Archivio di gennaio 2011

Lo spunto di oggi – Donne.

lunedì 31 gennaio 2011

Attraverso Facebook, l’amico Christian Angeli mi inoltra questo invito:

“In un periodo in cui la stampa, voyeuristica e morbosa, sembra attribuire alle donne come unica professione “il lavoro più antico del mondo”; riscopriamo le grandi donne del passato, per permettere a quelle del presente di avere modelli diversi di identificazione…
Scegli una grande donna della storia e usane la foto nel tuo profilo.”

Ci penso un po’ e alla fine scelgo lei: Suzanne Schiffman. La mano narrante di tante storie che hanno accompagnato la mia giovinezza. C’è lei nei dialoghi e nei personaggi che ho amato di più tra i 16 e i 30 anni. Una donna così non poteva aver avuto una storia semplice. Per completezza e precisione, copio e incollo quel che si dice di lei su wikipedia. Se posso dire, per me la grandezza di Suzanne Schiffman sta nell’averci raccontato personaggi in preda alle passioni e alle emozioni più forti, averli fatti andare oltre le righe di quella che chiamiamo normalità. E averlo fatto con empatia e con amore, senza alcuna distanza. Amava ciò che raccontava per quello che era, senza filtro. Passione pura. Pura vita. Un talento tutto speciale che significativamente albergava in una donna. Sapete cosa penso? Penso che se fosse viva oggi e le venisse commissionato un film sul nostro paese, saprebbe essere materna  e appassionata anche verso i papponi decadenti che ci governano e verso quelli decaduti che fanno finta di fargli l’opposizione. Per chi non la conoscesse, dunque, ecco chi era Suzanne Schiffman.

Suzanne Schiffman, pseudonimo di Suzanne Klochendler (Parigi, 27 settembre 1929Parigi, 6 giugno 2001), è stata una sceneggiatrice e regista francese.

Di origine ebrea, durante la guerra nascondeva con una sciarpa la stella gialla che era obbligata a portare sugli abiti per potersi recare agli spettacoli cinematografici e teatrali. Quarant’anni dopo riporterà l’episodio nella sceneggiatura del film L’ultimo metrò.

Giovanissima, nel dopoguerra fa parte di un piccolo gruppo di cinefili parigini. La sua formazione cinematografica è dovuta alle centinaia di pellicole viste nei cineclub e nella Cinémathèque, di cui è frequentatrice assidua. Così conosce anche il giovane François Truffaut con cui condivide una visione del cinema e l’apprezzamento per molti cineasti. Ne nasce un’amicizia e, in seguito, una collaborazione professionale che durerà fino alla morte del regista.

Dopo un soggiorno negli Stati Uniti e in Messico, torna in Francia dove collabora ai dialoghi di Paris nous appartient di Jacques Rivette. È l’inizio di una lunga carriera che la vedrà ricoprire praticamente tutti i ruoli possibili dietro la macchina da presa compreso quello di regista (oltre ad una breve comparsa come attrice in L’uomo che amava le donne).

Oltre che con Rivette – con cui lavorerà in numerosi altri film – collabora con Jean-Luc Godard – “Une femme est une femme”, “Le mépris”, “Pierrot le fou”, “Week-end” e “Le petit soldat” -, con Pascal Thomas (“Pleure pas la bouche pleine”), Gérard Brach (La barca sull’erba), ma è con Truffaut che stabilisce un sodalizio lungo e proficuo a partire da Tirate sul pianista (1960) per arrivare a Finalmente domenica! (1983), l’ultimo film del cineasta francese.

Lo spunto di oggi – Il buco dentro di noi

giovedì 27 gennaio 2011

Una piccola, magistrale storia. Bravissimi quelli che hanno scritto, fotografato, girato e montato. Potete vedere il corto qui. Buona visione.

Lo spunto di oggi – Parametri di normalità

domenica 23 gennaio 2011

Via dei Missaglia, periferia di Milano sud. Primo pomeriggio. Zero gradi. Vado in auto verso la fermata della metropolitana che mi farà attraversare tutta la città. Quando ho un bel libro per le mani faccio così, perché guadagno venti minuti di lettura ad andare e venti a tornare. Mi ci immergo e ne esco alla fermata dovuta. Cerco parcheggio. E lo vedo lì, alla fermata del 15. Mi fa compassione perché è anziano e se ne sta lì in piedi immobile, congelato.

I minuti d’attesa sono dilatati e appiattiti dalla temperatura.  Il semaforo sta per diventare rosso e mi fermo. E ho tempo per rimanere a guardarlo. L’uomo posa la borsa marrone per terra e si toglie il cappello simil Borsalino. Alza le braccia e respira. Non ci voglio credere. Gonfia la bocca per l’espirazione. Poi… mette le braccia avanti parallele e si piega sulle ginocchia. Ginnastica ragazzi! Ginnastica! Alla fermata del tram, alla sua età! Un genio.

Riparto mentre lui va avanti con i piegamenti. Un modo geniale per combattere il freddo e l’attesa dei mezzi nella città più sopravvalutata d’Europa. Gli italiani sono fenomenali almeno in questo. Si arrangiano sempre. Le pensano tutte. Mi vengono in mente i parametri di normalità. Gli elementi di cui si compone una storia che valga la pena di essere raccontata.

DOVE. Alla fermata. CHI. Un anziano. QUANDO. Nel primo pomeriggio. COSA FA. Aspetta il tram. Questa è la scena di base. Quella normale: azioni appropriate  in luoghi appropriati in tempi appropriati. Alla fermata un anziano nel primo pomeriggio fa ginnastica. La variabile rende il quadro suggestivo. Una sola, ma impazzita. Muove domande: come mai, in che modo ecc. E mi vengono in mente altre impostazioni possibili. Alcune estremamente comiche. Basta provare a farlo con le situazioni della nostra vita. O alle grandi immagini che abbiamo in memoria.

Gesù camminava in pieno giorno per strada. E’ una cosa. Gesù camminava in pieno giorno sull’acqua. E’ l’idea che lo rende immortale, è la ginnastica alla fermata. La questione è abbastanza semplice se i parametri sono questi. Ma… se fossero parametri relazionali? Avremmo scene meno banali e forse più vere. La normalità dei nostri racconti e dei nostri film nasce proprio dai nessi automatici che istituiamo. Non ci chiediamo abbastanza quale possa essere la variabile decisiva, lo scarto.

Non perché sia necessario raccontare sempre qualcosa di originale. Ma perché quel che rende interessante un racconto è sempre un elemento che fa la differenza. La differenza rispetto a quello che ci aspetteremmo. Che rende la storia meritevole di essere raccontata, il mondo più ricco di sfumature e i personaggi più misteriosi e interessanti. Farci la sensibilità per ciò che fa la differenza. Perché la differenza qualifica e specifica l’identità.

Amare la differenza. Cercarla. Amplificarla. Usarla come specchio di quello che siamo, come confronto. Cercarla con metodo e costanza in ogni elemento: dove, chi, cosa, quando. Scrivere la scena di lui che si dichiara a lei al bar e spostarla in sala operatoria, attraversando a piedi l’autostrada, nella cella frigorifera di una macelleria. Oppure tenerli nel bar a lume di candela e variare il tema della conversazione. Al lume di candela con musica soffusa… lui le parla dei problemi allo spinterogeno e lei trova la cosa terribilmente interessante. Chi cavolo saranno questi due?

Arrivo e scendo. E penso ancora al signore che fa ginnastica. Scuola di scrittura vera. L’elemento che fa la differenza.

Lo spunto di oggi – Sangue vero

giovedì 20 gennaio 2011

Chiacchiero con Marilena mentre prepariamo l’organizzazione dei cortometraggi che tra poco gireremo con gli allievi della Paolo Grassi. E si pone un quesito: come se ne esce quando chi sta scrivendo un film non riesce a fare a meno di giudicare un suo personaggio? Quando non riesce a uscire dal loop dei rimandi a se stesso e delle valutazioni ideologiche e morali? Come si fa a raccontare un personaggio con amore senza che il nostro giudizio interferisca con la storia ?

Per me, quando la crisi è così centrale, rimangono intatti alcuni riferimenti. Che sono quelli che valgono anche nella mia vita. Cerco di ricollegarmi al nesso che lega le azioni. A ciò che le tiene insieme. E penso che le azioni siano mosse dai desideri. E che i desideri siano espressioni di dolore per ciò che ci manca. Perciò ogni azione per me deriva dal dolore. Nessuna esclusa. Nemmeno ridere.

Non è una visione pessimistica, per quanto mi riguarda. Anzi, è liberatoria. In qualche modo ci libera dalla falsa idea che compiamo azioni perché le riteniamo buone o cattive, o perché le condividiamo idealmente o tutto il contrario. Compiamo azioni perché abbiamo la necessità di compierle. La necessità non è né buona né cattiva. E’ necessaria e basta.

Si tratta di capire come si può individuare la necessità in una storia. Non che possa considerarsi una ricetta, ma per me vale come principio: la necessità di ogni azione  è data dal nesso che c’è tra la ferita profonda di un personaggio e la pressione dell’ostacolo contro di lui. Sappiamo tutti che essere licenziati è una cosa terribile. Perciò ci è del tutto evidente e comprensibile il dolore di un operaio licenziato. Ma dentro di noi sappiamo che due operai licenziati non reagirebbero allo stesso modo.

Questo non è perché ognuno di noi ha un carattere diverso. Questo è perché la pressione degli ostacoli su di noi incide sulle nostre specifiche, uniche, irripetibili ferite. Che sono quelle che la nostra vita e la nostra cultura ci hanno dato.

In questi pochissimi anni di insegnamento alla Paolo Grassi e alla Civica di Cinema – e forse soprattutto allo IED – ho visto nei ragazzi tutta l’assenza di ogni discorso spirituale. La cosa non mi sorprende data la pochezza della proposta nella nostra parte del mondo. Ma il paradosso è che ho visto penetrare i vizi di una cultura bigotta anche nei ragazzi apparentemente più laici. Ho visto queste tracce e le vedo anche nella nostra laicissima televisione.

E il punto è proprio questo: si giudicano i comportamenti anziché sondarne con amore le ragioni. La nostra Chiesa, insomma. Ma anche la nostra televisione. Anche i ragazzi. Questo è un meccanismo che distrugge la nostra capacità di capire l’altro e di raccontare. Per un motivo molto semplice: quando giudico un comportamento – che io lo sappia o no – lo sto semplicemente rapportando ad una mia personale idea di bene e di male, di giusto e di sbagliato. In altre parole: sto smettendo di parlare del mio personaggio e sto iniziando a parlare di me.

Penso che questo sia il problema sottostante ad una serie di disfunzioni nella comunicazione. Non siamo più capaci di non parlare di noi. Dobbiamo sempre dire cosa pensiamo delle cose. Lo diciamo anche quando non ce ne rendiamo conto. Invece raccontare è guardare con stupore il nesso che c’è tra il dolore di una mancanza e l’azione autentica che il personaggio compie per ripararla. E’ contemplare l’uomo nella sua infinita lotta per vivere e sopravvivere.

Recuperare il contatto con se stessi. Fare a meno delle nostre opinioni. Osservare con semplicità il dolore sottostante le azioni di ogni giorno.

Lo spunto di oggi – L’infinita saggezza della Betta Splendens

lunedì 17 gennaio 2011

Territoriale, silenzioso, affiorante. Con un sistema di respirazione che non teme l’aria, anzi quasi la preferisce all’acqua. Si muove poco. Sta là. Senza nessuna voglia di combattere ma pronto a farlo se occorre. La povertà degli uomini ha fatto sì che l’enigmatico e affascinante Betta Splendens venisse ribattezzato Pesce Combattente. Chissà perché anziché rimanere muti di fronte alla meraviglia abbiamo sempre bisogno di capire chi vince chi ha ragione e chi è il più forte.

Ne ho appena preso uno. Ho bisogno di un essere vivente che mi stia vicino seguendo un altro flusso vitale. Completamente diverso dal mio. Per dire: che viva vicino a me ma in una dimensione nella quale il referendum della FIOM, la crisi del cinema italiano, i soldi di fine mese, i progetti, le telefonate e le mail… siano cosa del tutto estranea e incomprensibile.

Un piccolissimo acquario crea un altrove. Domestico ma anche selvaggio. Là dentro come va? Oltre quella paretina di plastica trasparente, in quella poca acqua a disposizione. I suoi occhi nei miei. Non sembra preoccupato. Forse ha ragione lui. Sorveglia il territorio in attesa di eventi. Intanto, vive. Meglio di me che non vivo per paura degli eventi. E con me buona parte delle persone che conosco.

Però c’è un motivo su tutti per cui scrivo di lui.  La sua saggezza antica come l’istinto. Sentite un po’ cosa imparo studiando il mio nuovo amico. I suoi combattimenti lo hanno reso famoso. Perché si scatenano facilmente e perché sono spettacolari. La sua livrea riluce in modo magico e sorprendente, le sue evoluzioni acquatiche sono da film.  Ma il combattimento vero e proprio – che si scatena sempre per cause territoriali – è brevissimo.

Sono tutti… preliminari. Quelle grandi pinne servono a spostare acqua. La mole di acqua spostata – nei preliminari appunto – è un indice di forza. Talvolta è sufficiente questo per allontanare il pesce pià debole. Se non è necessario perché combattere? Se è già chiaro l’esito dello scontro perché creare dolore? Lunghi preliminari che sono come un dialogo, un dialogo fatto con le ragioni di cui la natura è capace. Se invece non c’è soluzione, si va allo scontro. Ma lo scontro fra Betta Splendens non è mai mortale, in natura.  Un morso solo. Chi morde ha vinto. L’altro scappa e non muore. Ma che pesce è!!!

Invece lo scontro è sempre mortale nei combattimenti organizzati per scomesse dagli uomini. Perché nelle vaschette il più debole non ha spazio per fuggire o ritirarsi ed è costretto a subire i colpi del più forte, irritato proprio dalla sua mancata fuga. Un finale cui la Betta Splendens non è avvezza. Dialoga, la natura. Trova soluzioni. In modo commovente e geniale. In modo… necessario. La vita è necessaria. La convivenza è necessaria.

Lo guardo e sono troppo felice che sia qui con me. Silenzioso. Guardingo. Lui sta lì e io qua. Non invado il suo territorio. Spostare acqua a distanza. Senza colpire. Il minimo del conflitto possibile. Due Betta Splendens che combattono divergono nel merito ma sono d’accordo sul metodo. Se potessi farlo, li regalerei ai potenti della terra. Un piccolo acquario sulle loro sconfinate scrivanie.

Lo spunto di oggi – Autori!

giovedì 13 gennaio 2011

Attraverso l’amica Liz vengo a conoscenza di questa vignetta. Non la trovo così geniale ma molto… liberante. Perché dice la verità. Sul nostro punto di vista e su quello che ci raccontiamo. Ho provato una sola volta a mandare a case editrici un racconto. Non finì così ma forse fu anche peggio. Mi risposero con lunghe analisi piene di elogi che si concludevano con la tariffa per la pubblicazione. Ovviamente non pubblicai mai.

Poi mi è capitato il contrario. Persone che mi hanno dato da leggere i loro lavori. Ne ho letti tanti in questi anni. Commedie, sceneggiature, romanzi, racconti e raccontini. I livelli erano molto diversi. Quelli bravi ci sono e li vedi subito. Poi ci sono quelli che hanno una cosa da raccontare e lo fanno con cuore e impegno e magari neanche troppo male. Ma hanno un grande nemico: la normalità di quello che raccontano e del loro sguardo. Che alla fine ho imparato a riconoscere come il desiderio disperato di piacere. Di andare bene. Di essere pubblicabili. E loro non passano. Non passano mai perché hanno lo sguardo spuntato, mal direzionato. Quando cerchi di andare bene scrivi pensando al pensiero degli altri, il che rende la tua scrittura un’esperienza esteriore. Quando sei fulminato da qualcosa scrivi da dentro, senza sapere che cosa accadrà del tuo scritto. Scrivi perché se no muori. Non significa ancora che andrà bene, ma la posizione è corretta perché alla gente piace essere portata in altri mondi e almeno nelle storie la gente ama andare fino in fondo, fino alle conseguenze ultime.

Però… è vero anche il contrario. La nostra letteratura e la nostra televisione dimostrano che alla gente piace proprio la banalità.  E allora come se ne esce? Personalmente ho concluso che alla gente piace la banalità purché sia ben organizzata, in modo professionale, con i tempi e i colori giusti.  E per questo bisogna essere bravi.  Se si girano i canali televisivi o si vedono i nostri film, spesso si ha la sensazione di una schiera di autori che disperatamente cercano di essere originali. E alla fine somigliano a tutti quelli che vogliono essere originali.

C’è una linea d’equilibrio per uscirne? In letteratura non so. Al cinema direi… avere un’identità molto specifica e un linguaggio di comprensibilità universale. Invece spesso siamo stereotipati nei contenuti e incomprensibili nel linguaggio.

Sì, i calci nei denti li ho presi anche io e se non li prendo più è perché non chiedo più nulla. Si fanno passi lenti e si sonda il terreno e se si scivola si sa un po’ meglio come cadere per non rimanerci sotto. Ma questa vignetta la dedico con il cuore ai tanti che scrivono con sincerità, con amore, con continuità e con passione. E che magari non hanno alcun talento ma non rinunciano a scrivere per se stessi sognando un giorno chissà, di prenderci con la storia giusta e di fare il botto.

Solo alcune cose, per loro. Leggiamo i romanzi che hanno fatto centro. Parlo soprattutto di italiani. Per quanti di loro valeva davvero la pena? Quanti di questi successi sono delle buone storie davvero? D’altra parte: quante buone storie non vengono alla ribalta per mille (s)conosciute ragioni? Solite domande solite risposte. Ma la cosa che mi sento di consigliare a chi fosse sulla perigliosa strada del primo tentativo editoriale è di continuare a scrivere sereno, con tutta la libertà e la pienezza che sente dentro, lavorando e studiando per rendere sempre migliore la sua scrittura. Ma di farlo con libertà, senza connettere questa che è un’attività intima e personale a un’idea astratta di successo nel mondo. Farlo per sé. Perché così, scrivere può diventare un modo per leggersi dentro e per capirsi. Per stare con se stessi e frequentarsi un po’.  Se ci accorgiamo che senza prospettive editoriali viene meno la nostra voglia di scrivere, hanno avuto ragione a respingerci.

Lo spunto di oggi – Il pollice, l’indice e il mare

lunedì 10 gennaio 2011

Questa volta ci ha sorpresi. Dal mare puoi aspettarti qualsiasi tempo, ma 4 o 5 giorni di nebbia e pioggia confesso che non me li aspettavo. Sembrava di essere nella bergamasca. Freddo umido e pungente, visibilità ai minimi storici. Eppure quando c’è lui è comunque speciale. Perché il mare si muove. Continuamente. In questi giorni sornione ma qualche giorno fa rabbioso e violento.

La signora cammina qualche passo avanti a me. Cresciuta poco in altezza ma ben allargata nel corso degli anni, tondeggia su tacchi piccolissimi e sottili. Peccato non saper riconoscere le firme ma è vestita con un botto di soldi da capo a piedi. Parla con un’amica, più silenziosa di lei. Milanesi. Milanesi sul lungomare. Non è che siano fuori luogo perché non conoscono il mare – questo era vero in un altro tempo. Sono fuori luogo perché non sanno passeggiare.

Un milanese senza meta è una partita di calcio senza porte. Disorientato. E mi chiedo se disorientato perché fuori dal suo contesto abituale o disorientato perché messo all’improvviso a contatto con se stesso, questo sconosciuto se stesso così abilmente nascosto dalla fretta e dalle cadenze affastellate di cui il milanese va fiero presso tutto il resto del Paese. Stress. Marchio di fabbrica, garanzia di qualità.

La mano sinistra della signora sfrucuglia la pellicola del pacchetto di sigarette tra pollice e indice, ripetitiva e anestetica. Parla. Dice di parenti e di lavoro dei figli che ormai sono grandi. Di nuore che non le vanno tanto a genio. E procede sui tacchi. Di quelli piccoli piccoli e sinuosi, con un punto d’appoggio a capocchia di spillo. Si porta dietro, intorno, nelle parole, nei gesti, tutta via della Spiga, tutta via Montenapoleone. Non sono strade: sono elementi di DNA.

Poi vedono qualcosa di particolare sulla spiaggetta sotto la passeggiata. Un guizzo breve del braccio e all’improvviso la mano sinistra si muove in un gesto, prende senso e indica: un tavolo rotto a metà giace sulla riva. Qualcosa che il mare dal profondo ha ributtato nel mondo. Dall’intreccio abissale di alghe e correnti, dalle oscurità tempestose e insondabili l’ha scaraventato sulla riva. I neuroni specchio della milanese si attivano e lei fa altrettanto. Qualcosa brilla nel fondo dei suoi occhi. Qualcosa di non completamente dimenticato. Dagli abissi di Milano, dei vestiti griffati, delle nuore e dei nipoti, dei modi di dire e delle abitudini di una vita.

Da sotto via della Spiga, da sotto la disperante cascata di finzioni di Milano la sua voce esce per un lampo soltanto, candida e pulita, risvegliata e bambina: “Guarda! Cos’ha portato su la mareggiata!” Rimango folgorato: senti che voce avrebbe potuto avere la milanese. Guarda che energia, quanta bellezza  sopra quei tacchi. Sono milanese anch’io. E penso come lei: guarda cos’ha portato su la mareggiata.

Lo spunto di oggi – Atalanta al Piccolo Teatro Studio

giovedì 6 gennaio 2011

Aspettavo questo momento e lo vivo con una certa emozione. Atalanta è stata un’esperienza di scrittura intensa e speciale. Ho imparato molto dal Teatro Gioco Vita, anche se so di aver solo visto l’antipasto di tutto quello che sanno fare con le ombre. Ringrazio ancora tutti loro e in particolare Anusc Castiglioni che mi ha chiamato a scrivere questo testo. Nei mesi di lavorazione Anusc mi ha mostrato una via per fare  e un linguaggio narrativo e insieme è stata aperta a ricevere un linguaggio cinematografico di ritorno.  E’ proprio questo Atalanta: l’incontro fra due linguaggi che hanno danzato insieme sul terreno del mito greco e di questo racconto strepitoso. Una donna che trova se stessa in un mondo maschile e che aiuta il mondo maschile a trovare se stesso. Leggendo l’adattamento di Rodari non ho potuto fare a meno di uno stupore continuo per la precisione e la dolcezza della sua poesia.

Beh, non mi resta che invitarvi. Se avete figli. E se non li avete… portate a teatro il bambino che è in voi !!

Le informazioni sono a questo link. Buon anno.