Archivio di aprile 2010

Lo spunto di oggi – Identità: singolare o plurale? Giuseppe Mantovani – 1

mercoledì 28 aprile 2010

(…) Ma ora è accaduto qualcosa di nuovo: il termine “identità” viene evocato in contesti nuovi, quelli delle società glocalizzate ed interculturali del nuovo millennio in cui l’”identità” viene strettamente connessa alla “cultura”. “Le richieste dei vari gruppi impegnati nel difendere questo o quell’aspetto della loro diversità culturale sono diventate rivendicazioni nella sfera pubblica delle democrazie capitaliste e promuovono battaglie per il riconoscimento. “Cultura” è diventato sinonimo di “identità”, un marcatore e un differenziatore di identità.

Naturalmente la cultura è sempre stata un marcatore nella distinzione sociale. Quello che c’è di nuovo è che i gruppi che si formano ora intorno a questi marcatori di identità chiedono allo stato e alle sue agenzie riconoscimento legale e assegnazione di risorse per preservare e proteggere le loro specificità culturali. Le politiche dell’identità trascinano lo Stato in guerre culturali. Di conseguenza, il concetto stesso di cultura è cambiato” (Benhabib, 2002). Con il concetto di cultura anche quello di identità è cambiato.

L’”identità” ha assunto ora un significato più sociale, più “politico”, più “culturale” che nel passato. E’ rivendicata da infiniti gruppi, dai cittadini inglesi originari del Bangla Desh che difendono la loro “identità” asiatica ai gruppi fondamentalisti islamici che lottano per mantenere pura la loro “identità” musulmana fino a quei partiti politici che in Italia (come in altri paesi) hanno fatto del “recupero” dell’”identità” una facile parola d’ordine. Persino i reiterati inviti del sommo pontefice a riaffermare le “radici” cristiane sono un segno dell’ubiquità del tema identitario in un’Europa che considera la candidatura della Turchia come membro dell’UE.

Non è possibile ora parlare del “sé” ignorando il contesto globale in cui la questione dell’”identità” viene posta: il rapporto tra “identità” e “cultura” è all’ordine del giorno. Sul modo di concepire la “cultura” si aprono, agli psicologi come agli altri studiosi di scienze sociali, due strade. Da una parte quella che vede la “cultura” come un marcatore di appartenenza gruppo che definisce chi è dentro e chi è fuori. In questa concezione i gruppi (o “culture”, o “comunità” o “etnie”, come vengono talora definite le aggregazioni immaginate da chi segue questa strada) sarebbero entità omogenee all’”interno” e chiuse all’”esterno” da barriere rigide di carattere morale, religioso e sociale. I membri del gruppo che attraversano le barriere rischiano la contaminazione sul piano morale e rituale, l’eterodossia o persino l’apostasia sul piano religioso, la rottura dei legami con il proprio gruppo sul piano sociale.

(continua)

Lo spunto di oggi – Esperienza, narrazione e vita quotidiana. Paolo Jedlowski

sabato 24 aprile 2010


“(…) Ma la realtà può essere interpretata in modi diversi. Il modo più comune è quello di adattarsi al senso comune, cioè al modo di intendere la realtà – cose che possono o non possono accadere, tipi di personaggi, trame plausibili e così via – che riteniamo sia ovvio entro le cerchie sociali a cui apparteniamo. La maggior parte dei racconti che facciamo usualmente nella quotidianità sono di questo tipo. E’ vero che, se raccontiamo qualcosa, è di solito perché vi è qualche cosa di nuovo, o quanto meno di ignorato dall’interlocutore. Dopo tutto, di quello che l’altro già sa non si parla. Ma in gran parte i racconti che ci facciamo quotidianamente sono il modo con cui ogni novità è ricondotta nell’alveo della familiarità.

Poiché il senso comune è una costruzione sociale (mentre sembra essere “dato”, in verità siamo noi stessi a riprodurlo costantemente uniformandoci a quelli che pensiamo debbano essere i suoi contenuti), gran parte dei racconti quotidiani sono esattamente il modo in cui questa costruzione viene realizzata: un continuo tessere e ritessere i contorni della realtà accordandoci con gli altri sulle versioni plausibili, riconducendo ogni cosa a tipi di accadimenti, di personaggi e di trame sulla cui interpretazione pensiamo non vi sia alcun problema.

Ma il senso comune è una costruzione strana. Come scriveva Alfred Schutz, corrisponde alla sospensione del dubbio che le cose possano stare altrimenti da come è ovvio pensare che stiano. L’esistenza umana però è costitutivamente dubbiosa, sia per la precarietà di ogni nostro padroneggiamento della realtà, sia per l’infinito a cui si rapporta. Tale infinità è innanzitutto l’infinità dei significati che il mondo e la vita possono assumere. La vertigine dell’infinito – il sospetto cioè di una radicale indeterminatezza dell’esistenza, di un suo eccesso costitutivo rispetto alla nostra capacità di attribuirvi significato – è ciò che il senso comune è chiamato a fugare.

Stabile in apparenza, il quotidiano cela così in sé un dinamismo: il suo elemento motore è il ricorrente addomesticamento del mondo, il desiderio di rimuoverne tutto ciò che è inquietante, cui si accompagna l’altrettanto ricorrente tendenza a nascondere il processo di addomesticamento in se stesso, in modo che quello che è in fondo un lavoro di occultamento e di rimozione dell’ambiguità delle cose appare alla fine come semplice adattamento alle cose “come stanno”. Un adattamento che, in breve, può essere descritto come un processo di de-problematizzazione dell’esperienza. Il vissuto è padroneggiato, sì, ma ne è espunto ogni elemento di problematicità.”

Ragazzi… ma quanto bravo è?

Lo spunto di oggi – Avellino

martedì 20 aprile 2010

Gironzolo, domenica mattina in attesa di cominciare a lavorare con i giovani attori di Vernicefresca. Guardo intorno una città che non conosco per niente. La gente non è molta e fa la spola tra l’uscita della chiesa e l’ingresso della pasticceria. Un monumento ai caduti del bombardamento del ’43. Il monumento è stato eretto nel 1958. Mi sorprendo a pensare che non è mica tanto tempo fa. Quel monumento ha più o meno l’età di mia sorella e – quando fu eretto – il bombardamento del ’43 era cosa di solo 15 anni prima : è appena ieri.

Allora alzo lo sguardo e cerco i piani alti delle case, delle più antiche. Quelle che dovevano esserci quel giorno. Chi può dirlo con esattezza. Un prete attraversa a passo rapido, contratto, breviario stritolato fra le mani e sguardo in basso. Sparisce dietro un portone e se lo richiude alle spalle come se fosse in canottiera a zero gradi. Attraverso la piazza e vedo piccoli, normali detriti, interventi urbani lasciati a metà. Un ragazzo mani in tasca sta scegliendo la torta prima di entrare nella pasticceria.

C’è un bar, si chiama  Scusate il ritardo. Un riverbero del grande Troisi. Era il 1983, penso. Quarant’anni dopo il bombardamento di Avellino. Tre anni prima c’è il novembre dell’80: il grande terremoto. Non so come fosse prima, non so se non sia stata ricostruita uguale, non ho idea. Oggi, Avellino mi sembra un gatto bagnato che ha deciso di lasciare in disordine il suo pelo. Allora vado alla fontana che sta in centro alla piazza.

Le fontane sono una mia fissa: devo sempre andare a vedere se ci sono i pesci e le monetine. Se ci sono i pesci sono contento. Qui di pesci non ce ne sono: ci sono due monetine e bottiglie di plastica. Avellino, Milano, Italia. Però ci sono scritte, in vari colori di pennarello: 6 – 10 – 2010 giornata indimenticabile. Me lo segno sul palmare tra gli appunti. Scendendo per una via vicina c’è una scritta enorme: Bambina 6 speciale. grazie di esistere. Dal 24.08.2008 al 18.05.2009. Quel muro poteva esserci nel ’43. E’ una casa antica mi pare.

Guardo questo cielo oggi ancora coperto e freddo e mi sembra impossibile che qualche anno fa arrivassero aerei a sganciare bombe. Sul serio se mi fermo e guardo su, lo trovo impossibile. Mi domando anche cosa avrà pensato l’autore della scritta 6 – 10 – 2010, dato che comunque la si voglia vedere mi pare non sia ancora arrivato. Memoria del futuro.

Milano, Samuele deve andare in centro e ce lo porto io. Tempo splendido, merita un giro e una merenda. Passiamo davanti al Duomo. E gli dico di osservare la botta di bianco e di azzurro, comincio a parlare della temperatura di colore. Lui ascolta e mi dice: questo marmo viene dal Duca di Milano che lo donò alla città. Persino Leonardo aveva detto che questo Duomo sarebbe stato impossibile da costruire.

E mi viene in mente Avellino con i suoi bombardamenti, i suoi terremoti, le sue giornate indimenticabili non ancora avvenute. E continuo a camminare dandogli la mano, sospeso tra la Storia e le storie. Entriamo in gelateria. Lui è sicuro: limone e cioccolato. E io penso: storia.

Lo spunto di oggi – The Last Lecture, Randy Pausch

venerdì 16 aprile 2010

La prima cosa che mi viene in mente è lo scempio fatto in copertina, con l’aggiunta al semplice e chiarissimo titolo originale The Last Lecture dell’inutile e fuorviante occhiello La vita spiegata da un uomo che muore. Cosa non facciamo per vendere una copia in più o per staccare un biglietto. Chi non ricorda l’operazione compiuta con il film di Gondry, The eternal sunshine of the spotless mind, tradotto con un raccapricciante Se mi lasci ti cancello ? Eccoci qua, benvenuti in Italia.

Credo che la lezione di Randy Pausch sia tutt’altro che la lezione di un uomo che muore. L’uomo in questione sa di dover morire ma si occupa della vita. Direi che L’Ultima Lezione è la vita spiegata da un uomo che vive e che vive alla grande. Per niente consolatorio, Randy Pausch ci accompagna in una essenziale e brillantissima galleria di situazioni, nelle quali dietro i mille colori che usa, continua a far capolino la stessa voce sottile: viviamo nel mondo dei significati che diamo alle cose e di fronte alla consapevolezza della nostra morte imminente, questa verità si fa nitida e forte.

Sta in noi. Sta in noi cercare di non coincidere con il nostro punto di vista. Riuscire a guardare dal di fuori, riconoscerci solo uno sguardo e non il possesso della verità. Rimanere consapevoli che tutto è un passaggio e un regalo. Che tutto è per noi anche quando non ci piace. Pensieri che espressi da me in questo modo non significano niente. Espressi da Randy Pausch nel suo modo e in quel tempo della sua vita diventano un interrogativo anche severo sulle nostre infelicità.

La bellezza sta anche nel fatto che nelle sue pagine non c’è mai rimprovero. Anzi c’è un infantile, eroico, disincantato e incantevole entusiasmo per ogni piccola cosa che passa. Per ogni ricordo e per ogni momento che il futuro riserverà. Posso dire? Per me è inarrivabile soltanto l’idea. Proprio non riesco a immaginare di saper sorridere in certe situazioni. Ma anche per molto meno di quel che è capitato a lui. Lo guardo come si guarda un alpinista che è tanto lontano da me, la cui salita mi dice che la strada è percorribile, che si può fare. Che sta in me.

Certo se solo si guarda qualche minuto della straordinaria lezione alla Carnegie Mellon, non si può non notare la razza dell’istrione e del saltimbanco. Randy Pausch era credo fondamentalmente un uomo di spettacolo. Però – mi sono detto – perché la cosa dovrebbe darmi fastidio? Nel senso: questo era uno show difficile da preparare, anzi proibitivo. L’ha fatto con rigore e con grandissima abilità. In fin dei conti, oltre che per sé l’ha fatto anche per noi. Per lasciarci un’idea forte e chiara di un punto di vista. E ci è riuscito.

A chi lo regalerei? A tutti. A chi l’ho regalato? A mio padre. Ho due genitori che leggono la parte luminosa delle cose molto meglio di me. A chi lo regalerò? Credo a nessun altro. Ho in mente una serie di reazioni scaramantiche, divertite, infastidite. La vita spiegata da un uomo che muore, e che cavolo… ma se a qualcuno venisse l’ispirazione, si può vedere sul suo sito personale la registrazione di quel giorno.

Il libro di oggi – L’ultima lezione, di Randy Pausch

lunedì 12 aprile 2010

“Chi mi conosce a volte si lamenta del fatto che per me le cose sono bianche o nere. In effetti, qualche mio collega potrebbe dire: “Se cerchi un consiglio netto, o bianco o nero, vai da Randy. Ma se cerchi un’idea o un consiglio che abbia una qualche sfumatura, non è lui la persona giusta”.

Okay, ammetto di essere colpevole, e da giovane ero peggio. Dicevo che la mia scatola di pastelli conteneva solo due colori: bianco e nero. Credo sia questo il motivo per cui mi piace l’informatica, perché quasi tutto è vero o è falso.

Invecchiando, però, ho imparato a capire che una scatola di pastelli ha più colori. Ma penso ancora che se si vive la vita nel modo giusto, il bianco e nero si consumeranno prima degli altri colori.

In ogni caso, qualsiasi sia il colore, amo i pastelli.

Alla mia ultima lezione ne avevo portati centinaia. Volevo che tutti ne avessero uno quando avrebbero lasciato l’auditorium, ma quelli alla porta si sono dimenticati di distribuirli.  Peccato.  La mia idea era questa: mentre parlavo dei sogni dell’infanzia, avrei chiesto a tutti di chiudere gli occhi e di sfregare il pastello fra le dita – per sentirne la consistenza, la carta, la cera. Poi avrei detto di portare i pastelli al naso per annusarli. L’odore di un pastello riporta all’infanzia, non è così?

Una volta ho visto un collega fare una cosa simile con i pastelli con un gruppo di persone, e l’ho trovata un’idea ispirata. Infatti, da allora, ho portato spesso con me un pastello nel taschino della camicia. Quando ho bisogno di tornare indietro nel tempo, mi faccio un’annusata.

Ho un debole per il pastello nero e per quello bianco, sono fatto così. Ma tutti i colori hanno la stessa potenza. Annusateli. Vedrete.”

Questo per me non è stato un libro. E’ stata una grande occasione. Un incontro. Certi libri sono talmente forti che dovrebbero essere venduti in negozi diversi dagli altri. Da una parte romanzi e racconti, bestseller e novità, thrillerini polizieschi commedie, casi letterari e provocazioni, ultime tendenze e capolavori obbligatori. Dall’altra quelli veri. Tra qualche giorno ci voglio ritornare su…

Buona Pasqua

giovedì 1 aprile 2010

Neuroni finiti, ragazzi. Esperienza per me bellissima con i ragazzi della Paolo Grassi. Tre corti con un buon peso specifico a inquadratura. Ancora grazie a Teatro Gioco Vita e ad Anusc per l’esperienza di Atalanta e per il riscontro così positivo del pubblico. Mi attende Avellino con Vernicefresca per uno spettacolo. Auguro a tutti dei giorni sereni e prendo una pausa di silenzio che mi è necessaria. Un abbraccio a tutti.