Archivio di febbraio 2010

Lo spunto di oggi – Mr. Bean e la geometria, II parte

giovedì 25 febbraio 2010

Terza inquadratura. Dettaglio dell’ostrica. A tutta prima noioso. Mai ripetere una situazione a meno che non ci siano degli sviluppi, soprattutto in un mondo comedy nel quale ripetersi è più imperdonabile che altrove. Difatti ecco la variante: un upgrade della gravità della situazione. Quarta inquadratura: arriva il cameriere con sguardo severo. Ora Bean ha contro due elementi: l’animaletto in mano e il gendarme alle spalle. Urge raccontare come stia vivendo questo raddoppio della pressione, ed è questa la ragione del quinto stacco: primo piano di Bean accerchiato tra ciò che ha in mano e ciò che gli sta sopra. La sua situazione peggiora e noi troviamo la cosa sempre più divertente.

Il sesto stacco è tattico – come se il resto non lo fosse. E’ un ritorno sul primo piano del cameriere, che serve a neutralizzare la tensione: capiamo in un lampo che non vuole metterlo in crisi e giudicarlo. Vuole solo aiutarlo, difatti nel settimo stacco, in campo medio, ci viene mostrato il suo gesto didattico su come Bean dovrebbe mangiare l’ostrica – un gesto che coinvolge tutto il corpo nella sua comicità quindi l’inquadratura si apre, oltre che per cominciare a far esistere la signora accanto che avrà tanta importanza poi.

Ancora uno stretto sull’ostrica, nono stacco. Anche qui rischio ripetizione, invece no: l’ostrica si muove. Prima era una animaletto morto, ora è un animale vivo. Ogni stacco un beat narrativo, ogni inquadratura un tassello indispensabile alla costruzione senza ripetere nulla.   Atkinson sta lavorando semplice nella sua genialità. Geometrico. Aumenta il grado dell’ostacolo. Bean, ancora in primo piano allargato, nel decimo stacco.  Stesso punto macchina della seconda inquadratura, quando riponeva lo scampo senza riuscire a mangiarlo. Per sottolineare la progressione psicologica. Ora deve superare quell’ostacolo, anche aggravato, che prima gli era stato impossibile. Per cui: stesso punto macchina di quando non ce l’aveva fatta.

Ma sul movimento con il quale mangia l’ostrica, stacca per l’undicesima inquadratura più larga: perché stavolta la sua reazione non può più essere contenuta tra lui e noi: stavolta si espande al contesto, riguarda anche gli altri e questo gli complicherà ulteriormente la vita. Vediamo come Atkinson sia gemoterico e preciso, implacabile nella semplicità della progressione drammatica che aggrava di beat in beat la situazione del protagonista. La signora in fianco a lui comincia a reagire e questa è tutta una promessa, data la quale può stringere per farci godere appieno degli elementi comici della situazione: in inquadratura 12 Atkinson reagisce comicamente, in 13 la signora comincia a sbalordirsi e a farci ridere.

Gli upgrade successivi vanno di fila, la tensione sale ad ogni cambiamento di angolo. Vengono introdotti i due commensali a sinistra macchina, inglobati nel cerchio d’azione dalla macchina da presa, quindi il gioco si risviluppa geometrico tra Mr. Bean e la borsa della signora. Oggetti evocativi di un mondo, di una classe sociale. Ma qui sarebbe infinito farne l’analisi per iscritto e credo noioso seguirla.

Torno ai bambini che dovevano lavorare sul comico e penso. Se gli si fosse detto:  lavorate su un signore in un ristorante di lusso a cui non piace niente di quello che ha davanti, che non può avanzare niente e che non vuole mangiare niente. Come se la cava ? Così implicitamente, forse si potrebbero aiutare i bambini a capire che è il disagio che ci fa ridere e che si può ridere del disagio.

Lo spunto di oggi – Mr Bean e lo splendore della geometria

lunedì 22 febbraio 2010

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Possiamo vedere la scena in questione qui. Lo spunto me lo fornisce un compito assegnato a Samuele (V elementare): scrivere un racconto comico.

Detta così, la consegna mette i bambini in una situazione terribile, quella di doversi chiedere: ora cosa posso dire di divertente? Pare non siano stati forniti elementi di tecnica sul comico né tantomeno sulla struttura della gag. Roba troppo difficile per bambini così piccoli? Non credo.

Così mi viene in mente di cercare su youtube una scena di Rowan Atkinson, che ritengo l’erede più luminoso dello slapstick. La scena in questione lo vede in un ristorante alle prese con un piatto di ostriche e scampi.

Elemento fondativo del comico è definire l’asse del disagio tra protagonista e ambiente, in quanto il comico è l’espressione di un’incongruenza tra il soggetto e il resto del mondo, è una forbice impietosa che si apre tra il protagonista e l’ambiente di cui fa parte. Vediamo come lo risolve Rowan Atkinson.

Prima inquadratura: dettaglio dello scampo. Rotazione lenta verso la macchina da presa, lo scampo ci guarda dritti negli occhi. Lo scampo è un dettaglio potente, evoca un ambiente senza possibili dubbi – un ristorante – e un’emozione: è un animale morto, tutto intero, con occhi grandi e neri. Sentiamo la paura di Bean nei confronti di questo piccolo mostro arancione. Quindi nella prima inquadratura Atkinson risolve ambiente ed emozione dominante. Seconda inquadratura: primo piano allargato di Mr Bean sulla sua reazione iperbolica. Tra lui e noi, il piatto di pesce, che per lui è invalicabile. Serve a dirci: anche se sentiamo la paura di Bean, noi non siamo lui e non abbiamo paura. Altrimenti non potremmo ridere. In due stacchi sono chiariti luogo, situazione emotiva e posizionamento del pubblico.

Troppo difficile per un bambino? Continuo a non crederlo. Se si fa osservare a un bambino che il comico nasce da un disagio tra la persona e l’ambiente, se si fanno alcuni esempi concreti, penso che in breve un piccoletto potrebbe diventare molto più bravo di noi. Esempi semplici, non colpi di genio, esempi di disagio immediato: una persona che deve fare la pipì e si trova in coda in macchina, un sordo costretto a dirigere un’orchestra, un milanese in mare, insomma qualsiasi cosa apra una serie di possibilità disastrose.

In questo modo avremmo comunicato implicitamente un’importante differenza tra ciò che è comico e ciò che è semplicemente buffo. Buffo è scivolare su una buccia di banana, quindi in Bean c’è molto di buffo come in tutto lo slapstick. Ma quando la buccia di banana racconta un’inadeguatezza, quando racconta una diversità, quando esprime una difficoltà, allora diventa organizzata in un pensiero, diventa finalmente un’operazione comica.

Metti una persona in una situazione di disagio e falle succedere tutto il peggio che ti può venire in mente. Cerca di capire come reagisce. Osserva come tutte le sue idee e le sue risorse interne non facciano altro che peggiorare la cosa. Guarda come risolve il problema della pipì il malcapitato nel traffico cittadino. Spingi le situazioni alle estreme conseguenze senza paura di dire cavolate: c’è tempo poi per tagliare le cose che non ci piacciono. Tu esplora, segui la situazione senza mai aiutare il tuo protagonista ad uscire dai guai. Pensa a te stesso: di cosa avresti più paura in quella situazione? Faglielo capitare, vedi come se la cava lui.

Con Rowan Atkinson proseguo tra qualche giorno (devo ancora parlare di geometria…). Con Samuele non c’è stato molto tempo: la maestra si è prodigata nell’assegnazione di un racconto poliziesco. Diavolo d’una donna, non si riesce a starle dietro…

Lo spunto di oggi – La cantina del cinema

giovedì 18 febbraio 2010

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Ancora La Cantina di Manuela ad ospitare una chiacchierata mista di vino e di cinema. Luca ci guiderà come sempre alla degustazione di qualcosa di speciale,  cui dovrò – ma solo in un primo momento – rinunciare per poter fare una chiacchierata di cinema. Mentre la gente aprirà religiosamente il vino e ne valuterà il naso, il colore e i tannini… vedremo insieme qualche minuto de Il Diavolo Veste Prada.

Solo due chiacchiere, l’incontro di una sera, su un modo di fare cinema e di raccontare una storia.

Per chi volesse, la serata sarà quella del 10 marzo – per l’orario esatto chiedere alle Info – sempre presso

La Cantina di Manuela – Spazio 10, Via Raffaello Sanzio, 16 – Milano. Disponibilità: massimo 15 posti.

Info e prenotazioni
LUCA GIOVANELLI – Tel. 335 1435341, mail luca.giovanelli@libero.it

Grazie a chi vorrà farci compagnia…

Il libro di oggi – Arte di ascoltare e mondi possibili, di Marianella Sclavi

lunedì 15 febbraio 2010

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Devo a questo libro moltissimo. Non solo infinite riflessioni, ma un profondo cambiamento nel mio modo di riflettere. Credo che sia uno dei testi che ha più profondamente cambiato il mio modo di vedere le cose e di lavorare. Voglio condividere uno dei molti passaggi per me illuminanti.

“Situazione di partenza: quando cerco di parlare in pubblico, mi confondo e balbetto. retorica del controllo: è la paura che ti fa balbettare, convinciti che quella paura nel caso specifico è irrazionale e sarai a posto. Autoconsapevolezza emozionale: non è la paura che mi fa balbettare quando parlo in pubblico. La paura mi rende consapevole che in quella situazione mi sento sotto attacco e che il modo più consono di reagire a quel tipo di attacco che il mio corpo conosce è confondermi e balbettare. Naturalmente più mi confondo e balbetto più “verifico” che ho proprio ragione a vedere quella situazione in quel modo e così via circolarmente.

Il problema è aiutare (amorevolmente) il mio corpo a vedersi in quella situazione e a vederla anche in modi diversi. Una possibile strategia è proprio quella contraria a un atteggiamento di maggior controllo; invece di sforzarmi ansiosamente di non balbettare, posso cercare di usare questo mio “difetto” come una risorsa per accattivarmi le simpatie del pubblico e considerare miei interlocutori privilegiati proprio quelle persone che reagiscono in modo più simpatetico e che prima forse svalutavo interpretando il loro comportamento come “pietà” o “maternage” o qualcosa di simile.

Vorrei sottolineare quell’”amorevolmente” che ho messo fra parentesi. E’ un atteggiamento che esclude la colpa e che consente un dialogo di rispetto reciproco fra varie parti dell’io. Il comportamento “automatico” del corpo va accolto e rispettato, ma non è l’unico possibile; bisogna apprestarsi ad esplorare altri punti di vista, altri mondi e comportamenti possibili. L’attenzione va spostata dalla dicotomia emozioni/razionalità alla dicotomia comportamenti rigidi/comportamenti flessibili.

Ci vuole pazienza e un atteggiamento di osservazione sperimentale. Questo significa fra l’altro che si deve imparare a dare molta importanza a dei particolari che si presentano alla nostra percezione come marginali e fastidiosi perché accoglierli comporterebbe la messa in discussione del modo di inquadrare gli eventi che diamo per scontati. Dobbiamo sapere che molti dei comportamenti che dovremo adottare per acquisire un nuovo punto di vista, non possono inizialmente che apparirci “irrazionali”, “privi di senso”, l’opposto di quello che ci verrebbe spontaneo e/o che ci sembra giusto. Quando le emozioni sono nostre alleate il nemico non è l’irrazionalità, ma la rigidità.”

Lo spunto di oggi – Steve Jobs: Siate affamati, siate folli.

giovedì 11 febbraio 2010

Ultima parte del discorso di Steve Jobs.

“La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento – sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.

Siate affamati. Siate folli.”

Lo spunto di oggi – Ancora un’enoteca, ancora cinema

lunedì 8 febbraio 2010

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Sposto l’ultima parte del discorso di Steve Jobs per un avviso che mi fa molto piacere dare. Un nuovo incontro attraverso Luca, quindi di enoteca si tratta. Un posto molto carino, una cantina che ci ospiterà per una chiacchierata di cinema. Naturalmente Luca non mancherà di accompagnarci con qualche vino di cui ci racconterà miracoli e storie. Saranno 4 incontri, di seguito i riferimenti di base:

Calendario

* martedì 16 febbraio 2010, ore 20.00 – 22.30
* venerdì 19 febbraio 2010, ore 20.00 – 22.30
* martedì 23 febbraio 2010, ore 20.00 – 22.30
* venerdì 26 febbraio 2010, ore 20.00 – 22.30

Luogo – La Cantina di Manuela – Spazio 10, Via Raffaello Sanzio, 16 – Milano. Disponibilità: massimo 15 posti.

Costo – Euro 80 per l’intero corso di 4 incontri.

Info e prenotazioni

LUCA GIOVANELLI – Tel. 335 1435341, mail luca.giovanelli@libero.it

Lo spunto di oggi – Steve Jobs: amore e perdita

giovedì 4 febbraio 2010

Seconda parte del discorso di Steve Jobs.

“La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato – ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione – il Macintosh – un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni… quando venni licenziato.

Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona – che pensavamo fosse di grande talento – per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.

Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone.

Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.”

Lo spunto di oggi – Steve Jobs: unire i puntini

lunedì 1 febbraio 2010

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Mi imbatto per caso nel discorso tenuto alla Stanford University da Steve Jobs. Non conosco il personaggio – se non per ciò che rappresenta di fronte al mondo – e sono un utente windows. Ma ho trovato questi suoi racconti davvero belli.

“Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.

Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?

Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.