Archivio di ottobre 2010

Lo spunto di oggi – Quel frame che ci consegna le chiavi

giovedì 28 ottobre 2010


E’ solo un lampo, un gesto a freddo appena dopo i titoli di testa.  La mano di Andy passa sullo specchio appannato rivelando il suo viso nel riflesso. Un viso solare intento a lavarsi i denti. Una manciata di frame segnata dall’inizio scoppiettante della colonna sonora. Al tempo stesso è già il tracciato di tutto un percorso interiore che si declinerà lungo l’arco del film. Lo specchio appannato della coscienza che verrà disappannato dall’esperienza. Un’idea di sé nebulosa e confusa che nel corso della storia si chiarisce non senza sofferenze e contraddizioni.

Nasce il dibattito di sempre. Ma non mi dirai che io vedo il primo frame e ho capito il senso de Il Diavolo veste Prada. Ma dai! No, è evidente e affermarlo significherebbe certificare l’inutilità di tutto quel che segue il primo frame. Non è di questo che si parla. E’ di linguaggio. Il linguaggio è il luogo di articolazione del senso. E il senso vive fin dal primo battito. In un film ben scritto il significato si trova in ogni segno. Nessun segno è tutto ma tutto è in ogni segno.

Eppure, quando se ne parla durante l’analisi del film, c’è sempre da qualche parte uno spiffero – o molto di più – di scetticismo. C’è lo scetticismo di chi non si occupa di cinema, per il quale è semplicemente impensabile che un’inquadratura sia oggetto di riunioni e di riflessioni, di preventivi e di poetiche. E che quando lo scopre rimane tristemente deluso. Gli si toglie la poesia, l’idea che il cinema sia fatto dai Maestri, che pescano dal cilindro soluzioni che poi fanno storia. Altri sono scettici perché pensano: Ma come si fa a sostenere con certezza che…

Nessuna certezza. Ovviamente. E per quanto mi riguarda, anche nei miei minuscoli lavori spesso ho capito cosa c’era dentro soltanto dopo. Ma il punto è che… dentro c’erano cose che stavano lì indipendentemente da me. E’ una questione di priorità.  Dobbiamo decidere se la domanda centrale è: cosa voleva dire il regista? Oppure: cosa può esserci nel film? E per conto mio ancora meno di così. La domanda centrale per me è: cosa mi sembra di vedere, oggi, in questo film? E’ interessante a volte sentire le interviste dei registi quando dichiarano quello che volevano dire. Perché poi vedi il film e se non avessi sentito l’intervista non ci arriveresti mai. In compenso vedi altro.

Il film, come ogni nostro discorso, è un’assertiva definizione di significati oggettivi o un volano pieno di energia che corre in una certa direzione e che nel suo iperbolico viaggio verso il destinatario oscilla, cambia, si arricchisce e si ridefinisce ogni volta che viene recepito? Quante volte ci capita di rileggere in modo diverso a distanza di tempo le azioni che abbiamo compiuto? Questo significa che la fissità dell’interpretazione – fosse pure quella dell’autore, come noi lo siamo delle nostre azioni – non ha molto a che vedere con la verità.

La verità è che la verità cambia, leggevo da qualche parte.

E’ un’idea di proprietà che per conto mio va abbandonata. Esigiamo la proprietà dei significati, vogliamo essere padroni di deciderli e di attribuirli al lavoro altrui. Invece un film lo si manda in giro per il mondo a farsi attribuire significati da più persone possibili. Non sono la nostra idea, la nostra testimonianza, la nostra propaganda che girano il mondo rimanendo se stesse, perché niente di vivo può girare il mondo e attraversare il tempo senza cambiare. Quel che accade a noi accade alle nostre storie: si cambia e si diventa più ricchi man mano che la consapevolezza sostituisce la certezza e ci si abbandona sereni al continuo rimescolamento e alla continua scintilla dei significati.

Lo spunto di oggi – Questi siamo noi

lunedì 25 ottobre 2010

Non so se sia vero. Non lo sapevo, in ogni caso. E cado dal pero. Si può leggere tutto l’accaduto a questo link.  No, non ho commenti da fare. Tengo solo a sottolineare la non appartenenza politica di questo blog. Di nessuna parte poiché non mi riconosco in nessuna parte. Nessun sottinteso di essere migliore, anzi lo sconcerto del non riuscire a capire. Rimando a questo link solo per i fatti che riporta, sperando che non siano veri.

Il libro di oggi – La società dell’incertezza, di Zygmunt Bauman

giovedì 21 ottobre 2010

“La paura non è certo una novità per la vita umana. L’umanità l’ha conosciuta fin dai suoi inizi; in qualsiasi elenco sintetico delle caratteristiche dell’umanità, la paura si collocherebbe in uno dei primi posti. Ogni epoca della storia si è differenziata dalle altre per avere  conosciuto forme particolari di paura; o piuttosto ogni epoca ha dato un nome di propria invenzione ad angosce conosciute da sempre. Queste definizioni erano delle interpretazioni latenti: nel senso che informavano su dove erano collocate le radici profonde delle minacce e dei timori, su cosa si doveva fare per evitarle, o sul perché non si potesse fare nulla per proteggersi.

Dopo tutto, un altro tratto saliente dell’umanità consiste in quelle facoltà cognitive e conative così fortemente intrecciate tra loro, che solo i “filosofi”, ben allenati nell’arte della distinzione, possono e riescono ad immaginare separate. Le minacce sembrano essere sempre state ostinatamente le stesse. Sigmund Freud le ha classificate in modo definitivo:

Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine dalle nostre relazioni con gli altri.

Si può ritenere che questi “versanti”, in fondo siano già delle “interpretazioni”: delle interpretazioni così costanti e resistenti, al punto da essere diventate “autoevidenti” e per nulla considerate come tali. Ma dietro le tre forme di paura appena nominate, si intravede da lontano la presenza di una “madre di tutte le angosce”, la minaccia che quotidianamente genera tutte le altre e non permette loro di allontanarsi troppo: la minaccia della fine, l’epilogo brutale e improvviso, l’unico oltre il quale non c’è inizio.

La morte è l’archetipo di questa fine, l’unica che si mostra solo in un’unica forma. La condizione umana allo stesso tempo vincola il tempo (time binding) ed è vincolata dal tempo (time bound); la mente che padroneggia il tempo ha tutte le ragioni per sperimentare se stessa come eterna, ma dimora in un involucro chiaramente e irrimediabilmente transitorio.

La caducità di quest’ultimo ridimensiona, frena e annichilisce il senso di immortalità della prima; alla fine interromperà quella sensazione di eternità, ma molto prima che il sereno “per sempre”  si trasformi in un inquietante “finché”. Essere umani significa allo stesso tempo conoscere questa condizione, essere incapaci di influire su di essa in qualche modo, ed essere consapevoli di questa incapacità. Questa è la ragione per cui essere umani significa anche provare paura.

Lo spunto di oggi – La tavola rotonda

lunedì 18 ottobre 2010

L’invito mi arriva all’improvviso. Una telefonata dall’Università dell’Insubria. Una tavola rotonda sul cinema e sui nuovi autori, rivolta ai neo laureati in Scienze della Comunicazione. Quando dico a Samuele che farò una tavola rotonda a Varese commenta: adesso fai anche il falegname? Anche Francesca ci mise del suo qualche tempo fa, quando disse che se il regista è quello che decide dove si mette la macchina, il regista fa il parcheggiatore.

Racconterò ai neo laureati questi due aneddoti perché dicono molto chiaramente dell’ambiguità di un mestiere che non si riesce mai bene a definire. E voglio condividere qui i pensieri che in questi giorni ho sviluppato riguardo al tema di questa tavola rotonda: “Scritto, girato e montato”.

Scrivere girare e montare ai nostri tempi è tutt’altro che scontato. Conosciamo i problemi lo Stato, l’Italia, la Crisi, il Governo. Tutte cose sulle quali un autore non può nulla. In definitiva di cosa ci lamentiamo? Del  fatto che il Governo non faccia il Governo, del fatto che il potere non sia gestito nel suo più alto significato di possibilità, ma solo di autorità e che quindi non favorisca la nascita e la crescita della cultura. Ma quando le relazioni non funzionano è sempre prudente girare anche il controcampo e vedere per lo meno un altro aspetto della questione.

Il Governo non fa il Governo. E gli autori… fanno gli autori? Che cosa dovrebbe essere o fare un autore oggi? Domanda troppo grande per me. Posso a questo riguardo solo raccontare la mia limitata esperienza. Per me raccontare è un’azione di relazione. E’ legata all’umanità delle persone e alla loro capacità di istituire legami intimi con se stesse e fra loro. Più precisamente voglio accennare a tre lati del racconto cui sento di dovermi sempre riferire nel mio lavoro.

Il primo lato è legato al coraggio di promettere. Scrivere è promettere una serie di eventi illuminati da un senso che li connette. Promettere è una cosa seria. Chiedi il tempo degli altri in cambio di un viaggio che valga la pena. Promettere significa impegnarsi a forzare il futuro in una determinata direzione. Incidere con la nostra volontà sulla sequenza dei fatti affinché vadano nella direzione che vogliamo. E’ un lato che chiede coraggio, azzardo, entusiasmo e anche un po’ di incoscienza a volte. Non parlo solo dei narratori. Parlo di ogni mamma che fa una promessa al suo bambino. E’ un atto di fiducia verso la vita che ci consentirà di assolvere al nostro proposito. Quando fai una premessa narrativa, fai una promessa di senso futuro che lo spettatore non vede ancora ma di cui sta in attesa.

Il secondo lato è la nostra capacità di perdonare. Perdonare sta dalla parte opposta della storia. Si perdona quando i fatti sono avvenuti. E il perdono è tecnicamente la nostra capacità – e il nostro coraggio – di cambiare la nostra lettura dei fatti trascorsi e di sostituirla con un’altra che abbia il vantaggio di non uccidere le nostre relazioni. Significa non più promettere di indirizzare gli eventi, ma porsi di fronte agli eventi  avvenuti e ripromettersi di cambiare lo sguardo. E’ come sollevare il mondo intero perché se il mondo è quel che noi vediamo del mondo, cambiare un’ottica è capovolgere la vita.

L’ultimo lato nasce da ciò che chiediamo al pubblico. Stare ad ascoltare significa aver fiducia che il discorso avrà un senso pur non conoscendolo all’inizio. Essere fiduciosi nel fatto che il percorso fatto di ostacoli e di dossi continui – che è il percorso di una buona storia – ci porterà ad un punto in cui la fine chiarirà il fine. Questo, dicevo, lo fa il pubblico. Si fida di noi che raccontiamo. Ecco perché per noi è fondamentale – nella mia esperienza – saper ringraziare. Una gratitudine libera. Non per qualcosa che ci viene dato, ma per l’apertura di una porta  nell’attenzione degli altri, per la possibilità che ci è data da chi ci ascolta di comunicare qualcosa di noi, di chiedere condivisione, di chiedere costruzione comune del senso. Perché alla fine è questo: nessuna storia esiste se non è vissuta da qualcuno. Un regalo esiste solo se chi lo riceve è disposto ad aprirlo.

Dunque promettere, perdonare, ringraziare. Impegnarsi sul futuro e rileggere il passato con coraggio. Il ringraziare invece ha a che vedere con il presente. Basta, non andrò oltre.  Loro sono tutti laureati e io no. Perciò sarò breve. E ogni riflessione è benvenuta, che mi  aiuti a smuovere la mia mente con una ventata di fosforo…

Lo spunto di oggi – In coma

giovedì 14 ottobre 2010

La ragazza cade a terra senza più muoversi, forse già priva di sensi. Riceve il pugno senza alcuna difesa. L’uomo raccoglie le sue cose e si allontana lasciandola esanime al suolo. Il video è a disposizione di tutti qui, sul sito dell’Ansa. Lo guardo e penso: l’Ansa è un sito di notizie. Perché questo pugno rappresenta una notizia? O forse la vera domanda che mi sto facendo è: dov’è il fatto? Qual è la vera questione?

In ordine di tempo le notizie sono due: la prima è che un uomo ha colpito una ragazza con un pugno violento che l’ha mandata direttamente in coma. La seconda è che molte persone che sono passate di lì non sono intervenute, anzi, hanno scansato pur vedendo il corpo della giovane donna a terra.

Mi sembra che ci siano due paure in gioco. Una è quella più concreta: accidenti, vivo in un mondo in cui se qualcuno mi tira un pugno capita anche a me come a quella ragazza. L’altra è: e se capitasse a me di assistere ad una scena così, cosa farei? Dietro allo scandalo che i media vogliono farmi sentire, sono così certo che farei diversamente?

Considero queste due paure e mi sembrano centrali nell’uomo. La prima è la paura per la perdita della propria vita, è il nostro istinto rettile che ci avvisa della pericolosità del mondo in cui viviamo; la seconda è la paura per la nostra identità che non conosciamo mai fino in fondo. Perché la cosa che mi scuote è che fra quei passanti potrei esserci io. Mi somigliano, camminano nello stesso modo e francamente… quant’è probabile che l’altra mattina in quella via abbiano fatto la selezione dei peggiori individui di Roma? Diciamo la verità: quelli sono come me e la cosa mi terrorizza.

Poi ce n’è una terza di paura, secondo me. Più defilata forse. La  paura della violenza che c’è in noi. Potrei mai arrivare ad un livello di rabbia tale da colpire quasi a morte una persona? Quell’uomo l’ha già fatto prima dell’altra mattina? Esiste una prima volta di qualcosa di noi che non ci aspettavamo? Quanto siamo pericolosi? Ma per molte ragioni possiamo sentirci più lontani da questa possibilità. Se non altro perché si pongono dei limiti fisici per cui bisogna anche essere in grado di nuocere.

Ora torno ai passanti, a quelli come me. A me. Forse il mio punto di vista è malato, non posso escluderlo. Ma questo video non mi stupisce. Fanno quello che facciamo di solito. Manteniamo la normalità. La nostra giornata, il flusso delle cose e delle nostre azioni. La normalità è rassicurante. Una donna con gli occhi chiusi per terra può essere una barbona, una povera drogata, o anche – finalmente – una che sta malissimo e che avrebbe bisogno urgente del mio aiuto. Ma questo implicherebbe rompere la mia separazione invisibile dal dolore improvviso, dalla paura, dal sangue forse. Dalla morte.

Questa normalità con la quale cammino per strada è un’anestesia. Si tratta di capire – lo chiedo sempre ai miei allievi quando affrontano il primo atto di una sceneggiatura, quello che di solito racconta il mondo normale, prima che i grandi eventi narrativi lo sconvolgano – di che cos’è l’anestesia questa normalità. Di quale dolore. Di quale ferita. Di quale colpo subito.

Per questo rivedo il video e sento la paura dei passanti. La vecchina con il carrello passa vicinissima. Il suo movimento è il movimento di chi scappa.  Se getto la scure su di lei, semplicemente mi rifiuto di vedere che la sua paura è la mia. Giudicarla significa separarla da me e negare la mia appartenenza allo stesso genere umano.

E poi c’è una questione di spazio. Guardo le immagini e vedo l’ampiezza del luogo. Naturalmente penso che questo significhi distanza tra i personaggi. Anche quando si passano vicino. Ma penso soprattutto che questa ampiezza esterna sia il ribaltamento dell’assenza di spazio interna. Un’assenza di spazio per cui i personaggi di questo film che mi rappresenta non riescono più a ospitare dentro di sé una storia che non sia la loro. Posso anche vedere una moribonda per terra ma lo spazio è così ristretto dentro di me che non ce la faccio a farla entrare.

Non so cosa ci abbia condotti a questo inferno fatto di noi e delle nostre paure. Un’ansia di sopravvivenza ci fa passare di lato, pensando chissà che, pur di non spalancare quella porta: il dolore e la morte dell’altro che gridano la nostra paura per il nostro dolore e per la nostra morte. E mi dico che la vera notizia è questa, per me: a Roma, in metropolitana, un uomo ha colpito una ragazza. La ragazza è per terra, immobile. I passanti non riescono a vedere la cosa. Uomo, ragazza e passanti – insieme a chi ha scritto questo edit – sono tutti in coma.

Lo spunto di oggi – Il Capo Area

lunedì 11 ottobre 2010

La comunicazione dell’Agenzia delle Entrate non mi dice niente di nuovo. So che nei due anni in cui mi sono ritrovato a cambiare due studi e a smontare e rimontare 3 volte tutte le macchine, a livello di fatturato non ho combinato granché. Anzi, diciamolo. Due anni tragici. Non è possibile, dice l’ometto dell’Agenzia. E’ quel che mi dicevo anche io in quei due anni. Solo che lui per farsene una ragione desidera da me 14.000 euro. E come ha fatto a vivere in quei due anni, mi scusi – prosegue educato e implacabile come un’insetticida. Ho una moglie che lavora e dei genitori che mi hanno aiutato. Sorrisino da ogni volta le stesse cose.

Ma è meglio partire da fuori. Dall’immagine che ho voluto recuperare per questo edit. (Ma chi è l’art che glie l’ha concepita? ) La mano tesa verso di noi di un uomo che non si mostra in viso, il cui abito ci dice appartenenza e status. E poi geniale: Agenzia Entrate in due colori diversi e su piani diversi. Che fa pensare a due toni diversi: Agenzia. Entrate… La mano tesa diventa rapidamente una mano che prende, il viso nascosto non rassicura granché e il gioco è fatto.

Da fuori, dicevo. Il palazzone a Milano sud. Piano terra, gente che litiga con un custode che prima o poi voglio chiamare come comparsa. Il custode ha fatto sue le posizioni dell’Agenzia ed è posto come Caronte a presidio di coloro che hanno accettato l’invito Entrate. Adesso si sta difendendo da una signora che chiede un appuntamento. Ma per la pratica che richiede lei, l’appuntamento nun ccc’è. La signora chiede come sia possibile: quando può sbrigare la questione? Deve venire qua direttamente, come ora. Sì, ma ora davanti alla signora ci sono più di 80 persone. E lei deve venire prima. La signora non si capacita della cosa e bofonchia qualcosa tipo alle sei del mattino qua fuori? E il custode riprende, come in un girone dantesco di eternità ripetute: per la pratica che richiede lei, l’appuntamento nun ccc’è.

Il punto credo sia lo stesso quando sbarco al terzo piano, ufficio dei contraddittori (ma se è vero che non hanno pregiudizi perché li chiamano contraddittori prima ancora di cominciare?) L’ometto che mi tocca in sorte è un ossimoro vivente. Del tipo: uno che si chiamasse Marco Pertica e fosse alto un metro e dieci. Il dottor Pertica ha modi affabili e una giacca pulita come quello dell’immagine senza volto. Ma non è diverso da Caronte là sotto. Anche lui sposa le posizioni senza riuscire a dissociarsi dalle incongruenze che non sono colpa sua. Legge la mole di materiale che gli porto.

C’è dentro di tutto. Documenti che provano i vari disastri negli studi di quei due anni. Un cantiere continuo e un guaio dietro l’altro. Tutto certificato. Pertica annuisce in silenzio. La preda non è facile stavolta. Effettivamente, dice. Bell’avverbio, mi piace. Io poi sa, non è che ci possa far molto. Però mi sento di dire che a fronte della documentazione che ci ha portato si potrebbe andare verso un annullamento. Ma non decido io. Ah, non decide lui. Beh, se vuole decido io, provo a scherzare. Tasso di umorismo dell’Agenzia: zero trasparente.

Il Capo Area. Scandisce, e tace. Ma bisognerà aspettare. Va bene, aspettiamo il Capo Area. Tra una decina di giorni farà sapere se anche lui condivide. Okay. Rieccomi là, dieci giorni dopo. Pertica sorride, è amichevole, dai che forse… Ecco la sua proposta: il loro ufficio ha considerato, valutato, soppesato e ha deciso che ci sono moltissimi elementi che dimostrano la mia impossibilità a lavorare in quel periodo. Tuttavia manca la certezza, in quei documenti, che io non abbia fatto del nero. Mi scusi ma come fa il contribuente a dimostrare che non ha fatto del nero? Venite a casa mia e cercatelo, guardate in banca, fate quello che avete bisogno di fare e se trovate che io abbia rubato, pagherò. Pertica annuisce. Me ne rendo conto. Ah, se ne rende conto: brava persona. E quindi?

Quindi abbiamo pensato di venirle incontro e di ridurre la sanzione amministrativa a 4.000 euro. Che cosa ne dice? In certi momenti divento calmissimo, quando sento che non c’è altra strada da percorrere vado allo scontro con la serenità di chi non ha alternative. Che ci vediamo in commissione tributaria. Non pagherò 4.000 euro perché ho avuto due anni tremendi. E mi sembra di non dire niente di speciale, no? Pertica mi fissa. Che gioco starà facendo questo scarafaggio resistente all’insetticida? Allora si alza e mi dice: mi scusi, mi faccia conferire un momento con il Capo Area. E sparisce.

Non sta via molto, per la verità. Solo qualche minuto. Torna con fare felice, come avesse grandi notizie per me. Si siede e sorride: Va bene, ho parlato con il Capo Area. Facciamo 1.000 ? Di colpo capisco dove mi trovo. Eccomi  in piena fiera di Sinigaglia, precipitato in una trattativa di dvd tarocchi con un venditore nero alto due metri e mezzo che sorride. Mercato. Se va bene ne prendiamo 4.000, se il pollo rompe facciamo 1.000 e la chiudiamo lì. Il mio istinto mi dice di rifiutare ancora. Ma il commercialista mi invita a riflettere. In commissione tributaria pare che perdano sempre, questi dell’agenzia delle entrate, quando ci vanno per gli studi di settore come nel mio caso. Però solo di avvocato spenderei di più. E l’Agenzia lo sa. Il commercialista mi convince ad accettare e in fondo glie ne sono grato, perché da solo non credo che avrei preso questa decisione e non sarebbe stata una mossa saggia. Pertica mi sorride come dire: ti è andata bene eh? E questa è la cosa più svilente di tutta l’avventura.

Esco e mentre guido penso che sui giornali pochi giorni orsono hanno dato dell’eroe a Valentino Rossi perché ha ripreso subito a guidare la moto dopo l’incidente. Rossi Valentino l’eroe nazionale, che ha fieramente patteggiato  per 35 milioni di euro o giù di lì. Ho deciso. Da oggi ho i miei nuovi idoli. In primis Valentino il patteggiatore fratturato. In sua compagnia, naturalmente, lui. Il Capo Area.

Lo spunto di oggi – Massimiliano Foà e la luce del mattino

giovedì 7 ottobre 2010

Era da tempo che volevo parlare di lui. Perché è un carissimo amico e perché gli devo una quantità di viaggi, di storie, di persone, di emozioni che non so più contare. Max è un attore di Napoli che per qualche anno ha lavorato a Milano in una Compagnia di Teatro ragazzi meravigliosa che oggi non esiste più. Ci siamo conosciuti perché banalmente giravo i backstage di quel gruppo e i video dei loro spettacoli che restano per me indimenticabili. Inoltre alcune cose nella vita capitano nei momenti più giusti: Samuele aveva l’età per fruire in pieno di quel tipo di intrattenimento. Max resterà per sempre dentro di lui la voce della domenica mattina. Alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires, una volta ogni 15 giorni circa. Si andava, a volte con Giada a volte noi due da soli. Per noi era dall’altra parte della città, ma la domenica mattina in auto si faceva in fretta comunque. Però quella volta che c’era il blocco delle auto… quella volta Samuele ci volle andare con i mezzi, in pieno inverno, perché per lui era un incontro magico.

Max si sedeva nel seminterrato e tutti i bambini gli stavano attorno. Prima di cominciare chiedeva loro di chiudere per un momento gli occhi e di lasciare fuori la litigata con la mamma, la sgridata del papà, la fretta del vestirsi, il fare colazione e l’uscire in macchina… fuori tutto. Perché ora era il momento di entrare nel mondo della storia che stava per incominciare… Mi piaceva questa premessa. Prendere contatto con una storia significa prendere contatto con se stessi. Guardarsi dentro. Penso che io per spiegarlo parlo agli allievi di Jerome Bruner e della costruzione del sé e dell’identità attraverso la narrazione. E penso che Max, che adesso fa la stessa cosa alla Feltrinelli di Napoli, lo spiegava in un minuto a gente molto più giovane e senza lavagne. E soprattutto glie lo faceva vivere.

La seconda cosa che faceva era spiegare perché avesse scelto quella storia e dire perché lo aveva colpito tantissimo. E così, con un sorriso, ci faceva capire che chi racconta tesse una relazione fra sé e chi gli sta di fronte, fra sé e la storia, fra sé e sé. E che se lo fa, significa che ritiene importanti tutti e tre i poli di questa relazione. Assegna valore a ognuno e ad ogni parola. Se non fosse un verbo fastidioso perché abusato in ogni direzione, bisognerebbe dire: ama.

Poi quel tempo è finito. Max è partito e ora lavora a Napoli in una Compagnia che si chiama Le Nuvole e che non ho mai avuto la fortuna di conoscere. Un giorno, ha aperto un blog. Lo voglio segnalare e linkare perché per me è una gioia scorrerlo. Ci si possono trovare racconti, monologhi, spunti personali. Non scrive moltissimo ma quello che ci indica a livello di libri da leggere o di riflessione in generale, è sempre specifico e prezioso.

E’ attraverso Max che sono capitato ad Avellino. Non so più quante notti abbiamo dormito nella sede della Scuola di Vernicefresca. E quasi non ci siamo mai incontrati. Quando lui si svegliava ero già uscito da una mezz’ora. Per me si trattava di arginare la luce del mattino che arrivava fortissima dalle finestre, per cui chiudevo porte, mettevo mascherine sugli occhi e mi trinceravo come potevo. Per lui si trattava di dormire in sala danza: finestre senza nemmeno una tenda affacciate su due lati. Sole pieno dalle primissime ore del mattino. E lui dormiva. Quanto abbiamo riso sulla differenza di serenità?

Poi, ci sono anche le ferite. Quelle che la vita porta sempre con sé. Alcune sono molto dolorose, alcune sanguinano sempre. Credo sia destino comune agli uomini vivi.  Però quando pensi a lui, lo pensi sempre con il sorriso. Chi non vive a Napoli non avrà facilità nell’andare a vedere Max recitare. Però se vi capita… è una delle occasioni in cui in scena si può vedere una persona che si dà veramente al testo e a noi e così facendo si prende tutto il meglio. Uno capace di sognare anche sotto il sole brillante del mattino.

Lo spunto di oggi – Firewall

lunedì 4 ottobre 2010

Per sabato ci doveva essere lo spettacolo. Ne discutiamo perché a me la cosa non risulta. Un’iniziativa bellissima che volevo assolutamente sostenere. Mi avevano solo chiesto qualche minima indicazione per muoversi meglio sul palco. Ma la mail non mi è arrivata. Ma come, te l’abbiamo spedita. Eppure, non c’è. Allora apri lo spam in cerca di quella. Che comunque non trovi. Però spunta il nome di un’allieva che con molto scrupolo mi aveva inviato tutto il materiale che aveva preparato per la lezione, in anticipo. La mail è di 8 giorni fa, per cui deduco che lei… ha fatto lezione con me non avendo ricevuto risposta e senza nulla dire né protestare.

Allora mi viene un dubbio atroce. Scorro lo spam velocemente. Posta, posteitaliane, viagra, soldi-on-line, poker, la-tua-anima-gemella, incontri… e Alice. Come Alice? Anche lei nello spam. Ormai un personaggio noto di questo blog, l’autrice della lettera della trentenne incazzata. Mi allega un racconto bellissimo dopo aver letto l’edit di saluto alla zia appena scomparsa. Giaceva nello spam.

Inutile dire che la prima fase è automatica per me: ecco, tecnologie, firewall, filtri antispam, e poi succedono macelli come questi. Non solo, ma chissà quanti me ne sono sfuggiti. Chissà che figure e che sgarbi nel non aver risposto. Finita questa prima fase da archeo comunicante, scatta la seconda. Che cosa mi dice il mio firewall di me. Nel senso: quanto mi somiglia. Perché qui c’è in discussione il limite del discernimento tra cose buone e cose cattive. Il filtro. Questo meccanismo di respingere, lasciare fuori, buttare via come in una discarica non differenziata tutto quello che suona male. Ci somigliamo, lui e io.

Anche io ho una discarica interna. Ci rotola dentro tutto quel che è fastidioso per me. La mia mente ripulisce sistematicamente l’orizzonte del pensabile. E’ una difesa necessaria. C’è troppo rumore, ci sono troppe cose. Ma i messaggi nella discarica dello spam hanno una caratteristica: quella di non venir letti. Questo attiva la mia attenzione. Il non aver letto, la necessaria preventività della classificazione. E la inevitabile perdita delle perle che rotolano nel mucchio di tutto ciò che si scarta.

Non so come potrei fare diversamente. Ma posso pensare a cosa mi dice la situazione. Osservo che cercare in discarica a volte dà dei risultati. Che l’attività stessa del mettersi a cercare è foriera di risultati più ampi di quelli da cui prende l’avvio. Non cercavo la mia allieva, non cercavo Alice. Ma erano là. La seconda cosa che osservo è che non esiste un luogo troppo squallido per fare qualcosa di sano per noi. La discarica è un luogo che premia se nella discarica stai esercitando il tuo spirito. Se provo ad applicare questo alle relazioni, ai tempi apparentemente morti della giornata, ma anche ai pensieri che passano per la testa e che istintivamente bolliamo come negativi o come sconvenienti ci ritrovo lo stesso valore.

Troppe volte ci si appella al contesto sfavorevole.  Ma il contesto di per sé è solo il terreno che chiede di essere fecondato di senso dalla nostra mente. Il contesto può giustificare basse riuscite, non bassi modi di muoversi e di relazionarsi. La spazzatura differenziata mi insegna ad applicare il cervello anche eliminando le scorie. E comunque, ultima riflessione, eliminando definitivamente lo spam: anche il nostro spam interno fa parte di noi. Ci siamo noi anche lì, nelle cose che scartiamo, buttiamo, rimuoviamo e tendiamo a non vedere. Anche quello può essere un luogo in cui ritrovare la relazione con se stessi, forse.

Potrei imparare a dirmi: okay, in questo luogo di me che non amo perché è tutto spam, cosa posso trovare di me che chiede solo di essere raccolto? Alla fine troverei la sorpresa che mi supera. Non sempre forse, ma a volte in fondo alle zone buie e piene di paura, alle parti più sole di me, c’è l’altro che non mi aspetto e che mi incontra.