Archivio di settembre 2010

Lo spunto di oggi – Ma questo è proprio un altro discorso

giovedì 30 settembre 2010

Il sole scherza fra i rami, il parchetto è già popolato di tecnici che stanno smontando. La sera prima abbiamo finito abbastanza tardi – non molto per la verità. Attraverso sentendo l’odore del mare e mi porto dietro la mia valigia. Due giorni a riprendere la regata, bellissimo. Mare agitato il primo giorno con le inquadrature che sembravano uno scherzo di giochi senza frontiere. Oscillazioni da paura, sole e vento. Meglio di così.

Ma adesso è finita e so che chissà se mi ricapita. Vado verso la macchina, parcheggio comodissimo perché riservato agli addetti. Apro il bagagliaio e la vedo subito. Arriva dal parchetto trotterellando, bassottina e rotondetta. Una signora armata di bloc notes. Punta me, non c’è dubbio. Arriva con un sorriso ma si capisce che è solo formale perché sembra alquanto agitata.

- “Stavano per portargliela via, sa? Li ho fermati io.” – Ma chi. – “I vigili. Ma lei perché l’ha lasciata qui?” – Ho il permesso, è lì sul cruscotto. – “Sì lo so ma il permesso scadeva alle 11 di stamattina.” – Sono le 10.50. – “Sì, ma stavano per portargliela via.” – Beh, signora, la ringrazio per avermi salvato ma non capisco perché, dato che non sono ancora le 11.

La donna alza gli occhi al cielo.

-”Perché Orio è venuto qui e ha detto che andavano portate via”. – Chi? - “Orio”. – Orio? (e penso, ma non dico: se è Orio fa sul Serio! Ma non è clima di gag). Mi scusi ma io non conosco questo Orio. La signora mi guarda stupita, questa non se l’aspettava. – “Non conosce Orio?” – No, mi spiace. Ma è il capo dei vigili? – “Ma no! Orio dell’organizzazione!” – Guardi non lo so, io ero qui per le riprese della regata e avevo il posto fino a stamattina. In ogni caso adesso la tolgo così non c’è problema.

Nota il nostro dibattito un vigile che sorveglia il lavoro di smontaggio dei tecnici. Camion, tendoni, stand, insomma un po’ di macello. Arriva tranquillo e saluta.

- “Qualche problema?” – Mah non mi pare. Sto andando via e non sono ancora le 11. Mi spiace aver creato problemi con la macchina ma… Il vigile dà un’occhiata al permesso esposto sul cruscotto. Non mi lascia nemmeno finire. – “No, fino alle 11 lei può stare”. Mi giro verso la signora. – No è che la signora diceva che me la stavate portando via. Il vigile si scalda. – “No, signora, non glie la stavamo portando via, ne abbiamo già parlato. Abbiamo solo chiesto se qualcuno conosceva il proprietario perché ci avrebbe fatto comodo fargliela spostare più in là.”  Sorrido e annuisco al vigile. – Okay, allora io vado così vi libero lo spazio. Mi spiace per l’ingombro. Il vigile saluta annuendo. – “Ma nessun problema.”

La signora però non ci sta. – “Eh no scusate. Perché adesso bisogna chiarire la cosa. ” (Dice, e mi blocca che sto aprendo la portiera). – “Perché qui stamattina è venuto Orio e mi ha chiesto esplicitamente di liberare tutto il piazzale. Io sono qui per lavorare non so se mi spiego.”

Non rispondo, allargo le braccia ma non so davvero cosa potrei fare per aiutare la signora sbugiardata dal vigile. – Guardi signora, io non so nemmeno chi sia… Il vigile mi fa segno di andare mentre lui si occupa di distrarre la signora. Sembriamo il tandem di Arma Letale, noi due.  – “Ma lei quando ci ha parlato con Orio scusi?” (Ah. Allora anche il vigile conosce costui. Il Capo dell’organizzazione). – “Stamattina presto. E oltretutto mi vede e mi dà del tu così come se ci conoscessimo. Io con Orio non ci ho mai mangiato assieme! E non capisco perché lui si debba presentare qui quando gli pare e piace perché non è la prima volta che succede, e si permetta di trattarmi in questo modo e scusatemi un po’!”

Il vigile e io ci guardiamo. Provo a sbloccare la situazione e a fermare la crisi isterica. – Beh, però questo mi sembra un altro discorso. Se intanto io qui posso liberare il piazzale… Il vigile coglie l’assist e sfodera grande e tattica umanità. – “Eh sì, signora, questo è proprio un altro discorso”. Mi infilo rapido: – Allora grazie, io vado. Il vigile, altruista – “Vada vada, buon viaggio”. La signora riprende a parlare con lui ma la portiera si chiude e prima di ripensamenti dell’ultim’ora metto in moto e guadagno tre o quattro metri.

Poi sono in autostrada. E ci ripenso. Che cosa voleva veramente quella signora? Perché ha inventato di essere stata lei a salvarmi la macchina? Di che cosa aveva veramente bisogno con quell’azione? Mi perdo a ragionarci su: essere importanti per qualcosa, sentirsi considerati, esistere. Forse. Poi arriva lei, la domanda quintessenziale: ma Orio… sarà di nome o di cognome?

Lo spunto di oggi – Solo passaggi

lunedì 27 settembre 2010

Chissà come si vede, di là. Dall’altra parte dell’enorme tavolo. Chissà come appaio io, appoggiato con il gomito destro al bracciolo della sedia e con il dito sotto il mento. E’ evidente, il tavolo è troppo grande per noi. O forse no. Forse è così proprio per tenerci a debita distanza. Un rassicurante tavolo circondato di comode sedie. Comode soprattutto se ci si appoggia all’indietro. La schiena, sì. Perché calcolo che se i partecipanti si appoggiano all’indietro attratti dalla comodità,  guadagnano circa altri due metri di lontananza.

E’ tattica, la lontananza. E’ elegante e rispettosa della privacy e permette di essere presenti e lontanissimi. Si può ruotare sul perno della sedia e avvicinarsi al compare. E dire qualcosa sottovoce. Sorridere, annuire, persino parlare al cellulare. Ci si possono mandare messaggi da un posto all’altro. Vibrazione silenziosa, modalità riunione. E’ un gioco. Praticato da uomini con un certo potere. Non siedo mai a questi tavoli e difatti anche stavolta, che invece ci sono, non ho molta voce in capitolo. Ascolto. E guardo.

Loro sono tre. Di fronte a me ho l’uomo senza potere. Sembra un orsacchiotto di peluche. E’ stempiato ma rispetto a me è un principiante. Annuisce, dice qualche sì e qualche no. Ma sono no confermativi. Muove grandi obiezioni sulle inezie per far sentire che c’è ma non dare fastidio a nessuno. Sembra che dica: Okay, sgozziamo pure i bambini nell’asilo ma mi raccomando le tende verdi. Scivola fra le parole senza cozzare mai, senza obiettare mai. Annuisce spesso, prende appunti e non guarda in faccia nessuno.

E poi è prontissimo. Un rapace da conversazione. Quando il Boss smentisce qualcuno immediatamente s’accoda e conferma la smentita. Stavo per dirlo io. Ma accidenti non ci arriva mai per primo. Una volta ho sentito dire che non bisogna fidarsi di quelli che al bar dicono pago io. Chi vuole pagare lo fa direttamente, senza dirlo. Se no è solo una mossa per sembrare quel che non si è. E’ l’uomo che avrebbe sempre voluto, avrebbe sempre pensato, l’uomo che stava per dire, stava per intervenire… Penso con la mia solita iperbole: stava per vivere. Ma gli altri l’hanno fatto al posto suo. Però…  i suoi occhi sono dolcissimi e persino sinceri. Azzurri e da cane bastonato ma a loro modo persino caldi.

Dall’altra parte c’è l’uomo arrivatino. Non del tutto arrivato ma insomma comunque arrivato. Interagisce direttamente con il Boss e può persino dibattere con lui qualche idea. Lui è l’uomo che continua a rispondere non lo so. Anche se direttamente non lo dice mai. E’ tutta una pioggia di adesso bisogna vedere, vediamo come si mettono le cose. Lui è un gatto. Attraverso questo suo essere gatto ha scalato qualche tetto, sì. C’è riuscito. Ma non del tutto. Raccoglie gli interessi di un piccolo cabotaggio coltivato per anni, probabilmente. Anche lui, nessun conflitto mai. Scivolare dolcemente e sorridere. Amici di tutti. Qualche sospetto che la tanta gentilezza  a oltranza non sia credibile deve averlo anche lui, però. Difatti eccolo raccontare le sue imprese: Io con quelli là sono stato molto chiaro e molto duro… io a quel punto glie le ho dette tutte che loro alla fine mi guardavano così… Insomma: cose epiche che ci siamo persi. Battaglie che ha condotto fieramente soprattutto per noi. Ma anche in lui secondo me il fondo è sincero. E’ triste, ha lo sguardo di chi ha perso un treno.

Poi c’è lui. Il boss. Accartocciato sulla sedia semidondolante. Senza il suo studio intorno, senza il suo potere che si esprime in ogni oggetto, è un bambino scomposto in cerca di coccole. Tra lui e gli astanti ci sono circa 350.000 euro annui di differenza. Il boss ha messo dei paletti, nessuno sa perché. Sappiamo solo che bisogna rispettarli ma nessuno sa nemmeno come. E lui – geniale – non entra nel merito perché non si permette di spiegare agli altri il loro lavoro. Da  alcune posizioni si possono fare progetti che non stanno né in cielo né in terra e farli risolvere agli altri. Se ti va bene sei un genio, altrimenti è colpa loro. Che meraviglia.

Gli occhi del boss sono i più tristi. Lo sono davvero, basta guardarlo bene mentre aspetta con pazienza che gli altri abbiano finito di parlare. Ascolta il minimo indispensabile perché fondamentalmente non gli interessa. E si assenta. Chissà dove va mentre gli altri gli chiedono ragioni e soluzioni. Di fatto è lontanissimo ma qualunque posto sia non dev’essere un bel posto. Lo guardo e mi chiedo che cosa potrebbe riaccenderli, quegli occhi. Quando è stato entusiasta per qualcosa. Un gol? Una donna? Un panorama?

Così, mentre il tempo scorre, la questione si rimpalla tra il potente che mette i punti fermi – che se non sono fermi quelli gli salta tutto il gioco – e il potentino che non sa mai cosa rispondere perché purtroppo non ha i dati sufficienti e siccome è uno molto responsabile vuole evitare di dire inesattezze. In penombra, l’orsacchiotto dagli occhi bastonati e sinceri.

Mi perdo a chiedermi quand’è che diventiamo come siamo. Come succede. Un giorno con l’altro? La faccia che abbiamo si è disegnata quando? E’ stato un fatto preciso? Una scelta? Ma abbiamo mai capito di averla compiuta questa scelta? Dentro di me li vedo in costume da bagno, questi tre. Bambini, sulla spiaggia. Una spiaggia francese del mare del nord, quelle bianche con le onde che si spalmano radenti per parecchi metri sulla sabbia. Un pallone rosso e loro che se lo passano. Senza niente da chiedere, senza retropensieri. Senza niente. Prima che il tempo cominciasse a modellare le nostre facce e il dolore a istruire le nostre strategie. Nessun gol da fare. Solo passaggi.

All’improvviso mi si chiede cosa penso della parte che mi compete e rapidamente rispondo. Annuiscono. Non va mai male annuire. Così, la riunione finisce come mi pare finiscano molte cose, in Italia.

Va bene, allora ci aggiorniamo.

Il libro di oggi – La lingua che verrà, di Hélène Cixous e Jacques Derrida

giovedì 23 settembre 2010

“(…) Perché scriviamo, o cosa significa scrivere. Non credo di aver mai pensato di trovare…; dubito, perché so che quando iniziai a scrivere, nei primi anni, provavo un sentimento totalmente esaltante e, allo stesso tempo, difficile da incontrare, ero in una tale ingenuità perché trovavo!… cioè, facevo delle scoperte. Sono stata presa dal panico, da un panico megalomane perché pensavo: se continuo così, troverò tutto e saprò tutto; era apocalittico!

Avevo l’impressione di scoprire, scoprire, scoprire e avevo l’illusione infantile di arrivare alla fine. Ed era per me qualcosa di incredibile, non sapevo si potesse arrivare alla fine; evidentemente si trattava di un grave errore e mi tranquillizzai quando mi resi conto che era interminabile e che non si trova mai, cosa che non è affatto scoraggiante. Al contrario, la necessità di cercare, che anima ogni scrittura, qualunque essa sia, filosofica, letteraria, è il segno della vita.

Non cercare, non aver bisogno di esplorare… non significa che non si trovi mai nulla, significa soltanto che appena trovato è già superato, una volta visto e sentito, è già superato, non morto! Ogni istante della scoperta, però, è un’apertura verso il prossimo sconosciuto.

Tutto questo è infinito e ci rendiamo conto in modo vertiginoso che se volessimo seguire un movimento fedele alla ricchezza di ciò che ci è occulto bisognerebbe innanzitutto avere quindici vite – no, non so neanche perché dico quindici, cinquantuno, diecimila – per accompagnare la nostra vita che è inesauribile; e allo stesso tempo, nella sua semplicità, la nostra vita ci appare bella e buona solo a condizione di aver ascoltato, di aver sentito la sua leggenda, la sua canzone; e proprio per questo bisogna scriverla.

Per me scrivere è soltanto un modo di celebrare la vita, cercando di darle i suoi nomi, che sono milioni, milioni.”

Lo spunto di oggi – Dispositivi tecnologici del futuro

lunedì 20 settembre 2010

Raccolgo una nota deliziosa del mio carissimo amico Massimiliano Foà. Mi sono sempre ripromesso di parlarne e di segnalarlo con un link.  Lo farò presto perché il suo sito è pieno di cose preziose che trova nelle sue letture e nei suoi ascolti. Nel frattempo gli rubo questo video che ha appena segnalato. Sono incuriosito dal prodotto e non vedo l’ora di possederne uno.

Per chi fosse curioso:

http://www.youtube.com/watch?v=ool3vdgLYdI

Lo spunto di oggi – Sic omnia transit

giovedì 16 settembre 2010

Bisogna suonare il campanello di una porta a vetro smerigliato. Fanno passare molto tempo prima di aprire. E non è lo scatto automatico ma una persona che compare e dà due giri di chiave. Bisogna dire per chi si è lì. Nome e cognome del morto. Poi c’è un corridoio lungo il quale l’uomo mi conduce con i suoi pochi capelli bianchi e il suo passo tranquillo. Mi apre la porta e mi dice che mi accompagna lui perché ce ne sono altri quattro. Altri quattro cadaveri sotto il lenzuolo.

La zia è piccola piccola vista così. Marmorizzata sotto la luce al neon e ingiallita dal sangue che si è fermato. I suoi capelli ribelli ancora un po’ in giro e il blocco sotto il mento perché non apra la bocca. Messa in un angolo come una cosa che non si può dire, coperta da un lenzuolo come se della morte bisognasse avere vergogna.  Invece è rispetto, pare. Ma rispetto per chi? La zia ha una faccia che non deve essere coperta per meritare rispetto.  La si può guardare e ci si può vedere la sua vita fatta di studio e di passione intellettuale per la filosofia, per la politica. E anche fatta di amore per la musica.

Che cosa vedi ora? Dove sei? E’ quello in cui hai creduto per tutta la vita? Sì? C’è un Padre di là e tutti quelli che hai conosciuto? Questa famosa comunione dei santi di cui parlavi? Deve per forza passare da questo angolo di neon e aria condizionata, da questi lenzuoli e da questo mazzetto di rose appoggiato sulla salma di fronte alla tua?

Mi faccio queste domande ma sono quello che sono e non posso fare a meno di guardare il mio modo di guardare anche in questo caso estremo. Perché tutta questa scatola l’abbiamo costruita noi. I muri nudi, lo squallore del ferro delle lettighe e delle serrature che rullano, il deposito provvisorio di cadaveri finché non se li vengono a prendere. Ma è il mio sguardo, non quello che vedo. Quello che vedo è qualcosa di naturale, una persona anziana che ha compiuto il suo percorso con pienezza e che adesso non può più stare qui.

Naturale e silenzioso. Ma non siamo, non sono abituato molto né alla natura né al silenzio. La durezza del congedo, la chiamavi tu. E’ anche durezza del corpo, bloccato nella fine di tutte le cose. Preferisco portarmi dentro questo dubbio. E’ più sincero e più vicino a quello che sento. Non so dove tu sia. Sempre che la morte non sia morte, come credevi tu, non so cos’altro sia.

Anche Samuele vuole venire a salutare. Non gli è facile entrare. Non gli è facile sapere gli altri corpi sotto i lenzuoli. Ma è un suo desiderio. Abbraccia Giada e mi tiene la mano. Poi c’è la nonna, dolcemente silenziosa come a dire va tutto bene, è tutto giusto così. E’  il primo incontro di Samuele con la morte e non è mai facile. Il lenzuolo si alza e tutto avviene con una grande semplicità. La osserva e non dice niente. Sono sempre stupito dalla profondità delle sue emozioni e ancor più dall’equilbrio che mostra man mano che cresce.

Sulla via del ritorno lo guardo e con il sole che gioca sul suo profilo mi sembra ancora più bello. Samu è la vita che si muove e si trasforma, è un respiro pieno di futuro. Una prima media che comincia, nuovi compagni, nuove idee, cambio orizzonte. La durezza del congedo. Un po’, il sospetto che questa fede nell’aldilà sia un vaccino contro il dolore ce l’ho. Che sia un modo per trovare accettabile l’inaccettabile.

La zia ora sa. Se qualcosa è, ora sa. O forse sta iniziando a sapere, se è vero che anche di là è tutto un cammino che comincia. Non posso condividere una fede così certa. Posso al massimo condividere una speranza. E mi porto via questo pensiero: che una civiltà la si può interpretare anche a partire da come illumina i suoi morti. Noi lo facciamo con il neon, li nascondiamo sotto il lenzuolo e lo chiamiamo rispetto. Non dice della morte, questo squallore. Dice di noi. Esco e non so perché guardo in alto. Ma non il cielo. Guardo il cornicione dell’obitorio e poi i palazzi di fronte, quelli antichi. Quelli che erano la sua amata Milano. E sento che le parole magari si sanno a memoria ma ogni tanto le ripete anche lo stomaco. Sic… omnia… transit.

Radiografie – Persons Unknown

lunedì 13 settembre 2010

E’ iniziata il 10 settembre su Rai2 ed ho avuto l’occasione di vederla già per intero questa nuova serie statunitense prodotta dalla Fox Television Studios, strutturata in 13 puntate e ideata da Christopher McQuarrie. Credo che globalmente possa avere degli spunti e quindi mi piace parlarne ora, in tempo per chi ne fosse incuriosito. In realtà dico subito che non la trovo una serie straordinaria. Ma trovo alcuni elementi che non sono banali e che si mescolano con abilità al divertimento e al puro entertainment. La situazione di base vede alcune persone svegliarsi in un hotel misterioso, in una cittadina deserta. Nessuno sembra sapere di che posto si tratti. Ognuno di loro ha una vita dalla quale è stato rapito. Non si conoscono fra di loro.

McQuarrie è lo sceneggiatore de I Soliti Sospetti. E si sente. Nel senso che ama giocare a carte completamente coperte senza lasciare al pubblico alcuna possibilità di intuire o ipotizzare il meccanismo che regge l’insieme. Per cui è vero, mentre lo guardavo pensavo, puntata dopo puntata, che fosse divertente ma troppo facile. La stessa cosa che ho pensato ai tempi quando vidi I Soliti Sospetti. Troppo facile così. Nessuno ha elementi per capire e quindi la sorpresa vale meno. Insomma: posso raccontarti la storia più assurda di questo mondo e poi di colpo alla fine dirti che era tutto un sogno o uno scherzo o inventato. Che dovremmo fare: cadere dalla sedia e urlare all’idea geniale? Eppure I Soliti Sospetti funzionò, anzi trionfò. E a me anche a distanza di anni continua a sembrare un film terribilmente modesto.

In Persons Unknown, però, il nostro non sapere non è sullo stesso piano. E’ empatico. Noi non sappiamo dove si trovino i personaggi perché questo è il loro punto di vista, perché McQuarrie vuole farci fare il viaggio da dentro, fino in fondo. Quindi ti senti a tutti gli effetti in un posto calustrofobico e cerchi di capire cosa ne sarà di te. D’altra parte il gioco si allarga concettualmente e drammaturgicamente e man mano sentiamo che anche il mondo esterno, quello degli uomini liberi, è controllato manipolato e gestito. Avviene così una specie di ribaltamento interessante: i nostri personaggi sequestrati sono solo più consapevoli di essere manipolati. Insomma: lo siamo tutti ma alcuni lo sanno meglio. Quelli che lo sanno meglio sono più consapevoli della prigione intellettuale e spirituale nella quale ci troviamo. E vivono peggio. E capiscono che le relazioni mancano, che le città sono vuote, che non siamo liberi di scegliere quasi niente di quello che pensiamo di scegliere. Lo sanno, quindi lo vedono. Quindi ci si trovano. Quindi  lo vivono. Ma è solo una differenza di consapevolezza. Al cinema lo sguardo crea il mondo, per cui ecco il mondo visto dai più consapevoli.

E poi ci siamo noi che guardiamo. Questa seria chiede di essere completata da chi la guarda. Perché noi attendiamo la prossima puntata. Perché vogliamo vedere attraverso questo Grande Fratello iperbolico, cosa faranno i nostri eroi. Che sono cavie, topini, trastulli della nostra serata. Diventiamo lo sguardo freddo della camera, diventiamo quelli che ci stanno dietro. Attendiamo la puntata e siamo curiosi. Curiosi. Non empatici. Solo curiosi. Non preoccupati, non in relazione. I personaggi di Persons Unknown diventano il nostro momento di relax.

Mi colpisce quello che questa serie mi dice di me. Se lascio da parte le perplessità legate alle svolte psicologiche a volte ardite a volte pittoresche a volte facili a volte soltanto furbette, se lascio perdere una recitazione diseguale e alcune impostazioni di sistema un po’ precarie… io sono lì come quelli che spiano, che ordiscono il disegno. Quando li vedo mi sembrano antipatici ma… faccio la stessa cosa. Penso divertito a McQuarrie che mi guarda mentre guardo i suoi personaggi mentre guardano i loro sequestrati. E mi dico che anche se non mi ha convinto del tutto è una serie che forse vale la pena di seguire.

Claude Chabrol

domenica 12 settembre 2010

Radiografie – La vita al tempo della morte, di Andrea Caccia

giovedì 9 settembre 2010

Ho  visto il film di Andrea quest’estate, in un solitario pomeriggio milanese. La casa vuota e l’idea di un po’ di tempo davanti. Ora che è fresco di Mostra del Cinema di Venezia mi piace parlarne pubblicamente. Spero anzi di ricevere notizie su qualche posto in cui possa essere visto perché credo che arriverà in sala prima o poi, ma non essendo un film connivente con la corrente della facilità potrebbe non starci dei mesi.

Il film è in tre parti, ma non le chiamerei atti perché non si tratta di una storia. Anzi forse del suo contrario. Anziché procedere e far derivare gli eventi dai precedenti, anziché percorrere una linea emotiva dinamica, il film ci invita a stare. A re-stare e a so-stare. Quasi a sospendere ogni pensiero. I laghi piemontesi di questa prima parte sono seguiti per tutto un anno nel loro trasformarsi dal gelo al caldo delle stagioni. Una legge fuori di noi, che ci contiene, ci mantiene e ci determina, e una dentro di noi che guida il nostro sguardo, che è la mano di Andrea.

Come è fuori così è dentro, sembra. Man mano che le immagini di questa prima parte passavano in silenzio, solo con i rumori della natura, vedevo sempre meno le immagini e sentivo sempre di più trasformare il mio sguardo. Ho percepito come un invito a guardare il mio modo superficiale e frettoloso di guardare. Come se mi si dicesse: aspetta, taci un momento. Guardati intorno. Guarda di che cosa fai parte.

Poi inizia la seconda sezione del film. Primissimi piani di pazienti oncologici avanzati. E qui, invece, tante parole. Le loro. Dritte in macchina. Dritte a noi. Eppure mai aggressive, mai tendenziose o strumentalizzate. Difatti non saprei dire cosa ne pensi Andrea della morte piuttosto che del dolore. Sento che aveva bisogno di stare in ascolto e mi ci ha portato. Anziani, meno anziani. Giovani, giovanissimi. Volti e parole. Prima è stato fuori ora va dentro. La natura e l’uomo. La scatola e chi ci vive. Unici eppure parte di un tutto che forse ha un suo senso anche se ci sfugge.

L’ultima parte è nel box di Andrea. Sì, nel box. Suo padre – paziente oncologico morto di recente – faceva l’imbianchino. E il suo box era pieno di secchi di vernice, di pennelli, di attrezzi, ma poi anche di oggetti di memoria personale, di dischi, di giornali. Nel film Andrea in voce fuori campo dice: “Diceva sempre che l’avrebbe sistemato, un giorno o l’altro”. Ecco, questo mi ha colpito immensamente. Perché il film di Andrea interroga anche il mio modo di voler mettere a posto le cose. Qui il box diventa una radice di memoria e di storia. Un’identità cui Andrea e suo fratello si ricongiungono e letteralmente ridono e festeggiano la vita che fa il suo corso e partorisce il suo futuro.

Benedetto l’impegno non mantenuto del papà. Benedetta la giornata spesa a recuperare, dividere, riconoscere, ricordare, sentire dopo tanti anni. Benedetta questa restituzione della vita alla vita, anche se non coincide con la nostra idea di box ordinato. E grazie ad Andrea per questo lavoro che gli è costato anni di fatica senza restituirgli credo quasi nulla del denaro speso. Per me La vita al tempo della morte è uno splendido film sul tempo della vita.

Lo spunto di oggi – Tornando a riva…

lunedì 6 settembre 2010

…dopo un lungo e solitario giro a nuoto nelle insenature di Baia Salinedda. Samuele gioca con gli amici e stavolta non mi accompagna. Guardo da solo. Sento un briciolo di paura quando sorvolo nuotando la zona delle alghe. Lunghissime. Verdi. Scure. Una foresta pettinata e oscillante dalla quale esce di tanto in tanto qualsiasi cosa. Tantissima vita che si muove senza sosta. Dirupi sotto di me. Vanno giù giù, le rocce cambiano colore e anche la temperatura si raffredda.

Guardo e non posso e non voglio prendere nulla. Pescatore dismesso, quest’estate. Ho deciso di prendere “l’incidente” di essere finito in un parco naturale come qualcosa che la vita mi stava suggerendo. Perché nel frattempo, a terra, sulla spiaggia, stavo leggendo un libro molto bello. Helene Cixous che a un certo punto definisce lo sguardo del narratore come lo sguardo che guarda e non vuole prendere, che osserva senza toccare, senza possedere. Uno sguardo così puro e disinteressato è come un bacio sulle labbra di Dio.

Guardare senza altro fine che mettersi in contatto – l’interno di me con l’esterno del mare – con quello che semplicemente c’è. Da molto prima di me e per molto ancora oltre me. Così scopro anche delle sensazioni nuove. Per esempio mi accorgo nuotando che se non vuoi prendere nulla non ti sfugge nulla. Trovo la questione estremamente divertente. Vuoi vedere che tutti i pesci che mi sono scappati nella mia vita, sono scappati perché avevo deciso che erano da prendere ? Che se avessi voluto solo guardarli… Ecco: non dico non prenderli perché non si può. Dico non volerli proprio prendere al di là del fatto che non  lo si possa fare. E vuoi vedere che non vale solo per i pesci ?

Naturalmente. Ma è ovvio che non va mai a finire come credi, se no non sarebbe una storia. Penso che tra pochi giorni ripartirò. Vorrei vivere in un posto di mare, questo lo sa chiunque abbia mangiato con me almeno una volta. Lo vorrei davvero. E mentre pinneggio non riesco a non pensarci. Al ritorno in città. E allora penso che lo sguardo di cui parla la Cixous sia un affare complicato. Perché anche gli occhi vogliono possedere. Vogliono il certificato di proprietà sui fondali di Baia Salinedda. Alla fine, già piangono perché stanno per perderli. Già non è più un contatto disinteressato.

Mi sono allontanato un po’ dalla costa. Qualcosa di giallo un paio di metri sotto. Ah, ecco. Un sacchetto BILLA. Allora è vero che ha comprato STANDA in tutta Italia. Bene. Quello adesso lo voglio. Scendo e lo prendo. Lo riporto a riva con me. Già che ci sono anche con un bicchiere di plastica trasparente rotto. Li prendo e non mi scappano e non sono un ecologista. Voglio solo portare via con me i fondali puliti.

Mi rimetto a nuotare e il mondo lunare scorre sotto di me. E ancora per un momento, per qualche metro, coltivo l’illusione di esserci riuscito. Guardare senza desiderio, senza voler prendere. Posare lo sguardo sul fondo del mare. Baciare sulle labbra Dio.