Archivio di novembre 2010

Lo spunto di oggi – Velocity

lunedì 29 novembre 2010

E’ finita qualche giorno fa, sul tavolo dell’assistenza tecnica. Il monitor di controllo l’ha decretato senza scampo: Access Failed. Ora scivola nel bagagliaio della mia macchina. Scivola ad ogni curva e la sento spostarsi. Rimarrà lì finché non passerò davanti alla discarica e ne approfitterò per salutarla. Intanto la tengo con me. Ogni volta che si muove penso a un film che abbiamo fatto insieme, lei e io. La macchina di montaggio di questi 10 anni. DPS Velocity. Tutto in tempo reale, nessun rendering da aspettare o quasi. Chiara, efficace. Anche con i suoi limiti che avevo imparato a conoscere. E mi viene in mente quando già una volta mi ero ritrovato in questa situazione. Era una sera di primavera. Avevo chiamato l’Amsa. Sarebbero passati all’alba sotto il mio studio a ritirare quello scatolotto lentissimo e pesante che si chiamava DRACO.

Lo avevo depositato davanti al cancello dello studio e allontanandomi mi voltai più volte a guardarlo. Irreale. DRACO abbandonato così, sul marciapiede. Ero molto più giovane e gli alberi di viale D’Annunzio erano tutti un rigoglio di primavera. Stava per arrivare lei. La Velocity.  Insieme avremmo fatto un film per la prevenzione degli incidenti sulle strade, Un momento da Dio, cui sono ancora molto affezionato. Poi L’orizzonte degli eventi, Una cosa normale e… Un inguaribile amore. Date le sue conseguenze è stato questo il nostro momento più alto. Ma durante il montaggio di quel film non avevo uno studio. E la Velocity era qui con me, in casa nostra. Si teneva per sé tutto un locale.  Qualche amico comune di Cesare e Stefania passava ogni tanto a vedere a che punto fosse il montaggio.  Venivano gli occhi lucidi a tutti. Quando un film nasce giusto non c’è niente che riesca a rovinarlo.

Poi sono arrivate esperienze più lunghe, più consistenti. A tutto quello che si muove, mediometraggio girato a Fabriano per la Commissione per le pari opportunità. Dieci ragazze di quella terra fantastica che si sono fidate e hanno scritto, recitato e vissuto sei mesi con me. Lì la Velocity fu essenziale. Era girato tutto con piani sequenza molto lunghi, con un’idea di fluidità e di movimento, appunto. Montare bene era ancor più fondamentale che quando gli stacchi sono tanti e veloci. Perché il danno di uno stacco sbagliato si ripercuote su tutta la tensione del piano sequenza. Subito dopo è stata la volta dell’esperienza più vicina a casa che io abbia mai fatto: il quartiere Stadera. Nella città che cambia.  Case popolari e drammi antichi come il mondo. Un film girato quasi completamente a macchina fissa per dare un respiro e un rispetto a storie che si prestavano troppo ad essere sfruttate per il loro dramma.

Fu incredibile quel momento. Perché nel giro di sei mesi ci furono due mediometraggi pieni di gente. A Fabriano ho conosciuto Marilena e mi è sembrato di vederne il talento, sebbene  fosse giovanissima. Oggi è la mia segretaria di edizione e se lo vorrà diventerà un ottimo aiuto regia nel giro di pochi anni. Nella città che cambia mi servì a conoscere il lavoro meraviglioso di mia cugina Paola. Un architetto di relazioni che tentava di far convivere gente che si sarebbe strangolata in un quartiere con la rabbia sempre sull’argine. Un lavoro di un’intelligenza e di un’umanità che non avrei mai immaginato.

Tutto questo la Velocity l’ha visto e l’ha organizzato in sequenze di senso. Sotto i monitor tenevo un post it in questi anni, ci avevo scritto: Simplicity. Velocity è anche una tentazione. Simplicity è un obbiettivo difficile, che raggiungo in misura proporzionale alla mia ricerca della verità di quello che sto raccontando. La semplicità non nasconde, non rimanda, non vela. Non indugia sul nostro ego ma va dritta alle cose.

Insieme abbiamo anche pedalato. Montato matrimoni e cortometraggi con le scuole medie, piccoli servizi e video di spettacoli, backstage. Il lavoro che aiuta a tirare la riga. Domani arriverà la nuova era. Final Cut. Dico subito che il nome non mi piace. Non indica un modo di procedere – Velocity e Simplicity – ma un risultato definitivo. Che beffa per me che scrivo contro le certezze, eh ? Final Cut. Va beh. Dicono che funzioni divinamente. Staremo a vedere questi dei. Come sarà con lui, con Final Cut? Ci sono storie che racconteremo insieme nel nostro destino? Sarà intenso come con la Velocity? Vedremo. Nel frattempo, giro al largo dalla ricicleria. Ci parliamo ancora, lei e io…

Segnalazione – “La vita al tempo della morte” proiettato a Milano

giovedì 25 novembre 2010

Eccolo, finalmente. Ne avevo parlato qualche tempo fa.  Ho avuto il privilegio di vederlo a casa, in dvd. Una segnalazione per chi potesse andarci. E’ un grande lavoro. Davvero.

SABATO 27 Novembre, alle ore 20,30

LA VITA AL TEMPO DELLA MORTE

Verrà proiettato per la prima volta a Milano, nell’ambito  del festival FILMMAKER allo Spazio Oberdan.  Il film è nel concorso ufficiale e verrà replicato martedì 30 alle 16.00.

Lo spunto di oggi – Altre condizioni…

lunedì 22 novembre 2010

C’è una notizia con la quale prima o poi dobbiamo fare i conti. La Terra non è Marte. So che può dispiacere ma si dà il caso che sia così e che non ci si possa fare nulla. Inutile tentare di raccontare storie per far sì che la cosa avvenga. Questa è una condizione difficilissima da accettare, a volte. Perché una delle eredità più pesanti del nostro passato didattico e formativo è che le storie hanno sempre un messaggio. Il messaggio è teso a qualcosa di abominevole: l’idea di dire al mondo qualcosa che lo possa rendere migliore secondo il nostro modo di vederlo. Il paradosso è che se tutti i narratori facessero così, il pianeta verrebbe inondato di messaggi contraddittori e incompatibili tutti tesi allo stesso fine: rendere il mondo migliore secondo il punto di vista privato di chi scrive.

Ma al di là di questo è proprio la posizione narrativa che diventa perdente. Raccontare significa sentire addosso e dentro e voler condividere quel che si sente. Chi scrive vuole incontrare l’altro, chi manda messaggi  lo vuole solo cambiare. Vorrei chiarire che non si tratta di una rinuncia, si tratta di scegliere la strada più esaltante, più vera, più piena d’amore che si possa. Diventare l’altro per un po’. Vedere dal suo punto di vista. Scoprire cose sconvolgenti solo sedendosi dall’altra parte del tavolo. Sentire gli odori e scatenare ricordi di volti, di voci. Chi sta scoprendo non sa, chi manda messaggi sì. Per raccontare bisogna smettere di voler cambiare il mondo e cominciare a viverci.

Questo è un obiettivo di integrità, mentre il messaggio che scorre dentro la storia è un’azione compiuta con un secondo fine. Perché non dare direttamente il messaggio? Perché distorcere la vita affinché dimostri una nostra tesi? Quindi al niente passato di qualche giorno fa mi sento di aggiungere niente futuro. Quando sono riuscito a scrivere storie è perché ero innamorato. Volevo stare nel mondo che raccontavo. Viverci. Incontrare i personaggi del mio film. Sarò sincero: forse questo è un modo infantile o egoista di lavorare, un modo per fuggire dalla realtà quotidiana. Può essere che sia così.

Però. La gente che segue una storia non vuole dimenticarsi per un po’ di se stessa e dei suoi problemi? Non vuole fare un salto in un extra-mondo dove non ci siano il marito o la moglie che sono un massacro, piuttosto che il capo ufficio o la collega. Piuttosto che… se stessa. La gente chiede anche di essere mandata in vacanza per un po’  da se stessa,  dalle proprie paure e dai propri pensieri. E stare dall’altra parte significa avvitare bulloni, stringere viti, lavorare con la pesantezza delle strutture e delle regole per poter regalare un volo a qualcuno. Perché scesi dalla storia tutti siamo liberi di pensare quello che ci pare della vicenda e dei personaggi. Nessun messaggio ci deve condizionare. Ma quel che sappiamo di noi – all’uscita da una storia – è che siamo in grado di staccarci da noi. Che non coincidiamo con noi. Che possiamo prendere le distanze da quello che stiamo vivendo, che siamo di più di quello che facciamo e di quello che diciamo.

Ecco secondo me cosa deve fare una storia. Staccarci da terra. E come fai a portare qualcuno in volo se non ci sei stato, se non ci vivi continuamente? Faresti un’immersione con una guida che non sa come usare il respiratore? Il pubblico si deve fidare, deve sentire che in quel mondo che gli stai raccontando ci sei stato davvero. Non parlo di astronavi ma di mondi interiori, per cui le astronavi non sono un problema perché ne rappresentano solo l’estroflessione nello spazio.

Adesso l’ultima cosa. La più dolorosa e difficile per me. Ha a che vedere con il passato il presente e il futuro e con i cassetti della mia mente sempre così ordinati dalla paura che qualcosa possa accadere. La questione del volo. E’ vero, raccontare storie è far volare la gente. Questo però non significa che l’autore debba elevarsi fino ai concetti più rarefatti e sottili. Volare significa togliere le certezze ed essere finalmente sereni. Volare non significa toccare le nubi. E’ togliere il pavimento.

Lo spunto di oggi – Alcune condizioni essenziali

giovedì 18 novembre 2010

Alcune cose per me. Per ricordarmele e per chiarirmele. Un ripasso di alcune condizioni essenziali per raccontare una storia. Parto dalla prima.

Starci dentro. Significa non starne fuori. Giudicare è stare fuori. Analizzare è stare fuori. Osservare è stare fuori. Lo si può fare con dedizione, passione e intelligenza. Ma sono azioni che creano distanza. La distanza è sicurezza. Per cui ecco subito la seconda condizione.

Rischiare. Prendersi un rischio totale. La caratteristica che mi interessa del rischiare è che rischiare è presente. Non si rischia al passato e nemmeno al futuro. Si rischia ora. Per cui posso mettere insieme due pezzi: starci – dentro – ora. Niente passato, mentre si racconta. Intendo: niente passato personale. Non parlo dell’autobiografia: intendo le nostre opinioni analitiche e valutative delle cose, che provengono dal nostro passato. Dalle nostre idee acquisite prima, dalla nostra cultura, dalle nostre appartenenze sociali, religiose, sessuali. Niente passato significa rischiare di perdere il nostro punto di vista consolidato, che se abbiamo un minimo di talento può anche aver rappresentato nel corso degli anni la fonte del nostro carisma e della nostra riconoscibilità.

Ecco, tutte quelle cose lì che hanno sempre funzionato alla grande. Via. E non dico di perderle. Dico di sospenderle. Lasciare la nostra mente e il nostro cuore liberi di andare in giro e di interrogarsi. Provare a non giudicare il personaggio di una madre che defenestra una bimba di due mesi. Sentire la sua pancia che sente l’esigenza di buttare questa bambina. Non attivare il nostro passato di convinzioni che ci separano da lei, che fanno di noi una comunità sana, sicura di sé, con le sue certezze. Sentire quella pancia usando la nostra significa sentire la mamma assassina che c’è in noi. E scoprire il miracolo di veder diventare quella mamma la mamma disperata. Precipitando dalle nuvole delle nostre personalissime e rigide idee del mondo e dei valori, si provano ebbrezze mai viste.

E’ come… apparecchiare la tavola. Posso vedere la mia mente con tutti i suoi cataloghi di cose giuste, sbagliate, belle e brutte, condivisibili e deprecabili. Posso vedere i cassetti nelle quali queste cose sono riposte. E con amarezza posso vedere anche la mia paura di vagliarle personalmente, il mio aver accettato che vi fossero riposte da altri. Poi posso vedere la vita che scorre fluida e rimescolata. Nelle menti di moltissimi dei miei allievi vedo la stessa situazione. Nonostante siano figli di internet e fluttuino agilmente su facebook, nonostante siano interculturali, intersessuali, interreligiosi e tutti gli inter che conosciamo… alla fine anche il loro pensiero è vincolato da automatismi di cui spesso non sono consapevoli.

Apparecchiare la tavola, dicevo. Nei cassetti dove tutto è riposto in ordine, non succede granché. Bisogna avere il coraggio di separare le forchette dalle forchette, i coltelli dai coltelli. Mischiarli. La storia è un’occasione: vengono amici per cena. Se metteremo in un posto solo tovaglioli, in un altro solo bicchieri e così via, nessuno mangerà. Se mettiamo insieme quel che la nostra mente tiene rigidamente separato, esplode il disordine e la vita fluisce torrenziale. Allora arrivano piatti, parole, sguardi, sorsi, emozioni. Lasciare che le cose vadano insieme adesso, senza permettere al passato di bloccare tutto con le sue certezze acquisite.

Stare attenti piuttosto che stare concentrati, come dice Declan Donnellan. Analizzare e giudicare significa parlare della propria mente e di sé. Significa essere concentrati su di sé e sul proprio dar senso alle cose. Essere curiosi significa seguire le cose con attenzione, senza giudizio. Per vedere dove vanno a finire fuori e dentro di noi. Se vogliamo che le storie ci portino da qualche parte dobbiamo permettere loro di farlo. Dobbiamo accettare la mano che ci tendono per accompagnarci da qualche parte, fidarci di loro. Sospendere il nostro guardiano che dice no, non andare, è pericoloso. Ti hanno sempre spiegato che non si fa, che non è così, che non va bene. Il nostro passato che blinda il flusso della vita e le sue mille possibilità.

Condizioni essenziali, ma non sufficienti…

Lo spunto di oggi – Due parole su L’acchiappamosche di Luciano Mastellari

lunedì 15 novembre 2010

Scrivere un racconto autobiografico – come nel caso di Luciano -  fa diventare naturali  cose che quando scriviamo storie rischiamo di perdere. Questo per un motivo molto semplice: esiste un contatto diretto e profondo tra noi e quello che stiamo dicendo. E siccome i protagonisti dei nostri racconti autobiografici siamo noi, esiste un contatto diretto e profondo tra protagonista e storia che si sviluppa.

Resta che tutti noi abbiamo vissuto storie ma non tutti sappiamo raccontarle nel modo attraente, coinvolgente e divertente che Luciano ha usato. I fatti sono la cosa che vediamo. E i fatti in questo racconto hanno un valore di per sé. Sono colorati, concreti, magnetici, riconoscibili. Ci sono moventi semplici e azioni chiare. Un ragazzino appostato in agguato attende una mosca. Preparazione, attesa, esecuzione.  Alla fine della prima parte dice:  “Io le prendevo perché… servivano”. Il movimento narrativo che fa è qualcosa che nel cinema è congenito. Mentre nella vita reale quando c’è un problema troviamo una soluzione, nel cinema le soluzioni ci svelano che c’era un problema. Se vediamo uno che beve deduciamo che doveva aver sete.

Quando questa divaricazione tra soluzione e problema aumenta – se cioè la cosa diventa meno intuitiva che con il bicchier d’acqua – il personaggio diventa più misterioso e affascinante, la proiezione di senso sulle azioni scatena la nostra attività intellettiva ed emotiva: perché lo starà facendo? Che cosa sta cercando? Che senso avrà? Come pubblico, cerchiamo  sempre il problema data la soluzione. Nel caso del ragazzino Luciano, lo svelamento del movente arriva in coda a tutta la preparazione. Questo ci dà l’idea di uno sguardo che parte da fuori e pian piano si avvicina al personaggio e gli entra dentro. Significa legare il profondo al mondo e questo è meraviglioso.

Poi, arriva questa madre. E la cosa fa un salto di livello, come le buone storie dovrebbero sempre fare. Non conoscevamo l’obbiettivo dell’azione del piccolo Luciano. Ora lo conosciamo: pescare. Ma non ci potevamo aspettare il pescatore. Una madre che somiglia tanto all’incontro con la dea del viaggio dell’eroe. Un personaggio quasi sovrannaturale, fata dolcissima e forte passata da questo mondo a far nascere bambini e a tirar fuori pesci dall’acqua. La scena è bellissima: bambini che sondano il sommerso attraverso gli indizi di un galleggiante, vicino a questa mamma che sa quando tirare perché conosce il sommerso – “tira fuori”  bimbi dalle pance.

Il punto è che adesso siamo consapevoli che l’obbiettivo era – come in tutte le buone storie – nient’altro che la tappa esteriore e concreta per raggiungere il grande desiderio finale: essere importante per quella fata. Un valore interiore così determinante che l’appellativo ciapamosch non mette paura al nostro piccolo protagonista. E’ un protagonista, quindi ha un’interiorità forte che proietta senso sulle sue azioni.

Non è da meno il contrasto che esiste fra l’azione fisica di Luciano e il desiderio profondo che la ispira. Luciano costruisce armi, prende la mira, spara, uccide. Perché… cerca amore. Cerca di ricevere e di dare amore alla mamma. Quando la forbice tra azione concreta e significato attribuito è così divaricata, le storie ci aiutano a capire che siamo uomini con identità e con punti di vista specifici, che siamo unici. Quando le storie fanno questo ci spingono a vedere la pesantezza inutile di molti dettami di buona morale o di buon senso: questo non si fa, quello invece sì…. ma quando c’è un desiderio profondo, ogni astrattezza viene meno e il mondo diventa il luogo concreto in cui il percorso verso il nostro fine si articola.

Libera da questi dettami, la madre con le stesse mani con cui fa nascere, uccide. Perché quell’uccidere è nutrire e cioè far crescere, che è la cosa più coerente con l’aver fatto nascere. Ultima preziosa perla che Luciano ci ha regalato in questo racconto: l’azione che mangia se stessa. Hai fatto nascere, ma per far crescere devi uccidere. Accettare la contraddizione. Accettare la logica della vita che non è mai ricomponibile nella logica della cultura, mai fino in fondo. Felicità dei ragazzini che prendono il pesce che salta sull’erba e inconfessabile pietà per la sua morte atroce. Divertimento e paura. Vita e morte. Insomma, una piccola, bellissima storia.

Lo spunto di oggi – L’acchiappamosche, di Luciano Mastellari – II parte

giovedì 11 novembre 2010

Certo, mica tutti i giorni, ma quando mia mamma poteva tornare dal suo strano lavoro prima di sera (mi sembra di vederla ancora saltar giù dalla bicicletta in corsa, con le trecce nere e la pelle scurita dal sole risaltanti sulla camicetta chiara che mi lancia un bacio e un occhiolino d’intesa), quasi neanche si dava il tempo di lavarsi la faccia, che già andava a prendere la canna (un semplice bambù con una lenza e un amo da far sbellicare i pescatori “veri”).

Intanto io recuperavo orgogliosamente la scatola delle esche, e poi si andava giù per l’argine, con subito dietro gli altri, e in un attimo le eravamo tutti intorno, addosso, eccitati e chiassosi, finché lei con un sorriso ci diceva: “Adèss però, putìn, ste zit se no in boca brisa”- tacete sennò non abboccano.

Doveva essere una specie di formula magica, perché di colpo si faceva un silenzio quasi innaturale, e i più scalmanati seguivano con occhi febbrili il rito di quelle dolci, agilissime mani che, seppur così giovani, avevano già aiutato a venire al mondo un drappello di marmocchi, quelle mani che ora, con insospettata maestrìa, infilavano all’amo una delle mie mosche che intanto le avevo porto. Un colpetto al bambù, il ‘ploff’ leggero nell’acqua lenta del canale, e poi tutti gli sguardi religiosamente con-centrati sul mezzo sughero immobile.

Ed era questa l’attesa per cui io avevo tanto.. atteso, l’attesa cui tendeva tutta la mia giornata. Perché ora il rudimentale galleggiante s’inclinava, veniva un po’ strattonato, s’immergeva, riaffiorava, gli occhi ansiosi correvano al viso di mia madre che però non si muoveva, solo sorrideva e faceva impercettibilmente segno di no, non ancora, qualcuno azzardava previsioni dal comportamento della lenza (“L’è un gobb.. no no, l’è un pesgatt”), poi un affondo più deciso cui seguiva di rimando lo strappo con un “Adess!”, e due spanne d’argento vivo e scuro volavano sulla sponda, si dibattevano tra venti mani protese, qualcuna di queste nella fretta assaggiava l’amo, qualche altra i baffi duri della preda, volavano mezze bestemmie stemperate da urletti di gioia, ma la preda era ormai nel cestino di vimini, dando segni evidenti di non essere ancora rassegnata a quella innaturale situazione.

Come in un rito ancestrale, si veniva a creare allora una strana atmosfera, intrisa di inconfessabile pietà per la preda mista alla stringente necessità della cena, poi si ricomponeva lentamente e senza bisogno d’ordini lo stesso silenzio gravido d’aspettativa, e mentre riproponevo fiero una nuova esca al sorriso di mia madre, mani amiche mi si appoggiavano sulle spalle, mentre qualcuno sottovoce sussurrava: “Vacca d’un mond, s’l’è forta to mama!”.

No, non mi offendeva affatto essere chiamato ciapamosch...

Qualche giorno per farlo girare dentro di noi… intanto grazie, Luciano.

Lo spunto di oggi – L’acchiappamosche, di Luciano Mastellari – I parte

lunedì 8 novembre 2010

Voglio condividere un breve racconto di Luciano Mastellari.  Luciano è un insegnante storico della Paolo Grassi. Insegnava ai tempi in cui la frequentavo come allievo e lo fa ancora oggi. Non è cambiato di una virgola. L’altro giorno mi ha parlato dei suoi racconti e trovo che  questo in particolare sia molto bello, oltre che contenere alcuni elementi narrativi sui quali mi piacerebbe riflettere. Intanto, la prima parte del racconto.

L’acchiappamosche.

Fin da bambino, la stagione che mi è sempre piaciuta di più è l’estate.

La primavera era il risveglio pigro e inequivocabile di una natura a volte generosa ma talaltra infame; l’autunno avrebbe certo portato nuovamente con sé odori, colori e sapori da riempirne un fienile; la neve d’inverno poi, da noi, in campagna, una volta, neanche potete immaginare quanta ne veniva e come trasformava le cose.

Ma l’estate, ah, l’estate..

Intanto le giornate non finivano mai, e noi bambini stavamo a piedi nudi tutto il tempo (anche per risparmiar le scarpe), ed era un gioco via l’altro: prendersi, tirare i sassi, fare la lotta, braccio di ferro, chi pisciava più lontano…

Io ero scarsìno in tutto.

Un po’ per costituzione, forse, un po’ per carattere, certo, ma anche un po’ perché preferivo dedicare gran parte del mio tempo ad un’attività in cui invece eccellevo: prendere le mosche. Sì, nella caccia ai fastidiosi insetti non avevo rivali… anche perché nessun altro bambino vi si cimentava.

Mi ero costruito un magnifico fucile da caccia con mezzo manico di scopa cui avevo inchiodato una molletta; una vecchia camera d’aria troppo volte rattoppata e ora tagliata a robusti elastici  legati fra di loro aveva fornito potenti e letali pallottole, e le imposte della casa, verdi e marroni, erano diventate la mia savana.

E lì io, accoccolato col mio bel cappello di paglia in testa, le spalle al sole e il muro di fronte, non dovevo far altro che aspettare, star fermo ed aspettare: le mosche ronzando si appoggiavano all’uscio, io prendevo la mira, schiacciavo la molletta e l’elastico partiva inesorabile e preciso. Ogni dieci prede (tante erano le munizioni ricavate) lasciavo la postazione per andare a raccogliere quel bottino che finiva in un carniere molto particolare: una scatola di balsa leggera, a tronco di cono, che era servita a contenere la marmellata di ciliege. L’apertura di quel sarcofago dolciastro e appiccicoso vi attirava pure altre predestinate ancora vive, ma io ne le scacciavo con un certo fastidio, che andassero al loro posto, ero un leale cacciatore da fucile io, non da trappole (con la precisa regola che ognuna meritava un colpo solo: se la mancavo, era libera di volare altrove)… poi mi rimettevo nella mia postazione, paziente, caricavo … e aspettavo.

Naturalmente “ciapamosch”, acchiappamosche, fu il mio primo “scucmài”, il mio primo soprannome. Come a dire che buttavo il mio tempo in cose inutili.. Ma io non lo consideravo poi un epiteto tanto cattivo, c’era sicuramente di peggio: “brusacul”, “pisalet”,”guzaporc” e simili (casomai mi fece più male, qualche tempo dopo, dover inforcare a scuola gli occhiali e subito venir apostrofato con l’infamante appellativo di “quattrocchi”, ecco, quello sì..).

Invece, dicevo, non mi faceva male quel primo soprannome perché sapevo bene che non le acchiappavo mica per niente le mosche, io, no, io le prendevo perché… servivano.  (continua…)

Radiografie – Inception, di Cristopher Nolan – II parte

giovedì 4 novembre 2010

Serrature, combinazioni. Queste sono le difese più letali, più delle bombe. Perché organizzate da noi. Perché sono le cose che conosciamo e che abbiamo rimosso per il troppo dolore. Le strade per arrivare alla nostra verità sono dentro di noi. Roba grossa, pericolosa. Ma chiudere il Minotauro in un labirinto e gettarne le chiavi non si può, l’avevano capito già i Greci. Nessuna chiave è inarrivabile se si scava. Ci vuole il coraggio di trovarla e bisogna farlo in tempo utile. Ecco Fisher sbloccare il gigantesco muro blindato, eccolo aprire la porta su quel che nasconde a se stesso. Non andrò oltre nei dettagli naturalmente.

Dall’altra parte, Cobb. Al tavolo di cucina della sua vita sognata con la moglie morta. Parla con lei che gli chiede di rimanere lì, di non uscire dal sogno che insieme avevano costruito. Stupefacente come in un film così collettivo, fragoroso, arrembante, per due vie diverse i due personaggi principali si trovino ad affrontare la verità di se stessi in piena solitudine. In relazione con il padre e con la moglie, luoghi delle rispettive ferite profonde. Perché possiamo volerci tanto bene, possiamo sostenerci, accudirci, accompagnarci reciprocamente. Ma c’è un momento decisivo che è nostro. Profondamente, essenzialmente nostro. Dico essenzialmente perché è il momento che ci definisce.

Noi e la nostra paura. La nostra principessa fragile. Eccoci lì, cosa siamo. Alla fine di tanto superare muri e smontare  castelli ce l’abbiamo fatta. E la verità non ci piace, si tratta di dolore e di vergogna. Però incontrare la verità di noi stessi ci sveglia. Qui si innesta il paradosso più poetico del film che è anche il suo senso più semplice: siamo tanto più svegli quanto più siamo consapevoli di dormire. Di dormire il sonno della nostra idea del mondo, il sonno di quello che vogliamo dimenticare e che sogniamo di non sapere. O di quello che abbiamo capito benissimo e che vogliamo sognare diverso. Perché vederlo com’è ci farebbe troppo male.

Eppure, i due eroi ce la fanno. Guardano in faccia la propria paura. E la cosa strepitosa – oltre al loro momento privato e quasi meditativo all’interno di un film adrenalinico – è che nessuno dei due deve affrontare lotte. Entrambi disarmati. Entrambi esseri umani. Soli di fronte alla paura, senza lottare ma facendo una cosa ancor più difficile: riconoscendola per quello che è e accettandola. Sia Cobb che Fisher accettano di sentire il proprio lutto fino in fondo. Basta fughe. Per la prima volta stanno con quel che gli fa male sentendo che gli fa male e senza respingerlo.

Ed eccoli uscire più forti, senza più lotte, senza più nascondigli interiori. Verso il luminoso finale del film. In sala ho sentito un po’ di disappunto per una chiusura che sembra voler stare in bilico – alla lettera – non risolta. Invece secondo me il finale è netto, pulito, per niente ambiguo. Cobb torna sveglio, nel mondo reale nel senso fisico del termine. Ma ci torna come tutti noi. Con la propria configurazione del mondo. Torna come si può tornare: con il proprio sguardo sulle cose, con le proprie assegnazioni di valore, con il proprio punto di vista. Ora è più lucido di prima. Ora sa che vive la vita sognandola dal proprio sguardo. Ora, è sveglio.

Radiografie – Inception, di Cristopher Nolan – I parte

martedì 2 novembre 2010

Un sogno dentro un sogno dentro un sogno. Funziona così quello che da più parti viene indicato come il film dell’anno e da qualcuno – me incluso per quel che vale – come papabile film del decennio. Inception è la storia di un viaggio nel più profondo livello dell’inconscio. Il movente è di genere: innestare in una persona un’idea che le rimanga dentro come fosse sua. Nel caso, si tratta di convincere un giovane rampollo a dividere l’impero aziendale paterno che sta per ereditare. Questa è la scatola narrativa di ferro che Nolan ha costruito affinché la poesia del suo film rimanesse saldamente inchiodata a un’evidenza concreta e non si perdesse in divagazioni generiche e astratte. Non affronto qui la trama perché oltremodo intricata e difficile, ma soprattutto perché tutta da vivere per chi non l’avesse visto e tutta saputa per gli altri.

Per entrare nel sogno di qualcuno e impiantare un’idea  nel suo inconscio, un livello di sogno non è sufficiente. Le difese sono ancora troppo alte. Occorre scendere di tre livelli. Sognare di sognare di sognare. Una cascata di puro inconscio. I personaggi si immergono progressivamente in questo sogno condiviso, i cui diversi livelli ci spostano per continente, clima, situazioni logistiche. Ma la logica di questa discesa dentro di sé rimane ferrea.

Il drive dell’azione principale è scardinare le difese di una persona. Anche le più profonde. Le difese sono attivazioni della paura. Pertanto sono aggressive, imprevedibili e furiose quando si scatenano. Sono metaforizzate di livello in livello dal clima, dai proiettili, dalle guardie del corpo, da agenti speciali, da armi più o meno sofisticate. Anche dalle parole e dai tranelli. Il punto è che entrare in un inconscio significa entrare in un sistema di assegnazioni di senso del tutto diverso dal nostro. Non si tratta di vedere il mondo con gli occhi dell’altro, significa proprio immergersi nel suo mondo. Da subito è chiaro che parlare di mondo significa parlare del mondo di ciascuno di noi. Che parlare di realtà significa poco e niente.

Qui c’è la prima punta poetica del film, secondo me. Ognuno di noi in un suo mondo – e non tutti nello stesso come ci piace credere – ma tutti noi con una logica estremamente condivisa. Tutti noi dilaniati tra la paura e  la voglia disperata di relazioni, con una sfiducia globale negli altri e con il segreto e remoto sogno di trovare un giorno qualcuno di cui fidarsi. Una sola profonda natura in infiniti mondi. Una sola logica. Un DNA. Condividiamo le cose concrete – un tavolo è un tavolo – e l’istinto profondo. Tutto il resto è un mondo a parte per ognuno di noi.

Il secondo tema forte del film è ciò che rimane uguale nell’approfondirsi dei livelli. Dal sogno ci si sveglia morendo, finché si tratta del primo livello. In un certo senso morire non è difficile o diciamo meglio non è la peggiore delle cose. La peggiore è il dolore. Il dolore e la paura di sentirlo sono il motore di tutte le difese che mettiamo in atto. Fisher vive mondi  inconsci nei quali ogni sorta di cosa serve a difendersi da questa possibilità. E la lotta è all’ultimo sangue.

E’ la storia dell’antica icona medievale: il cavaliere che si reca alla fortezza a cavallo con il giavellotto. Si tratta di liberare la principessa dalla torre. Una principessa che non ha mai visto. Perché giocarsi la vita per una sconosciuta? Perché è sconosciuta. E se la principessa prigioniera non è solo una principessa prigioniera ma rappresenta  la parte di sé che il cavaliere non conosce, la partita vale la conquista di un’identità. E la fortezza non è altro che la paura che sta dentro ognuno di noi, la paura di conoscere la nostra fragile principessa, la nostra vulnerabilità.

Ed eccoli, all’inizio del terzo livello del sogno, i nostri eroi non lontani dalla fortezza nella neve.  Cobb sta mirando con un fucile di alta precisione e osserva nel mirino. La ragazza gli chiede: – Cobb, cosa c’è laggiù? E lui: – Spero la verità che vogliamo per Fisher. La ragazza insiste: No io dico: cosa c’è per te? Thrilling e poesia vanno insieme rinforzandosi a vicenda in ogni passaggio. La fortezza è la fortezza di ognuno di noi e difende le paure specifiche di ognuno di noi. Che fortezza hai dentro? Cosa vedi oltre la cortina della tua paura? Cosa prende di mira il tuo fucile? (…continua…)