Archivio di luglio 2010

Lo spunto di oggi – Buone vacanze

lunedì 12 luglio 2010

E’ stato un anno senza pause e naturalmente ringrazio tutti quelli che hanno contribuito a renderlo così felicemente infernale. Il Teatro Gioco Vita di Piacenza e Anusc Castiglioni con Atalanta, un’esperienza di scrittura rigorosa e divertente; gli allievi del secondo corso della Paolo Grassi, con i loro 3 cortometraggi che ci hanno fatto vivere insieme per tutto il mese di marzo sabati e domeniche comprese;  infine Vernicefresca con Troppo Mare. Poi gli allievi dello IED, della Civica di Cinema e dell’Accademia dello Spettacolo.

Esperienze di cui sono stupito e grato, una per una. Decine di persone diverse, decine di incontri.

Ora devo staccare. Per me, per la mia testa e anche per il mio cuore. Ho bisogno di stare con Francesca, con Samuele e con Giada. Possibilmente con il mare davanti. Abbraccio tutti davvero forte e sospendo questo blog fino alla fine di agosto o giù di lì. Grazie a tutti quelli che lo hanno ravvivato con le loro parole. Buona rigenerazione a tutti, sperando che per tutti sia possibile. A presto.

Lo spunto di oggi – Dopo Troppo Mare

venerdì 9 luglio 2010

Esistono posti così lontani dal tuo che possono sembrarti altri mondi. E forse lo sono. Puoi trovarti in un mondo in cui al primo piano ne devi salire ancora uno per arrivare a piano terra e andare al bar. Se ti capita questo, hai buone possibilità di trovarti a Vernicefresca. Il punto è che quel che per me è strano per Vernicefresca  è quotidiano. Questione di parametri e di significati.

Ci si scambia questo, credo, quando da provenienze lontane ci si incontra per lavorare intorno a una storia. Ma non è di teatro che voglio parlare. E’ di un altro modo di vivere, che mi ha colpito e non poco. Voglio raccontare di una cena memorabile e senza fine, qualche giorno prima del debutto, a casa dei genitori di uno dei ragazzi di Vernicefresca. Del giardino che quella sera ha ospitato le nostre chiacchiere e anche le nostre preoccupazioni. Del rimprovero del padrone di casa che trovava quasi offensivo che io ringraziassi per l’ospitalità. Segno di affetto da parte mia, segno di estraneità per lui. Con loro, tutti i genitori dei ragazzi mi sono sembrati partecipi e anche molto generosi nei miei confronti.

Mi piace parlare di Silvia che mi accompagna alla sede e a momenti investe un ragazzino che le taglia la strada in motorino come un docente di suicidiologia. Silvia inchioda, lo guarda innervosita nel retrovisore, davvero una questione di un attimo, e riparte senza nemmeno toccare il clacson. Ma non era il paese degli urlatori? Non erano i maleducati che berciavano sulle strade?

Mi piace sentire ancora l’odore sfumato della vernice sulla mia mano. Vernice blu, scelta da me per lasciare la mia impronta sul muro della sede, accanto a quella di tutti coloro che sono passati e che hanno lavorato con i ragazzi. Ho scelto il blu perché è il colore del mare – il luogo del mondo che amo di più – e ho scelto la mano sinistra perché ci fosse anche il segno di Giada, anche un pezzo di lei in questo mio viaggio forse troppo lungo visto da altre prospettive.

Mi piace ricordare Pasquale, un ingegnere professore universitario. Difficile incontrare persone che siano a un tempo tanto autentiche e tanto surreali. Una sera l’abbiamo passata a farci spiegare perché un gatto in una scatola chiusa può essere vivo e morto nello stesso tempo e perché solo l’apertura della scatola può dirimere il problema. Pasquale spiegava che un fenomeno si modifica per il solo fatto di essere osservato.

Penso a Rossella che ha fatto la sua prima regia. Penso che lei adesso stia capendo quello che spiegava Pasquale. Perché se al posto del gatto in scatola metti attori sul palco ti rendi conto che il tuo osservarli – l’osservarli di qualsiasi pubblico – li modifica di per sé. Che l’accendersi della verità in scena dipende anche dallo sguardo di chi sta in platea, perché la verità in teatro è sempre la verità di qualcuno per qualcuno.

Mi piace parlare di Geremia che operato e dolente va ad appendere i manifesti di Troppo Mare nel caldo torrido del pomeriggio, del suo entusiasmo per le cose che si fanno, persino della sua nostalgia per Milano – su questo faccio davvero fatica a seguirti caro Geremia….

Mi piacciono i silenzi di Jessica, che apre la bocca solo per cantare. E se ne accorgono tutti. Nel frattempo pulisce fa la spesa monta smonta sale scende compra telefona apre chiude e sorride. I personaggi così silenziosi e defilati mi mettono sempre un po’ di soggezione. Perché guardano. E pensano.

Mi piace la cortesia di Giuseppina, insegnante di canto di Vernicefresca. Mi piace la dolcezza con cui inchioda i ragazzi anche al quarto di tono. Mi ha stupito l’educazione con cui ha protestato con me perché ho deciso troppo tardi le canzoni dei ragazzi. Separare l’errore da chi lo commette è un atteggiamento di grande libertà, che rende leggero il lavoro di tutti.

Mi piacevano anche le urlate senza voce di Simona, la coreografa della scuola insegnante di danza. Lei fa e gli allievi ripetono. Poi partono gli strali. Ma non ce la fa, i suoi occhi sorridono sempre, anche quando vorrebbe fare l’arrabbiata.

Ho molto amato – anche se ho contestato il momento – la cucina di Nadia. Insomma, andare ad Avellino non è consigliabile se sei a dieta. Ma lei è inarrestabile e vuole far diventare la sede di Vernicefresca una vera casa. Quante cose abbiamo assaggiato? Non lo so più. Lei è la fondatrice della scuola e la sta guardando crescere e prendere la propria strada.

Naturalmente… Max, mentore del loro mondo e amico che mi ci ha condotto. Gli ho detto scherzando che per lui è vietato ridere dopo le dieci di sera. I vicini potrebbero protestare. Una presenza potente che ha deciso di sostenere con la sua forza Vernicefresca.

Dei ragazzi non parlo nello specifico. Ma insieme sono davvero qualcosa. Li ringrazio di cuore perché mi hanno abbracciato da un mondo lontano. Sono tutti specifici, in alcuni momenti anche speciali.

Dalla mia valigia escono anche parole nuove. Avere la uàllera, arronzare, alluscare. Non mi chiedete niente. Tradurre non serve. Bisogna andare là. Ciao Avellino, è stato bellissimo.

Il libro di oggi – Narrazioni, di Andrea Smorti

martedì 6 luglio 2010

“Siamo a Bari, un giorno d’estate del 1988. Una giovane coppia di fidanzati va in centro a far spese. Passando davanti a un negozio di abbigliamento la ragazza vede un vestito che le piace. Decide di comprarlo ed entra nel negozio. Il fidanzato resta fuori e se ne va a curiosare fra le vetrine lì intorno.

Il proprietario del negozio invita la ragazza ad entrare nel camerino del retrobottega per provare l’abito. Passa il tempo e la ragazza non esce. Finché il fidanzato, stanco di aspettare, si decide ad entrare per chiedere a che punto stanno le cose.  Il proprietario, meravigliato, gli dice che la ragazza non c’è più, se n’è andata da un pezzo. Il ragazzo si insospettisce, trova due poliziotti, racconta loro la storia, li convince ad entrare nel negozio e a dare un’occhiata.

In un punto del retrobottega i poliziotti si accorgono che il pavimento suona a vuoto. Scoprono una botola che immette in una specie di sala ben illuminata dove si trovano alcuni chirurghi, almeno tali sembrano dai camici che indossano e dai bisturi che hanno in mano, che stanno ancora sezionando la ragazza. Il negozio mascherava un commercio d’organi in piena regola. I chirurghi li prelevavano e li predisponevano per la consegna al mercato nero…

In quell’estate del 1988 questa storia conobbe una grande diffusione, a Bari e non solo. Molti la presero per vera, anzi volevano in tutti i modi sapere quale fosse il negozio-mattatoio e conoscerne il proprietario. Intanto le madri chiudevano in casa le figlie, tenendole al riparo da boutique e negozi d’ogni tipo. Finché polizia e giornali dovettero ricorrere a ripetute smentite pubbliche che, alla fine, riportarono la calma.

Ma perché, ci chiediamo, la gente si dimostra così incline a credere a certe storie? Una bella domanda, questa, per una risposta tutt’altro che semplice. Ma vale la pena di tentare. Perché il problema delle storie e della loro credibilità investe non solo la vita sociale e politica di un popolo, ma anche il funzionamento stesso del pensiero. “

Se vi attizza, compratelo. Andrea Smorti è una mia nuova passione. Di una bravura pazzesca.

Lo spunto di oggi – Troppo Mare

giovedì 1 luglio 2010

Bene, Alice ripristinata da pochissimo. In tempo per dare un saluto e partire per Avellino, dove in queste ore stanno lavorando duro per arrivare al meglio al debutto di Troppo Mare, lo spettacolo che Vernicefresca mi ha dato la possibilità di scrivere e che Rossella Massari sta dirigendo – con la mano maestra e discreta di Massimiliano Foà – verso il porto del sipario. Preferisco non dire della trama in quanto da quelle parti è oggetto di curiosità e di attesa. Ma del percorso sì.

Troppo Mare è un testo che nasce dalle parole dei ragazzi, da racconti scritti via mail. Racconti personali, intimi, riflessioni di ruvida sincerità. E poi naturalmente di speranze, illusioni e disillusioni. Da una parte tutto questo cuore, dall’altra il perenne e fastidioso rumore di fondo di tutto il resto. Tutto un vissuto tenuto dentro a ribollire e così poche occasioni per scambiarselo e per confrontarcisi. Troppo frastuono di ogni cosa, troppe informazioni, troppe cose da fare. Siamo sempre in mezzo a un mare di questioni  e questo mare è sempre troppo.

Siamo su una nave. Siamo i passeggeri di un battello che attraversa l’oceano. Trattasi di crociera estiva, buon umore e vacanze di default. Ma è da se stessi che è difficile andare in vacanza. Dalla nostra storia e dalle nostre posizioni di cui non ci chiediamo nemmeno più il vero motivo.  Eppure le teniamo e ci teniamo con le unghie ad esse perché ci confermano chi siamo, ce lo ricordano, sono il nostro porto sicuro: le nostre idee sul mondo, più immutabili del mondo stesso che invece continua a girare.

Andiamo avanti tenendo una rotta quotidiana anche nel più desolante smarrimento della meta. Si sgretola il filo del passato che ci ha portato fin lì, si smarrisce la prospettiva che vorremmo avere davanti. Persi tra non più e non ancora rimaniamo rigidamente con la mano sul timone, tenendo la rotta.

E’ stato un percorso basato su una reciproca fiducia. Naturalmente a rischiare di più erano loro, i ragazzi, perché alla fine non sai mai cosa può fare una persona con le parole che parlano di te e che le hai consegnato. Le abbiamo messe sulla nave, nella bocca e nel cuore di ognuno di questi personaggi, le abbiamo viste viaggiare questo pericoloso e metaforico viaggio di vacanza. Non abbiamo cercato di dire tutta la verità ma abbiamo cercato di dire solo cose vere.

Un viaggio interiore sul filo dell’andare in fondo senza andare a fondo. Strana, contagiosa felicità che si scatena nel fare insieme un lavoro introspettivo severo con la volontà di riuscire a esprimerlo poi per qualcuno.  Se ci si riesce si tocca con mano che dire è dirsi e dirsi è darsi. Mai come in questo caso l’ho verificato. Qui è del tutto tangibile come la storia che si racconta sia soltanto il terreno sul quale si incontrano narratore e destinatario. Quando ci sei dentro senti che la faccia del destinatario del tuo racconto, quando reagisce al tuo raccontare, sta rimandando a specchio una reazione – un regalo – per te. Che devi essere pronto a ricevere. L’ascolto di chi ti sta davanti. Perché lì il destinatario sei tu. Quello che ti ritorna è l’esito di quel che è uscito da te e ha fatto un giro dentro l’altro. Sei di nuovo tu. Raccontare all’altro è ancora una cosa per te. Per questo ringrazio Vernicefresca.

Dunque, domani comincia quest’ultima, intensissima settimana di prove. Il debutto è previsto per l’8 luglio al teatro Gesualdo di Avellino. E apparentemente sarà anche il nostro punto di arrivo finale. Ma certi viaggi continuano poi dentro, ad altri livelli. Un ultimo pensiero, per Miriana, la signora tra i settanta e gli ottanta che raccontò quella storia così forte per me. Chissà se si trova ad Avellino, chissà se va a teatro. Nella smania di voler sempre pagare le cose, mi piacerebbe restituirle un’avventura.