Archivio della Categoria 'Embrioni'

Lo spunto di oggi – L’oroscopo

domenica 20 aprile 2008

 

 

 

    E’ una mattina ingannevole, con il sole che illude e un vento basso che fila per le strade e scivola nei colli senza più sciarpe. Il bar promette una tregua di schiuma calda sul caffè e di profumo di cioccolato. Lorena ci sta ancora pensando mentre il barista la serve. Un incontro importante, oggi. Non sa più bene che trigono, casa o pianeta, ma qualcosa dal cielo glie l’avrebbe servito su un piatto d’argento. Oscar delle Stelle l’aveva detto dalla radiosveglia un’ora prima.

    Probabilmente sarebbe avvenuto a pausa pranzo. Forse quel Domenico che l’aveva incuriosita da un po’. Stessa mensa, azienda diversa. Niente vera al dito. Poche parole, qualche sorriso. Educato. Guardava con scrupolo il cibo e ne sceglieva poco. Doveva cucinare bene. Non aveva niente di che, ma una sera Lorena si scoprì ad immaginarlo lì, nella sua cucina, a prepararle la cena.

    Il pensiero era partito prima. Sdraiata nella vasca con i piedi fuori dall’acqua, aveva pensato che la cosa brutta dello stare sola era non avere qualcuno che le massaggiasse i piedi. Mirko le porge il caffè e Lorena torna al presente. Si conoscono da quasi tre anni. Si informa sempre di lei. Ma stamattina comincia Lorena.

  • “Tu l’ ascolti l’oroscopo ?”
  • “Lo ascolto all’inizio, ma io sono il penultimo segno e son già distratto ai Gemelli. Tu sì?”
  • “Ogni tanto. Ma non ci credo. Cioè lo ascolto ma dopo non ci credo”.

    La porta  si apre ed entra Roberto, sessant’anni circa, imbolsito, con gli occhi pesti. Chiede un caffè ristretto con una voce da influenza furiosa. Si siede al bancone, posa il bastone e tira fuori il giornale. Pochi movimenti goffi bastano a capire quanto tenga a quel momento tutto suo. Tra dieci  minuti sarebbero cominciati l’ufficio, le sue segretarie, e oggi anche la riunione con i francesi. Dieci minuti per mettersi in un angolo e sverginare il Corriere nuovo di zecca. Lorena lo guarda un momento e beve il suo caffè, ormai la confidenza dell’oroscopo è stata interrotta.

    Roberto tossisce e medita sui titoli. Lorena torna a guardarlo. Lo fissa. Poi le scende una lacrima calda, è come se il suo corpo avesse ricordato prima di lei. Lascia la borsetta sul bancone e si avvicina a Roberto. Si ferma accanto a lui. Roberto se ne accorge.

  • “Beh ?”
  • “Buongiorno – sussurra Lorena – si ricorda di me ?”

Roberto vede i suoi dieci minuti messi a repentaglio:

  • “Ha bisogno qualcosa ?”
  • “Nove anni fa. Si ricorda ? Agosto. Lei estrasse mia madre dall’incendio di casa nostra”.

Roberto toglie gli occhiali. Rimane a fissare Lorena.

  • “Agosto 1999… – il suo viso si illumina – Viale Umbria… ?”

Lorena sorride appena.

  • “12 agosto 1999, 23.30. Lei mi gridò di spostarmi per farla passare. Portava sulla lettiga mia madre”.

Mirko non può fare a meno di fermarsi e ascoltare.

Roberto le tende la mano lentamente.

  • “Come sta signora…”
  • “Signorina… – cerca di sdrammatizzare Lorena -  Io bene. Lei… ?” – sbircia il bastone appoggiato vicino.
  • “E’ stato il mio ultimo anno da volontario della Croce Rossa. Poi mi sono fatto male io…”
  • “Mi dispiace”
  • “Macché. Scivolato sugli scogli, ho fatto un bel volo e mi sono rotto il bacino. Sua madre arrivò viva all’ospedale…”  – E rimane a guardare Lorena in attesa del finale.

Lorena scuote lievemente la testa di capelli rossi.

  • “Non mi crede nessuno ma fin da qualche giorno prima dell’incendio mi sentivo che le sarebbe successo qualcosa di brutto”.
  • “Le credo.  – la incoraggia Roberto – Quando capita a me cerco di non pensarci. Io credo molto ai sentimenti e ai presentimenti. Ma poi non li ascolto”

    Cinque minuti dopo, Lorena cammina per strada. Sole e vento freddo giocano a rendere la vita impossibile. Procede con una strana euforia verso l’ufficio, tra cose che ascolta senza credere, e cose che crede senza ascoltare.

    Lorena non l’ho mai vista. Ma Roberto era proprio lì, nel bar vicino al mio studio.  Nessuno l’ha disturbato mentre leggeva il Corriere. Ma lui era lì, per aprirmi la porta di una storia…

 

 

 

 

Lo spunto di oggi – Le nuvole che ci dicono il tempo

domenica 6 aprile 2008

 

 

 

    Giorgio ha 53 anni. La mattina si guarda allo specchio e intanto si aggiusta il nodo della cravatta con la precisione veloce dei gesti a memoria. E si piace. Un po’ sovrappeso però dai, un bell’uomo. Ancora abbastanza giovane e con una carriera perfettamente riuscita. Manager di una multinazionale alimentare, di proprietà di un’altra multinazionale con la quale mette in scena una finta concorrenza. Una vita sempre in giro per stare lontano con eleganza dal vuoto di casa.

    Ora però c’è Sofia. Con il piccolo Luca. Più che un incontro una magia. Dopo oltre dieci anni passati con la quasi anoressica Claudia a sperare l’arrivo di un figlio, dopo gli esami, le crisi, le speranze e gli sconforti. Alla fine era evaporato tutto, nessuna traccia di quello che erano stati e che avrebbero voluto essere Giorgio e Claudia. Una sera di ritorno dal cinema Claudia non si decideva a scendere dalla macchina e Giorgio fece il giro per aprirle la portiera da fuori. Ma lei abbassò il finestrino per dirgli che aspettava un figlio da un altro.

     Qualche anno di amiche veloci e di vuoto, poi era apparsa Sofia. Separata, con il piccolo Luca in braccio, lì in coda davanti a lui, alla Posta. Giorgio ride spesso di quell’incontro: lui manager di destra che si ritrova a dover ringraziare le inadempienze dello Stato per la sua felicità. Così, adesso, anche lui avrebbe avuto un figlio. La vita glie lo stava offrendo con l’amore in un solo treno.

    Adesso Luca ha 10 anni, una frangetta bionda luminosa come un campo di grano. E stamattina ha la febbre. Sofia gli sta accanto e come sempre in queste occasioni delega a Giorgio le mansioni più concrete e più spicce. C’è una corsia preferenziale tra madre e figlio nella quale lui non può e non riesce ad entrare. “Mettimi questa a lavare per favore, mi è caduta”. Giorgio prende la calza di Luca e va per metterla nel cesto della roba sporca. Ma intanto che ci va di nuovo la voce di Sofia lo raggiunge: “Ricordati il vetro e la carta”.

    Giorgio si ferma e prende i due sacchi. “Allora ciao”. Sofia non risponde, è china sulla fronte sudata di Luca. In ascensore, Giorgio ha tempo per sentire che Luca non è suo figlio e non lo diventerà mai. Che a Claudia e a Sofia sì, ma a lui no, la vita un figlio non glie l’aveva dato. Tanto valeva dirselo.

    Apre il cassonetto del vetro e scarica le bottiglie. E’ il turno della carta. E’ allora che si rende conto di avere ancora la calza tra le dita. La calza di quel bambino che lo chiama solo “Giorgio”. E’ un lampo. Butta con una stizza tranquilla anche i due sacchetti di plastica nel cassonetto della carta, e ci lascia cadere sopra anche la calza. Lascia ricadere il coperchio come fosse una pietra su uno scarafaggio, e si avvia. Fruga con le mani finalmente libere nelle tasche del suo giubbotto. Cerca le chiavi dell’Audi.

    E’ così che l’ho trovata stamattina, la calza. Sopra due sacchetti di plastica nel raccoglitore della carta. Non ho idea di chi ce l’abbia messa né tantomeno del perché. Ma in qualche modo deve pur esserci arrivata e quella di Giorgio è soltanto una possibilità.

    Le storie sono nei dettagli incongruenti. Capiamo il tempo che farà dalle nuvole, non dal cielo sereno. C’è un sacco di verità nelle cose fuori posto, nei fastidi, nelle contraddizioni. Calze nei cassonetti della carta. Non mi sarebbe venuto in mente. Mai.

     

Embrioni – Senza Fretta

giovedì 1 febbraio 2007

 

 

    Roberta mica guarda. Quando sente l’acqua traboccare fa un giro svelto col dito lungo le pareti del bicchiere e lo gira capovolto sul bancone. Forse oggi si va a prendere un vestito, una cosina per la primavera che arriva. Certo con il cielo così piatto e bianco non vale la pena di nessun vestito. Il porto è ancora addormentato, e Roberta pensa che quando le nuvole si tengono così strette anche i rumori si fanno più cauti.

    Sono madre e figlia, e basta. Il bar a metà mattina è di nessuno, già lontano dalle colazioni e ancora al largo dai panini veloci del pranzo. Un bar di porto va come il mare, come i pescatori: a metà fra le cose che si toccano e si vedono, senza terra. Solo madre e figlia. Ottanta e sessant’anni circa. Al tavolino sotto il finestrone. La madre si muove a piccoli scatti e fra l’uno e l’altro resta come in fotografia. La figlia parla al cellulare, uno di quelli così piccoli che sembra stia raccogliendo le parole in mano, parole veloci e sommesse. Senza fretta, Roberta lo vede benissimo che al dito porta due vere, quella più larga tenuta all’interno, quella più stretta a bloccarla, sullo stesso dito. Chi glie l’aveva detto che ai morti gli anelli si tolgono subito ? E’ l’ultima cosa urgente da fare.

    Giuseppe viene a prenderla dopo il pranzo, fanno un giro lì intorno. Dice che le deve parlare. Forse Roberta se l’immagina già cos’ha da dirle. Ma non ci sta su, per paura di finire a sperarlo. Uno alla volta i bicchieri fra le sue mani si girano tutti e poi l’asciugamano veloce, che madre e figlia stanno aspettando. Sempre qualcuno le aveva detto che è molto più facile piacersi che capirsi, ma adesso Giuseppe arriva con la sua cosa da dirle e lei si sente a metà: lontana dalla calma di prima, ancora al largo dal porto delle parole di lui.

    Due gelati al limone. Li avete ? La madre ha una breve speranza negli occhi, chissà che si aspetta dal gelato. Chissà che mi aspetto io da Giuseppe, pensa Roberta. Sì, due al limone allora ? L’altra annuisce dall’alcova della sua mano che tiene il cellulare come una coccola al viso. Com’è essere vedova e figlia, stare a metà fra due porti girati al contrario, al largo e lontana dall’inizio e dalla fine dei viaggi ? Si deve stare scomodi, con i bagagli in giro per i giorni, senza poter smettere quelli di prima e senza poter mettere quelli di poi, quelli definitivi, quelli della madre in attesa di gelato al limone. Come si deve stare in attesa di stagione nuova ?

    Qualcuno le aveva detto: ti auguro una vita piena di giorni, giorni pieni di parole, parole piene d’amore. Ti auguro tante parole d’amore. Sua nonna, questo sì che se lo ricorda. Glie l’aveva augurato sua nonna, che come tante aveva lasciato un uomo al mare, tirato via da un giorno sbagliato.
Roberta comincia ad affettare i francesi, le piace la farina sulle dita. Le piacciono le briciole che saltano via, che rimbalzano. Oggi poi stacca prima, che viene Giuseppe che le deve dire una cosa, e non pulirà nemmeno. Oggi è festa, speranza, attesa.

    La madre sta con il cono quasi finito, adagiato nel letto della mano. Lo sbertuccia pezzo per pezzo e lo porta alla bocca. Dentro c’è un resto di gelato tremante, effimero. La figlia la guarda che non si sporchi. La figlia ha finito. La telefonata e il gelato, che nei cambi di stagione c’è sempre fretta. Roberta osserva il gesto che si ripete dal cono alla bocca, pezzo per pezzo sollevato, verso quel tesoro gelido e dolce che si scioglie. Con gesto ripetuto, preciso, antico. A memoria. Dove l’aveva imparato ?

    Pezzo per pezzo di mattone della casa bombardata, le stesse mani bambine sotto la guerra; chi cercava là sotto, chi ci ha lasciato ? Bottone per bottone, con la stessa serietà le sue mani di ragazza davanti all’uomo che la desiderava. Pezzo per pezzo il pane alla figlia che imparava a masticare. Ecco cosa si aspettava dal gelato.
Forse va prendersi qualcosa per la stagione che cambia, Roberta. Pensa a qualcosa di rosso, con i bottoni, e magari delle scarpe che si accompagnino. Dopo, non ora. Oltre il porto sicuro delle parole di lui.
A stagione arrivata.

Embrioni – La Terra Che Non Gira – 3 -

martedì 21 novembre 2006

 

 

    Matteo svolta un angolo e finalmente… ecco il palazzo elegante in cui lavora la mamma. Il bambino si avvicina ma… dal marciapiede vede i tavolini all’aperto della trattoria vicina… la mamma è lì, con il suo capo. Mangiano e parlano piano. Sono eloquenti gli sguardi. La mano del dentista tiene quella della mamma. Matteo non era preparato al nuovo colpo. Rimane a guardare. Poi via, di corsa, come ha fatto il papà. Scappa Matteo, scappa!

    In ospedale la situazione è grave. L’intervento è riuscito ma Alessandro non si risveglia dal coma. La polizia però ha trovato i documenti dell’uomo. L’ospedale prova a chiamare la sua famiglia. Suona libero…. Il telefono squilla ma in casa non c’è nessuno…. Parte la segreteria… la cui voce giunge anche fuori dalla porta, dove Matteo è accucciato con la testa poggiata sullo zainetto. Sente la voce di un uomo: “Ospedale Fatebenefratelli, il signor…” Matteo è stanchissimo. Si asciuga gli occhi non vuole piangere. Riparte. E’ pomeriggio inoltrato, Milano si accende di lampioni e di fari.

Anna ha terminato il suo lavoro. Lo studio ora è vuoto. Il dentista si toglie il camice. Lei appende il proprio nell’armadietto e, richiudendolo, si ritrova di fronte l’uomo che, senza esitare, la bacia. Tra i due l’attrazione è troppo forte.

    L’elettrocardiogramma di Alessandro continua regolare, il respiratore soffia aritmicamente nel silenzio della stanza.

    Matteo corre con le sue ultime forze, entra in accettazione, chiede qualcosa. Gli viene indicata la rianimazione ma non si può entrare. Le infermiere lo trattengono e chiamano un medico. Matteo adesso parla con il dottore. “Dov’è la mamma ?” “E’ via per lavoro, non c’è”.

    Anna rientra a casa. Sulla soglia lo zainetto del figlio la insospettisce e la inquieta. Le luci sono stranamente spente… La donna chiama, ripete a voce alta il nome del marito e del figlio: nessuno risponde. Uno sguardo in giro: la segreteria telefonica pulsa.

Matteo entra con la mascherina nella stanza del papà. Si siede e rimane accanto a lui. Il medico chiude la porta e in corridoio si raccomanda all’infermiera: “Il bambino è scioccato, bisogna trovare la madre”.

Anna entra come una furia in ospedale. L’infermiera le dice di stare tranquilla. Sono lì suo marito e anche suo figlio. C’è stato un incidente.

    Anna adesso è bardata per entrare. Apre la porta della camera, Alessandro è nel letto con gli occhi chiusi. Ma il bambino non c’è più. In soggettiva, da sotto il letto di Alessandro, vediamo un grande agitarsi di piedi. ‘Era qui un momento fa’. ‘Dove può essere andato, nessuno l’ha visto ?’ ‘Era sotto shock, può essere tornato a casa in cerca di lei signora.’ ‘A casa ? Vengo da lì.’ ‘Magari è andato via ora…’ ‘Vado a cercarlo.’ Due piedi di uomo si avvicinano a quelli di Anna. “Stia qui signora, noi facciamo molto prima. Abbiamo l’indirizzo, mandiamo una volante”.

    Tutti escono, rimangono i piedi di Anna. Sotto il letto, lo sguardo di Matteo continua a seguire i passi della mamma. Il suo viso è senza espressione.

Anna ha gli occhi gonfi. Guarda il segnale dell’elettrocardiogramma. Poi si volta verso la finestra.

Fuori la città ribolle, anche di notte…

Titoli di coda. 

 

giovanni covini – sabrina gioda

Trattamento per un mediometraggio – settembre 2006

 

Embrioni – La Terra Che Non Gira – 2 -

venerdì 17 novembre 2006

 

 

    Un camion! Scappa Alessandro, scappa! Ora l’uomo può solo agire. L’istinto lo salverà. Una corsa folle senza guardare, paura, panico, ansia. Casa. La sicurezza è a casa: unico punto di riferimento.

    Matteo è in mezzo alla gente che ha attraversato insieme a lui. Ma dall’altra parte, quando riesce a vederci di nuovo, non c’è più nessuno. Il bambino si guarda intorno. “Papà….”

Lontano, il rumore di una frenata brusca con scontro finale. Ma Matteo sembra non sentirla nemmeno. C’è troppo stupore e confusione nella sua giovane mente.

    Anna arriva allo studio del dentista per cui lavora. Ferma l’auto e rimane a guardare il bel palazzo centrale in cui dovrà entrare. Un piccolo controllo nello specchietto: tutto a posto. Scende dalla vettura, chiude e attraversa con molta calma una strada ordinata con le macchine ferme sulla linea d’arresto al semaforo.

    Lo studio in cui lavora la donna è asettico, candido. Come il camice che ora indossa sopra il suo completo elegante. O il sorriso che deve mantenere per rassicurare il paziente, seduto di fronte al dentista. O gli strumenti che porge al dottore quando richiesto. Il dentista è delicato, sicuro. Ha una voce gentile, un’espressione rassicurante. E la donna, a volte, scivola su quelle note come i pazienti, anche lei in cerca di conforto.

    L’ambulanza corre. Alessandro ha il respiratore. E’ privo di coscienza. I paramedici gli cercano i documenti, ma non ne trovano. Possono essere finiti per terra nel volo che ha fatto, pare corresse in mezzo alla strada. Gli controllano il battito cardiaco.

    Matteo cammina… lentamente, con lo sguardo sbalordito dalla paura, ma senza recedere, senza piangere. Cammina verso casa. Arriva al portone, sale, suona. “Papà…”. Ma il papà non è in casa.

    Prima di ricevere un nuovo paziente si apre un dialogo intimo tra Anna e il suo capo. Sono parole cariche di fiducia e di paura. Lui è comprensivo, lei ha bisogno della sua comprensione. Anna racconta ciò che il dentista già conosce per altri momenti come quello, ancorati a frasi irrisolte tra le pareti dello studio. Lui ascolta sempre quella voce morbida che gli è entrata nel cuore. Lei parla delle notti passate accanto a un uomo di cui non conosce più il respiro o la voce. Di un uomo smarrito in sé, di una malattia senza causa, di un’anima a brandelli. Un uomo incapace di esistere, vittima di una stanchezza che toglie il fiato, che spezza le gambe, privo dello spirito necessario per stare tra la gente. Una malattia dall’esordio banale: la perdita di un padre, il distacco da un amico, un insuccesso sul lavoro: tutto potrebbe innescarla. Tutto e niente.

    Il dentista solleva un braccio, accarezza il volto della sua assistente, le asciuga le guance. Depressione. Se ne parla spesso ma viverla è un’altra storia. Il dottore invita a pranzo Anna. Lei non può dire di no.

    Alessandro prosegue la sua strada, ora è in una corsia d’ospedale, una barella che corre… Le porte si aprono, la lampada lo investe in tutta la sua violenza, ma i suoi occhi sono comunque chiusi.

    Matteo ha ripreso a camminare. Una strada interminabile. Che fa lentamente, mani in tasca, zaino lasciato davanti alla porta. Milano cambia nel passare dei minuti, l’ora di punta scema e le strade respirano un po’ di più. Ci avviamo al mezzogiorno.

    Anna siede ad un tavolino all’aperto. Di fronte a lei ora c’è un uomo elegante, di bell’aspetto che, senza il camice, quasi non pare nemmeno più il dottore di poco prima. Il bar è affollato, il servizio ai tavoli veloce. Adesso i due parlano del bambino, la donna spiega quanto sia stato facile l’inserimento alla scuola materna, quanto sia intelligente. Con un velo di preoccupazione la donna confessa quanta paura abbia che la depressione del padre incida sullo sviluppo psichico del bambino. Forse non avrebbe dovuto insistere affinché fosse lui a portarlo a scuola, non avrebbe dovuto prendere alla lettera lo psicologo… L’uomo frena le paure della donna posandole una mano sul braccio e accarezzandola piano. Le confessa di ammirare la sua forza. La invita a non pentirsi delle proprie scelte, anzi, dovrebbe sentirsi libera di fare, per una volta almeno, ciò che desidera veramente. Magari lasciandosi un po’ andare. Ci sono pesi che umanamente non si possono sostenere. La donna si incanta su queste ultime parole. L’invito è chiaro.

(Continua) 

Embrioni – La Terra Che Non Gira – 1 -

mercoledì 15 novembre 2006

 

 

    Nella sua stanza Anna, 35 anni, indossa un completo elegante: giacca e gonna in tinta. Lontano, oltre la finestra, lo sferragliare di un treno, una sopraelevata, grattaceli, i palazzi del centro, le vie cariche di colori, clacson, una ressa di persone asservite alla fretta.

Un bambino di circa 8 anni, Matteo, sistema  velocemente i propri libri in cartella. E’ emozionato.

    Un uomo, Alessandro, 40 anni, si fissa il nodo alla cravatta e si guarda, un po’ nervoso, allo specchio del bagno. Ogni tanto  sposta lo sguardo dallo specchio alla finestra… e Milano ribolle all’esterno con il suo cemento e il suo caos.

    Anna si applica il rossetto e stira le labbra in un sorriso obbligato di fronte allo specchio. Appena ha terminato il trucco, il suo viso torna serio. Pensa a qualcosa di preoccupante, anche se la sua voce è squillante e serena nel dirsi pronta ad uscire.

 

    Il sipario delle porte dell’ascensore si apre. Ecco la nostra famiglia allestita per il mondo, là fuori.

In strada, i tre si salutano. La mamma prende le chiavi dell’auto dalla borsa, il figlio le dà un bacio e cerca con la mano quella del papà. Alessandro accenna un sorriso alla moglie come a dire stai tranquilla. Una piccola indecisione, poi no, non si danno nessun bacio e se ne vanno con un sorriso non del tutto sereno.

Dall’alto, vediamo Anna andare a sinistra e gli altri due a destra. Il marciapiede rimane vuoto.

 

  Una bella passeggiata verso la scuola. Cartella in spalla, Matteo tempesta di domande e di scherzi il papà che sorride anche se appare come in tensione per qualcosa che potrebbe avvenire. L’uomo è sudato, cammina veloce, a tratti incerto, incollato al figlio per timore che ci si perda. Fa di tutto per controllarsi, per apparire naturale e sciolto agli occhi del bambino, ma la sua agitazione traspare ad ogni passo.

Nel traffico, all’improvviso qualcuno suona insistentemente un clacson a pochi metri dai due. Alessandro si gira di scatto, ferito, per accertarsi che non ce l’abbiano con lui. Non vede nessuno in particolare e il nervosismo e l’agitazione aumentano.

La strada continua il suo friggere normalmente.

  Matteo adesso ha una domanda. Come mai quando l’acqua bolle fa le bolle? Da dove arrivano? Sono forse nascoste nel fondo della pentola? Il papà non può non sapere questa cosa, il papà è un esperto di terra e di acqua, è un geologo. Nessuno in classe sa cosa significhi geologo, e Matteo l’ha dovuto spiegare a tutti.

Alessandro, lieto di doversi concentrare su qualcosa di diverso rispetto alla folla, alla strada, al traffico, che gli provoca tanta angoscia, inizia una spiegazione. Le sue parole escono calme, misurate. Il bambino sorride,
è felice dell’attenzione che il padre gli rivolge.

Poi, il marciapiede finisce.

    Le parole si spengono nella gola del padre: ora bisogna attraversare. C’è una moto che si infila tra due auto e fa un paio di metri di troppo. Un fischio del vigile, un semaforo che scatta. Frenata, clacson… Alessandro cede al panico. Tutto gira e sembra volergli finire addosso. Le auto, le persone, il risucchio dell’ignoto, il vortice dell’infinito, buio, vuoto, morte. Le coordinate si spengono, il rapporto con la realtà sfuma e lui ritorna ad essere singolo individuo in 
mezzo al nulla. Solo. Non sa più dov’è. In quel fondo di paura e desolazione la voce di Matteo risuona sottile, troppo sottile, e il suo visino appare al di là della strada: “Papà… attraversa papà… dai….”

(continua)