Archivio di giugno 2011

Lo spunto di oggi – Fare bene Mikles, di Christian Angeli

giovedì 30 giugno 2011

Ci sono incontri stranissimi nella vita. A volte ci sono affinità che si sentono con persone mai viste. Con Christian Angeli è stato un po’ così, almeno da parte mia. Qualche anno fa ha girato questo cortometraggio, Fare bene Mikles. Quando lo vidi rimasi folgorato. Dalla verità e dall’intensità per me inarrivabili. Dalla recitazione di questa ragazza che allora nessuno conosceva… Ho risentito Christian e ancora in questi giorni mi sta dando un aiuto importante e concreto. Allora voglio condividere in questo spazio il suo film, casomai non l’avessi già fatto. Chi vuole vederlo può cliccare qui. Dura un quarto d’ora. Buona visione.

Lo spunto di oggi – Oh my dog!

lunedì 27 giugno 2011

Tutto sommato non mi dispiacciono, per quanto mi senta decisamente più gatto. Arrivo con Samuele sotto il sole cocente della domenica di fine giugno. Il nuovo canile municipale. A stretto contatto con il centro di via Corelli. E dopo che l’ho visitato – il canile – posso ipotizzare che i reclusi quadrupedi siano molto più fortunati dei colleghi bipedi. Perché in effetti è un posto pieno di passione. Ci sono volontari, dipendenti, persone che come noi passeggiano per fare una cosa diversa dal solito o per meditare l’adozione di un cucciolo. E c’è spazio, prato, ordine. In un posto che se non curi fa presto – immagino – a diventare un inferno.

Sono rimasto colpito da molte cose. La prima è l’umanità della disperazione con la quale i cani accorrono alla rete e ti chiamano. Non è tanto ambigua la cosa, direi che è proprio chiarissima: prendi me prendi me. E gli umani di fronte discutono sull’uno e sull’altro in una situazione che ha del surreale. La signora in bermuda rossi e maglietta bianca è in compagnia del marito e del figlio. Non ne vuole sapere ma non lo vuole nemmeno dire. Quindi sceglie me come valvola di scarico.

- Che poi, Milano non è una città per cani, non c’è niente da fare.

Non casca benissimo con me. – Signora, Milano non è nemmeno una città per uomini.

- – rilancia lei – ma in un appartamento un cane soffre. Ecco, adesso non so se la signora parlasse per esperienza diretta ma forse il suo cane soffriva perché stava nel suo di appartamento! Nel fiume dei commenti, l’addetta che ci porta in giro fra le gabbie ci spiega: ci sono molti pit bull perché spesso vengono lasciati lì dai padroni al momento del loro ingresso in carcere, poi all’uscita se li riprendono. Alcuni pit bull sono un po’ dei pendolari, dice. Dietro ogni cane una storia, veramente. Le storie sono proprio dappertutto. Sono il tessuto della vita.

Provo a spostare la camera dentro le gabbie. Persone davanti a me che passano e mi indicano e mi dicono che sono troppo vecchio, troppo grosso, troppo pericoloso, troppo brutto. E l’addetta mi spiega che sono stati fatti degli studi sui cani e si è visto che il cane è l’unico animale che elegge a proprio riferimento assoluto l’uomo, anche in preferenza ai suoi simili. Penso che anche molti uomini eleggano a proprio riferimento gli animali piuttosto che i propri simili. In alcuni casi hanno anche ragione.

Sulle gabbie ci sono dei bollini. Verde, cane buono, per tutti. Giallo, cane vivace con qualche margine di imprevedibilità. Rosso, cane cattivello alquanto, meglio non infilare le dita fra le grate. Non tutti i rossi sono pit bull e non tutti i pit bull sono rossi. Anzi, uno in particolare ha una faccia da buono eppure ha un bel bollino rosso sulla rete. Allora chiedo informazioni e l’addetta mi dice che è un cane dolcissimo che però non vuole essere toccato, probabilmente a causa di traumi pregressi.

Ovvio, penso ai padroni dei pit bull in carcere. E penso che siano tutti dei bollini rossi. E penso che come quel cane con la faccia buona abbiano subito qualcosa. Forse non vogliono essere toccati perché lo sono stati violentemente, forse lo desiderano troppo perché non lo sono mai stati. Guai. Guai seri. Dietro ogni cane c’è una storia. Una giovane coppia si porta via un cagnolino splendido, di un anno. Un pelo meraviglioso, un musetto simpatico. Salta corre ed è dolcissimo. La volontaria dice: quando ho aperto la sua gabbietta perché lo volevano vedere, ho capito subito che non ci sarebbe rientrato mai più.

Bisogna avere i requisiti, per funzionare. Seducenti, simpatici, belli come il sole. Anche per loro è così. E con questa considerazione mi sento così tanto superiore agli altri visitatori… Però quel cane… no, non quello là. Quello in fianco, quello che ci sei passato sopra con lo sguardo e sei andato via… per carità non che sia brutto ma se la domanda che ti è venuta è dov’è il naso? forse qualche problema c’è. Quel cane là lo prenderesti… ? Tergiversiamo: non stasera. E poi il punto non è che sia brutto. Non chiedo se abbaia, non chiedo se morde, non chiedo quanto mangi o quanta cacca faccia. Voglio solo essere sicuro: non è che poi recita?

 

Lo spunto di oggi – Orfeo

giovedì 23 giugno 2011

 

Le storie ci aiutano sempre a capire. Orfeo scende nell’Ade domandandosi che farà senza Euridice, sua giovane sposa morta repentinamente per il morso di una vipera. Il canto di Orfeo tocca profondamente il mondo dell’Ade e arriva a smuoverlo. Gli viene concesso di riportare in vita Euridice, ma a condizione che lui esca dall’oltretomba senza voltarsi indietro a guardarla mentre lo segue.

Che senso ha questa prova? E’ una crescita interiore. Scendere nell’Ade per riprendersi Euridice significa affermare che si è una cosa sola con l’altra persona, al di là della morte. Significa dire che si è indivisibili e che la morte si è sbagliata. Quindi se è vero che tu e lei siete la stessa cosa, uscito tu dall’Ade ne sarà uscita anche lei. Ma se ti volti a guardare significa che fai l’ipotesi che lei non ci sia. Quindi lo sai: siete due persone diverse, divisibili. Se mi volto e ti vedo ti realizzo come altro da me. E’ la fine di una simbiosi. E’ un percorso di consapevolezza: Orfeo doveva toccare questo punto dentro di sé. Doveva accettare la possibilità della separazione e della morte. Voltarsi significa proprio questo: aver fatto l’ipotesi, cosa che non contempliamo nel momento della rabbia e della ribellione, quando con Orfeo scendiamo nell’Ade di tutte le nostre sofferenze a recriminarne l’ingiustizia. Per quanto strano ci possa sembrare, Orfeo ed Euridice finisce bene. Non c’era in gioco nessuna possibilità che Euridice tornasse: era in gioco solo la consapevolezza di Orfeo. Orfeo è promosso vedovo, cioè adulto e cosciente di sé e della propria storia: questo era il fine del suo viaggio anche se lui non lo sapeva.

Ecco perché, quando sono quasi all’uscita, Orfeo non regge e si volta. Ed Euridice è lì, che cammina dietro di lui. Bellissima ma con gli occhi tristi, forse perché consapevole dell’impossibilità dell’impresa, viene riassorbita dal fumo nero dell’Ade e scompare.

Che cosa significa? Un mare di cose credo. Ne colgo una. Orfeo non perde Euridice perché la vede. Orfeo vede Euridice perché l’ha persa. L’Ade è un utero nel quale Orfeo e il suo amore camminano. Quando sei nell’utero possiedi la madre, ci sei dentro. Quando nasci vieni espulso, sei fuori, hai perso la madre e… puoi vederla.

Insomma, quel che vedi è fuori di te. Se lo vedi non sei tu. Orfeo non deve capire che Euridice è morta, questo lo sa già: deve capire che lui è vivo. E’ un viaggio di maturazione: quando scende nell’Ade sta vivendo ancora una simbiosi con Euridice, quando sale vive una relazione con la propria memoria. Ha capito di essere vivo. Ha perso Euridice perché ha trovato se stesso.

Ecco, questa simbiosi è quella che spesso tendiamo ad avere con il nostro dolore. Non riusciamo a prendere le distanze, a voltarci a vederlo mentre ci segue. Quindi non riusciamo a perderlo. Grazie ad Orfeo lo capiamo meglio, perché – come lui con Euridice – anche noi siamo identificati con la nostra ferita, con la nostra sofferenza: non ci voltiamo a guardare perché vorrebbe dire distinguerla da noi e prenderne coscienza. Significherebbe scoprire che tanta parte della cattiveria del mondo era soltanto un punto sanguinante di noi. Abbiamo sempre paura di scoprire che stiamo male e che il problema è nostro.

La proposta di Orfeo al regno dell’oltretomba non è di far resuscitare Euridice. E’ più articolata: o Euridice torna sulla terra con lui, o che almeno lui possa restare laggiù, nell’Ade. Quindi la grossa paura di Orfeo non è la morte, ma la separazione. Per noi non è diverso: vedere la nostra ferita significa al tempo stesso accettarla e smettere di identificarci con essa, non coincidere pienamente con il nostro punto di vista. Perdere la simbiosi ingannevole con una parte di noi ed entrare davvero in relazione con la nostra storia e con la nostra vita.

Lo spunto di oggi – C’è solo una cosa che non so

lunedì 20 giugno 2011

Belli eh ? Sono un fascio di neutrini. Andare ad Avellino e mangiare con Pasquale serve anche a questo. Che poi ti porti dietro i neutrini. O meglio, quel poco che ne hai capito. Particelle subatomiche. Che possono essere sparate da una parte all’altra di una montagna e arrivare immediate e precise sul bersaglio. A cosa serve tutto questo? Domanda sbagliata. A risolvere situazioni che oggi non immaginiamo. A costruire un progresso che oggi non si vede. In ogni caso già oggi servono… a contemplarne la bellezza.

Poi il discorso con Pasquale si ramifica. Cerca di far entrare nella mia povera testa come si possa togliere da un pavimento una piastrella che non c’è. Stiamo parlando di antimateria. Per un Giovanni di materia adesso so che esiste un anti- Giovanni (sono molti più di uno, ma a Pasquale non lo dico se no gli crolla tutto il sistema). L’anti – Giovanni esiste, a sentire lui. Solo che i suoi anti – atomi non sono organizzati in modo speculare al Giovanni di materia. Sono alla rinfusa, casuali. Quindi possiamo dire che non  prenderà mai vita. Tuttavia si tratta di casualità. E’ lì che Pasquale mi mostra il bicchiere. Se nel mezzo bicchiere d’acqua versi mezzo bicchiere di vino rosso, esiste una probabilità che il rimescolamento casuale porti il vino ad essere completamente separato dall’acqua. Non succede mai, ma potrebbe succedere. Quando me lo dice penso alla bellezza della cosa. Perché ovviamente non immagino il vino e l’acqua separati sotto e sopra. Li immagino separati in verticale, in diagonale, a scalini… e intanto Pasquale va avanti ma per me è inarrivabile. Però penso a una cosa che avevo sentito molti anni fa: Poesia è cercare nel buio qualcosa che non c’è. E trovarlo.

La sera prima era stata un’altra galoppata. Questa volta spirituale. Jay ci ha fatto percorrere tutto un mondo parlando di buddismo e del suo personale tragitto. Che l’ha portata, per esempio, ad avere un’esperienza vegana prima di ridefinirsi vegetariana. Da quel poco che ho capito, essere vegani comporta un dispendio di tempo notevolissimo. Ricette impegnative per i tempi dilatati di decantazione, di attesa, di preparazione effettiva. E pare che la questione sia anche parecchio costosa. Non ne so niente per cui mi astengo da qualunque valutazione. Ma mi resta una vaga sensazione: che per essere vegani occorra avere molto denaro e niente da fare. Naturalmente non sarà così, perché se lo fosse sarebbe in flagrante contraddizione con ciò di cui necessita il pianeta: di gente che sappia consumare poco e darsi un sacco da fare.

Poi ci sono i ragazzi di Vernicefresca con i loro mentori, Ross e Max. Che sono ogni volta apertissimi a raccogliere e a restituire. Non me ne vorrà Pasquale, ma pensando a Vernicefresca capisco meglio l’antimateria. Perché per certi versi Vernicefresca è l’anti-mondo. Un posto innamorato e amorevole, un’isola senza ombrelloni né orpelli. Niente creme per il sole, niente gelatini. Essenziale, sicura della bellezza di ciò che cerca. Senza parole in più. Mi viene in mente qualcosa su tutte le volte che sono l’anti-me. Ma mentre ci penso eccomi all’aeroporto. Napoli Capodichino.

Lui è lì, seduto al gate per Linate come me. Avrà circa 55 anni. Un bell’uomo. Una ventiquattrore e un i-phone. Parla a voce alta, anche se non altissima. Dice che c’è solo una cosa che non sa. Ma non riesce a dirla perché dall’altra parte evidentemente hanno molto da parlare. Lui pensa che sarebbe meglio scrivere Giardini Naxos tutto in maiuscolo. L’allegato non lo può vedere perché non glie lo apre l’i-phone. (Brivido di goduria per me e il mio Nokia preso con i punti). Comunque basta chiedere all’Antonella. All’Antonella. Milano conclamata. Parla e tiene le gambe allungate. La gente comincia ad assembrarsi e tutti devono scansarsi, fare il passo alto o lungo perché le sue gambe rimangono distese. Non è maleducato, è solo che sente il mondo come casa sua e adesso credo che si trovi in salotto. Meglio lì che altrove, mi dico.

Poi saliamo. La gente si incastra fra i sedili e non riesce a raggiungere il proprio posto. Parte il suo commento ad alta voce: perché uno che ha il posto 24 sale dal davanti? Ma che testa ha? Durante il viaggio le sue gambe non possono estendersi, quindi lo si vede e lo si sente smuflare. Sbadiglia, sbuffa, sospira. Tutto in stereo. E naturalmente sulla navetta che ci porta all’uscita a Linate, riaccende l’i-phone. Adesso l’allegato glie lo apre (accidenti). Lui voleva dire che c’è solo una cosa che non sa: se la questione è vincolante o no. Ecco, ora che ho capito mi sento più sereno e posso lasciarlo alla sua storia e proseguire per la mia.

Antimateria. Neutrini. Buddismo. C’è solo una cosa che non so. Provo a dirlo a mezza voce. Che senso di sicurezza che dà. Quel “solo” detto così, strisciato tra i denti con una esse lunghissima. Superato lo scivolo di quella esse tutto è saputo. C’è ssssolo una cosa che non so. Le altre le so tutte. I neutrini, i vegani, l’antimateria. Ma Giardini Naxos… va tutto maiuscolo?

Lo spunto di oggi – Your secret

sabato 18 giugno 2011

Sento già le critiche. Ma posso dire? A me è sembrato bellissimo. Chi vuole, può vedere qui.

Lo spunto di oggi – Vernicefresca

lunedì 13 giugno 2011

Qualche giorno di stop. Sono ad Avellino, con i ragazzi di Vernicefresca, a giocare con il primo atto di Romeo e Giulietta. Aggiungendo alle nuvole più nuvole con i nostri profondi sospiri… A presto.

Lo spunto di oggi – Ancora un pensiero di Pema Chodron. Il samsara.

mercoledì 8 giugno 2011

 

 

Qualcuno ha detto, una volta, di sentirsi come bloccato su un disco che non smetteva mai di girare: era imprigionato nel solco, e a ogni giro il solco diventava più profondo. Altre persone dicono che, talvolta, quando si ascoltano parlare, si sentono come se avessero in bocca un registratore, che ripete all’infinito le stesse cose. Ne sono nauseate, ma in un modo o nell’altro continuano a chiudersi in un ruolo che, per quanto fonte di sofferenza, comporta un piccolo, buffo senso di identità che garantisce loro una certa sicurezza. Questo è il samsara.

L’essenza del samsara è la tendenza, comune a noi tutti, di cercare il piacere e sfuggire la sofferenza, cercare la sicurezza e sfuggire la mancanza di fondamenta, cercare la comodità e sfuggire il disagio. L’insegnamento basilare è che proprio un tale atteggiamento ci rende disperati, infelici, e ci imprigiona in una visione della realtà molto angusta e limitata. E così ci teniamo imprigionati all’interno di un bozzolo. Là fuori ci sono tutti i pianeti, le galassie e lo spazio infinito, ma noi ce ne stiamo dentro il nostro bozzolo, o forse dentro una capsula, come quelle delle vitamine. Attimo per attimo, decidiamo che è meglio rimanere nella nostra capsula. Preferiamo rimanere una pillola di vitamine, piuttosto che sperimentare il dolore dell’uscire all’aria aperta. La vita all’interno della capsula è confortevole e sicura. Abbiamo tutto sotto controllo, lì dentro.  E’ una vita sicura, prevedibile e comoda; possiamo fidarci.

Quando ce ne andiamo in giro per casa, sappiamo esattamente dove si trovano i mobili, ed è così che ci piace. Sappiamo di avere a disposizione tutti gli oggetti che ci servono e i nostri vestiti preferiti. Se ci troviamo a disagio, non facciamo che colmare le lacune. La nostra mente è alla continua ricerca di zone di sicurezza. Restiamo in questa zona di sicurezza, e per noi la vita è così: tenere tutto sotto controllo, tutto garantito. La morte è la perdita di tutto ciò. E’ il nostro incubo, ciò che ci rende ansiosi. Si potrebbe definire “morte” il sentirsi in difficoltà, imbarazzati e a disagio. Un’altra descrizione della morte, quella cosa che ci terrorizza tanto, potrebbe essere la confusione totale, il non sapere assolutamente quale strada prendere. Vogliamo sempre sapere cosa ci aspetta.

La mente è alla continua ricerca di zone di sicurezza., ma queste si dissolvono una dopo l’altra e allora ci affanniamo a costruirne di nuove. Dissipiamo tutte le nostre energie e sprechiamo la vita nel cercare di ricreare queste zone franche, che però non durano mai. Questo è il samsara.

L’opposto del samsara è quando tutti i muri crollano, il bozzolo si dissolve completamente, quando siamo totalmente aperti a qualsiasi cosa possa accadere, senza tirarci indietro, senza fissarci su noi stessi. E’ ciò a cui aspiriamo, la via del guerriero. E’ ciò che ci scuote e ci ispira: saltare, essere sbattuti fuori dal nido, passare attraverso i rituali iniziatici, crescere, entrare in una dimensione sconosciuta e imprevedibile. Da questo punto di vista, la morte diventa la comodità, la sicurezza, il bozzolo, l’essere incapsulati come una vitamina. Questa è la morte. Il samsara rappresenta il preferire la morte alla vita.(…)

Quando vi ritrovate davanti il solito, vecchio senso di ansia, quando il vostro mondo si sta disintegrando e non vi sentite più all’altezza dell’immagine che avete di voi stessi, quando tutti vi irritano perché non fanno quello che volete voi, anzi sembrano mettervi il bastone fra le ruote, quando proprio non vi piacete e non vi piace nessun altro, quando la vostra vita è tutta uno squilibrio emotivo, confusione e conflitto, a questo punto ricordatevi che vi trovate in tale tempesta emotiva proprio perché state facendo rotta, in modo più o meno deciso, verso la comodità.

Radiografie – Mr Beaver, di Jodie Foster

lunedì 6 giugno 2011

Quanta parte di noi possiamo perdere rimanendo noi? Senza una mano, senza un occhio, senza tutto quello che ci fa sentire di essere quello che siamo. Con che cosa coincidiamo veramente? Che cosa di noi è essenzialmente noi? Mr. Beaver, l’ultimo film girato e recitato da Jodie Foster, ci pone questa domanda con la forza disarmata della verità. Walter Black, un uomo depresso e incapace di venire a capo di se stesso, conduce una fallimentare esperienza professionale alla guida della grande azienda di giocattoli ereditata dal padre. Vanno a rotoli sia l’azienda che la famiglia e il film parte dall’epilogo del matrimonio.

E’ attraverso il pupazzo di un castoro trovato nel bidone della spazzatura che Walter Black ricomincia a parlare con se stesso e quindi con gli altri. Vedere una parte di noi fuori di noi e poterci parlare ci permette di non identificarci con essa. Ma il gioco non può andare molto avanti. Non si può accettare in una vita familiare e coniugale una persona con un pupazzo sempre infilato sul braccio che risponde al posto e per conto suo.

Così, dopo le mille peripezie della storia – su e giù aziendali e familiari con complicazioni per il figlio maggiore che attraversa un amore difficile – la vita torna con la sua domanda primitiva: tu chi sei veramente?

Inutile perdersi nei rigiri della trama.

Il film di Jodie Foster non è del tutto riuscito. Non è un film indimenticabile ma contiene alcune cose indimenticabili. La prima è l’inquietudine che lo attraversa anche linguisticamente. Con una regia sempre composta – e un filo banale – Jodie Foster ci accompagna per un lungo tratto in una storia fondamentalmente per ragazzini. Famiglia che si ricompone con il pupazzo che parla in vece del padre. Poi però il film si frattura. Questa è la sua imperfezione maggiore e il suo maggior fascino. Walter capisce che non riesce più a controllare il pupazzo che prima lo aveva tanto aiutato. Ora il castoro si è preso tutta la sua persona ed è un vulcano di bizze e aggressività. La vita di Walter è perduta perché non è più libera. E’ così che arriva la svolta decisiva. Walter si sega il braccio – ormai usurpato dal pupazzo – con la sega elettrica del box. Le immagini non sono truculente, tutt’altro. Ma il film prende una traiettoria emotiva livida e affascinante.

Ci sono parti di noi che non riusciamo a correggere. Parti di noi che ci tengono schiavi. Parti che tengono in scacco la nostra libertà. Questo film parla della difficoltà e del coraggio di amputare quel che non riusciamo a cambiare. Molti elementi nel film fanno riferimento alla spazzatura e ai rifiuti. Il pupazzo come detto appare in un cassonetto e Walter ci si riconosce, lo prende perché sente che quello lì, quello trovato tra i rifiuti nel cassonetto di notte, è lui. E’ uno specchio. Il fatto che lui lo prenda ci mostra la direzione della sua volontà. Vuole uscirne, vuole tirarsi fuori come tira fuori dal cassonetto il pupazzo. Ma c’è come detto una parte davvero nera – Walter Black nel suo stesso nome – nel film. Quella del lutto cui Walter va incontro. Cambiare e uscire diversi da una situazione significa morire alla nostra identità precedente. Walter va davvero incontro ad una sorta di morte.

Poi c’è un’altra linea narrativa. Quella che racconta il rapporto tra padre e figlio. Walter e Porter. Nomi assonanti per suggerire la somiglianza. Porter affigge post it al muro della sua camera. Su ognuno annota una somiglianza che scopre di avere con suo padre. Nessuna di queste naturalmente è positiva. Il cammino del ragazzo verso la libertà è quindi ancora più difficile di quello del padre, entra in gioco la paura di essere segnato dentro, di essere sbagliato, di non poter essere se stesso in quanto già tarato dalla discendenza paterna. Tutto questo porta il ragazzo ad avere come orizzonte più l’indipendenza dalla figura paterna che la libertà vera e propria.

Nel finale si abbracceranno. Ho già letto in rete commenti negativi al riguardo: Jodie Foster buonista, melensa. Non sono d’accordo. Il percorso di Walter è duro e doloroso. E – forse con troppa semplicità simbolica – ci racconta di un personaggio che sceglie di separarsi da una parte di sé pur di non separarsi dagli altri. Ecco, qui forse c’è un primo orizzonte di libertà vera. Buttare via, sapersi staccare, saper dire addio a qualcosa che è sempre stata parte di noi. Accettarsi con il fallimento di non essere riusciti a guarire ogni ferita e ogni dipendenza. Era il rapporto con se stesso che mancava a Walter. Ora che l’ha raggiunto, ottiene di conseguenza anche quello con suo figlio.

E’ vero, il film sottolinea i nessi simbolici con troppa evidenza. Ma è un film per ragazzi – non piccoli – che tocca anche gli adulti che li accompagnano. Una certa facilità è opportuna in questi casi. Casomai mi pongo qualche domanda sull’inquietudine che questo lavoro lascia. Perché onestamente ho trovato il film mal posizionato con la pubblicità. Rischia di convocare in sala un pubblico non del tutto centrato e di lasciarlo turbato e perplesso. E’ un piccolo esperimento di confine, con Mel Gibson raramente così vero e Jodie Foster che fa giusto quel che deve, occupata a stare dietro la macchina da presa. Il filmone non le è riuscito ma ci manda via con un pensiero d’affetto verso quella parte di noi che sta nel cassonetto interiore della vergogna e del rifiuto. Un film solidale anche con i nostri lati sbagliati, anche con quelli con i quali non riusciamo ad essere solidali noi stessi.

Lo spunto di oggi – Qualche pensiero sul vento cambiato

giovedì 2 giugno 2011

Ho sentito parlare gente in questi giorni. Ho letto e ascoltato. E maturato qualche riflessione che mi piace condividere, sebbene questo non sia un luogo di dibattito politico. Ma la situazione che si è verificata non è solo politica ed è di proporzioni che erano inimmaginabili fino a pochi giorni fa sia dai vincitori che dagli sconfitti. Fondamentalmente è alla gente del centrodestra che mi rivolgo. Penso che per voi il 30 maggio 2011 sia stata una buona giornata. Una di quelle che può restituirvi l’identità di cui ognuno di noi ha bisogno per vivere. Un elettore di sinistra sa bene che cosa significhi non averne una, non riuscire ad identificarsi in nessun politico, in nessuno schieramento. Perciò dentro di me non rido quando vedo la rabbia e lo scoramento di amici dell’altra parte.

Ma qualche domanda mi viene.

Come si può non capire – per esempio – che la situazione planetaria sta imponendo una trasmigrazione epocale che cambierà per sempre la distribuzione delle razze e delle culture, che nessuna Guardia Costiera potrà mai arginare un fenomeno storico che riguarda milioni di persone? Come si può rispondere fora di ball a questo tsunami etnico cui stiamo assistendo? Fermeremo l’ondata con la motovedetta e la Fini – Bossi?

Come si può non capire che la Storia ha superato l’idea dell’Italia degli Italiani e ruota attorno a quella di Mondo degli Uomini? Nella coalizione del Fora di ball ci sono anche gli amici ciellini, amici credenti. Davvero non riusciamo a immaginare cosa possa significare mettere un bambino su un barcone? Non vi viene il sospetto che stia scappando da qualcosa di ancora peggiore che un viaggio ad alto rischio di morte? Qualche ciellino che eventualmente leggesse potrebbe spiegarmi la compatibilità del rimpatrio dei più disgraziati con Gesù Cristo? Non era quello nato nella grotta perché nessuno degli uomini lo voleva? Qualche Cattolico può spiegarmi perché un Papa non prenda una posizione chiara e irrefutabile su questa situazione?

Già che sono sull’argomento proseguo. So che molti cattolici hanno votato a destra per le questioni morali. Aborto, divorzio, rispetto della vita e della famiglia. Evito le ironie sulle famiglie dei leader del centro destra e sulle abitudini sessuali di alcuni di loro perché non mi interessa fare nessuna ironia. L’aborto è un momento terribile nella vita di una donna e rappresenta il momento finale della vita di un bimbo. E’ sconvolgente. E davvero si può pensare di ridurne il ricorso e l’incidenza proibendolo con una legge? Con le frontiere per l’europa a mezz’ora di volo? Sul serio? Con l’indotto di attività clandestine che l’abolizione dell’aborto comporterebbe? Siamo così sganciati dalla realtà che ci basta la presenza di una legge a pensare che il dolore sia curato e il male risolto? Non è meglio lavorare sui cuori, le menti, la maturazione paziente e difficile di ognuno di noi? Non è meglio creare una cultura innanzitutto di ascolto?

Ecco, ci sono alcune parole che vorrei ricominciare ad ascoltare. Una di queste è la parola allievo. Potranno tornare a chiamarsi allievi dopo che ci siamo smarriti per qualche anno chiamandoli clienti? Potremo parlare di nuovo di percorso didattico dopo che ci siamo confusi con il contratto formativo? Un’altra parola che rivoglio è la parola malato. O paziente. Era finito – e ancora ci si trova – nello stesso cargo dell’allievo: un cliente. Il primario potrà tornare ad essere un primario senza dover fare il manager? Potremo tornare a fruire dei giorni di degenza necessari nel post operazione senza essere rimandati a casa perché l’intervento rende e la degenza costa e bisogna fare spazio al paziente successivo? Un ospedale sarà di nuovo se stesso dopo l’abbaglio della trasformazione in azienda?

Come si può non domandarsi da che presupposto possa venire fuori l’idea di privatizzare l’acqua? Ma davvero vogliamo diventare clienti anche quando abbiamo sete? Anche quando ci laviamo la faccia? Che tipo di mondo abbiamo in mente? Capisco ai piani alti, ma alla base, gli elettori semplici, come fanno a non farsi venire il dubbio che tanta premura nel privatizzare tutto non abbia a che vedere con il desiderio di correggere le disfunzioni del settore pubblico ma con il mero scopo di lucro?

Sì, per il centrodestra il 30 maggio è stato un grande giorno. Questo arraffare, millantare, pubblicizzare, ingannare senza nessun ritegno di alcuni leader non fanno onore a quella destra seria, riflessiva, impegnata che non può non esistere. Che per primo mi auguro possa diventare il pungolo che dall’opposizione costringa la sinistra a migliorare i suoi cronici e disperanti difetti di organizzazione, comunicazione e funzionalità.

Succederanno anche cose brutte in questi cinque anni. Pisapia è un essere umano e non pensa di vivere fino a 120 anni. Lo sappiamo. Sbaglierà e sbaglieranno i suoi, è nel conto e speriamo che alla fine questo conto rimanga positivo comunque. Ma scommetto che tra cinque anni nessun comunista avrà mangiato un bambino. Che gli spinelli gireranno fra i giovani né più né meno di oggi, perché realisticamente sarà così. Che se gli islamici faranno qualche attentato la cosa non sarà connessa ad una eventuale nuova moschea ma ad equilibri ben più problematici e complessi e planetari. Che le brigate rosse non prenderanno in mano le magistrature.

Spero che questi anni ci porteranno a bere un bicchiere d’acqua quando abbiamo sete pensando che stiamo fruendo di un diritto degli esseri umani, che lavoreremo con pazienti e allievi senza pensare alla soddisfazione del cliente ma alle esigenze della persona che abbiamo di fronte, che un extracomunitario trovi l’aiuto di cui ha bisogno e che se non lo troverà non sia perché è extracomunitario. Spero che la Chiesa torni a rappresentare la follia dell’amore totale e senza calcoli perché tra l’altro è questo che dovrebbe rappresentare invece di intristirsi e collezionare figure imbarazzanti con le sue connivenze sbagliate.

Abbiamo l’occasione di rinascere. Milano – e le altre città – la Sinistra che deve provare a governare e la Destra che deve rifondarsi e ridefinirsi. Un buon momento per tutti, al di là di chi ha vinto e di chi ha perso. In questo, sì, il vento è cambiato.