Archivio di giugno 2010

Lo spunto di oggi – L’altra Alice…

lunedì 28 giugno 2010

…ingelosita dai discorsi di questi giorni, scoprendosi non l’unica Alice e nemmeno la preferita, ha deciso di impedirmi la comunicazione utilizzando tattiche terroristiche e di basso profilo. Le donne sanno essere tremende. Ora mi ritrovo con un filo di connessione rubata wireless a qualche vicino ignaro della cosa. Invio questo messaggio carbonaro in fretta e furia prima che cada il ponte organizzato dalla resistenza. Sono vittima di Alice, adesso finalmente l’ho detto. Alice ADSL vuole porre fine alle mie relazioni extra – flat. Ma ne verremo a capo e ci sentiremo a blocco finito. Un abbraccio a tutti gli amici partigiani…

Lo spunto di oggi – Carissima Alice…

giovedì 24 giugno 2010

Carissima Alice,

ho voluto mettere le tue parole sul mio blog perché non posso non riconoscervi una quantità di giorni e di persone che ho attraversato e incontrato. I tuoi sentimenti sono quelli di moltissima gente che ha lavorato e dato del suo meglio per molto tempo senza riuscire a vedere un ritorno congruente allo sforzo.

Poi vedo altro ancora. Vedo le facce dei furbi, quelli che hanno passato la giovinezza sotto i portici a fumare come dici tu. Li vedo passare avanti perché le corsie di sorpasso hanno regole ogni volta sorprendenti. Insomma: è uno schifo e lo sappiamo,  impossibile darti torto soprattutto se ti si conosce.

Però una libertà ce l’abbiamo ancora secondo me. Quella di dare alla situazione un significato accettabile per noi. Quest’operazione non cambierà le cose ma potrebbe cambiare il nostro essere vecchi e incazzati. Si tratta di non concedere a una situazione che ha il potere di cancellare tutto il lavoro che abbiamo fatto e che stiamo facendo,  anche il potere di cancellarci dentro.

Una distanza, se ci riusciamo, anche dal nostro legittimo risentimento. Prendo la tua storia perché dal mio punto di vista è esemplare. Hai fatto ogni passo, anche con grandi dolori, conquistato ogni centimetro. E oggi aspetti un figlio che nascerà a breve. Tutti i tuoi 30 anni sono il contesto storico che hai creato per te stessa. Quando uno di noi dice Alice sa una serie di cose. Questo contesto storico che è costituito di dolcezza, di serietà, di pulizia intellettuale, di affidabilità, è una poderosa costruzione fatta di tempo e di gradini saliti.

Questa costruzione che è Alice con quello che rappresenta, è il contesto in cui nasce tuo figlio. Non stare sotto i portici è servito. Non restare a guardare, non entrare come dici tu senza sporcarsi le mani nel mondo del lavoro, è servito. Tuo figlio nasce in un mondo di senso che nessun abbrutimento sociale può diminuire. Non concediamogli questo potere.

Ho letto che c’è un modo per conoscere se in fondo a noi ci sono desideri profondi o semplici pretese: se di fronte alla loro frustrazione proviamo dolore erano desideri, se proviamo stizza erano pretese. Non so quanto sia vero ma la tua rabbia – che non si può non trovare più che legittima – ti auguro di riuscire a trasformarla. Molti esponenti della gloriosa generazione del ’68 hanno rimproverato alla mia di non avere nessuna “rabbia”. E’ una cosa che non ho mai capito. Quasi che la rabbia fosse garanzia di efficacia, di intelligenza, di laboriosità.

Posso decidere che non amo lo stato delle cose e posso non conferirgli il potere di devastare anche la mia interiorità. Te lo scrive uno che è famoso per le sue insonnie ostinate, per i suoi momenti di sconforto e per la sua scarsa propensione all’ottimismo. E’ proprio perché non ne sono capace che lo auguro a te. Fare come le capre della foto. Imparare a camminare sui rami dei significati per andare a mangiare i suoi frutti più rarefatti e difficili. Imparare ad assegnare senso alle cose in modo che le cose non abbiano il potere di togliere senso a noi.

Mentre lo scrivo a te lo sto dicendo a me come ben immagini. Più divento vecchio e meno questa storia dell’incazzatura mi convince. La tua incazzatura è il primo successo di una realtà sfavorevole contro di te. Invece c’è un bambino in arrivo che nasce in una culla di affetto e di significato, con una madre che ha pagato tantissimo senza riuscire – al momento – ad avere quello che si meriterebbe. E che nonostante questo, sorride. Tanti auguri, Alice. Ti abbraccio.

Lo spunto di oggi – L’alba dei trenta

lunedì 21 giugno 2010

Sul sito di Massimiliano Foà compare la mail di una nostra amica comune, Alice. Trovo le sue parole particolarmente chiare e appassionate e le chiedo di poterle pubblicare anche qui. Dietro suo consenso, ecco quello che ha scritto all’alba del suo trentesimo compleanno e della sua prima maternità.

L’alba dei trenta.

Questo è un mondo dove il principio di meritocrazia non esiste, non esiste più, o non è mai esistito.
Certamente questo è il punto in cui io ne prendo coscienza.
Il concetto di lavoro e di ruolo e di responsabilità è totalmente funzionale a logiche che nulla hanno a che vedere con il lavoro stesso, le responsabilità stesse.
Lavoro da quando ho 19 anni,anzi, se vogliamo considerare un lavoro le ripetizioni a domicilio lavoro da quando ne ho 17, da quando cioè faccio la quarta superiore.
In mezzo ci ho fatto stare una laurea, per quello che oggi interessa, e per quello che conta, meglio dire, perché è di conti che parlo.
Di conti che non tornano.
Da quando ho 22 anni, decisamente prima di laurearmi quindi, lavoro a tempo pieno, quindi senza più scuse ne’ alibi per chi legge il tuo curriculum (lo legge, qualcuno?) e ti incasella tra i “giovani lavoratori”.
Non sono giovane per niente, sono vecchia e incazzata sapete?
Perché mi chiedo perché non ho passato le mie giornate dei vent’anni a fumare nei chiostri dell’università, a prendere aperitivi nel bar di fronte, perché penso a tutte le sere passate a studiare invece che tra le braccia del mio uomo oppure alle volte in cui non mi sono comprata un vestito, una cena, un regalo, per pagare affitto, mutuo, vacanze e motorino.
Perché?
Avrei potuto fare qualche anno all’estero, fare finta di studiare e sbattermi, poi tornare e fare anche finta di lavorare, non farlo sul serio, e poi in fondo chi mi avrebbe privato dei soldi per la birra la sera e le vacanze d’estate?
Poi, con molta calma, avrei potuto laurearmi sulla soglia dei trenta, farmi comprare una casa da papà e mamma, e poi con tutta la calma del mondo entrare nel mondo del lavoro in punta di piedi, senza sporcarmi troppo le mani, e senza il bisogno di dimostrare che ero capace, di lavorare, di fare, di decidere, di organizzare.
Adesso sarei il capo di me stessa, nel senso che nella gerarchia che ci incasella nei ruoli universali del mondo del lavoro starei molto più in alto.
Il mio cervello forse sarebbe lievemente più atrofizzato, certo.
Cerco di consolarmi così ma così non è, perché il mio cervello si sta atrofizzando ugualmente.
Non me lo fanno usare, e se me lo fanno usare è solo per difendermi da fregature peggiori.
Niente che abbia a che vedere con la progettualità, la crescita, l’apprendimento anche, ché certo non credo di essere da nessuna parte, ma certo non posso pensare di essere più in basso di tutti voi, questo no.
Nemmeno per anzianità, proprio perché, vedi sopra, nemmeno l’essere giovane mi sono concessa, e ora mi ritrovo, come in un fottuto contrappasso, a pagare col marchio “giovane” tutto l’impegno profuso inutilmente, il senso del dovere e della regola, il senso di responsabilità.
Chi sta più in alto sarà sempre più anziano, sulla mia carta d’identità ci sarà sempre scritto 1980 e quindi che dovrei fare?
Attendere che chi sta sopra vada in pensione per garantire una mensilità decente e dignitosa a me e alla mia famiglia?
Bastava dirlo, ripeto, avrei fatto vacanza fino ad ora, e non mi ritroverei vecchia ed incazzata all’alba dei trenta.

All’alba dei quarantadue mi serve qualche giorno per pensarci.

Blaise Cendrars

giovedì 17 giugno 2010


Se ami questo è il momento di partire.

Lascia tua moglie lascia il tuo bambino
lascia il tuo amico lascia la tua amica
lascia la tua amante lascia il tuo amante
Quando si ama si deve andar via.

Il mondo è pieno di negri e di negre
Donne uomini uomini donne
Guarda i bei negozi.
Questa carrozza quest’uomo questa donna
questa carrozza
e tutte le belle merci in vetrina.

C’è l’aria c’è il vento
le montagne l’acqua il cielo e la terra
I bambini gli animali
le piante e il carbon fossile

Impara a vendere a comprare a rivendere
dà prendi dà prendi
Quando si ama si deve sapere
cantare correre mangiare bere
fischiare
E imparare a lavorare

Quando si ama si deve partire
non sorridere fra le lacrime
non farti il nido fra due seni
Respira cammina parti vattene

Faccio il bagno e guardo
vedo la bocca che so io
la mano la gamba l’occhio
faccio il bagno e guardo

Il mondo intero è sempre qui
la vita con le sue cose sorprendenti
Esco dalla farmacia
Scendo appena dalla bilancia
Peso i miei soliti 80 chili
Ti amo.

BLAISE CENDRARS 1887 a La Chaux -de- Fond

Lo spunto di oggi – Scegliere i ricordi

lunedì 14 giugno 2010

C’e’ poca gente, il sole e’ ancora basso e lascia ombra fra le case per camminare. Davanti al Duomo c’e’ un anziano carabiniere con una bandiera. Dopo qualche minuto – mentre sono lì che leggo – vedo arrivare altri corpi militari con bandiere. Tutti ex combattenti. Si salutano, non sono molti. Nessun civile, solo un rappresentante del Comune. Una donna sui settantacinque forse piu’ prende la parola. All’inizio non l’ascolto, preso dalla lettura. Poi lei e’ talmente brava, talmente capace di portarmi dentro la sua storia, che rinuncio volentieri a leggere.

Non si può tracciare una riga blu su una cartina – dice – e separare un paese. E dire che una parte del mondo che si sente italiana di colpo non lo è più. Il racconto è naturalmente autobiografico. Lei è una bambina istriana, Tito si sta prendendo quel pezzo di terra. In casa Miriana assorbe i discorsi dei genitori, così quando un giorno la milizia entra in aula nella sua scuola, lei è l’unica bambina che non si alza in piedi. I tre miliziani insistono ma lei resiste. Allora la maestra li prega di calmarsi, prova a parlarci lei. Le va vicina vicina e le dice sottovoce: Miriana, tu mi vuoi bene? – Certo, risponde Miriana stupita. Allora ti ricordi quello che ti ho fatto vedere? Continua la maestra tremando. E si slaccia un bottone della camicetta. C’è tatuata sul petto la sua matricola di ebrea. Ti ho raccontato del lager. Se tu non ti alzi si va in Siberia. E dalla Siberia non si torna.

Miriana si alza. I tre miliziani – risolto il problema – si dedicano al crocifisso. Lo sostituiscono con un ritratto di Tito. Uno dei tre soldati tenta di rompere la croce  pestandola sul ginocchio piegato. Non si rompe, così la pesta sulla cattedra. Non si rompe. Allora si inginocchia e la pesta per terra. Finalmente riesce nell’impresa. La “maleducazione” di Miriana viene segnalata e i genitori vengono convocati per firmare la loro scelta: rimanere italiani o meno. L’appuntamento per i due è alle 10.30 del mattino. Lavorano in fabbriche diverse e si trovano davanti all’ufficio all’ora stabilita. Firmano: rimanere italiani. Tornano al lavoro ognuno per sé. Alle  12.30 sono entrambi licenziati.  Gli viene comunicato l’orario dell’ultimo treno che possono prendere.

Miriana è a casa con la mamma. La mamma piange, accarezza porte, tavoli, pentole. Non vuole lasciare tutta la sua vita. Miriana non capisce: pensa solo che saremo liberi, mamma. Pensa che potremo andare in chiesa e restare italiani. Ma la mamma è inconsolabile, tanto che dev’essere Miriana a raccomandarle di fare in fretta: non possono perdere quel treno. Finalmente escono.  Arrivano in stazione con una valigia e prendono quel treno. La mamma si mette seduta e piange. Miriana la consola, lei si sente allegra. Le chiede di andare al finestrino. La mamma acconsente purché rimanga a vista.

Miriana guarda fuori e il treno passa nel suo paese. Vede sfilare via la chiesa, casa sua, la scuola. Li vede allontanarsi. Capisce che è per sempre e comincia a piangere disperatamente. Capisce in quel momento – da bambina – la differenza tra profugo ed esule. Il profugo spera sempre di tornare in patria, l’esule sa che non ci tornerà mai.

Miriana finisce il suo racconto. La sua voce è serena, ironica, senza commozione. Avellino non si è ancora svegliata e sulle sue strade è successa tutta una guerra. Nel libro che stavo leggendo c’è scritto che i ricordi non si possono scegliere. Però si può decidere a quali dare forza e valore e a quali no. Il fatto è che il ricordo raccontato diventa il presente della vita di chi ti ascolta. Per cui sono stato in quell’aula, in quella casa, su quel treno. Miriana adesso vive ad Avellino. Ho incrociato questo treno per puro caso e ora è un mio ricordo.

Ascolto storie dal passato, mi ci emoziono nel presente, le lancio nel futuro raccontandole a mia volta. Strano pensare che quello che stai vivendo senza magari venirne a capo, servirà tra molti anni a qualcun altro che lo sentirà raccontare. Strano pensare di non essere necessariamente il terminale ultimo del senso di noi stessi. Magari ci siamo per diventare un racconto per altri. Passo dal bar e prendo una granita al limone prima di cominciare a lavorare. Abbastanza buona, penso. Non indimenticabile. Scegliere i ricordi.

Lo spunto di oggi – L’altra parte del caffè

giovedì 10 giugno 2010

Un posto banale, uno come un altro. Milano nel suo quotidiano squallore. Lui ha una camicetta bianca e un golfino tenuto sulle spalle. Forse è uscito presto di mattina perché a quest’ora – sono quasi le due – non ha senso tenerlo addosso, ci sono 32 °C.  Ma lui passeggia indifferente. E’ qualche minuto che lo guardo. Va avanti e indietro, avrà circa 30 anni. Lei forse qualcosa meno. Lei adesso è nel bar. Lui chissà perché non ci è entrato. Non prende il caffè, sta fuori. Strano. Sotto il sole, con il golfino sulle spalle. Rinuncia all’aria condizionata del bar, anche solo a un bicchiere d’acqua con lei.

Attende. E siccome sto attendendo anch’io, lo guardo. Finché non spunta l’altra. Una bella donna giovane, anche lei sui 30. Spinge una carrozzella nuova nuova. Si ferma a qualche metro da lui, è qualche secondo che si guardano. Lei si porta una mano davanti alla bocca. Lui si china lievemente in avanti. E’ un’emozione veloce e sincera. Si raggiungono, si abbracciano, si baciano sulla guancia e lui le prende le mani. Guarda il bambino nella carrozzella. Forse è una bambina ma io non sento una parola e non vedo perché sono sul marciapiede di fronte.

Parlano. Parlano intensamente, veramente. Vicini vicini. Lui si porta una mano alla fronte ripetutamente in un chiaro gesto da non ci posso credere. Guarda il bambino nella carrozzella. Guarda lei. Ecco cos’ha lei: sembra quasi imbarazzata. Ha le guance arrossate adesso, è felice ma è imbarazzata. Allora mi viene il pensiero più banale. Sono due ex. Forse sono due ex. Lui tira fuori il cellulare e lei detta un numero. Un contatto ripreso così, con fame, senza pensare. Chissà di cosa parla questa fame. Chissà se è fame questa velocità automatica che si è impossessata dei due.

Un tempo passato. Lui accenna verso l’interno del bar. Lei annuisce e sorride ma non è più il sorriso di prima. L’altra parte del caffè sta là dentro, nel bar. Penso all’antistruttura. Il flashback che irrompe nel presente narrativo. Quella cosa che non può avvenire nel tempo diegetico, non può avvenire nella vita vera, che va avanti senza eccezioni. Mmh.  Eppure io ce l’ho davanti quest’irruzione del passato. La donna del presente è assente e la donna del passato è nel presente. Questo cortocircuito di cuore strada e casualità danza davanti a me. Chissà quanto tempo sono stati insieme. Chissà con chi ha fatto quel figlio, lei. Chissà se lui sente le stesse cose per la sua donna presente, quella nel bar.

E lui, lo userà quel numero che ha preso? Com’era finita quella storia per potersi rivedere con tanto entusiasmo? Lei è stata più rapida. Ha fatto un figlio, lui è ancora solo fidanzato con una che beve troppi caffè. Oppure erano solo compagni di scuola? E lei ha fatto il figlio con il suo compagno di banco, il fidanzato di sempre? Escludo alcune strade. Che lui abbia voglia di far salutare questa giovane mamma alla sua fidanzata nel bar, perché non va a chiamarla. Escludo che le due donne si conoscano. Se si conoscono, non c’è stato nulla di buono tra loro.

Ma sento un campanello dentro di me. Sento che lei potrebbe uscire a questo punto. Se è entrata per un caffè ci sta che esca più o meno adesso. Mettici che dovesse fare la pipì, sarà per quello. E sento che non voglio vederla uscire. Non voglio varcare la soglia. Non voglio sapere come gestirà lui la cosa. Se c’è un segreto, un’ombra, oppure niente. Temo. Da quello che vedo, temo. Quindi mi volto e giro oltre la siepe da strada del bar di fronte. Il guardo esclude a sufficienza. Piantumazione aree pedonali urbane. Putinie in vasi finto granito con cicche di sigarette spente alle radici. Bella città. E che gusto. Per poco il cor non si spaura.

Mail bloccata

martedì 8 giugno 2010

Da due giorni la casella di posta posta@giovannicovini.it risulta bloccata. Non ho quindi letto nulla dei materiali che mi sono stati inviati. Per chi avesse urgenza indico la casella giovanni.covini@gmail.com. Comunicherò il ripristino non appena sarà risolto il problema. Grazie, buon lavoro a tutti.

Lo spunto di oggi – Essendo… Stato

lunedì 7 giugno 2010

Lavoro al testo dello spettacolo di Vernicefresca, la meravigliosa scuola di teatro di Avellino con la quale sto collaborando. A un certo punto la storia tocca la vicenda di Paolo Borsellino. E passo un’intera giornata a rovistare su internet. Pezzi di film, frasi, interviste, testimonianze. Mi imbatto in sorprese di ogni genere. Non è una sorpresa, invece, che fosse di destra e che avesse anche la tessera di partito.

Lo avevo rimosso. Ma oggi lavorandoci mi ci sono imbattuto, in quella sua appartenenza politica così lontana dalla mia. E ho scoperto che lo avevo proprio rimosso. E rimango muto, di fronte alla nostra lontananza e alla sua grandezza che è stata una grandezza quotidiana. Di fronte alla sua maturità nel calare in cose immediate di ogni giorno i principi più alti della libertà e dell’onestà. Rimango muto. Voglio soltanto riportare qui le sue parole rivolte a Giovanni Falcone, che oggi mi hanno così tanto colpito.

Si fece tardi. Devo andare. Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia, tu me lo hai detto, Giovanni. Me lo hai detto in Procura Generale. Il nostro lavoro fu solenne nelle cose semplici. Fu semplice e solenne, come tutte le cose che non abbiamo il coraggio di dire. Palermo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare. Ho amato così. Essendo stato Paolo Borsellino. Ho amato così, Paolo Borsellino. Essendo… Stato.

Paolo Grassi – Triste storia finita

sabato 5 giugno 2010

Rimando chi legge all’edit del 31 maggio. L’ex Direttore Antongiulio Bua è passato di qui e ha lasciato un post di estrema importanza. Nel ringraziarlo per questo gesto, rivolgo a Massimo Navone il mio in bocca al lupo per il lavoro che lo aspetta. Speriamo in un futuro immediato organizzato con competenza e entusiasmo che raccolga sia la precedente esperienza di Massimo come Direttore della Scuola, sia le tante aperture e la capacità di immaginazione della direzione di Maurizio Schmidt. In bocca al lupo Massimo!

Lo spunto di oggi – La maglietta

giovedì 3 giugno 2010

La ragazza è molto giovane. Deborda di entusiasmo e di tutto il resto dai suoi occhi e dalla povera maglietta stipata come uno stadio al limite della capienza. Con certe persone la Natura è stata colta da un entusiasmo folgorante e si è fatta prendere la mano sulle quantità. In ogni caso il suo sguardo è luminoso e trasuda felicità di essere lì, nel negozio di magliette a metà del Corso.

Sono attratto dall’idea che si possano prendere 3 articoli pagando il meno caro 1 euro. La cosa mi spinge per un momento a calcoli diabolici tipo adesso faccio l’affare della vita. Ma in breve mi convinco che l’unica cosa davvero sensata sia prendere quel che mi serve. Tre magliette alla stessa cifra, così viene fuori in pratica un 3×2. Scelgo i colori. Mi rivolgo alla ragazza perché lì ci sono solo le M e io le chiedo delle L.

Mi guarda perplessa Sicuro che non la vuoi provare? Sicuro che ti vada bene la L? Sicuro.  La maglietta addosso non la devo nemmeno sentire, ho bisogno di spazio. Lei prende le tre magliette taglia L e le infila nel sacchetto. Vengo a casa. Provo quella blu. Accidenti, è stretta. E dopo un lavaggio sarà inutilizzabile. Torno indietro e faccio ammenda.

- Guarda, avrei dovuto ascoltarti. Alla mia età non ho ancora imparato. Posso cambiarle? Lei sorride e con grandissima simpatia prende le tre magliette e se ne va verso lo scaffale. Torna con tre magliette taglia M.

- Ma… veramente io vorrei le XL. Lei proprio non ci sta dentro, in tutti i sensi.

- Ah. E si ferma a guardarmi. No perché io ti avrei proprio dato una M. Cioè, ma se prendi la XL tu, le L e le M chi le prende? Sorrido.

- E’ che mi sento più comodo… perché poi devi calcolare che un po’ si stringono sempre, per cui… E’ qui  che si riattiva, qualcosa l’accende:  Ma no scusa, tu come le lavi ?

-  Mah, in lavatrice normalmente, a 40°C.

Ecco svelato l’arcano. Ma no! Queste vanno a 30 °C, così certo che le stringi! Molto perplesso guardo di straforo l’etichetta sul colletto. Campeggia un bel marchio 40 °C.

- No perché qui… vedi? Dice 40 °C.  – Ah sì, qui dice 40 °C è vero, però io sai perché te lo dico? Soprattutto per il colore. Si conserva meglio se la lavi a 30 °C tanto viene pulita lo stesso. Soprassiedo e annuisco sorridendo. La ringrazio perché mi ha concesso il cambio. Ma qualcosa dentro di lei deve avvisarla che il discorso del colore non è del tutto pertinente.

Allora mi raggiunge mentre già me ne sto andando. E la centrifuga? Mi giro come un bambino beccato con le mani nella marmellata. La centrifuga? – Sì, a quanti giri la fai andare? Roteo gli occhi cercando di ricordare qualche numero visto sulla lavatrice, tanto per non deludere. Non saprei davvero.

Eh no, perché non devono essere più di 750. Annuisco senza più argomenti. Una volta non c’erano lavatrici più veloci e il problema non c’era. Ma se la metti a più di 750 giri, i tessuti si stringono. Deglutisco. In realtà la parte peggiore di me sta lavorando alacremente. E mentre la guardo tracimare entusiasmo e materia penso: Ecco cosa ti servirebbe: un bel giretto a 1200 giri ed esci che sei a posto! Invece dico: non smetto mai di imparare.

Poi cammino per il Corso, verso casa, sotto il sole. E penso all’incoerenza della storia del colore. Penso al fatto che un’apparente incoerenza cela sempre una coerenza nascosta di natura più drammatica e sottile. Non voleva mandarmi via senza aver affrontato il problema. Ci teneva a risolverlo e a spiegarmelo. Era felice di essere lì. Un non so sarebbe stato inaccettabile per lei. Costi quello che costi. L’incoerenza è la spiegazione di minor valore, sempre. La giovane commessa la venderebbe a un euro.