Archivio di dicembre 2009

Lo spunto di oggi – Auguri

giovedì 31 dicembre 2009

Grazie a tutti quelli che hanno fatto parte di questo 2009. Proprio a tutti.  Anche a quelli con i quali il lavoro e le relazioni avrebbero potuto funzionare meglio. Perché alla fine, come sempre, ho imparato da chiunque. Un particolare ringraziamento al mio meccanico. Mi ha inseguito al semaforo per ridarmi 5 euro e salutarmi, e mi ha mostrato il mondo come vorrei che fosse. E mentre se ne andava e lo guardavo, ho visto giovanni come vorrei che fosse. Auguri!

Lo spunto di oggi – Danilo Dolci

lunedì 21 dicembre 2009

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Ultime cose prima di Natale. Una poesia di Danilo Dolci che rappresenta tutta un’idea di pedagogia, di uomo e di mondo.

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Buon Natale a tutti. Auguro a ciascuno di noi di avere o trovare qualcuno che lo sogna come ora non è.

Lo spunto di oggi – L’attrito

giovedì 17 dicembre 2009

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Di solito dà fastidio, diciamo che nemmeno dal punto di vista creativo è una zona che frequentiamo volentieri.  L’attrito fra noi e qualcuno o qualcosa. Spesso, l’attrito fra una parte e l’altra di noi. Non frequentiamo perché fondamentalmente non è piacevole frequentare conflitti. C’è in ballo la nostra idea del mondo e soprattutto la nostra idea di noi. Il problema si riversa dritto nelle storie che si scrivono. Perché c’è sempre un contatto profondo tra le nostre storie e noi e quindi tra i conflitti che le nostre storie mettono in atto e quelli che ci si agitano dentro. C’è sempre una parte di noi che guarda se stessa e che si giudica.  Come persone – ma questo è un parere personale – e come autori – e questo è il punto.

Mi viene il desiderio di segnarmi alcuni piccoli riferimenti per me, come dei promemoria per orientarmi durante il viaggio. Me  ne segno alcuni, ma mi auguro di racimolare anche gli appunti degli altri che passano di qui. Sarebbero per me un vero regalo.

Dimenticarsi di sé mi sembra sempre essere un buon punto per partire. Stare nella storia. Accettare dentro di noi l’esperienza e la sofferenza di un personaggio che non siamo noi. Consentire a una diversa configurazione del mondo, a un diverso assetto simbolico ed emotivo di entrare in noi. Essere pronti a prestargli le nostre energie migliori e tutto il nostro tempo.

Rinunciare alla coerenza come ad un valore assoluto. Questo penso sia un punto difficile ma mi rendo conto che mi è sempre più necessario mentre scrivo. La coerenza è una delle virtù più sbandierate e richieste. Siamo sempre lì sul piede di guerra per cogliere le contraddizioni altrui e siamo attentissimi a non caderci noi. Quando ci cadiamo – già il verbo dice tutto – ci stiamo male e spesso cerchiamo di nasconderlo. Invece dentro di noi ci sono molte voci. Le voci che vorremmo vedere dentro ai personaggi per riuscire ad amarli come persone vere. Le voci ci portano in direzioni diverse. Ci strappano a metà, ci confondono sul chi siamo. Ma in realtà non sono cattive, sono la verità complessa che ci abita. Se facciamo dell’identità di un personaggio un lato solo, un’immaginetta, come ci regoleremo con il suo cambiamento ?

Sospendere le nostre convinzioni personali. Mi rendo conto che questo solleva spesso delle obiezioni, ma se non sospendiamo il nostro punto di vista sul mondo – in fondo significa ancora dimenticarsi di sé – non possiamo vedere il mondo dal punto di vista del personaggio.

Cercare la libertà. Essere liberi significa poter scegliere. Una parte grandissima di questo potere si chiama consapevolezza. La consapevolezza è consapevolezza – in questo senso – anche di queste voci che parlano dentro di noi. Che dicono e chiedono cose diverse nello stesso tempo e cose che non sono compatibili fra loro. Dovremo dire  a noi stessi dei no per dire alcuni sì che riterremo determinanti. Se non riconosciamo queste voci ci impediamo anche di scegliere. La libertà è un ascolto. La consapevolezza e l’ascolto di queste voci interne sono la base profonda del cambiamento, dell’evoluzione. Della contraddizione non intesa come qualcosa che dice contro, ma che dice successivamente a quanto detto prima. Ogni momento è un momento nuovo. Porta con sé una novità che proprio perché tale è altra rispetto a ciò che c’era.

Benvenuti i pezzi di noi che non riusciamo a mettere insieme. Benvenuti i personaggi che dicono e disfano. Benvenuti noi quando abbiamo l’emozione profonda di incontrarne uno e di riconoscerci in lui.

Lo spunto di oggi – Sul libro di Mimmo Sorrentino e sul lavoro

lunedì 14 dicembre 2009

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E’ una cosa che ho sempre pensato e trovarla nel libro di Mimmo – che ho la fortuna di conoscere per l’esperienza alla Paolo Grassi – mi riempie di felicità: non è possibile – per me – parlare di come si racconta una storia senza  prima parlare di chi la racconta. Perché noi siamo la storia che raccontiamo e anche tutte quelle che non sappiamo di raccontare. Quelle che ci si leggono addosso e che gli altri conoscono molto meglio di noi.

Quello che esce chiaramente dal libro di Mimmo è che bisogna partecipare. Un verbo che a volte si perde per strada, troppo usato in passato per non destare qualche mugugno. Il punto è che ognuno di noi della partecipazione ha una propria idea e una propria esperienza. Nel mio piccolo orizzonte sento che troppo spesso – quando lavoro con gruppi di professionisti e non – c’è un’idea di storia e di racconto di tipo classico:  la nonna che racconta al nipotino una storia con un messaggio edificante rifilato nel mezzo. Si tratta di far passare indenne un’idea da una mente all’altra, utilizzando un racconto.

Ecco, per me questo non è partecipare ma dividere. Così le storie non sono una via di contatto ma una linea di separazione: vediamo se ti arriva nella testa quello che ho nella testa io. Invece alla storia partecipa sia chi racconta sia chi ascolta. La storia è una danza che danziamo insieme. Non siamo tu, io e il linguaggio in mezzo a noi a fare da tramite. Siamo tu ed io dentro il linguaggio. Il linguaggio che è noi e che vive con noi e ci definisce e ci trasforma. Quello per cui una sfera davanti a noi può essere un pallone da basket o da calcio, gonfio o bucato, pesante o vecchio o sporco o colorato. Quello che definisce le cose e noi stessi.

Ecco che cos’è la storia che viene raccontata. E’ tuffarsi nella relazione con gli altri e con noi stessi. E’ scoprirsi in contatto. Essere nelle parole che si dicono, essere con gli altri attorno alle parole ascoltate. Non è banale, perché  siamo mediamente molto lontani dalle parole che pronunciamo. Invece possiamo riformularle insieme. Partecipare a questa infinita rielaborazione dei significati che assegniamo alle cose. Farci rielaborare e rimescolare dagli altri. Le storie sono questo, noi siamo questo.

Allora mi domando: che cosa significa essere dei professionisti in questo campo ? Peggio ancora: che significa essere professionali ? Nel nostro terreno – e Mimmo lo spiega con parole acutissime – non significa granché. Il lavoro dell’incontrare un personaggio e una persona è un lavoro che si fa solo oltre la linea della correttezza e della professionalità. E’ sempre un atto gratuito il cui esito è incerto. Un’apertura per il cui rischio non esiste polizza. Eppure, è una festa.

Poi ci penso e mi dico che ogni altro lavoro del mondo è così e che in questo non c’è nulla di diverso. E’ una festa sempre se lavoriamo facendo parte del linguaggio che usiamo ed è spesso un inferno se usiamo il linguaggio per comunicare idee fra teste distanti, standone al di fuori. Vale in posta come in teatro, in ospedale come sul set. Partecipare con tutti noi stessi ad ogni parola che utilizziamo e dire parole che conosciamo davvero. In questo Mimmo racconta un’esperienza straordinaria. E mi piace poterlo ringraziare su questo blog, di cuore.

Il libro di oggi – Teatro partecipato, di Mimmo Sorrentino

mercoledì 9 dicembre 2009

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Il desiderio dell’altro.

“Perché le persone si raccontino, e soprattutto mi raccontino, mi devono riconoscere come, citando Lacan, il “soggetto-supposto-sapere”, cioè mi devono riconoscere come qualcuno capace di interpretarli e da cui desiderano essere interpretati.

E’ durante il processo di motivazione che divento per il gruppo il “soggetto-supposto-sapere”. In quella fase compio una serie di manovre per risvegliare negli studenti il desiderio dell’apprendimento del teatro e provo a dimostrare di avere le competenze necessarie per aiutarli a soddisfare il loro desiderio.

La scrittura delle poesie costituisce anche uno strumento di verifica per accertare se mi riconoscono come “soggetto-supposto-sapere”. E’ dalla qualità e dalla quantità dei loro scritti che io misuro il successo dell’intervento chiamato “motivazione del gruppo”. Quando scrivono sono sicuri, perché lo dico, che sarò io solo a leggerle. Sanno che non saranno oggetto di valutazione scolastica. Sanno che chi non se la sente può anche non scrivere. Sanno quindi che ciò che scriveranno lo scriveranno in un certo senso per me.  E se scrivono in modo sincero, si aprono, si raccontano, si prendono sul serio, allora vuol dire che il mio intervento è riuscito e che mi hanno riconosciuto come “soggetto-supposto-sapere”. Divento in qualche misura un loro desiderio, perché pensano che io sappia ciò che nemmeno loro sanno di se stessi.

Per insegnare teatro, per quanto mi riguarda, è  necessario che si instauri un transfert. Se non si è amati, non si può insegnare. E questo transfert non riguarda ovviamente solo il gruppo, ma anche chi lo guida. Per riconoscere il loro inconscio, devo in qualche modo assumerlo, farlo mio, riportarlo su di me; ciò può avvenire soltanto se in qualche modo ho già percorso il cammino dell’analizzante attraverso una mia analisi. Per riconoscere l’inconscio dell’altro, devo prendere in considerazione il mio.  Certo i miei lapsus, le cose che dico in più di quelle che penso di dire, sono diverse da quelle delle persone del gruppo, ma dal punto di vista formale i miei lapsus e i loro sono identici.

(…) I gruppi spesso credono che il conduttore sappia qual è il loro desiderio, ma il conduttore non lo sa. Se lo sapesse potrebbe barattarlo. In quel caso la relazione diventerebbe una relazione commerciale, mentre si tratta di una relazione d’amore. “

Leggo il libro di Mimmo con voracità. Era molto tempo che non mi capitava di appassionarmi così a un testo di metodologia. Ma ritrovo in queste parole – anche in quelle sulle quali ho posizioni diverse – un quid fondamentale che me lo fa sentire vicinissimo. Per adesso mi tengo questa considerazione di Mimmo: se non si è amati, non si può insegnare. E me la giro come mi viene più congeniale: se non si ama, non si può imparare. Direi che così mi riguarda di più, avendo io molta più voglia e materia per imparare che per insegnare. Però ci torno fra qualche giorno. Mi sembrano talmente belle le sue parole, che le voglio lasciare così.