Archivio di maggio 2010

Lo spunto di oggi – Paolo Grassi, triste storia infinita

lunedì 31 maggio 2010

Il 28 maggio i ragazzi della Paolo Grassi hanno inoltrato a tutti i docenti questa lettera indirizzata alla Fondazione. Metto a disposizione questo piccolo spazio per fare anche io da cassa di risonanza rispetto alla situazione che si è creata ormai da più di un anno. E ringrazio i ragazzi per la loro ostinazione a non voler accettare gli abusi continui e con quel tratto tutto specifico di trivialità e di ignoranza che la Scuola sta subendo a oltranza.

Al direttore ad interim
Dott. Antongiulio Bua

Al presidente della Fondazione SCM
Dott. Umberto Paolucci

Al Sindaco di Milano
Dott.ssa Letizia Moratti

OGGETTO: NOMINA DEL DIRETTORE DELLA SCUOLA D’ARTE DRAMMATICA PAOLO GRASSI

Gentile Signore\a,

In data odierna, 27 maggio 2010, la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi è ancora senza un Direttore. Sta proseguendo, ben oltre i termini prospettati dalla Fondazione SCM, la direzione ad interim del dott. Bua. Dal 23 luglio 2009 stiamo aspettando la nomina di un direttore competente in materia di teatro con il quale interloquire.
Il 5 ottobre 2009 è stato annullato il primo bando: il CDA ha preferito dar vita ad una direzione ad interim; Il 15 febbraio 2010 la Fondazione ha aperto un secondo bando per la ricerca di idonei alla carica di direttore, con scadenza il 15 marzo, poi procrastinata al 31 marzo; Il 31 marzo 2010, alla chiusura del bando, ci è stata assicurata la nomina di un direttore entro il fine aprile 2010; Oggi 27 maggio 2010 ancora non sappiamo chi sarà il nuovo direttore, quali cambiamenti saranno previsti per la nostra scuola, quali saranno i programmi dell’anno prossimo.

Allo stesso tempo ieri, 26 maggio, abbiamo ricevuto una e-mail che ci richiede l’iscrizione al prossimo anno entro il 30 giugno se vogliamo pagare la stessa retta dell’anno precedente, senza gli eventuali aumenti che scatteranno il 1 luglio.
Innanzitutto vorremmo conoscere l’entità dell’aumento delle quote di iscrizione previste, in secondo luogo questa offerta, di per sè gradita, è del tutto fuori luogo data la situazione attuale della scuola.
A tutti gli studenti farebbe comodo non spendere ancora di più l’anno prossimo (dati i cospicui aumenti della retta avvenuti durante l’attuale anno scolastico), ma ci sembra assurdo iscriverci prima ancora di sapere se saremo ammessi o no all’anno successivo (le lezioni non sono ancora terminate, e a quanto sappiamo non sono stati nemmeno fatti gli scrutini), ma soprattutto ci sembra assurdo iscriverci prima di avere incontrato il nuovo direttore e di conoscere i programmi e gli insegnanti dei singoli corsi per l’anno a venire.

Sappiamo che lunedì scorso si è tenuta una riunione del CDA con lo scopo di eleggere il direttore ma che si è conclusa senza averlo nominato, quantomeno a noi non è stato comunicato il nome del nuovo direttore.
Possiamo sapere perchè?
Che cosa succede?

Questa situazione di assoluta mancanza di comunicazione e totale assenza di trasparenza ci lascia vittime delle voci di corridoio, che parlano di prossimi radicali sconvolgimenti dell’organizzazione della scuola e dell’offerta formativa, di accorpamenti e smembramenti.
Vorremmo avere chiare e precise delucidazioni.
Ancora una volta la mancanza di un direttore presente e competente in teatro con il quale relazionarsi si fa sentire.

Siamo ben oltre i termini che ci erano stati comunicati; non vogliamo più essere illusi con date di elezione fasulle e sempre procrastinate.
Noi, studenti della Paolo Grassi, chiediamo che venga subito nominato un nuovo direttore competente in materia.
Chiediamo che la nomina avvenga entro la prossima settimana (entro Venerdì 4 Giugno), in modo da poter incontrare agevolmente il nuovo direttore prima della pausa estiva e conoscere i programmi per l’anno prossimo.
Questo per agire in trasparenza e per evitare la spiacevole situazione dell’anno scorso, con decisioni importanti prese durante le vacanze estive che hanno reso molto difficili le comunicazioni tra Fondazione, docenti e studenti.

Chiediamo anche che le scadenze per le iscrizioni e i pagamenti delle rette vengano posticipate ad avvenuta elezione del direttore e dopo l’avvenuto incontro con gli studenti in modo da permettere a tutti di scegliere se iscriverci o no al prossimo anno in base all’offerta formativa, e di decidere se sottoscrivere il patto formativo della Fondazione o meno dato che, come saprete, viene tacitamente accettato con l’atto dell’iscrizione.
Non vogliamo iscriverci al buio.

Augurandoci di avere una risposta tempestiva, restiamo a disposizione per un incontro.
Distinti Saluti

Gli studenti della Paolo Grassi

Lo spunto di oggi – Il caminetto e la chat

giovedì 27 maggio 2010


Non saprei dire l’ultima volta che era successo: Giada e io che usciamo insieme di sera. Lo facciamo per una conferenza che ci attizza:  educare i preadolescenti. Titolo: Questa casa è un albergo? Un po’ reazionario, penso. Ma forse è l’adolescente che è in me a parlare. Quindi si va, sperando di trovare ossigeno per il cervello e approcci nuovi che possano mostrarci prospettive non viste.

Il nostro relatore è padre di due bambini, il primo ha 3 anni e la seconda 20 giorni. Come padre ha ancora qualche mese per pensarci prima della preadolescenza. Ma è un laureato quindi tecnicamente ha le carte in regola. E’ laureato in qualcosa tra comunicazione e pedagogia, una definizione lunga circa una cartella, roba tosta insomma.

Diapositive. La prima è una foto di un tavolo apparecchiato davanti a un camino acceso. Ci chiede che cosa rappresenti. E noi diligenti: un tavolo apparecchiato con dietro un fuoco. Momento di riflessione che ci conduce a pensare che una volta si cuoceva sul fuoco e ora con il microonde. Segue la foto di un cortile. Quello era il luogo della comunità. Oggi il cortile non esiste più. Casomai l’oratorio, senza troppo entusiasmo.

E poi gli impegni. Questi ragazzi stressati da scuola, nuoto, catechismo, pianoforte e compiti, tempo prolungato. Accidenti, una volta non era mica così. C’erano il camino e il cortile. Bisogna fare i conti con la nuova situazione. Altro capitolo dolente: le famiglie allargate. Niente in contrario con divorziati e risposati – si lancia il giovane psicologo in un afflato progressista da Concilio di Trento – però è evidente che i figli si debbano relazionare ai nostri fallimenti sentimentali e familiari molto più di quanto abbiamo dovuto fare noi.

Mentre mi chiedo chi siano questi noi, perché in sala ci sono estremi di età di circa 30 anni, attendo la conclusione di questa lunga premessa che è partita dal camino ed è finita al divorzio. E la conclusione è geniale. Il disastro oggi è che i nostri ragazzi – causa appunto internet le chat e facebook – sono meno abituati alle relazioni di quanto lo fossimo noi, cresciuti a caminetto e cortile. Quando ho sentito questa lettura conclusiva per un momento ho avuto un dubbio: intervenire e parlare o tacere per sempre?

Alla fine ha vinto la seconda. Perché credo che una conferenza non sia una tavola rotonda e non mi piace pensare di avere cose altrettanto serie da dire di chi si è preparato su un argomento e parla del suo ambito professionale. Però il mio rozzo buon senso non riesce ancora a trovare pace. Ricapitolo veloce: i nostri ragazzi sono stressati dai numerosi impegni. I nostri ragazzi devono sopperire alle nostre nefandezze e ai nostri fallimenti. I nostri ragazzi chattano troppo. Per cui: sono disabituati alle relazioni.

Quante persone incontra un ragazzino al corso di nuoto? Più quelle che incontra a catechismo quanto fa? E se aggiungiamo pianoforte inglese e la classe scolastica? E se è vero quello che dice lo psicologo sulle famiglie allargate: quante mamme conosce un bambino? Quante compagne di suo padre o compagni di sua madre? Quanti fratelli acquisisce in media? Quante case gira? Non direi che è così disabituato alle relazioni:  io direi che invece fa dei veri miracoli per gestire le sue relazioni.

Delle tre una: o i nostri ragazzi sono sempre in mezzo alla gente e agli amici facendo le troppe cose che fanno, o i nostri ragazzi si stordiscono tutto il giorno davanti a internet, oppure fanno entrambe le cose e allora frequentano un corso di nuoto on line. Bisognerà mettersi d’accordo almeno su quale luogo comune professare con tanto vigore. Perché professarli entrambi ci dice pochissimo dei ragazzi e moltissimo di noi e dello stato confusionale in cui versiamo. E a parte domandarmi da dove si evinca che la famiglia allargata sia un disastro di per sé -  non vorrei che nello stesso manuale ci fosse scritto che la famiglia ristretta è positiva di per sé – mi chiedo: ma se  i “disastri” dei divorzi e delle famiglie allargate li abbiamo fatti noi… siamo sicuri che crescere a cortili e caminetti fosse questo granché?

La morale della serata è la seguente. Se già esci poche volte con tua moglie, quando lo fai non andare alle conferenze. Portala a cena. Cucina con forno a legna. Me l’hanno consigliato in chat.

Lo spunto di oggi – Raffaele Solaini

lunedì 24 maggio 2010

Pochi giorni fa mi è arrivata la mail di Raffaele che mi annunciava l’esordio del suo sito personale. Raffaele Solaini è un altro degli amici che mi piace poter segnalare in questo piccolo spazio. Raffaele è un docente dello IED di Milano ed è lì che ci siamo incontrati. Per me è stato subito evidente che avrei fatto bene ad andare alle sue lezioni e a stare il più zitto possibile in sua presenza. Purtroppo la prima cosa mi è riuscita di rado, mentre la seconda – tacere – direi che mi è riuscita nella forma a me più consona dello sviare il discorso.

Cinese antico, dico io. Per indicare qualcosa di inarrivabile. Per me è cinese antico almeno metà di quel che Raffaele insegna. Però quella risicata percentuale che mi sembra di riuscire a  seguire… è fantastica. Il linguaggio che guarda se stesso, noi che guardiamo il nostro modo di guardare. Insomma, temi e campi che mi appassionano e nei quali riconosco di abitare anche io. Ma c’è fra la sua esperienza e la mia una diversità di DNA. Quando lui parla delle immagini e di quel che hanno dentro, delle intenzioni e delle implicazioni, si riferisce a un mondo teorico e analitico per me assolutamente inarrivabile.

Per me l’immagine è fatta di scelte poetiche, di levatacce, di piogge o di caldo torrido, di tensione, di problemi di budget e di controluce. In una scena per me ci sono la sera prima, i cambiamenti dell’ultim’ora, l’intuizione improvvisa, l’accordo o il disaccordo con un attore. Su quel terreno che si trova in mezzo, l’immagine finita e montata, appunto, camminiamo entrambi ogni giorno con i nostri passi diversi. Conoscere l’approccio così diverso allo stesso materiale finale – l’immagine appunto – mi ricorda ogni volta l’incompletezza della mia esperienza. E sarebbe bello per me un giorno acquisire la conoscenza e lo sguardo di Raffaele, ma è impossibile, ognuno ha il suo cammino. Più facile per lui sicuramente seguire uno shooting dal di dentro e versare per un’immagine una stilla di sudore vero.

Un fatto è certo, secondo me. Il percorso di Raffaele non riguarda soltanto l’immagine e la comunicazione ma un modo di vivere. Quello di chi non si accontenta di guardare le cose che ha intorno ma sposta la sua attenzione su ciò che il nostro guardare significa. Guardare il nostro sguardo – tentativo che spesso torna anche in questo piccolo blog – ha  anche il senso di non farci coincidere con noi stessi, apre uno spazio di libertà e quindi di cambiamento possibile, di evoluzione. Per questo, nonostante il cinese, auguro anche a Raffaele un buon percorso con il suo sito.

Lo spunto di oggi – Nell’ora più silenziosa della vostra notte. Simona Bertagna

giovedì 20 maggio 2010

Con molto piacere, con soddisfazione e lusinga personale, insomma con un ego ben rimpinzato dalla cosa, voglio segnalare la nascita di un sito sulla scrittura. Il sito è www.ilgustodiscrivere.it e nasce dalla vivace mente di Simona Bertagna. Con Simona ho condiviso molti incontri parlando di scrittura. Prima nel mio piccolo studio, poi nella grande azienda nella quale lei ha lavorato per anni.

Ho spulciato il suo sito e mi ha colpito quello che mi ha sempre colpito dei writers come lei: il saper approcciare la scrittura da un’infinità di piani e in un’infinità di direzioni.  La capacità di trovare da un lato elementi di stimolo nel lavoro più commerciale e dall’altro  fondatezze concrete anche nei percorsi più poetici e personali. Mi è molto servito lavorare con lei e con il gruppo di cui faceva parte. Perché ero costretto a cambiare il mio punto di vista e a non coincidere troppo con me stesso.

In qualche modo quando lavori con delle persone che sono appassionate di scrittura ma che fondamentalmente non la conoscono, è più facile. Con Simona e il suo team mi sono trovato di fronte a dei writers veri e propri, fatti di tecnica e strategia, di competenza e sicurezza, e di quella strana luce che era la loro voglia di poesia, che ho sempre intravisto brillare.

Mi piace segnalare questo sito perché – nonostante ci siano in un angolo anche parole scritte da me: di questo si rimpinza appunto il mio ego! – lo trovo allegro, serio, tecnico, semplice e non banale. Aperto verso la scrittura di servizio, sensibile alle istanze poetiche che lo scrivere di per sé contiene – bellissima la citazione di Rilke:  “Domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso [...] edificate la vostra vita secondo questa necessità.” Per questo sono felice di inserire Simona tra i miei link e le auguro il miglior futuro possibile per questa nuova avventura che comincia.

Lo spunto di oggi – L’occhio in camera

lunedì 17 maggio 2010

Da un’intervista di Anna Camaiti Hostert a Fiorella Infascelli:

“La macchina da presa è una macchina e come le altre macchine mi piace. E’ la ragione per cui sto in macchina e non ho l’operatore. Quando sto con l’occhio alla MDP vedo cose che non riuscirei a vedere a occhio nudo. Per questo mi affascina. Per me i registi che non stanno in macchina sono un po’ un mistero. Se c’è una scena che non va lo capisco solo stando in macchina.

A proposito di stare in macchina, una volta mi è successa una cosa molto strana. Avevo chiesto a una mia amica attrice di fare la suora in un lavoro che facevo sul Lazio. Giravamo a Tuscania. Eravamo di fronte a una chiesa dove lei avrebbe dovuto raccontare la storia di quel luogo, stavo facendo le prove per decidere le inquadrature da fare con il direttore della fotografia. La guardavo e dicevo va bene. Poi andavo in macchina e dicevo c’è qualcosa che non va, sta malissimo.

La cosa mi inquietava. Toglievo l’occhio dalla macchina, la riguardavo e mi sembrva normale. Tornavo alla macchina e sentivo che c’era qualcosa di strano. Allora ho chiesto al direttore della fotografia se anche lui vedeva qualcosa che non andava, qualcosa nel viso, qualcosa, un colore. Tutto il giorno è andato avanti così e non riuscivo a spiegarmelo. Abbiamo finito di girare e siamo tornati a casa. La sera, lei, la mia amica, mi ha chiamato e mi ha detto:  “Sai Fiorella, non te lo volevo dire mentre stavamo girando, ma sono stata dal dottore e sto male, davvero male”.

Anche se questo è un esempio molto drammatico, terribile, ci ho ripensato molte volte e non ho mai capito come fosse potuto accadere.”

Mi ha colpito molto questa storia di Fiorella Infascelli. Perché anche se a me non è capitato nulla di così clamoroso, conosco perfettamente quella sensazione che deriva dal vedere soltanto dentro il view finder. Parlo solo di videocamera ma è la stessa cosa. Se guardi nel view finder l’altro occhio è chiuso e tutto il tuo mondo visivo è solo il campo dell’inquadratura. Qualcosa di molto vicino all’esperienza finale del cinema. Ed è vero, verissimo, che isolando un elemento dal tutto, c’è qualcosa che si astrae e si chiarifica misteriosamente.

Mi spiego. Quando hai davanti il monitor e sei seduto a guardarlo, intorno hai tutto e tutti che si muovono. Tu stesso muovi gli occhi e non guardi solo lì. Alla fine per quanto sia l’immagine che stai costruendo o cercando, è un piccolissimo punto visivo all’interno del tuo campo visivo totale. Invece entrare nel senso, nel sapore, nella dimensione invisibile di un’inquadratura, di un volto, di un campo lunghissimo o di un dettaglio, deve essere anche un’esperienza fisica.

Per me è stupefacente la quantità di cose che ci portiamo addosso senza saperlo, cose visibili se le sapessimo vedere. E mi stupisce ogni volta quanto la strada per arrivare a vederle sia una strada di sottrazione. Vuoi vedere in profondità quello che c’è dentro un’immagine? Rinuncia a tutte le altre e stai lì, lì dentro, di fronte a lei. Vuoi sentire davvero cosa c’è attorno a una persona, a due occhi che guardano? Nel monitor controlli la fotografia e il movimento di macchina, ma se vuoi entrarci è là che devi andare. In camera. Metterci l’occhio e che sia collegato allo stomaco. Alla fine è un fatto fisico. Una disponibilità a incontrare veramente quello che stai raccontando. Perché è l’unica cosa che puoi davvero raccontare: non la storia, ma il tuo rapporto con lei.

Lo spunto di oggi – Il tombino

giovedì 13 maggio 2010

Scrivere in piedi. Lo faccio sempre perché significa scrivere in continuazione, quando sei in giro, quando fai la spesa o quando ti stritolano in un tram. Lo faccio perché la scrittura per me ha a che vedere con il movimento, con il mutamento e con il flusso delle cose. Lo faccio perché mentre ti muovi non controlli così bene quello che succederà, cambia il punto di vista e non sai cosa ti riserverà la svolta dell’angolo. E il momento in cui mi siedo al computer è necessario solo per mettere giù le cose scritte mentre ero in piedi.

Anche questa volta è così. Giro per la sala e cerco alcune scene che sono nell’aria da un po’. Fuori tira un vento da paura, cielo nerissimo nonostante maggio. Chissà che non sia dovuto anche alle polveri del vulcano. Guardo dalla finestra e mentre tutti camminano con passo affrettato, nell’angolo di giardino interno che vedo, lui sta là. Avrà circa la mia età. Chino sul selciato. Sta riparando un tombino. Veramente lo sta proprio ricostruendo, dato che qualcosa deve averlo divelto. Sta rimettendo tutto da zero.

La sua dotazione consta di: carriola, livella a bolla, calce, badile e secchio. Mentre le nubi si addensano e tutto comincia a volare, lui rimescola la calce nella carriola. Poco lontano c’è una pozzanghera di dimensioni lacustri. Lui ci va con il secchio, lo riempie quel poco che basta ad allungare il suo impasto. Lo rigira con il badile, lo tira via dai bordi e io penso a mio padre: raccogli bene dal piatto. Chissà se ha un figlio. Se ce l’ha, forse anche lui gli spiega come si raccoglie dal piatto.

Ha arnesi, ha pentole e forno, ha mano esperta. Ora prende l’impasto ben amalgamato, dopo aver messo calce e acqua q.b., spalma delicatamente intorno alla cornice di ferro che ha posato nell’alloggiamento al suolo. Livella la calce con arte, poi d’improvviso accelera. Non capisco perché. Prende il sacco di cartone in cui aveva la calce, lo riduce in strisce. Fa tutto con grandissima rapidità. Pone due strisce di cartone lungo due bordi del tombino. Con delicatezza fa aderire il cartone alla calce bagnata e al bordo della cornice di ferro. Dita così posano un cerotto sulla pelle di un bambino, modellano un soufflè.

Poi, sopra il cartone, ancora uno strato di calce. Nel frattempo si dev’ essere rappresa per cui il cuoco torna alla pozzanghera e ridiluisce il composto. Presente quelle torte a strati? Ecco, più o meno così. Ancora giù, chino, a far prendere forma al suo progetto di stabilità del territorio. Sopra di noi sta per infuriare la tempesta. Non so perché ma mi domando: chi voterà, quest’uomo? Chi pensa che si occupi meglio degli interessi suoi e di tutta l’Italia? Cosa penserà? Gli dei del parlamento, quelli che stanno così più in alto di noi, mettono la stessa cura nel riassestare i nostri conti?

Finalmente arriva la posa definitiva. Il tombino viene adagiato e non può non sembrarmi meraviglioso. C’è della terra mista a calce ancora nella carriola. L’uomo la prende e la versa nella pozzanghera, la livella. Finché la pozzanghera in parte si assorbe. Inizia a piovere. Questione di secondi e la cosa si fa torrenziale. Lui rimette gli attrezzi nella carriola ripulita con il badile, poi apre – ormai sotto il diluvio – il trespolo di ferro sul quale adagia il cartello del minicantiere e lo posa in fianco al tombino. Come in una mostra: De Chirico, olio su tela. C’è qualcosa di metafisico, come se lui non venisse bagnato dalla pioggia.

Se ne va, ora c’è solo il tombino sotto il diluvio. Penso che lui non si sarebbe mai distratto per così tanto tempo guardando uno che sta scrivendo una storia. Scrivere in piedi. Lo faccio sempre.

Lo spunto di oggi – Caccia Spietata. Nel secondo atto della vita.

lunedì 10 maggio 2010

Proprio il mancato confronto con le armi cambia la lettura di tutto il percorso. Non è stata la lunga marcia di avvicinamento al conflitto di due nemici, ma il lungo cammino dalla solitudine verso la relazione di due persone sole, divise da un fatto atroce e accomunate da una guerra ancora più atroce.

Alla fine, tutta la fatica del secondo atto serve ad incontrarsi e ad incontrare se stessi. E quando ci si incontra e ci si riconosce e ci si definisce, non si combatte più. Le fatiche di questi anni intensi e laboriosi sono lì per noi, per disegnare il solco convergente dei nostri percorsi e dei significati che man mano impariamo a dargli. Anche l’oblio del nostro primo atto è parte del percorso. Vivere un tempo in cui non si vedono più né l’inizio né l’arrivo ti costringe all’essenzialità. Se non riconosci la mappa e tutto si confonde intorno a te, ti rimangono il sole di giorno e le stelle di notte per non perderti.

Il secondo atto, dei tre è il più concreto e il più mistico. Il più bagnato di sangue e il più spirituale, il più sprofondato nel fango e il più innocente. E’ dove si gioca la partita, dove si impara pagando e a volte si paga senza nemmeno imparare. E’ il centro della vita e dei conflitti, sei tu con l’ostacolo, è l’ostacolo che fa finta di starti di fronte e invece ti sta dentro. La battuta chiave per definire il secondo atto l’ho sentita un giorno sull’autobus, la si sente spesso ma quella volta la ragazza era veramente fuori di sé. Parlando al cellulare con un’amica diceva: “Eh no, giovedì non posso. Sono troppo incasinata, guarda, sono incasinatissima”.

Stretti nella morsa del fare, amputati dei due estremi del tempo che sono il progettare e il tirare le somme, rischiamo di perdere la rotta perché non ricordiamo la partenza e non vediamo la meta. Quando progettiamo esprimiamo un desiderio: indirizzare il futuro in una certa direzione. Significa azioni, ostacoli, fatiche e forse soddisfazioni. Quest’entusiasmo che ci spinge a farlo è fondamentale perché siamo noi che fondiamo la radice del tempo che verrà.

Impostare una meta implica lo scegliere il significato di un percorso. Poi il secondo atto distoglie, distrae, affatica, annebbia. E quando ci ritroviamo nel terzo atto delle cose, facciamo un bilancio. Fare il bilancio è l’altro estremo del tempo, a cose fatte. Non è facile nemmeno quello. Dare senso a ciò che è accaduto. Un senso che ci metta in armonia con noi stessi, con i nostri limiti, con i veri moventi delle nostre azioni. Il terzo atto siamo noi che ci raccontiamo la nostra storia mentre ne raccogliamo i frutti. Raccontare se stessi a se stessi significa dare un nome al percorso fatto. Chi dà un nome conosce. Chi conosce fa proprie le cose. Oggi mi sembra che raccontare sia questo: far propria una storia, renderla vera dentro di noi.

Lo spunto di oggi – Caccia Spietata, ovvero: nel secondo atto della vita

giovedì 6 maggio 2010

Il secondo atto del film è considerato – e lo è realmente – l’atto del conflitto. Quello in cui un personaggio, si dice, fa la guerra o l’amore con il proprio ostacolo. Coincide un po’ con la parte centrale della nostra esistenza. Credo che il dolore più grande di ogni secondo atto non sia rappresentato dalla fatica per gli ostacoli, ma dalla desolazione di esserci dimenticati il perché siamo partiti, il come ci sentivamo, dalla forza con cui sapevamo sperare e configurare il futuro… ed ora ci ritroviamo qui, nel mezzo di una battaglia, faticando come animali per una vita che ci sembra quella di un altro.

La sceneggiatura del film di David von Ancken – Caccia Spietata – mi fornisce un esempio perfetto di uso del secondo atto in questo senso. Il film comincia con una lenta panoramica a destra macchina, segue il pendio di una montagna innevata. L’immagine appare in assolvenza da nero, con la panoramica già in corso: le cose sono già cominciate e noi ci capitiamo in mezzo. Entriamo in una continuità e non in un inizio. E difatti siamo nel cuore di un inseguimento. Un uomo contro l’altro, il colonnello Carver insegue un ufficiale dell’esercito nordista, Gideon. Non sappiamo perché. Ma sappiamo che i due sono disposti a morire pur di vincere questa sfida.

Pur non conoscendo il motivo per cui Carver vuole prendere Gideon, ci ritroviamo incastrati nelle mosse e contromosse, nelle atrocità e nelle fatiche che quest’inseguimento comporta. L’inizio fra le montagne, la scena del fuocherello acceso con grande fatica, questi spazi immensi congelati, la piccolezza di un uomo solo a fronte della natura più severa… tutto questo ci mette in relazione con i nostri conflitti, con i panorami più grandi di noi, più severi e sfavorevoli che ogni giorno dobbiamo attraversare.

E siamo in piena pressione drammatica: Gideon/Pierce Brosnan deve scappare, non fa in tempo a mangiare e subito all’inizio viene ferito. Poi deve saltare in un fiume che lo scaraventa giù per una cascata. Sopravvive comunque ma è allo stremo delle forze. Intanto, dietro, la rabbia fredda di Carver/Liam Neeson lo pedina implacabilmente. L’immediatezza, la semplicità, la facilità simbolica di questa scelta ci coinvolgono e ci fanno seguire con fluidità un percorso di cui in fondo non conosciamo il senso.

Questo inseguimento dura la bellezza di un’ora e venti. Quasi 80 minuti attraverso i panorami più diversi – dopo la gelida montagna ecco il torrido deserto essendo passati, appunto, per l’acqua del fiume – notti e giorni, interni ed esterni. Eccolo, il secondo atto. Quando ci finisci dentro e non ti ricordi o non hai nemmeno mai capito dove fosse cominciato e perché. Ecco la fatica quotidiana di questa parte della vita, talmente intensa e immersiva da farci davvero scordare il principio, da farci sentire che quello che stiamo attraversando non ha alcuna continuità con quello da cui eravamo partiti, che si tratta di altri noi, di altre vite. Quante persone in questi anni abbiamo sentito parlare così ? Quante volte è capitato a noi ?

E quale modo migliore per raccontare questo stato psicologico di quello utilizzato da David von Ancken in collaborazione con il co-sceneggiatore Abby Everett Jaques: iniziare direttamente da lì, dal secondo atto? Quando il passato è così scollegato, le ragioni originarie così lontane dalle azioni quotidiane, tanto vale tagliarlo. Quando dimentichiamo totalmente, alla fine non conosciamo neanche più. Così rivediamo noi stessi in questa guerra sterile e ostinata, che sfinisce i due protagonisti e li uccide anche senza togliergli la vita, perché li costringe all’assenza di ogni relazione e di ogni altra prospettiva di senso.

Così, in questo film il primo atto arriva dopo il secondo, a ridosso del terzo: in un flashback relativamente rapido viene ricostruita l’origine di quest’odio fra i due uomini. E quando viene ricostruita, ri-cordata, rivissuta insieme dai due uomini, uno di fronte all’altro nel deserto, diventa per loro evidente che non valga la pena di nessun ulteriore spargimento di sangue.

Tutta fatica sprecata allora ? Assolutamente no…

(continua)

Lo spunto di oggi – Identità: singolare o plurale. Giuseppe Mantovani – 2

domenica 2 maggio 2010

L’altra strada che ci si apre davanti non considera i gruppi come omogenei e separati ma li vede permeabili, diversificati, in costante movimento. In questa prospettiva i gruppi comunicano attraverso i confini su cui le persone si incontrano. Già Bachtin aveva proposto questa concezione della cultura: “Non dobbiamo immaginare il regno della cultura come uno spazio con delle frontiere e un territorio racchiuso al suo interno. Il regno della cultura è interamente distribuito lungo le frontiere. Le frontiere sono dappertutto, attraversano ogni suo aspetto. Ogni atto culturale vive essenzialmente sulle frontiere. Se viene separato da esse perde il suo fondamento, diventa vuoto e arrogante, degenera e muore.”

Sono le persone, gli attori sociali, non i gruppi o le comunità come realtà a sé stanti, che interagiscono tra loro nella vita di ogni giorno. Di una mamma che porta il bambino a scuola la prima cosa da vedere è che è una mamma, non che è islamica o nigeriana o brianzola. Di un operaio, di un padre, di un ammalato la prima cosa che dobbiamo vedere è che è un operaio, un padre, un ammalato, non che è senegalese o rumeno o barese. La prima concezione “reifica” la cultura, ne fa una “cosa” che le persone possiedono; anzi, una “cosa” che possiede le persone. La seconda concezione mette al centro della scena l’attore sociale, la sua iniziativa, la sua”responsabilità”; la “cultura” è semplicemente l’insieme di risorse pratiche e ideali – il linguaggio anzitutto – di cui le persone si servono per interagire con il loro ambiente fisico e sociale.

La concezione “reificata” della cultura alimenta una visione fondamentalista dell’”identità” che Amartya Sen critica nel suo recente Identità e violenza. Nessuno di noi, egli dice, “appartiene” ad un solo gruppo, ha una sola “identità”.  “Le radici e la storia non sono il solo modo di vedere noi stessi e i gruppi a cui apparteniamo. Ci sono una quantità di categorie a cui ciascuno di noi appartiene simultaneamente.

(…)Le identità sono plurali; ogni persona – in una data situazione – sceglie in quale ordine di priorità collocare ciascuna di esse. La persona che viene dal Marocco può voler dare la priorità al suo essere geometra, mentre cerca lavoro, o al suo essere padre di una bambina, mentre parla con l’insegnante, o al suo essere ammalato, quando è nello studio del medico. L’essere o non essere musulmano, l’essere o non essere praticante, l’essere o non essere “radicale” – l’”identità” stereotipica che viene più frequentemente attribuita oggi nel nostro paese a un “marocchino” – può non essere l’aspetto della sua “identità” che la persona desidera rendere saliente in una data situazione.

Se una persona avesse una sola “identità”, ad esempio di “musulmano”, e se questa “identità” fosse definita nei termini di una intransigente ortodossia che vincoli le persone ad agire in un certo modo, allora la responsabilità delle decisioni delle persone sarebbe assorbita e annullata nella loro unica e rigida “identità”. E’ questa visione monista dell’identità, comune ai gruppi fondamentalisti presenti in varie “culture”, che genera violenza e intolleranza tra le persone e tra i gruppi sociali, secondo Amartya Sen. Ma come può essere costruita una visione pluralista e tollerante dell’”identità”?