Archivio di gennaio 2010

Lo spunto di oggi – Contare fino a dieci

giovedì 28 gennaio 2010

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Scrivo al computer mentre Angela – la signora che ci aiuta in casa – passa l’aspirapolvere nelle stanze. Transita davanti alla mia porta e si scusa per il ritardo: E’ che oggi c’è un casino in giro per la città. La 91 non arrivava più. Sorrido e continuo a scrivere, perché se do spago non ricomincerò più a lavorare. Ma lei non molla la presa: Ah, Giovanni, ecco perché! Oggi è la giornata che bisogna ricordare, e ci sono le manifestazioni! Me l’ero dimenticato! Annuisco, sollevo il sopracciglio per sottolineare la brillantezza dell’intuizione e mi rimetto al computer.

Un predatore sa quando far respirare la preda perché si ammorbidisca e sia più facile da azzannare. Quindi molla il colpo e va a fare qualcosa di là. Questione di minuti. Ripassa da me. Che poi Giovanni come dico sempre io: prima fanno le cazzate poi bisogna ricordare. Dico bene Giovanni ? Il predatore alza il tiro e si autocita. La preda si dibatte come può mostrando al predatore di non rappresentare un piatto facile. Beh Angela: ci si ricorda di quelle cazzate così non si rifanno cazzate. No? Adeguare il lessico per mostrare di capire. Buona mossa, ma intanto ho smesso di scrivere e ho ceduto un primo brandello di carne. Parte l’attacco decisivo. Angela stringe il panno per la polvere, mette la mano sul fianco e fa un passo verso di me: comizio is coming. Io dico solo che se si imparasse a contare fino a dieci prima di farle le cose…

Devo farle conoscere la Sere della metropolitana. Siamo tutti troppo buoni e Hitler doveva contare fino a dieci. Sociologia e Analisi Storica del Novecento. Non è una città: è un gigantesco campus universitario e sto fruendo gratis di lezioni memorabili. Non sfugge al mio predatore il lampo di entusiasmo per questa sua ultima frase e questo le consente di solcare la soglia della porta. Sono all’angolo e lei mi punta: La vuole sapere l’ultima? Proviamo con la comunicazione non verbale. Faccio no con la testa e Mmm con la voce. Tradotto per il predatore è un raggiante Sì! Voglio saperla nei dettagli! Angela appoggia il panno. Segnale terrificante: sta per partire una lunga dissertazione in lingua mista.

Allora: ieri sera mi è venuto a casa, Giovanni, con un paio di scarpe da 270 euro. In saldo. Parla del figlio, croce e delizia di mamma sua. E nemmeno le ha pagate. Sa di chi è la colpa ? Guardo il soffitto e inspiro profondamente come per dire che no, non ne ho proprio idea. Delle carte di credito, Giovanni. Quello va entra prende esce senza tirare fuori un euro, capito? Lui non ci pensa tanto poi il conto arriva a fine mese. Io lo dico sempre: bisogna contare fino a dieci prima di fare ’ste cazzate. Ah ecco, ora ho capito: suo figlio come Hitler, tutti e due avrebbero dovuto contare fino a dieci. L’associazione è talmente creativa che porta via i miei ultimi neuroni decretando il successo del predatore. Mi balena l’immagine di Hitler con la carta di credito in via Torino. A comprarsi un paio di scarpe in saldo.

Godeteveli finché sono piccoli, Giovanni, mi dia retta. Ormai è torrenziale, il suo dominio sul mio tempo è assoluto. Da Hitler ai suoi figli ai nostri figli. Dopo diventano tutti stronzi. E le donne… le donne Giova’…. ormai è tutto un sesso, tutto ‘no schifo, diventano tutte… mi scusi se glie lo dico… lavorare sui dialoghi un po’ mi è servito e le brucio il tempo:  No no, è chiaro Angela. Lei insiste: No perché Giova… Irremovibile, io: Chiaro. Chiaro. Eh, cosa vuole Angela, vedremo. Dentro di me sto seguendo Hitler che esce dal negozio fiero fiero con le sue scarpe in saldo nuove di pacca. Si imbatte in una ragazza di oggi, una di quelle tutto un sesso tutto ‘no schifo. Ci farà sicuramente qualcosa di orrendo. Ma sul più bello so che Angela vincerà ancora. Hitler si fermerà, guarderà la ragazza e dirà: ‘mo aspetta. Conto fino a dieci.

Lo spunto di oggi – Luca Giovanelli contro Hannibal Lecter

lunedì 25 gennaio 2010

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Sono a cena e sto chiacchierando con mio padre. Giada non c’è e i bimbi stanno andando a letto. Arriva l’sms di Luca: Gio, si può dire che Il silenzio degli innocenti è una storia d’amore impossibile? Rispondo automaticamente: Dell’amore impossibile verso se stessi. Sms conclusivo di Luca: Questa me la dovrai spiegare. Devo a Luca una quantità di esperienze soprattutto enologiche, vini che non mi sarei mai potuto permettere e che probabilmente non avrei comunque acquistato. Degustazioni paradisiache che associano il sapore e l’odore alla storia, alla scienza, all’arte. Avete mai sentito Luca Giovanelli parlare di vino? E’ veramente qualcosa.

Non posso rischiare di perdere tanta fortuna e quindi mi prodigo in un tentativo raffazzonato di risposta, maledicendo la parte insana di me che non mi ha fatto rispondere al suo sms con un semplice: massì. Visto che mi ci sono cacciato, mettiamoci al lavoro. Come sempre il punto è scoperchiare il legame sotterraneo che c’è fra gli eventi e quello che comportano. Tra quello che ci succede e quello che ce ne facciamo. Tra quello che diciamo e quello di cui stiamo parlando. Piani diversi che troppo spesso facciamo coincidere. Come se la superficie fosse tutto o come se quello che sta in profondità non potesse mai veramente essere intravisto da fuori.

Qual è il punto di fragilità profondo di Clarice Starling? Il suo senso di colpa. Un senso di colpa che vuole riparare risolvendo il problema del male nel mondo, intorno a lei. Diventando una donna F.B.I. con un distintivo che dica a tutto il mondo in modo chiaro e inequivocabile: lei è dei nostri, lei è buona, lei è dalla parte giusta. Ecco, la nostra voglia di separare la parte giusta della vita da tutto il male.  Ma naturalmente le cose non sono separabili. Osama che manda un messaggio ad Obama. Una metafora straordinaria che la casualità ci offre. Buoni e cattivi sono così diversi? E soprattutto quali sono i buoni?

Il fatto è che il senso di colpa di Clarice non è riconosciuto da lei: è Hannibal Lecter che glie lo svela. E’ un percorso aspro e difficile arrivare a capire il problema che abbiamo dentro. Quando Clarice incontra per la prima volta Hannibal, il custode della prigione le dice  di non avvicinarsi troppo, di tenersi lontana dalle celle mentre percorre il corridoio. E soprattutto di non avvicinarsi a lui, nemmeno al di là della protezione. Invece lei si avvicinerà, non può fare altrimenti. E la protezione non è di sbarre come per tutti gli altri, è di vetro. Il vetro è uno specchio, Jonathan Demme ci sta dicendo che Clarice e Hannibal sono la stessa persona. Si specchiano l’uno nell’altra. Per questo si leggono così bene. E la paura di avvicinarsi è la paura che tutti gli uomini di buon senso hanno di avvicinarsi a se stessi, di frequentarsi davvero.

Hannibal conduce Clarice a riconoscere qual è il vero motore delle azioni che compie: gli agnelli che lasciava morire quando era bambina, che sentiva gridare sgozzati senza poterli salvare. Senza poterli salvare o… senza aver fatto abbastanza per loro?  Hannibal conduce Clarice al nucleo rovente della sua vita. Al problema che sta sotto. Al senso di colpa che tutti conosciamo molto bene.

Mai come in questo film è chiaro che l’altro è il nostro inconscio davanti a noi. Hannibal è l’estroflessione di Clarice,  del resto se gli agnelli che Clarice ha mangiato e le vittime di Hannibal potessero parlare, non direbbero cose molto diverse. Il silenzio degli innocenti è solo un thriller se lo pensi nei termini di buoni e cattivi. Ma se lo pensi in termini di Osama ed Obama, cioè in termini di un riflesso simmetrico lievemente distorto, dove buoni e cattivi non si capisce più dove stiano, dove si sente che sono la stessa cosa perché uniti da una danza complice e nemica al tempo stesso, diventa un film straordinario. Noi siamo Clarice, noi siamo Hannibal. Sono la stessa persona e vivono entrambe in noi.

Amare noi stessi quando scopriamo in noi il senso di colpa, il male, rimanere empatici e solidali con noi stessi quando capiamo di avere addirittura paura di quello che ci si muove dentro, restare sereni quando sentiamo di aver messo in un carcere di massima sicurezza una parte delle cose che vivono in noi… non è un lavoro facile. Nessuna azione è priva di una radice interiore. Un fatto esterno è un passo interiore, perché noi assegniamo significati alle cose e le storie sono percorsi di assegnazione di senso ai fatti. Fuori e dentro vanno insieme. Ogni passaggio dell’indagine di Clarice per prendere Buffalo Bill è un passaggio che compie per prendere se stessa. E alla fine, quando sente la telefonata di Hannibal che è scappato e che presto ucciderà di nuovo, capisce di essere diventata una poliziotta e una donna. Accetta che il male ci sia e non smette di combatterlo fuori e dentro di sé.

Caro Luca, bisogna soltanto berci su. Ma per questo mi fido di te.

Lo spunto di oggi – Il telo giallo di Eric Rohmer

giovedì 21 gennaio 2010

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Vediamo dunque la scena. La situazione è la seguente: Delphine, la protagonista, non sa dove andare in vacanza e nemmeno con chi. Il dramma è squisitamente borghese e diremmo noi anche abbastanza inutile se non fosse che chiaramente vuole rimandarci a qualcos’altro. La vacanza è il tempo della libertà, della gioia di vivere, dell’abbandono, anche del silenzio e della pace. E sono proprio queste le cose che Delphine non riesce a vivere. Non è libera dalle proprie paure e dalle proprie insicurezze. Rohmer in questa scena costruisce un contesto che viene inquadrato all’inizio: a sinistra macchina l’amica bruna vestita di nero con gatto nero in braccio. A destra macchina l’amica vestita di bianco su fondo verde chiaro, luminosa e bionda. In mezzo, Delphine che discute con l’amica vestita di rosso.

Due estremi contengono questa discussione: la morte – la ragazza nera -  a sinistra macchina; la vita – la ragazza bionda -  a destra macchina. Sono gli estremi dell’esistenza, entro i quali ogni dramma viene contenuto e agito. Ora veniamo al conflitto centrale: Delphine contro l’amica. Delphine ha il pallore di chi non vive, non ha sangue, non ha un rapporto fisico reale con la realtà. L’amica invece è vestita di rosso, lei sì che sente e vive tutte le cose, dal cibo all’amore a tutto il resto. E’ più materica e accesa e tenta di smuovere Delphine. Le due donne sono amiche ma alle loro spalle Rohmer le separa con il muro della casa. L’amica ha profondità e prospettiva, ha aria dietro di sé e volume. Delphine è spalle al muro, perché lo è nella vita. Piatta, schiacciata.

Ma… su tutto questo insieme medio borghese che Rohmer ci racconta soffia il vento. Possiamo osservare il telo giallo appeso ad asciugare alle spalle di Delphine. E’ acqua asciugata dal vento, voglia di muoversi e abbandonarsi contro la  resistenza delle mollette, è cambiamento continuo di forma nella fissità della posizione obbligata. E’ voglia di vivere e di impazzire di felicità contro le remore e le paure. Insomma: quel telo giallo è Delphine che si agita per uscire dall’angolo in cui si trova.

Rohmer stacca pochissimo durante il dialogo. Non gli serve, l’inquadratura vista in questo modo è fin troppo carica di azione e di dramma. Stacca o apre per dare un respiro un paio di volte. Ma ci sono  cose molto interessanti nella coreografia interna allo spazio. A sinistra l’amica nera – inquadrata solo due volte, è il lato della paura profonda di Delphine. Difatti è inquadrata a stacco, cioè non è collegata alle relazioni, è separata, dicotomica. E’ – appunto – la paura e come tale è solitudine. Accarezza un gatto nero con quel filo di ironia tipico di Rohmer. Dall’altra parte, invece, ferve la vita. L’amica rossa agita lungamente e nervosamente un cucchiaino. La donna bionda e chiara si serve da bere e muove cose. Sempre in relazione con il movimento, la materia, gli oggetti. E’ la vita, l’altra parte della cosa.

Ecco ricondotta allo spazio scenico la tensione interiore del personaggio protagonista. Potremmo, avendone voglia, riguardare di fila la scena senza fermarla. Osservare il telo giallo che sventola inquieto dietro Delphine. Vederci la sua anima in cerca di libertà e di riferimenti insieme, in preda alle sue contraddizioni. Sentire la macchina di Rohmer che si muove intensa e silenziosa, senza disturbare, fra i personaggi. Che li separa da tagli o li unisce in panoramiche per dirci di relazioni tutt’altro che superficiali. E al tempo stesso continuiamo soltanto a vedere quattro amiche che prendono il the. Ma se ci lasciamo toccare dalla forza di questi segni potremmo riuscire a vedere tutto il cinema che c’è nella vita normale. In quel  telo che sventola là dietro, si muove tutto il genio di Rohmer.

Lo spunto di oggi – Eric Rohmer

lunedì 18 gennaio 2010

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Guido per la città e sento dal GR24 che è morto Eric Rohmer. Così, tra un semaforo e un incrocio se ne va un pezzetto del mio percorso. Erano gli anni ‘80 e Rohmer per me era un riferimento. Non poteva che essere così, tra i 16 e i 20 anni circa, quando usciva un suo film era una vera febbre andarlo a vedere. Perché mostrava cose che mi riguardavano da vicino, e mi sembrava di potermici immergere. Perché rispetto a tutti gli altri lui sapeva non farmi sentire che era un film, mi trascinava nella storia e mi ci faceva abitare dentro.

Poi sono passati gli anni e con gli anni anche le scoperte di altri autori. Soprattutto di altri mondi e linguaggi. E Rohmer l’ho un po’ perso di vista. L’ultima volta che ne avevo discusso approfonditamente – anni fa – un giovane regista francese me lo liquidò con un semplice: Rohmer ? Fa i film con il materiale che gli altri tagliano in montaggio.  In quel momento non sapevo dire perché ma non ero d’accordo e mi limitai a dissentire.

Oggi forse qualcosa di più riesco ad articolare. Perché la mia pancia sentiva da subito quel che  la mia testa ancora non capiva: che il cinema è una relazione profonda, emozionante, elettrica. E’ un contatto, una vibrazione. Se questo è vero, quando guardiamo un film dobbiamo cercare di capire chi sono i personaggi secondo noi, ma anche chi siamo noi secondo il mondo della storia. Come si relaziona a noi il racconto. Cosa ci dice di sé ma anche cosa ci dice di noi.

Bene: che ci dice dei suoi personaggi Rohmer? Ci dice quasi sempre che sono persone vere. Persone vere significa persone come noi. Ma se i suoi personaggi sono come noi, noi siamo come loro. Ecco cosa ci dice Rohmer. E che significa essere come i suoi personaggi? Significa meritare di essere raccontati. E meritare di essere raccontati significa meritare di essere conosciuti. Bello sentirselo dire, eh?

Non occorrono grandi fatti nei suoi film. Le sue storie più che correre sostano con le persone, si fermano in ascolto delle loro parole. Quando uscì Le rayon vert facevo il liceo. Il mio professore di italiano mi vide così entusiasta del film che ci andò con sua moglie. La moglie – professoressa di ginnastica – ci si annoiò terribilmente e la coppia si guardò bene dal chiedermi altre dritte. Giusto così, è inevitabile che Rohmer possa annoiare e non piacere. Ed è comprensibile che una persona da un film non si aspetti di essere chiamato in causa ma solo di essere intrattenuto.

Però la questione mi è rimasta dentro. E anche se il mio professore di allora non sa nemmeno dove io sia finito e sua moglie probabilmente fa ancora flessioni e addominali, voglio ritentare, con quel film. Magari per due che si sono allontanati dal suo mondo, qualcun altro si potrebbe avvicinare. Per ora metto qui un breve frammento del suo cinema. Tra qualche giorno magari ci possiamo tornare su…

Lo spunto di oggi – Senza radici

giovedì 14 gennaio 2010

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Scambio due chiacchiere al volo con Cesare Cantù nella pausa coincidente delle nostre lezioni.  Cesare è un espertissimo montatore che ama il cinema e che soprattutto ama parlare alla gente di linguaggio televisivo. Fra le altre cose, Cesare è l’autore del famoso “Il corpo delle donne”, documentario che si può vedere in rete con facilità.

Ti fa un quadro della situazione e tu ti chiedi: com’è che queste cose non sono di dominio pubblico? Perché gli italiani non sanno come funziona veramente l’auditel? Perché non sono a conoscenza di che cosa comporta veramente il digitale terrestre? E che molti programmi di intrattenimento sono girati con lo stesso linguaggio del cinema porno? E che gli sfondi dietro le persone intervistate negli struggenti programmi televisivi pomeridiani sono fotografati e coreografati con intenti precisi anche quando sembrano casuali?

L’altra sera mi dice: ti sembra possibile che in Italia non abbiamo ancora fatto un film su Piazza Fontana?  Fino a un certo punto abbiamo accompagnato la nostra storia: Sacco e Vanzetti, Il delitto Matteotti, Il caso Mattei… poi basta. Su alcune pagine della nostra storia, silenzio. Devo dire che non ci avevo pensato, forse perché non amo particolarmente i film di ricostruzione storica. Perché mi sembra sempre che il cinema venga relegato sullo sfondo e che si tratti in primis di un’operazione socio-politica.  Però la domanda mi inquieta.

Naturalmente la riconduco a me stesso. I film storici sono per autori con soldi e con grandi produzioni. Nessun filmaker indipendente può pensare a un film così.Però è vero che raramente le nostre idee partono dalle radici, dal passato. E’ vero che siamo come immersi, travolti, intrisi di presente. E’ vero che le radici stanno sotto la terra e noi siamo come in una nube di foglie che frusciano. No, Piazza Fontana non è per me né per quelli come me.

Ma il pensiero invece sì, può essere richiamato ad una dimensione quasi dimenticata: presi dal futuro di Avatar potremmo ricominciare a chiederci da dove veniamo, senza per questo fare film cervellotici e incomprensibili. Semplicemente l’amore per la nostra storia sociale e personale. La mattina dopo entro in aula,  scuola del cinema, II corso regia. Una ragazza mi parla di un libro che sta leggendo. Titolo: senza radici non si vola.

Lo spunto di oggi – Troppo buoni

lunedì 11 gennaio 2010

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Tra Natale e Capodanno. Neve che si scioglie male ai bordi delle strade. Milano sembra un limone spremuto, tra i resti delle feste che nessuno voleva affrontare e la poca voglia di ricominciare che mi sembra di vedere in giro. Salgo in metropolitana, devo attraversare tutta la città e finire a Sesto. Sono contento perché devo parlare con una persona che sta scrivendo una storia e vuole confrontarsi con me periodicamente su quello che sta scrivendo. Bel pomeriggio, credo.

Il vagone della metro è popolato ma con spazi vuoti. Mi siedo e apro il libro. Avrò almeno mezz’ora, che bellezza. Comunque tu sei troppo buona Sere. Alzo gli occhi. La Sere è seduta di fronte a me due posti più in là. E’ un nasino che spunta da un bavero nero alzato e cinto da una sciarpa viola, sotto un ciuffo nero sugli occhi. Solo un nasino. Il suo fidanzato – credo – si approfitta della sua bontà. Non so in che senso e gli astanti sono avidi di dettagli. Ma la sua amica, la bionda un po’ chiatta che mastica la cicca a bocca aperta, non ha dubbi. Tu devi fare come me, devi diventare un po’ più stronza, non dico proprio egoista, ma almeno un po’ più stronza. Avrà circa sedici anni e Lacan le fa uno spiffero.

Le due poi scendono e non saprò niente di loro. Un po’ mi spiace, confesso. Chi non vorrebbe sapere di che cosa approfitta orribilmente il fidanzato della Sere ? Chi non vorrebbe scoprire come fa la bionda chiatterella ad essere un po’ più stronza non dico proprio egoista ma un po’ più stronza sì ? E’ come gira il mondo e non smette mai di sorprendermi. Oggi ho scoperto che il mondo va male perché siamo troppo buoni. E mentre gli altri sono tutti stronzi, noi lo siamo troppo poco. Così non va. Impegniamoci tutti a peggiorare un po’ se vogliamo che il pianeta torni ad essere felice.

Noi e i nostri cari siamo sempre troppo di qualcosa di buono. Invece che ne so, se imparassimo una buona volta a non fare più quegli amichevoli gesti a chi ci suona in macchina? Se smettessimo di essere così stupidamente buoni, scendessimo dalla nostra auto e senza troppo chiasso gli spaccassimo la testa con il crick?  E tutte quelle inutili grida tra marito e moglie che molti di noi sentono filtrare dai muri, o che produciamo noi stessi… e se in modo molto più estetico – come sembra preconizzare l’amica della Sere – usassimo il coltello per il pane o per la carne, invece che litigare per anni ? Troppo buoni.

Le due ragazze mi fanno pensare al taglio di pensiero irreversibile di cui soffriamo. Da una parte una lettura del sociale e del mondo, dall’altra una lettura nostra, individuale, privata. Da una parte il famoso – e fumoso – bene comune, dall’altra la saggezza dell’esperienza diretta che ci dice come dobbiamo fare per svangarla bene. Il punto è che queste due visioni non mi sembrano granché raccordate fra loro. Diciamo che tutto il mondo dovrebbe fare verde ma noi sosteniamo – argomentandolo – che  nel privato è necessario fare rosso. Troppi stronzi in giro? Bisogna diventare più stronzi. Sociologia della chiatterella bionda.

Personaggio e mondo. Mente e ambiente. Singolo e comunità. La Sere e l’universo della sua scafata amica. Per associazioni misteriose mi viene in mente un racconto lontanissimo negli anni, ma non so dire perché. Un insegnante di liceo seriamente, angosciosamente preoccupato perché non sembra, ma la nostra galassia scivola mezzo metro all’anno verso la galassia di Vega.  Aveva ragione: non sembra. Ora che ci penso mi viene in mente quel professore perché anche lui era troppo buono, come la Sere. Invece di avvisarci avrebbe dovuto essere non dico proprio egoista,  ma per lo meno un po’ più stronzo. E tacere.

Lo spunto di oggi – L’onda

martedì 5 gennaio 2010

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Il primo mare dell’anno, la prima foto del 2010. Che voglio condividere con tutti.