul cappotto, quelli che filtrano dai rami della betulla. E’ un uomo, credo, ma non ne sono sicuro, poi c’è traffico e non guardo per molto. Ma la sua azione è chiara: mette ordine nei suoi sacchetti, chiuso in un cappotto di dieci anni fa allacciato solo con la cintura. Non ho capito cos’è che sta spostando da un sacchetto all’altro. E’ un involto rosso scuro, non riesco a vedere.
Nel frattempo il vertice della FAO comunica alla radio che ogni cinque secondi un bambino muore di fame. Poi un giornalista dice che per conto suo la FAO dovrebbe chiudere baracca e burattini perché non conclude mai niente. Quello davanti a me sta parlando animatamente con una donna seduta al suo fianco. Moglie? No, sembrano molto giovani e lui litiga con troppo vigore per essere un marito. Però magari sono fratelli e discutono su chi potrà usare la macchina sabato.
Ecco perché c’è questo macello: c’è una moto per terra, non è nemmeno arrivata l’ambulanza. Lui è lì, sdraiato, un po’ impressionante la situazione. Icona del nostro tempo in bilico su due ruote piene di vuoto, non si muove. La polizia stradale è già sul posto, forse passavano di lì perché mi dico che è strano che arrivino prima di un’ambulanza. Un’auto, quella che presumo l’abbia tamponato e sbalzato via, è ferma in mezzo alla strada, per cui si passa su una fila e mezza. Il vigile – o poliziotto stradale? Mah… – cerca chiaramente di ricostruire la situazione con l’uomo che guidava l’auto, mentre altri due stanno vicini al ferito per terra.
Nel frattempo la radio parla del processo breve. Uno dice che così la giustizia è morta. L’altro parla di difesa del cittadino. Penso all’uomo sotto l’albero, stretto dal freddo, che metteva in ordine la sua roba spostandola tra i sacchetti. Il processo breve vale anche per lui ? Anche lui dovrebbe interrogarsi, mentre cerca l’angolo per passare la notte, sui cinque secondi che passano tra un bambino e l’altro ? E quell’uomo sull’asfalto, dove stava andando? Dov’era atteso per stasera ?
Schegge centrifughe che si muovono sullo stesso pianeta. Siamo immersi nell’illusione di vivere nello stesso mondo e di avere di questo mondo la nostra opinione personale, mentre in realtà viviamo in mondi diversi, quelli che il nostro sguardo, la nostra cultura, la nostra situazione e la nostra contingenza costruiscono per noi. Nonostante tutto possiamo comunicare. Anzi direi che quello non è tanto un problema. Ma le cose che ci diciamo sono reciprocamente distoniche: capiamo le parole ma non capiamo cosa vogliono dire.
Controllo l’ora perché la circonvallazione è un inferno e non si va avanti più. Sono passati circa venti minuti e sono arrivato al semaforo. Venti minuti. Dodici al minuto. Duecentoquaranta bambini. Me l’hanno detto alla radio, ho sentito. Ma sono in un mondo troppo lontano. Posso fare questo conto. So quanto viene, ma non so quanto vale.

“Qualche volta attorno al filo il cielo si oscura, si alza il vento, il cavo si raggela, il pubblico diventa inquieto. Sento urlare dentro di me. Il filo smette di respirare. E io pure. E’ il preludio della catastrofe, implacabile come quando il rullo del tamburo annuncia l’esercizio più difficile. In questa attesa della caduta arrivo a maledire il filo, ma non ne ho mai paura.
So soltanto che un giorno quest’angoscia riapparirà sull’orlo della piattaforma. In un giorno tremendo, mi aspetterà ai piedi della scala di corda. Avrò un bell’agitarmi, prendendomi gioco di lei, ma il giorno dopo sarò ancora lì, nel mio camerino, mentre indosso il costume con mani umide per lo spavento. In seguito tornerà nei miei sogni. Mi schianterò mille volte in rimbalzi lenti sulla pista d’un circo, in assenza di peso.
Al risveglio sarà su di me, vischiosa, indelebile, non mi lascerà mai più. E di questo, dio mio, ho una paura folle. D’immaginare che, una sera, abbandonerò il filo come tanti toreri hanno rinunciato alla sabbia dell’arena per rifugiarsi nella vita; di dover rispondere: “ho avuto paura. Ho incontrato la Santa Paura. Essa mi invade e mi succhia il sangue”, io che speravo nel dono più caro ai funamboli – una fine sul filo – lasciando agli uomini l’ingiuria d’una maschera mortuaria sorridente, io che esortavo gli altri sulla corda: “sappi che la vita è breve. Cosa c’è di più audace di un uomo felice in pieno volo ? Di troppe feste non hai saputo approfittare”, io, fragile funambolo, minuscolo e tremante, mi distoglierò per nascondere le mie lacrime, e la mia paura”.
Un testo stranissimo, fatto di tecnica concreta e di cose apparentemente elementari. Eppure una scuola di volo che passa dal metodo, dalla continuità, dalla disciplina. Molto suggestivo. E per chi volesse vedere Philippe Petit all’opera…. basta andare qui:

Da un blog complesso e difficile prendo uno spunto che ritengo prezioso, scritto da Marco Bianciardi. Rimango colpito dalla capacità di altre discipline e di altre persone di parlare di quel di cui mi occupo ogni giorno con maggior precisione, con più consapevolezza. Una fertilizzazione incrociata che mi piace infinitamente, pure nella difficoltà – per me – di affrontare nuove lingue e nuovi modi. Il blog in questione è http://ripensarebateson.wordpress.com/.
Credo sia possibile sperimentare, nelle relazioni umane, e a volte anche in psicoterapia, rari momenti in cui sembra di incontrare l’altro in un luogo ’sacro’: quando ci pare di incontrarlo, ad esempio, là ove qualcosa di non detto cerca di farsi parola (e questo, naturalmente, vale anche nell’incontro con noi stessi…).
Sto pensando ad un momento di un incontro psicoterapeutico: Anna sta parlando di quanto soffre nell’immedesimarsi nel figlio quando questi si ritrova a essere escluso dai compagni di gioco. Improvvisamente piange, dice di rendersi conto di essersi sempre sentita ’sfigata’ – pur riconoscendo che nulla di obiettivo pareva giustificare una immagine di sè così negativa. Nei successivi, intensi, minuti del colloquio riflette su come questo narrarsi e vedersi come ’sfigata’ sente sia emerso all’interno della relazione con la madre, pur senza che mai tra di loro se ne facesse parola.
Il mio sentire è che Anna si sia accostata a uno dei luoghi, segreti a noi stessi, ove prende forma il racconto di sè a se medesimi che ci accompagna poi, ininterrotto, per tutta la vita… racconto che, inevitabilmente, prende forma appoggiandosi al racconto, di solito implicito, che l’altro fa di noi. Là ove il raccontarsi e l’essere raccontati paiono coincidere; ove il come il soggetto narra a sè di se medesimo non appare ben distinto da come l’altro narrò di lui.
A ben vedere, ritengo si tratti precisamente del luogo ove si articola la misteriosa relazione tra elemento e contesto: là ove l’individualità si distingue ponendosi come soggetto di una narrazione, la quale emerge da (si appoggia a, si nutre di, è sottomessa a) il racconto dell’altro, e/ma grazie a ciò inizia a partecipare in modo autonomo ad in-tessere quel contesto di relazioni da cui sta distinguendosi…
E si tratta, anche, di un luogo ove l’immagine che la narrazione costruisce rappresenta e nello stesso tempo è il soggetto che in essa si pone, si pro-pone, e si aliena. Anna è ’sfigata’ o l’immagine di sfigata rappresenta Anna ? L’uno e l’altro, evidentemente, altrimenti Anna non ne piangerebbe, non sarebe così commossa (nè lo sarei io), e non soffrirebbe immedesimandosi nel figlio.
Bateson parla di questa combinazione: “Ebbene, io ritengo che l’uso più ricco della parola ’sacro’ sia quello che rende importante la combinazione, l’unione delle due accezioni, e ritengo che ogni loro separazione sia, per così dire, antisacra (…) il pane è e insieme rappresenta il corpo” (G. Bateson, “Ecologia della mente. Il sacro”).
Naturalmente Bateson sta parlando del rischio di ’separare’, di ’scindere’, di misconoscere una articolazione sempre problematica e comunque sempre presente. Io sto parlando, invece, dell’esperienza soggettiva là ove questa articolazione pare collassare, fare corto circuito, sovrapporre e confondere i due aspetti.
Sto ricordando che, sebbene sappiamo che la mappa non è il territorio, e che il racconto, lungi dall’essere ‘vero’, traduce e tradisce, propone ed impone, vi sono pur sempre luoghi segreti dell’esperienza soggettiva ove mappa e territorio, per il soggetto, coincidono: ove sentiamo di poggiare i piedi per terra, ove, soggettivamente, le cose sono proprio così, ove, forse, siamo unacosasolaconl’altro: ove siamo ciechi, anche – e forse lo siamo inevitabilmente e necessariamente.
Propongo quindi che l’incontro con l’altro venga vissuto come sacro quando il farne parola (a volte per la prima volta) permette una articolazione di ciò che era sovrapposto e confuso, permette di sentire anche come rappresentazione ciò che prima semplicemente era: veniva vissuto come un dato di realtà.
L’esperienza soggettiva è l’inesausto narrare a sé di se medesimi, ma per tutti noi ciò avviene a partire da luoghi nascosti ove ciascuno è, ancora, unacosasolaconl’altro: là ove l’in-fans, per farsi ‘uomo’, si alienò nel racconto dell’altro, vi si appoggiò, vi si fece irretire…quando di questi racconti originari possiamo fare parola ad un altro l’incontro ci dona momenti che definirei sacri.
Marco Bianciardi.

Proprio vero che le cose si chiamano. Dopo le parole su Alda Merini, il film di Marina Spada su Antonia Pozzi. Lo vidi in primavera, quando non era ancora del tutto finito. E il seguito che ha avuto mi pare stia confermando le sensazioni che aveva dato all’inizio, con l’avventura del Festival di Venezia e i relativi consensi. Due donne che si mettono in contatto, si ascoltano, si cercano forse cercando se stesse. Il film verrà proiettato al Mexico la sera del 20 novembre. Di seguito alcune informazioni sul film e sulle sue ragioni tratte dal dossier ufficiale del film.
Partendo dalla figura di Antonia Pozzi, poetessa originale e appassionata, oggi riconosciuta come una delle voci più alte del Novecento non solo italiano e morta suicida a soli 26 anni nel ‘38, Poesia che mi guardi vuole riflettere sul ruolo dell’artista e del poeta nella società di allora e di oggi.
Il film, partendo dalle poesie e dai temi che la più recente critica ha individuato come centrali nella Pozzi, dà voce alla sua poesia e alla sua tormentata ricerca esistenziale, al suo disagio verso il suo ambiente sociale, la classe alto-borghese milanese, che le impediva di vivere in modo sincero e passionale e verso un mondo maschile che liquidava il suo talento poetico come disordine emotivo.
Parlare della Pozzi vuol dire anche riflettere sull’ essere donna nella nostra società, sulla creatività al femminile e sul rapporto tra arte e vita. Il film mostra per la prima volta i filmati 8mm girati da Antonia e talvolta da suo padre. Sono immagini che, insieme alle tante fotografie da lei scattate, mostrano la sua famiglia, gli amici, la natura, soprattutto le sue “mamme montagne” e le periferie, che la Pozzi frequentava a amava per la loro autenticità. Motore e voce narrante del film è Maria, una cineasta che, affascinata dalla Pozzi, ne studia l’opera e ricerca il mondo e i personaggi della sua vita.
Decisivo per Maria è l’incontro con un gruppo di studenti universitari, gli H5N1, che diffondono le loro poesie in forma anonima sui muri della città, nella convinzione che nelle nostre vite ci sia tanto e sempre più bisogno di poesia. Maria li coinvolge nel suo progetto: vorrebbe che la poesia di Antonia Pozzi, tramite i ragazzi, rinascesse a Milano, non più come espressione solitaria e intima, ma come momento condiviso. Vorrebbe che questa azione diventasse riscatto per Antonia Pozzi, dandole quel riconoscimento e quella visibilità che le erano stati negati in vita.
Complimenti a Marina, che ancora una volta ci ha dato un’occasione di cinema e di riflessione. Complimenti anche a Renata che ha scelto di produrre un film coraggioso come questo.

E’ una sorta di legge valida quando si racconta una storia ed è una di quelle cui più difficilmente si riesce a fare attenzione: ogni singolo elemento prende senso dal contesto in cui è inserito e ogni elemento modifica il contesto in cui si inserisce. In altre parole esiste una contaminazione continua fra l’insieme e ognuna delle sue parti, ma anche fra presente e passato, dato che un elemento nuovo si inserisce in un contesto che è diventato tale nel tempo.
I nostri politici lo sanno benissimo, in questo e forse non solo in questo maggioranza e opposizione si somigliano pienamente: nel comunicare il dettaglio come se non fosse un dettaglio e nel far passare l’insieme come se fosse un elemento parziale e periferico. Ma a parte i nostri politici, che non riescono a muovere in me alcuna passione, penso al mio, al nostro modo di raccontare, al mondo in cui il nostro racconto si inserisce e al modo in cui le due cose si contaminano e si cambiano vicendevolmente.
C’è qualche cosa, oggi, che fa di noi ad un tempo non solo narratori e pubblico ma narratori e contenuto narrato. Raccontiamo noi stessi e chi ha un blog esalta ancora di più questa tendenza. Presumiamo un interesse per ciò che diciamo, lo mettiamo on line pensando che le nostre parole – che sono sempre il nostro punto di vista – possano riguardare, incidere, rappresentare qualcosa per le persone che passeranno di lì.
Passeranno di lì, appunto. E dov’è questo “lì” ? E’ in rete, nella bolgia infernale della rete. Nella moltitudine di siti e nella penuria di tragitti di senso. Una situazione che non piace a molti. E sarà anche vero come si dice che l’ordine è disordine senza fantasia, ma in questo modo nemmeno la fantasia si vede più perché non si vedono più i segni. Troppa roba. Troppe parole. Troppo rumore. Alla fine: anche troppi blog.
Me lo chiedo anche io, con sempre maggior insistenza. Ammesso e non concesso di avere la cosa più giusta del mondo da dire, bisognerebbe dirla anche in un contesto in cui la cosa più urgente del mondo fosse fare silenzio ? Se il contesto non funziona, possiamo lavorare per cambiarlo facendo esattamente ciò che non lo fa più funzionare ? Si può fare qualcosa con qualcosa che la disfa? Quante volte ci siamo resi conto che sarebbe stato meglio tacere nonostante siamo ancora convinti di ciò che abbiamo detto?
Quando rivendichiamo la libertà di spegnere il televisore e ci lamentiamo dei palinsesti da decerebrati che ci propinano, per che cosa decidiamo di spegnere? Per avere cosa in cambio di quel che non vogliamo più ? Altre parole in rete da leggere ? Altre immagini fra le quali navigare ? Con quale vantaggio ? Con quale senso in più?
Confesso di scrivere camminando sul filo di questa ambivalenza e la cosa non mi turba più che ogni altra azione che compio nella mia giornata. Sono ambivalenti tutte, che io lo capisca o no, che mi sia chiaro o meno. Credo di conoscere il motivo delle cose che faccio ma in realtà conosco solo il motivo che mi sono detto.
E quindi ? Quindi niente, non so. So che guardare l’ambiguità e l’ambivalenza di quello che si fa – almeno una volta ogni tanto – aiuta a farsi qualche domanda. Tenere o non tenere un blog ? Un animale di fronte a un bivio sceglie. Un uomo anche, ma la sua scelta è più complessa perché dentro di lui abitano due ipotesi ulteriori: che siano buone tutte e due le strade, o che siano entrambe cattive.

La prima cosa che avevo notato erano i muri. Pieni di numeri di telefono senza nome. Scritti direttamente sulla parete con pennarelli, biro, matite. Una specie di tappezzeria fatta a mano. Una tappezzeria di relazioni, una stanza piena di voci, di amici, di chissà quante persone. Era tiepido e le finestre erano aperte. Dalle finestre entravano passerotti dall’albero vicino. Entravano nel senso che si mettevano proprio a saltellare sul tavolo, a beccare quello che c’era in giro.
In giro c’erano tazze, dentro le quali c’erano altre tazze più piccole, dentro le quali a volte un bicchierino da liquore. Nel caffè rimasto sul fondo c’erano mozziconi di sigarette spente. Si sarebbe detto un disastro. Camminare era un’impresa perché c’erano pochissimi centimetri liberi dagli oggetti e dai libri.
Lei stava seduta là, nel suo soggiorno. Sarebbe sbagliato dire “con dignità”, sarebbe riduttivo. Stava seduta con regalità. Con una gioia di vivere che le faceva brillare negli occhi anche tutte le lacrime. E quando raccontava, quando parlava di sé o della poesia, della vita in generale, si veniva coinvolti in un vortice per lei per niente vorticoso. Come se fosse abituata e consapevole nel suo camminare sull’orlo dell’abisso, in bilico sempre tra baratro e luce. Un incontro che non dimenticherò mai.
Questa è una delle sue poesia che amo di più.
Cara Federica
Cara Federica dirò come soffro
perché ci è dato tanto soffrire,
perché vediamo tagliare dalla terra
le nostre spighe migliori
anche io ero una spiga che cresceva nei campi,
credi Federica,
i poeti non sono seminati da alcuno
li porta il vento della primavera.
Oggi per la mia donna è un giorno di libertà
ma per noi prigionieri dell’arte
è un altro giorno di prigionia.
Non sono felice della mia morte
carissima Federica
eppure me ne dovrò andare
dopo aver perso la fede
che era nei cuori dei miei amici.

Domani è un giorno importante per me. Sono molto emozionato al pensiero e molto felice per questa occasione: inizierò il mio percorso di lezioni alla Civica di Cinema di Milano. Mi è stato offerto di insegnare linguaggio cinematografico al primo anno. Per me è congenito non sentirmi pronto mai e questa volta non fa eccezione. Per cui accumulo pensieri.
Il primo – e per me il più importante – è farsi un’idea di cosa sia un linguaggio in sé. Credo che la somma di tutti gli elementi grammaticali della lingua non faccia il linguaggio, altrimenti ce ne sarebbe uno solo. E se il linguaggio non sta nella somma delle regole della lingua e ognuno di noi ha il proprio – diverso da quello di chiunque altro – significa che il linguaggio è qualcosa che si trova nella terra comune delle regole della lingua valide per tutti e del punto di vista sul mondo valido solo per noi.
Se quando parliamo usiamo il nostro linguaggio, il nostro comunicare non è in relazione diretta con la realtà, ma con il nostro punto di vista sulla realtà. In altre parole il linguaggio siamo noi estroflessi nelle nostre parole o nelle nostre immagini. Siamo noi diventati parole e forma. Anzi, direi che il linguaggio usato in modo consapevole è la forma che coincide con la sostanza.
Avevo letto una definizione splendida in merito: il linguaggio è il pollice opponibile del pensiero per prendere la realtà. Non la grammatica, quella non prende niente. Il linguaggio sì. La luce nuova che getta questa definizione sta nel fatto che ci fa capire che il linguaggio è un’azione. Un’azione drammatica vera e propria attraverso la quale intendiamo raggiungere qualcosa che ci manca, come tutte le azioni fanno.
Ogni carrellata, ogni panoramica, ogni stacco, ogni movimento di macchina sono la risposta a un desiderio profondo: quello di portare il nostro occhio – e la nostra emotività, il nostro cuore – da un punto a un altro punto, da un personaggio a un altro personaggio, da un clima a un altro clima.
Forse così diventa più facile capire quanto sia forte l’inversione di ragionamento fra cinema e televisione: la televisione mostra le cose – pur avendo essa stessa un linguaggio preciso, ma che è il linguaggio della televisione e non del singolo autore, non almeno in modo significativo, e quindi più che un linguaggio televisivo mi sembra che esista una grammatica televisiva – mentre il cinema mostra lo sguardo con cui guardiamo le cose.
Un’ultima parola sulla grammatica. E’ paradossale ma più passa il tempo più trovo che la grammatica sia affascinante. Non so se per l’influenza di Chomsky, dal quale ho imparato che la grammatica testimonia la capacità dell’uomo di fare tesoro dell’esperienza, cioè di costituire una serie di regole che rendano più efficace la comunicazione, ma di fatto vedo nelle grammatiche la paziente disposizione della tavolozza di tutti i colori possibili, elemento per elemento, disposti con sublime neutralità, pronti per essere utilizzati, combinati, deformati dalla violenza viva del punto di vista di chi li utilizza.
Continuo a cogitare, chissà che verrà fuori… nel frattempo mi viene in mente Francesca.
Che cosa fa un regista ? mi aveva chiesto qualche mese fa. Spaventato dalla domanda improvvisa avevo tergiversato: Decide dove mettere la macchina.
Ah – perplessa lei – quindi fa il parcheggiatore ?
Credo che comincerò così…