Archivio della Categoria 'Solo le parole – Libri'

Il libro di oggi – Non puoi piantare un chiodo nel cielo, di Lin-chi

lunedì 7 novembre 2011

Un intensissimo passaggio della lezione di Lin-chi. Una scuola vera e propria sulla forza del punto di vista, quando ci sembra che i fatti siano talmente grandi da poter essere soltanto subiti o nel migliore dei casi accettati. Invece è sempre il nostro punto di vista che li illumina e li crea per quello che significano.

“Qualunque cosa ti capiti, non permettere che ti sia imposta. Se ti abbandoni anche per un solo momento di dubbio, il demone ti entrerà nella mente. Anche un bodhisattva, quando comincia a dubitare, è preda del demone della nascita e della morte.

Impara a fermare i pensieri e a non cercare mai qualcosa al di fuori di te. Quando un oggetto appare, illuminalo con la tua luce. Devi soltanto aver fiducia in questa cosa che sta accadendo dentro di te proprio adesso. Al di fuori di questo non c’è niente.”

A Vernicefresca, la meravigliosa scuola di teatro di Avellino, dopo una cosa così direbbero ridendo: “Pausa”! Geniali, laggiù. Pausa.

Il libro di oggi – La fortuna non esiste, di Mario Calabresi

giovedì 27 ottobre 2011

“Da cinque giorni era cominciato un anno tumultuoso che avrebbe portato l’Italia in guerra. (…) Alle cinque del pomeriggio il dottor Buscaglino, di professione medico di famiglia, aveva finito il giro delle visite, quando decise di passare in via Pier Carlo Boggio 134 (…). Anche quel pomeriggio, nonostante fosse stata una giornata soleggiata, la temperatura era sotto lo zero e il termometro nella notte avrebbe fatto segnare -6.

Si fermò davanti al portone, si aggiustò i baffi rossi che erano il suo biglietto da visita, entrò nell’androne e chiese alla portinaia notizie della signora Marietta Cavadore e della sua gravidanza. La donna scosse la testa: “E’ caduta nel primo pomeriggio e ha perso la bambina. E’ nata morta.” “Perché, era femmina?” chiese istintivamente il medico. “Sì, ma non è sopravvissuta”.

Il dottor Buscaglino rimase immobile, era padre di due maschi, una figlia femmina era il sogno della sua vita, e gli sembrava terribilmente ingiusto che quel giorno il mondo avesse perso una bambina. Prese le scale, salì al secondo piano e suonò. (…) Entrò piano nella camera, Marietta giaceva a letto. Era scivolata in casa mentre era incinta di sei mesi e mezzo e aveva avuto un’emorragia. Il medico, arrivato quasi subito, era riuscito a bloccare il sangue, ma non aveva potuto evitare il parto spontaneo. Aveva dovuto registrare la perdita di una bambina venuta al mondo troppo prematura per poter sopravvivere.

Il dottor Buscaglino, con un certo imbarazzo, chiese dove fosse stata messa la neonata. Marietta non rispose neppure, Rosa fece un cenno con la testa indicando il mobile toilette con lo specchio: “Non sono ancora passati a prenderla”. Un fagotto fatto con le federe dei cuscini era appoggiato sul piano di marmo. Il dottore si avvicinò, lo aprì con cautela, si fermò a guardare la bambina con i palmi appoggiati sul marmo gelato, poi posò una mano sulla pancia della piccola per farle una carezza e ci fu un movimento: “Ma non è fredda: è tiepida”. La sollevò di scatto: “Disgraziati, ma questa bambina è mica morta, è viva.” “Ma non ha mai respirato, non ha pianto, non era neanche di sette mesi” gli rispose la nonna Rosa. “Non ha la forza per piangere, portatemi delle coperte, scaldiamola”.

Si mise a massaggiarla senza sosta, la avvolse nella lana e poi si avvicinò alla madre e, come in preda a una visione, cominciò a parlare in modo concitato: “Me la lascia portare a casa, ci voglio provare, non bisogna arrendersi: le costruirò una culla con la bambagia, le metto una lampada sopra, giorno e notte, le possiamo dare il latte con il contagocce”. Marietta fece sì con la testa, non aveva più parole, aveva perso e ritrovato la sua prima figlia, ma non voleva illudersi. Il medico strinse al petto il fagotto di lana e uscì di corsa. La portinaia sgranò gli occhi a vederlo passare con quell’involto che conteneva una bambina sotto il cappotto e lui le gridò: “Mandi qualcuno ad avvisare il becchino, non c’è più bisogno che venga”.

Era il 5 gennaio 1915, martedì. Maria Teresa, mia nonna, cominciò quel giorno, tra le braccia di un fascinoso medico dal pizzetto rosso, un’avventura che l’avrebbe portata a vedere l’elezione di Barack Obama. (…) “Ero un piccolo pollo che non aveva neppure la forza di piangere, ma sono arrivata fin qui perché ho incontrato un uomo che aveva voglia di scommettere sulla vita, che ebbe il coraggio di assumersi un rischio, di pensare con la sua testa e di non arrendersi quando gli altri mi davano per morta. Ho vissuto 94 anni, ma alla fine l’unica lezione che mi porto dentro è che non bisogna mollare mai. Mai arrendersi: bisogna essere curiosi, ambiziosi e artefici del proprio destino”.

Il libro di oggi – Corpi di scarto, di Elisabetta Bucciarelli

lunedì 28 marzo 2011

Non l’ho ancora letto e quindi nel merito non so. Ma i motivi che hanno mosso l’amica Liz a questo lavoro mi sembrano talmente precisi e belli che mi fa piacere darle luce anche qui nel mio piccolo spazio. Non so come sia il libro cara Liz, anche se conoscendoti lo posso immaginare. Ma ti ringrazio per averlo scritto, per aver detto perché l’hai scritto, per aver assunto una posizione chiara e netta.

Di seguito, le parole di Elisabetta per presentare Corpi di scarto.

Una chiamata si potrebbe definire. Un momento di percorso necessario. Una storia che doveva essere raccontata. Un modo per sentire che quello che faccio ha un senso. Questi ed altri (tanti) i motivi di questo mio “VerdeNero”, che tra due giorni sarà in libreria. Ha una copertina tenera, una bimba con un mazzo di mimose in mano e dentro alcuni personaggi che non mi abbandonano ancora adesso quando, a libro finito, dovrei aver trovato un po’ di pace.
Ho voglia di parlare di questa storia, che racconta di emarginazione e abbandoni. Di scarti e di scarto. Di sogni strappati all’immondizia. Di filosofie impure e dell’impuro come risorsa. Di chirurgie plastiche e di vergogne indotte.

A seguire parte delle intenzioni del progetto che sento importante, al di là del piccolo contributo che anche il mio libro potrà dare. Non mi interessa solo aver scritto un libro ma anche e soprattutto far parte di questo progetto.

VerdeNero è una iniziativa di sensibilizzazione sui fenomeni dell’ecomafia che nasce dalla collaborazione tra Edizioni Ambiente e Legambiente. Ecomafia significa un enorme giro d’affari che prospera sulla sottrazione illegale delle risorse ambientali, sui traffici di animali e opere d’arte, su abusivismi di ogni genere, si scioglie nei mille rivoli della cronaca giudiziaria e degli scandali, rendendo difficile ai non addetti ai lavori coglierne il volto, la dimensione complessiva e, infine, l’effettivo impatto sociale e culturale.

Un fenomeno tanto pervasivo quanto capace di mimetizzarsi nel quotidiano. Per questo Edizioni Ambiente e Legambiente sono convinte che sia necessario favorire un salto di qualità nel livello di informazione e consapevolezza della collettività rispetto a che cos’è l’ecomafia.

Il cuore di VerdeNero è una collana di libri che rappresenta l’incontro di un tema dai risvolti degni di un romanzo con il linguaggio che meglio di qualsiasi altro può descriverlo e renderlo accessibile a tutti: il noir. E grazie a Legambiente si trova anche documentazione relativa ai fenomeni reali, quelli che ogni anno vengono puntualmente descritti e denunciati nel Rapporto Ecomafia, e dove grazie al lavoro dell’agenzia Prospekt siamo in grado di presentare una suggestiva galleria fotografica.

VerdeNero è un progetto complesso, in cui la pubblicazione dei libri si connette a una fitta serie di iniziative sempre centrate sulla denuncia delle ecomafie, ma attuate secondo modalità diverse e da numerosi soggetti.

VerdeNero è un contenitore aperto, che offre a chi voglia mobilitarsi contro la “gestione” illegale del bene comune uno strumento formidabile: le storie scritte da alcuni tra i migliori autori italiani.

Il libro di oggi – La ferita dei non amati, di Peter Schellenbaum

giovedì 3 febbraio 2011

“(…) “Tutti mi amano”. Questa breve frase viene spesso pronunciata con un tono di voce un po’ troppo alto, quasi terminasse con una virgola anziché con un punto, come se dovesse continuare, e in realtà dovrebbe: mancano due parole per smascherare il gioco del non amore. La frase completa suonerebbe così: “Tutti mi amano, tranne uno”.  Quest’uno è innanzitutto il padre o la madre, poi il partner, o il collega di lavoro, oppure qualcuno che si è dimenticato di invitarmi, la segretaria che chiede un aumento di stipendio, il dipendente che esce dieci minuti prima dell’ora prevista, il capo che oggi non ha salutato, la figlia che chiede un aumento della mancia.

Per colui o colei che tutti amano, la negazione dell’amore è sempre in agguato, soprattutto da parte di quella persona il cui amore sembra essere indispensabile. “Tutti mi amano” eppure quell’unico che davvero conta non mi ama. Questa breve frase rappresenta l’inutile tentativo di affrontare un’offesa permanente: davvero tutti mi amano, come può questa persona, che per sua sfortuna non mi ama, ferirmi tanto?

Dopotutto, mia moglie non è l’universo, e il mio capo (oppure il collega di lavoro, quello che non mi ha invitato, quell’altro che ha rifiutato il mio invito al cinema, mio figlio che ieri sera è rientrato più tardi del previsto, l’operaio che mi consegna un conto esagerato, il compagno di scuola che per la prima volta si è dimenticato del mio compleanno) è l’unico a non amarmi.

Tutti gli altri però mi amano, non è meraviglioso ?

Gli individui molto amati hanno bisogno d’amore come bambini e da bambini non sono stati abbastanza amati: questo spiega perché i loro sentimenti sono così facilmente feribili. Anche i molto amati sono stati privati d’amore. Hanno avvertito la mancanza dei genitori, forse perché questi ultimi condizionavano l’amore al loro buon comportamento. “Certo che ti amo” può aver lasciato intendere il padre, “ma tu non devi disturbarmi, altrimenti non ti amo più”. E poiché il bambino, invece, ha disturbato, l’amore è  stato ritirato.

In una situazione simile, il bambino sceglie il gioco del “purché tu mi ami”. Da adulto, cercherà per tutta la vita l’amore che ha perso da piccolo. Tutti devono amarlo: il postino, la donna delle pulizie, l’addetta al servizio informazioni telefoniche, il datore di lavoro al quale ha appena consegnato la lettera di dimissioni, la moglie da cui ha divorziato. “

Il libro di oggi – La società dell’incertezza, di Zygmunt Bauman

giovedì 21 ottobre 2010

“La paura non è certo una novità per la vita umana. L’umanità l’ha conosciuta fin dai suoi inizi; in qualsiasi elenco sintetico delle caratteristiche dell’umanità, la paura si collocherebbe in uno dei primi posti. Ogni epoca della storia si è differenziata dalle altre per avere  conosciuto forme particolari di paura; o piuttosto ogni epoca ha dato un nome di propria invenzione ad angosce conosciute da sempre. Queste definizioni erano delle interpretazioni latenti: nel senso che informavano su dove erano collocate le radici profonde delle minacce e dei timori, su cosa si doveva fare per evitarle, o sul perché non si potesse fare nulla per proteggersi.

Dopo tutto, un altro tratto saliente dell’umanità consiste in quelle facoltà cognitive e conative così fortemente intrecciate tra loro, che solo i “filosofi”, ben allenati nell’arte della distinzione, possono e riescono ad immaginare separate. Le minacce sembrano essere sempre state ostinatamente le stesse. Sigmund Freud le ha classificate in modo definitivo:

Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine dalle nostre relazioni con gli altri.

Si può ritenere che questi “versanti”, in fondo siano già delle “interpretazioni”: delle interpretazioni così costanti e resistenti, al punto da essere diventate “autoevidenti” e per nulla considerate come tali. Ma dietro le tre forme di paura appena nominate, si intravede da lontano la presenza di una “madre di tutte le angosce”, la minaccia che quotidianamente genera tutte le altre e non permette loro di allontanarsi troppo: la minaccia della fine, l’epilogo brutale e improvviso, l’unico oltre il quale non c’è inizio.

La morte è l’archetipo di questa fine, l’unica che si mostra solo in un’unica forma. La condizione umana allo stesso tempo vincola il tempo (time binding) ed è vincolata dal tempo (time bound); la mente che padroneggia il tempo ha tutte le ragioni per sperimentare se stessa come eterna, ma dimora in un involucro chiaramente e irrimediabilmente transitorio.

La caducità di quest’ultimo ridimensiona, frena e annichilisce il senso di immortalità della prima; alla fine interromperà quella sensazione di eternità, ma molto prima che il sereno “per sempre”  si trasformi in un inquietante “finché”. Essere umani significa allo stesso tempo conoscere questa condizione, essere incapaci di influire su di essa in qualche modo, ed essere consapevoli di questa incapacità. Questa è la ragione per cui essere umani significa anche provare paura.

Il libro di oggi – Narrazioni, di Andrea Smorti

martedì 6 luglio 2010

“Siamo a Bari, un giorno d’estate del 1988. Una giovane coppia di fidanzati va in centro a far spese. Passando davanti a un negozio di abbigliamento la ragazza vede un vestito che le piace. Decide di comprarlo ed entra nel negozio. Il fidanzato resta fuori e se ne va a curiosare fra le vetrine lì intorno.

Il proprietario del negozio invita la ragazza ad entrare nel camerino del retrobottega per provare l’abito. Passa il tempo e la ragazza non esce. Finché il fidanzato, stanco di aspettare, si decide ad entrare per chiedere a che punto stanno le cose.  Il proprietario, meravigliato, gli dice che la ragazza non c’è più, se n’è andata da un pezzo. Il ragazzo si insospettisce, trova due poliziotti, racconta loro la storia, li convince ad entrare nel negozio e a dare un’occhiata.

In un punto del retrobottega i poliziotti si accorgono che il pavimento suona a vuoto. Scoprono una botola che immette in una specie di sala ben illuminata dove si trovano alcuni chirurghi, almeno tali sembrano dai camici che indossano e dai bisturi che hanno in mano, che stanno ancora sezionando la ragazza. Il negozio mascherava un commercio d’organi in piena regola. I chirurghi li prelevavano e li predisponevano per la consegna al mercato nero…

In quell’estate del 1988 questa storia conobbe una grande diffusione, a Bari e non solo. Molti la presero per vera, anzi volevano in tutti i modi sapere quale fosse il negozio-mattatoio e conoscerne il proprietario. Intanto le madri chiudevano in casa le figlie, tenendole al riparo da boutique e negozi d’ogni tipo. Finché polizia e giornali dovettero ricorrere a ripetute smentite pubbliche che, alla fine, riportarono la calma.

Ma perché, ci chiediamo, la gente si dimostra così incline a credere a certe storie? Una bella domanda, questa, per una risposta tutt’altro che semplice. Ma vale la pena di tentare. Perché il problema delle storie e della loro credibilità investe non solo la vita sociale e politica di un popolo, ma anche il funzionamento stesso del pensiero. “

Se vi attizza, compratelo. Andrea Smorti è una mia nuova passione. Di una bravura pazzesca.

Lo spunto di oggi – The Last Lecture, Randy Pausch

venerdì 16 aprile 2010

La prima cosa che mi viene in mente è lo scempio fatto in copertina, con l’aggiunta al semplice e chiarissimo titolo originale The Last Lecture dell’inutile e fuorviante occhiello La vita spiegata da un uomo che muore. Cosa non facciamo per vendere una copia in più o per staccare un biglietto. Chi non ricorda l’operazione compiuta con il film di Gondry, The eternal sunshine of the spotless mind, tradotto con un raccapricciante Se mi lasci ti cancello ? Eccoci qua, benvenuti in Italia.

Credo che la lezione di Randy Pausch sia tutt’altro che la lezione di un uomo che muore. L’uomo in questione sa di dover morire ma si occupa della vita. Direi che L’Ultima Lezione è la vita spiegata da un uomo che vive e che vive alla grande. Per niente consolatorio, Randy Pausch ci accompagna in una essenziale e brillantissima galleria di situazioni, nelle quali dietro i mille colori che usa, continua a far capolino la stessa voce sottile: viviamo nel mondo dei significati che diamo alle cose e di fronte alla consapevolezza della nostra morte imminente, questa verità si fa nitida e forte.

Sta in noi. Sta in noi cercare di non coincidere con il nostro punto di vista. Riuscire a guardare dal di fuori, riconoscerci solo uno sguardo e non il possesso della verità. Rimanere consapevoli che tutto è un passaggio e un regalo. Che tutto è per noi anche quando non ci piace. Pensieri che espressi da me in questo modo non significano niente. Espressi da Randy Pausch nel suo modo e in quel tempo della sua vita diventano un interrogativo anche severo sulle nostre infelicità.

La bellezza sta anche nel fatto che nelle sue pagine non c’è mai rimprovero. Anzi c’è un infantile, eroico, disincantato e incantevole entusiasmo per ogni piccola cosa che passa. Per ogni ricordo e per ogni momento che il futuro riserverà. Posso dire? Per me è inarrivabile soltanto l’idea. Proprio non riesco a immaginare di saper sorridere in certe situazioni. Ma anche per molto meno di quel che è capitato a lui. Lo guardo come si guarda un alpinista che è tanto lontano da me, la cui salita mi dice che la strada è percorribile, che si può fare. Che sta in me.

Certo se solo si guarda qualche minuto della straordinaria lezione alla Carnegie Mellon, non si può non notare la razza dell’istrione e del saltimbanco. Randy Pausch era credo fondamentalmente un uomo di spettacolo. Però – mi sono detto – perché la cosa dovrebbe darmi fastidio? Nel senso: questo era uno show difficile da preparare, anzi proibitivo. L’ha fatto con rigore e con grandissima abilità. In fin dei conti, oltre che per sé l’ha fatto anche per noi. Per lasciarci un’idea forte e chiara di un punto di vista. E ci è riuscito.

A chi lo regalerei? A tutti. A chi l’ho regalato? A mio padre. Ho due genitori che leggono la parte luminosa delle cose molto meglio di me. A chi lo regalerò? Credo a nessun altro. Ho in mente una serie di reazioni scaramantiche, divertite, infastidite. La vita spiegata da un uomo che muore, e che cavolo… ma se a qualcuno venisse l’ispirazione, si può vedere sul suo sito personale la registrazione di quel giorno.

Il libro di oggi – L’ultima lezione, di Randy Pausch

lunedì 12 aprile 2010

“Chi mi conosce a volte si lamenta del fatto che per me le cose sono bianche o nere. In effetti, qualche mio collega potrebbe dire: “Se cerchi un consiglio netto, o bianco o nero, vai da Randy. Ma se cerchi un’idea o un consiglio che abbia una qualche sfumatura, non è lui la persona giusta”.

Okay, ammetto di essere colpevole, e da giovane ero peggio. Dicevo che la mia scatola di pastelli conteneva solo due colori: bianco e nero. Credo sia questo il motivo per cui mi piace l’informatica, perché quasi tutto è vero o è falso.

Invecchiando, però, ho imparato a capire che una scatola di pastelli ha più colori. Ma penso ancora che se si vive la vita nel modo giusto, il bianco e nero si consumeranno prima degli altri colori.

In ogni caso, qualsiasi sia il colore, amo i pastelli.

Alla mia ultima lezione ne avevo portati centinaia. Volevo che tutti ne avessero uno quando avrebbero lasciato l’auditorium, ma quelli alla porta si sono dimenticati di distribuirli.  Peccato.  La mia idea era questa: mentre parlavo dei sogni dell’infanzia, avrei chiesto a tutti di chiudere gli occhi e di sfregare il pastello fra le dita – per sentirne la consistenza, la carta, la cera. Poi avrei detto di portare i pastelli al naso per annusarli. L’odore di un pastello riporta all’infanzia, non è così?

Una volta ho visto un collega fare una cosa simile con i pastelli con un gruppo di persone, e l’ho trovata un’idea ispirata. Infatti, da allora, ho portato spesso con me un pastello nel taschino della camicia. Quando ho bisogno di tornare indietro nel tempo, mi faccio un’annusata.

Ho un debole per il pastello nero e per quello bianco, sono fatto così. Ma tutti i colori hanno la stessa potenza. Annusateli. Vedrete.”

Questo per me non è stato un libro. E’ stata una grande occasione. Un incontro. Certi libri sono talmente forti che dovrebbero essere venduti in negozi diversi dagli altri. Da una parte romanzi e racconti, bestseller e novità, thrillerini polizieschi commedie, casi letterari e provocazioni, ultime tendenze e capolavori obbligatori. Dall’altra quelli veri. Tra qualche giorno ci voglio ritornare su…

Il libro di oggi – Arte di ascoltare e mondi possibili, di Marianella Sclavi

lunedì 15 febbraio 2010

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Devo a questo libro moltissimo. Non solo infinite riflessioni, ma un profondo cambiamento nel mio modo di riflettere. Credo che sia uno dei testi che ha più profondamente cambiato il mio modo di vedere le cose e di lavorare. Voglio condividere uno dei molti passaggi per me illuminanti.

“Situazione di partenza: quando cerco di parlare in pubblico, mi confondo e balbetto. retorica del controllo: è la paura che ti fa balbettare, convinciti che quella paura nel caso specifico è irrazionale e sarai a posto. Autoconsapevolezza emozionale: non è la paura che mi fa balbettare quando parlo in pubblico. La paura mi rende consapevole che in quella situazione mi sento sotto attacco e che il modo più consono di reagire a quel tipo di attacco che il mio corpo conosce è confondermi e balbettare. Naturalmente più mi confondo e balbetto più “verifico” che ho proprio ragione a vedere quella situazione in quel modo e così via circolarmente.

Il problema è aiutare (amorevolmente) il mio corpo a vedersi in quella situazione e a vederla anche in modi diversi. Una possibile strategia è proprio quella contraria a un atteggiamento di maggior controllo; invece di sforzarmi ansiosamente di non balbettare, posso cercare di usare questo mio “difetto” come una risorsa per accattivarmi le simpatie del pubblico e considerare miei interlocutori privilegiati proprio quelle persone che reagiscono in modo più simpatetico e che prima forse svalutavo interpretando il loro comportamento come “pietà” o “maternage” o qualcosa di simile.

Vorrei sottolineare quell’”amorevolmente” che ho messo fra parentesi. E’ un atteggiamento che esclude la colpa e che consente un dialogo di rispetto reciproco fra varie parti dell’io. Il comportamento “automatico” del corpo va accolto e rispettato, ma non è l’unico possibile; bisogna apprestarsi ad esplorare altri punti di vista, altri mondi e comportamenti possibili. L’attenzione va spostata dalla dicotomia emozioni/razionalità alla dicotomia comportamenti rigidi/comportamenti flessibili.

Ci vuole pazienza e un atteggiamento di osservazione sperimentale. Questo significa fra l’altro che si deve imparare a dare molta importanza a dei particolari che si presentano alla nostra percezione come marginali e fastidiosi perché accoglierli comporterebbe la messa in discussione del modo di inquadrare gli eventi che diamo per scontati. Dobbiamo sapere che molti dei comportamenti che dovremo adottare per acquisire un nuovo punto di vista, non possono inizialmente che apparirci “irrazionali”, “privi di senso”, l’opposto di quello che ci verrebbe spontaneo e/o che ci sembra giusto. Quando le emozioni sono nostre alleate il nemico non è l’irrazionalità, ma la rigidità.”

Il libro di oggi – Teatro partecipato, di Mimmo Sorrentino

mercoledì 9 dicembre 2009

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Il desiderio dell’altro.

“Perché le persone si raccontino, e soprattutto mi raccontino, mi devono riconoscere come, citando Lacan, il “soggetto-supposto-sapere”, cioè mi devono riconoscere come qualcuno capace di interpretarli e da cui desiderano essere interpretati.

E’ durante il processo di motivazione che divento per il gruppo il “soggetto-supposto-sapere”. In quella fase compio una serie di manovre per risvegliare negli studenti il desiderio dell’apprendimento del teatro e provo a dimostrare di avere le competenze necessarie per aiutarli a soddisfare il loro desiderio.

La scrittura delle poesie costituisce anche uno strumento di verifica per accertare se mi riconoscono come “soggetto-supposto-sapere”. E’ dalla qualità e dalla quantità dei loro scritti che io misuro il successo dell’intervento chiamato “motivazione del gruppo”. Quando scrivono sono sicuri, perché lo dico, che sarò io solo a leggerle. Sanno che non saranno oggetto di valutazione scolastica. Sanno che chi non se la sente può anche non scrivere. Sanno quindi che ciò che scriveranno lo scriveranno in un certo senso per me.  E se scrivono in modo sincero, si aprono, si raccontano, si prendono sul serio, allora vuol dire che il mio intervento è riuscito e che mi hanno riconosciuto come “soggetto-supposto-sapere”. Divento in qualche misura un loro desiderio, perché pensano che io sappia ciò che nemmeno loro sanno di se stessi.

Per insegnare teatro, per quanto mi riguarda, è  necessario che si instauri un transfert. Se non si è amati, non si può insegnare. E questo transfert non riguarda ovviamente solo il gruppo, ma anche chi lo guida. Per riconoscere il loro inconscio, devo in qualche modo assumerlo, farlo mio, riportarlo su di me; ciò può avvenire soltanto se in qualche modo ho già percorso il cammino dell’analizzante attraverso una mia analisi. Per riconoscere l’inconscio dell’altro, devo prendere in considerazione il mio.  Certo i miei lapsus, le cose che dico in più di quelle che penso di dire, sono diverse da quelle delle persone del gruppo, ma dal punto di vista formale i miei lapsus e i loro sono identici.

(…) I gruppi spesso credono che il conduttore sappia qual è il loro desiderio, ma il conduttore non lo sa. Se lo sapesse potrebbe barattarlo. In quel caso la relazione diventerebbe una relazione commerciale, mentre si tratta di una relazione d’amore. “

Leggo il libro di Mimmo con voracità. Era molto tempo che non mi capitava di appassionarmi così a un testo di metodologia. Ma ritrovo in queste parole – anche in quelle sulle quali ho posizioni diverse – un quid fondamentale che me lo fa sentire vicinissimo. Per adesso mi tengo questa considerazione di Mimmo: se non si è amati, non si può insegnare. E me la giro come mi viene più congeniale: se non si ama, non si può imparare. Direi che così mi riguarda di più, avendo io molta più voglia e materia per imparare che per insegnare. Però ci torno fra qualche giorno. Mi sembrano talmente belle le sue parole, che le voglio lasciare così.