Archivio di marzo 2012

Tonino Guerra, ancora.

mercoledì 21 marzo 2012

Tonino Guerra.

Tonino Guerra

mercoledì 21 marzo 2012

Come direbbe Flaiano. “Coraggio, il meglio è passato”.

Lo spunto di oggi – La ferita del mondo

lunedì 12 marzo 2012

Non è successo con facilità e nemmeno con rapidità. Per anni molti autori non mi sono piaciuti, non li capivo e del resto nemmeno ora sono tra i miei preferiti. Tutti quelli che sono eminentemente autori “sociali”. Pasolini, Brecht. Mille altri. Lontani da me. Grandi, per carità. Ma non mi accendevano. Non mi riguardavano e comunque ho sempre trovato che gli autori troppo identificati con la propria battaglia sociale invecchiassero prima e peggio di tutti gli altri.

Perché alla fine rimangono solo le storie.  Quelle fatte di persone che desiderano, amano, agiscono e vincono o perdono con tutti se stessi. Amavo molto Il Grido di Antonioni. Ma lì la storia sociale era la storia di un uomo. E il neorealismo, ma perché non ci vedevo un affresco popolare e politico, bensì la storia struggente e bellissima di uomini e donne. Di persone vere con i loro drammi specifici. E poi troppo di frequente, nei film o nelle storie di lotta sociale, l’interiorità dei personaggi non è sviluppata con sufficiente amore. Trovo che molto spesso chi racconta storie di questo genere pensi che basti parlare di un tema forte per avere una buona storia. Disoccupazione, violenza sulle donne, discriminazione. Hai già un buon film solo perché sostieni o accusi, solo perché lotti contro o a favore.

Con il senno di poi era evidente che non potessero piacermi più di tanto. Ancora non capivo perché ma oggi so che quello che mi accende in una storia è l’assegnazione di significati ai fatti. E’ lo sguardo unico, specifico, luminoso di un personaggio. Senza né ragione né torto, solo con verità. Credo sia per questo che il mio primo grande amore – ma davvero una passione senza limiti – sia stata la Nouvelle Vague. Perché lì le emozioni dettano i fatti del mondo. E’ pura interiorità estroflessa. Anche lì c’erano livelli diversi naturalmente. Non tutta la Nouvelle Vague è Truffaut.

Il paradosso è che una delle qualità che Truffaut ha rispetto ad altri è proprio la sua dimensione sociale. I 400 colpi raccontano un bambino e raccontano un mondo intero di disagio e di fatica. E molti dei loro più bravi autori all’inizio erano cine-giornalisti, quasi cugini dei nostri neorealisti. In qualche modo l’intensità dello scavo interiore veniva arrotondata e assestata sulla base di un contesto sociale e storico.

Poi con gli anni qualcosa è successo. Fotografie, filmati. Telegiornali, credo. Anche internet. E pian piano ho sentito più vicini autori come Pasolini e Brecht, per i quali non credo che farò comunque mai una malattia. Ma quando vedi le facce delle donne picchiate o violentate, dei diseredati della terra che annaspano fra le macerie delle guerre, dei tornadi o degli tsunami; quando senti le voci e i racconti e provi ad estrarli dai palinsesti in cui sono frullati, se immagini che una di queste persone sia seduta a tavola con te e ti parli direttamente… allora capisci che tutto un mondo di autori aveva ed ha un suo senso.

Ci vuole che scatti qualcosa. Una sorta di senso universale di umanità. Bisogna che uno arrivi a sentirsi parte integrante di un organismo che deve andare avanti insieme. Se l’Africa soffre tutti noi ne risentiamo, se non a livello concreto a livello umano e spirituale. Che prima o poi diventa concreto. Se i bambini cinesi lavorano in condizioni spaventose, se le donne di paesi come il nostro vengono picchiate nel segreto delle case, se la mafia, se i giochi di potere sempre più pericolosi e perversi, se l’abbrutimento culturale, se i soldi per gli armamenti…. se tutto questo insieme continua a succedere, anche la mia sfera intima reagisce. Se faccio parte davvero, con la pancia, di questa comunità che è il pianeta, anche le mie storie respirano questo clima globale.

Ecco devo dire che questo – quando ero giovane – non lo sapevo. Non potrò raccontare ai miei figli – difatti non lo faccio – quant’era dura ai miei tempi. Nella mia storia personale non è mai stata dura. Lo è di più adesso. Eppure in questa durezza c’è qualcosa che mi fa sentire molto meglio di quando ero giovane. Mi fa sentire parte collaborante con questo sistema che non funziona ma che deve trovare il modo di resettarsi e di ripartire. Le storie sono piccole cose. Però se sopravvive Omero significa che non ci decidiamo mai a buttarle.

Sono partito dall’interiorità molto prima di sapere che fosse l’interiorità. Mi emozionava e questo mi bastava. Qualche tsunami dopo, questa interiorità si è connessa con il mondo, con le ingiustizie sociali, con le piaghe della terra. E la ferita del personaggio per me ora è il riflesso della ferita del mondo. Ognuno di noi porta in sé il dolore di tutto il pianeta, anche se è dalla parte dei privilegiati: da una parte della terra il dolore è mancanza di beni, dall’altra è mancanza di bene. Il ragazzino americano obeso da una parte e il suo coetaneo scheletrico in Africa sono due personaggi che assumono su di sé le caratteristiche della loro parte di mondo. Dopo tanti anni che l’ho visto, non smetto di ripensare a Perchè Bodhi Dharma è partito per l’oriente: “Io so che nell’Universo non sono niente. Ma so che nell’Universo non c’è niente che non sia io”.

Lo spunto di oggi – Mareblu

martedì 6 marzo 2012

Leggo attraverso l’amica Elisabetta Bucciarelli di questa presa di posizione di Mareblu. Non voglio perdere nemmeno un giorno per segnalare la cosa. Sarebbe bello che diventasse un orientamento nell’acquisto di tonno. Trovate la notizia qui. Spero che Mareblu terrà fede davvero agli impegni presi. Forse qualcosa sta finalmente cambiando, piano piano…

Lo spunto di oggi – 3×3

lunedì 5 marzo 2012

Un corto meraviglioso. Buon sorriso a tutti, buona settimana! Qui.

Lo spunto di oggi – James Hillman

giovedì 1 marzo 2012

“C’è poi il potere del piacere. Che presa dominante ha sul modo di concepire la nostra giornata! Non mi riferisco soltanto a quello che mangiamo, a quello che indossiamo o al modo in cui passiamo le serate. Penso piuttosto al potere dei colori e dei sapori, delle chiacchiere sulle nostre minime reazioni e osservazioni; penso al potere della sensualità, dell’intelligenza, dell’affetto e dell’amicizia – i piaceri che muovono il corpo e l’anima e che possono benissimo essere la meta finale di ogni altra nostra azione. Il piacere, come la bellezza e l’ordine, è uno dei grandi poteri che muovono il cosmo. Riconoscendo il Lustprinzip, il principio del piacere che cerca di dare gioia erotica a ogni atto, come una forza alla radice dell’anima, Freud dette al piacere la dignità di Principe del Potere, non di Principe delle Tenebre. Il fatto che il principio del piacere sia stato contrapposto all’etica del lavoro li umilia entrambi, riducendo il lavoro a schiavitù e il piacere a una sorta di infantile marinare la scuola; ci porta inoltre a considerare il piacere come un decadente parassita che fiacca la forza del potere.

Mai l’opposizione fra il lavoro e il piacere diventa così evidente, e a volte assurda, come nella difesa del luogo di lavoro dalle incursioni di Venere / Afrodite, in quella forma degradata che sono le molestie sessuali. Se immaginiamo che questa dea del piacere vuole che la sensualità e lo scherzo erotico trovino ovunque un posto nella vita, allora è naturale che cerchi di entrare, in un modo o in un altro, in ogni luogo da dove è stata bandita. Allora l’interrogativo non è più come impedire che le molestie sessuali disturbino i luoghi di lavoro, ma è piuttosto: perché l’idea di lavoro dev’essere così scissa dal piacere?

Perché l’eros, la bellezza, la frivolezza, la dolcezza, la sensualità, la seduzione, il fascino, il flirt devono essere marginalizzati nei bar dei single o in zona di guerra, in modo che il lavoro possa essere gestito da una puritana schiera di abiti grigi, con camicie Oxford e scarpe cordovane? I miti ci dicono che ogni attività, come il lavoro d’ufficio, che proibisce la presenza di Afrodite sollecita la vendetta della dea, che non vive soltanto nei templi del passato ma anche nel tempio dell’anima, la metafora filosofica per il corpo.

“Buon divertimento” dice la cameriera. Perché non lo dice anche il padrone, quando ti siedi al lavoro? E non soltanto trarre piacere dal lavoro, ma anche dare piacere, come un amante. Non è questa forse una capacità di potere, come il controllo, la leadership o l’ascendente? Che dire di un altro tipo di attività, come l’insegnamento o il giardinaggio? O l’assistenza post-operatoria? Nel loro campo, insegnanti e giardinieri esercitano un potere immenso.

Dominano e controllano sì, con la matita rossa e le forbici per potare, ma non devono sottomettere gli oggetti delle loro cure. Un’infermiera accudisce un paziente immobile: dispotismo, tirannia, intimorimento sono tutti elementi potenzialmente presenti, ma il suo potere, come quello dell’insegnante e del giardiniere, consiste nel prendersi cura della vita di chi le è stato affidato.  I moventi e l’atmosfera del suo agire sono radicalmente differenti dai tipi di potere che abbiamo esaminato. La manutenzione, come incremento dell’energia, costituisce un altro esempio del prendersi cura come potere. Inoltre, avrete sicuramente notato quante attività elencate sotto la voce manutenzione – insegnare, prendersi cura, accudire, pulire, riparare – sono state per così lungo tempo associate alle donne o assegnate loro come lavori femminili.

L’intero concetto dell’agire va rivisto. (…) Il potere di concepire, di far sviluppare, di mettere al mondo e poi di nutrire, proteggere e far crescere un’altra vita, corrisponde a un genere quotidiano di potere incomparabilmente efficace, quello di una madre se lo intendiamo alla lettera, ma anche di genere diverso se lo interpretiamo metaforicamente.”